Google Perde la memoria

Google ha smesso di indicizzare le pagine vecchie

Google sta perdendo la memoria. O non gli è mai interessato averla?

Una notizia circolata sotto traccia nelle settimane passate potrebbe invece avere implicazioni dirompenti nel futuro della Rete: Google ha smesso di indicizzare i siti più vecchi di dieci anni.

Emersa solo in pochi siti mainstream (e guarda caso in nessuno italiano), la scoperta è stata fatta da Tim Bray, uno dei blogger della prima ora. Che nel tentativo di ritrovare alcuni suoi vecchi scritti, non è stato in grado di recuperarli attraverso Google.

Google perde la memoria o la abbandona?

Prima di pensare a un banale caso di incapacità, va detto che Bray è uno che sa il fatto suo: era già su Internet quando Google era agli albori e prima di esprimersi sulle pagine del suo blog ha fatto tutte le prove del caso, anche usando frasi esatte, ricerca per sito e così via.

Poteva farlo, perché era alla ricerca di suoi articoli di cui aveva il testo completo.

Sull’onda del lavoro di Bray, anche Marco Fioretti ha fatto una prova simile, con analoghi risultati. A questo punto le conferme iniziano a moltiplicarsi, e la notizia appare anche su altre fonti, per esempio boingboing.net.

Ma quindi Google non indicizza tutto il Web?

Per la verità, non lo ha mai fatto. Pensare che Google contenga tutte le pagine mai create è sempre stata una semplificazione. Sulla quale ci siamo adagiati tutti perché, fino a ora, nessuno si era mai posto il problema delle pagine datate. Nonostante il lavoro instancabile di realtà come The Internet Archive che senza troppo clamore tentano da anni di arginare questo fenomeno.

Insomma, finora nessuno si era mai accorto che il re era nudo

O forse, nessuno di autorevole si era preso la briga di andare a fondo. Ora appare chiaro che Google non ha alcun interesse nell’archiviare Internet di per sé, quanto nel fornire le risposte statisiticamente più commerciabili alle domande statisticamente più prevedibili. Insomma, a restituirci la parte vendibile del Web, trascurando tutto il resto.

Lo spiega perfettamente Tim Bray, con parole che provo a tradurre:

[Google] Si preoccupa di fornire buone risposte alle domande che contano per noi in questo momento. Se digito una domanda, anche qualcosa di complicato e oscuro, Google mi sorprende spesso con una risposta puntuale e precisa. Non hanno mai affermato di indicizzare ogni parola su ogni pagina.

Il mio modello mentale del Web è un archivio permanente e duraturo del patrimonio intellettuale dell’umanità. Perché questo sia utile, deve essere indicizzato, proprio come una biblioteca. Google apparentemente non condivide questo punto di vista.

Insomma. Google non è mai stato un archivio, (e per la verità non ha mai annunciato da nessuna parte di esserlo o volerlo essere).

Una scoperta che delinea il futuro di Google

Negli ultimi anni si fa un gran parlare della differenza fra motore di ricerca e motore di risposta. Google ha evidentemente una maggiore inclinazione per il secondo. Tuttavia questo secondo me è un problema, almeno per due motivi:

  • L’umanità non è culturalmente pronta a capire la differenza fra un macro-assistente virtuale che dà buone risposte e un reale sistema biblioteconomico in grado di raccogliere, e restituire, tutto lo scibile
  • al momento non esistono alternative al “qui e ora” voluto da Google. Anche se sembra che Bing e DuckDuckGo abbiano un approccio più sano nei confronti della memoria storica.

Certo, Esistono anche soluzioni specifiche per il Web “abbandonato”, come Archive.org e wiby.me, un motore di ricerca per “siti classici”. Ma manca la consapevolezza da parte degli utenti.

Chiedete a trenta persone che conoscete, ventinove vi risponderanno che su Google si trova tutto. E questo è un colossale problema.

Di fatto, lo scibile umano è in mano a un’azienda a fini di lucro

D’accordo, nella realtà non è propriamente così. Biblioteche e realtà virtuose come Archive esisteranno sempre. Ma quante sono, in percentuale, le persone che si accontentano dei risultati di Google e quante quelle che vanno oltre?

Parliamoci chiaro, chi si occupa di SEO lo sa più che bene: già essere fuori dalla prima pagina significa essere in una sorta di cimitero degli elefanti. Figuriamoci essere fuori da Google.

Il problema degli algoritmi si manifesta ancora una volta

Anche se ovviamente non c’è nessuna posizione ufficiale in materia, le ragioni di questa scelta sono ovvie: indicizzare le pagine web costa. E per un’azienda a fini di lucro, tutto quello che non è profittevole è dannoso. Fino qui nulla di sbagliato.

Ma cosa succederà se domani Google dovesse decidere di “tagliare” a cinque anni, o a sei mesi?

Sarebbe nel suo pieno diritto. Ma il patrimonio di conoscenza che potrebbe diventare irrecuperabile nel giro di pochi giorni potrebbe essere infinito. Poco importa se si tratta di fanfiction, meme sciocchi o opere d’arte. Rimane il problema che il lavoro di molti esseri umani potrebbe essere “oscurato” da una macchina nel giro di una notte.

Cosa possiamo fare per evitare di essere dimenticati da Google?

A lunghissimo termine, e con una visione piuttosto utopica, darci da fare per un Web in cui non esistano monopoli di fatto, al contrario di quello che succede ora. Favorire la frammentazione, la diffusione di standard, il diritto all’interscambio dei propri dati, la liquidità delle piattaforme. Evitando, per quanto possibile, i servizi che sappiamo adottare politiche poco trasparenti e in ogni caso quelli che detengono qualche tipo di monopolio.

L’utopia massima sarebbe un sistema in cui ciascuno possiede i propri dati in via esclusiva, e le diverse piattaforme li interrogano e li mettono in relazione in modo controllato. Ma rassegnamoci: è impossibile, anche dal punto di vista tecnico, almeno con la tecnologia di ora. Quantomeno è impossibile in una logica di scala.

A medio e breve termine, ricordarci e ricordare che Google non è il solo motore di ricerca: Bing e DuckDuckGo stanno iniziando a essere valide alternative, ma anche l’europeo Qwant. Usarli può essere impervio oggi, ma potrebbe essere il primo tassello per una Rete meno schiava degli algorimi. O per lo meno ridurre la dipendenza da un numero limitatissimo di algoritmi.

Insomma, l’umanità dovrebbe sforzarsi di non fare con la tecnologia l’errore che ha fatto svariati millenni fa quando si è lasciata addomesticare dal grano.

Ne parlerò meglio in futuro, ma oggi sta accadendo esattamente questo: invece di essere l’informatica ad adattarsi alle necessità dell’umanità, l’umanità si sta piegando alle nevrosi del digitale. Invece di creare motori di ricerca realmente efficaci, ci sforziamo di scrivere nel modo che i motori di ricerca possono comprendere.

Invece di usare l’intelligenza artificiale per un riconoscimento realmente efficace della scrittura a mano o della parola scritta, ci deformiamo le articolazioni sulle tastiere. invece di avere sistemi che ci permettono di aggregare le informazioni in modo semplice ed efficace, passiamo le ore a ingolfarci di informazioni inutili sui social media.

In qualche modo, sembra che l’unica cosa che ci importi è faticare il meno possibile, fisicamente e intellettualmente, quando l’essenza stessa dell’essere umano dovrebbe spingerci verso il contrario.

Ci ricordiamo tutti la fine che hanno fatto gli eloi, vero?

computer per anziani

Se state preparando un computer per anziani, ingannate gli algoritmi

Come molti probabilmente sanno, i corsi di informatica (o più pomposamente “corsi di Digitale”) sono la mia passione. E negli ultimi anni, grazie alla fiducia dell’Agenda Digitale Biellese mi sto interessando molto ai corsi di informatica per anziani. Facendo ricerche sui computer per anziani mi sono imbattuto in questo consiglio, che francamente è forse il più intelligente che abbia letto. Sostanzialmente, si tratta di quello che ho anticipato nel titolo.

Se state preparando un computer per gli anziani della famiglia, ingannate gli algoritmi

Lifehacker, il sito da cui ho preso spunto, in realtà la fa molto più morbida, ma il concetto di fondo è proprio questo: manipolare gli algoritmi dei vari siti per rendere i contenuti dei siti principali più appetibili per gli anziani, che magari non hanno molta confidenza con il Digitale. E ai quali di sicuro non frega niente dell’ultima challenge in cui i dementi affamati di popolarità si cimentano.

Come preparare un computer per anziani manipolando i vari algoritmi

So che in teoria sembra una roba alla codice swordfish, ma in realtà il principio è molto semplice, ed è stato collaudato con successo dal redditor u/TyrKiyote, che lo ha colludato per YouTube.

Dopo aver preparato il computer per gli anziani con i soliti accorgimenti (scorciatoie sul desktop, sicurezza e così via), si tratta semplicemente di aiutarli a iscriversi ai vari servizi. In questo caso, YouTube. E subito dopo, prima di qualsiasi altra cosa, effettuare qualche ricerca su temi di loro interesse. L’esempio parla di Glen Campbell, ma funziona qualsiasi cosa.

computer per anziani

Che sia orticultura, musica d’annata, giardinaggio, pesca o musei, facciamo in modo di guardare e apprezzare subito video che rientrino nell’interesse della persona per cui stiamo sistemando il computer.

Secondo l’esperienza del redditor, e di altri che hanno provato, fa una differenza enorme.

Possiamo usare lo stesso trucco con tutti i siti che si basano su algoritmi per la scelta dei contenuti

Che sia Facebook o Google, Amazon o un qualsiasi altro sito con filtri “intelligenti”, questo semplice trucchetto ha del miracoloso, secondo quanto riportano da più parti.

Perché un trucco così semplice funziona così bene?

Semplicemente perché gli algoritmi che stabiliscono cosa vediamo e cosa no in realtà non sono così intelligenti come vorrebbero farci credere. Infatti non possono fare altro che raccogliere quelli che sono gli interessi che abbiamo già manifestato e in qualche modo proporci qualcosa di simile.

E se per modificare il comportamento per chi, come me, ha decine di anni e migliaia di ore di navigazione sulle spalle ci vuole moltissimo tempo, su un account nuovo e privo di memoria storica ci vuole pochissimo.

Provare per credere. Se siete curiosi, la prossima volta che avete sotto mano un computer o un dispositivo nuovo, provate a creare un nuovo utente Google, per esempio, ed effettuare un paio d’ore di navigazione monotematica sui siti sopra citati.

In men che non si dica sembrerà che Internet sia costituita solo da quello che avete cercato. Un piccolo trucco con un grande potenziale: dimostrare ancora una volta il grande limite degli algoritmi. Non è un caso che anche le aziende stiano facendo marcia indietro in questo senso, tornano a una gestione più centrata sulle persone.

Un consiglio perfetto anche per i corsi di informatica per anziani

Una delle principali accuse che vengono mosse oggi al mondo digitale è di non essere inclusivo. In particolare, quando tengo i corsi di computer per anziani, l’impressione è che il Web non abbia niente di interessante per loro. E molto spesso è sufficiente qualche ricerca per dimostrare il contrario.

lezioni di computer per anziani

Da questo nasce il mio suggerimento: usiamo il più spesso possibile trucchi come questo. Non devono essere gli utenti ad adattarsi al Digitale: deve essere il Digitale al nostro servizio. E grazie a questo piccolo trucco possiamo fare un passo nella giusta direzione.

Un invito che estendo a tutte le persone che, in qualche modo, si trovano a dover preparare un computer per anziani, o più in generale per principianti. Se è vero che una volta installato e configurato le cose possono funzionare da sole, è anche vero che le prime ricerche, le prime navigazioni, le prime cose cercate costituiscono, nell’era degli algoritmi (semi)intelligenti, una sorta di imprinting, che accompagnerà le persone nei mesi successivi. E noi che sappiamo come funziona abbiamo in qualche modo il dovere morale di fare in modo che siano gli algoritmi al servizio delle persone e non le persone al servizio degli algoritmi.

Perché ho deciso di fare mio questo suggerimento

Sarà oggetto di una serie di post più approfonditi in futuro, ma anni di vita immerso nel mondo digitale mi stanno convincendo che noi utenti abbiamo scelto un ruolo troppo passivo.

Il feed dei social media posta fuffa, ma siamo troppo pigri (o poco competenti) per adattarlo usando i vari “non mi interessa” o “non seguire più”. Le piattaforme video ci mostrano contenuti che non ci interessano, ma usare il “non mi piace” sembra quasi un’offesa. E così via.

Penso che invece sia importante che tutti abbiano piena consapevolezza di quello che leggono, guardano comprano. Consapevolezza che passa anche dal sapere che gli algoritmi possono e devono essere educati per essere al nostro servizio, non viceversa.

E chi, come me, tiene corsi di informatica ha il dovere morale di spiegarlo, per evitare nuove generazioni di utenti inconsapevoli.

Editoria Digitale ai tempi del post algoritmo

Editoria digitale: il 2018 è l’anno del fallimento degli algoritmi

Il flagello dell’editoria digitale, la raccomandazione in base ad algoritmi, mostra finalmente le sue debolezze. Il 2018 sarà l’anno della risalita?

A oggi, uno dei pilastri dell’editoria digitale è senza dubbio la SEO. La disciplina, cioè che permette di far primeggiare una pagina fra i risultati delle ricerche.
Non si tratta affatto dell’unica strategia, ma oggi è senza dubbio una delle più frequentate, per una serie di ragioni che ho già approfondito. 

Questo però ha creato una grande frattura, e una discrasia che solo un media potente come Internet poteva mostrare, ovvero il totale ribaltamento del concetto di successo nell’editoria digitale.

Editoria digitale, l’odio per la SEO e l’algoritmo impietoso

Mi spiego rapidamente: i colleghi giornalisti e le testate tradizionali, hanno visto il loro spazio contrarsi sempre di più, sotto i colpi dei “siti Internet” prima, e dei contenuti ottimizzati per la SEO poi.

A oggi, sono ancora pochi i giornalisti veri, i professionisti del settore, in grado di fare una buona SEO. Per dirla tutta, i giornalisti mediamente sono dei cani con la SEO.

Ma il problema vero è un altro, il ribaltamento di cui parlavo: il fatto che l’algoritmo premi la SEO (che è per definizione una disciplina algoritmica, anche se speculativa) ha fatto si che nelle prime pagine dei motori di ricerca molto spesso si trovino articoli scritti da bravissimi specialisti SEO, che però sono dei cani come giornalisti, e molto più spesso non lo sono affatto.

Parliamoci chiaro, io faccio entrambe le cose. Quindi, per definizione, sono un cane in entrambe. Ma purtroppo il 90% della SEO moderna, almeno secondo chi usa tecniche e strumenti, si basa semplicemente sulla forzatura dell’algoritmo. Si tratta solo di far leva sui tasti giusti. Così come nel giornalismo tradizionale si tratta spesso si fare leva sempre sui tasti giusti, ma delle persone.

Uno degli aspetti più negativi della “democrazia digitale” quindi, è di tenere costantemente il lettore distratto (nel senso classico di “tirato da due parti”) fra testi impeccabili dal punto di vista tecnico ma poveri da quello dei contenuti, e viceversa, cioè contenuti ricchissimi dal punto di vista dei contenuti ma così terribili dal punto di vista del posizionamento da dover essere letteralmente cercati col lanternino, come diciamo noi piemontesi.


Cosa sta succedendo all’algoritmo?

Lo ammetto, pur praticandola (e cavandomela discretamente nella materia) non ho alcuna simpatia per la cosiddetta scrittura SEO. Per due ragioni: perché continuo a pensare che sia una scorciatoia messa in atto da chi non sa scrivere davvero, e perché quando scrivo vorrei poterlo fare per chi mi legge, non per un algoritmo che mi valuta

Sento già i nerdissimi in lontananza: ok, non è un algoritmo, è intelligenza artificialemachine learning, o comunque un sistema estremamente raffinato. Ma è sempre una “macchina” che non capisce la banale ironia, per esempio. Vogliamo davvero tornare a ricordarci di quando il sistema di eliminazione delle fake news di Facebook mise al bando la testata umoristica Lercio?

In ogni caso, che gli algoritmi abbiano stancato è piuttosto evidente per tutti. Comprate una maglietta con un gattino su un popolare sito di commercio elettronico e da quel momento riceverete solo pubblicità di magliette con gattini. Mettete per sbaglio un “mi piace” a un post di un amico che parla di politica, e quale che sia la vostra convinzione, da quel momento verrete invasi di post di politica.

Per non parlare delle ricerche: fra geolocalizzazione, cronologia delle pagine visitate e delle ricerche fatte in passato, anche i risultati lasciano sempre più il tempo che trovano.

Insomma, gli algoritmi stanno fallendo. Non tanto perché inefficaci, ma perché troppo spesso lasciati a loro stessi, usati solo per monetizzare e per questo troppo ansiosi di assecondarci. Per non parlare di quanto siano proni ad hack di varia natura. (La SEO, a ben pensarci, altro non è che la disciplina di sfruttare l’algorimo a nostro vantaggio. Almeno, per chi ha capito e ha deciso di sfruttare solo la parte “comoda” della questione)

Editoria digitale: gli algoritmi si fanno da parte

Ovviamente, forzati dal mercato. Un esempio? Secondo Business Insider, nel 2018 un utente americano su quattro avrebbe disinstallato la App di facebook. Ok, ci sono stati una marea di problemi legati a sicurezza e privacy. Ma se alla gente fregasse davvero qualcosa di sicurezza e privacy, PornHub non potrebbe pubblicare ogni anno il suo geniale Year in Review. Diciamo piuttosto che privacy e sicurezza sono stati il casus belli per liberarsi di qualcosa che interessa sempre meno.
E il motivo dell’interesse decrescente è, guarda caso un algoritmo sempre più arzigogolato e meno efficace. Possiamo verificarlo tutti noi, per esempio rendendoci conto che Facebook tende a mostrarci sempre i post delle stesse persone, quelle con cui interagiamo di più, pensando di farci un favore. Un meccanismo che, alla lunga, sta mostrando più debolezze che forze.

Ma cosa ha a che vedere questo con l’editoria digitale e in particolare con la SEO? Moltissimo. In primo luogo perché Facebook ormai è un asset per moltissime realtà editoriali e poi perché ci spiega come anche i migliori algoritmi siano, nel medio-lungo periodi, molto più fallimentari rispetto alla gestione umana.

O meglio. Gli algoritmi sono ottimi quando servono a potenziare l’essere umano. Quando vengono usati per sostituirlo, generano mostri come le prime pagine dei motori di ricerca di una decina di anni fa, o come la nostra bacheca di Facebook oggi. Se anche una disciplina nobile come gli scacchi riconosce il valore dell’accoppiata uomo-macchina (vedi questo articolo sul Centaur Chess come punto di partenza), allora probabilmente questa è la direzione giusta.
Quindi, pur avendo perso almeno dieci anni, stiamo tornando nella direzione giusta: far fare ai computer quello in cui eccellono come l’estrazione dei dati, e far fare agli umani quello in cui eccellono, come la comprensione avanzata del contesto.

Microsoft e Google nel post-algoritmo

Microsoft ha già fatto il primo passo in questa direzione quando, questa estate, ha lanciato Microsoft News: una App che di fatto è un aggregatore di news, che utilizza sia un sistema di intelligenza artificiale (semplifichiamolo in “algoritmo”) sia la gestione curata dei contenuti da parte di persone. Se vogliamo, un ritorno alle origini, ai tempi dei primi motori di ricerca. 
Anche Google non sta con le mani in mano. Per la verità, non lo è mai stato. Anche se non è una cosa particolarmente conosciuta, Google infatti si affida anche a una rete di quality raters, cioè persone incaricate di valutare il contenuto dei siti web che andranno inclusi nel motore di ricerca. Insomma, la prossima volta che qualcuno ci parla dell’algoritmo di Google come di una figura mitologica o di una macchina senza cervello, ricordiamoci che all’interno del processo, a un certo punto, ci sono anche degli esseri umani, con tanto di linee guida da seguire.

L’editoria digitale dopo l’algoritmo

Ovviamente sarebbe folle pensare che nel breve termine gli algoritmi spariscano, ma è realistico pensare a uno scenario sempre più “misto” in cui al lavoro esclusivamente automatico si affianca quello curato da esseri umani. In alcuni casi sembra essere già così, soprattutto davanti a articoli, testate o accadimenti di particolare rilevanza.
Ma proprio questa ripartenza può essere una perfetta occasione per tutti i professionisti della scrittura che hanno sempre rifiutato le discipline SEO, per opportunità, volontà o per semplice superbia.
Oggi la SEO è ancora rilevante, ma non non è più esasperatamente tecnica come lo era in passato.

Si tratta di un tema che mi sta molto a cuore. Sostengo da sempre, supportato dai fatti ma spesso guardato con sdegno da entrambe le parti, che un buon giornalista con una preparazione basilare sulla SEO sia estremamente più efficace di un professionista SEO con un po’ di preparazione giornalistica. Anche e soprattutto in termini di piazzamento e “tenuta” sui motori di ricerca.

Sfortunatamente molti giornalisti sono molto restii a usare la SEO, perché le regole vengono vissute come una sorta di “gabbia”, di “limite”, o semplicemente perché in fondo non accettano l’idea di dover imparare a scrivere in un modo diverso.

Io, figlio dell’ultima carta stampata, penso che non ci sia poi così tanta differenza con i manuali di stile, le lunghezze, le gabbie di impaginazione e le correzioni con cui si aveva a che fare con i giornali. Chiudo quindi con un piccolo appello che, ribadisco, mi sta molto a cuore: per i giornalisti sarebbe molto facile riconquistare l’editoria digitale

Basterebbe volerlo.

Disattivare Adsense su una pagina

Disattivare AdSense su una pagina (senza diventare matti)

Capita sempre più di rado, ma ogni volta ci si sente un po’ pionieri. Parlo di quando si ha un problema per cui sembra non esistere risposta su Google. Questa volta mi è successo quando ho cercato come disattivare AdSense su una sola pagina di un sito WordPress.
O meglio, quando ho cercato un modo facile di farlo, che non mi richiedesse tre ore di studi approfonditi.

Disattivare gli annunci di Google su una singola pagina.

Possiamo stare a discutere fino a domattina sulla liceità o meno delle segnalazioni di non conformità di AdSense.
Rimane il fatto che quando se ne riceve una, il ban è dietro l’angolo. Tanto vale adeguarsi e disattivare Adsense sulla pagina segnalata.

Diciamolo, gli annunci automatici di AdSense sono una figata pazzesca. Se non altro perché ci permettono di commisurare lo sforzo ai ricavi. Leggi: se i ricavi sono prossimi allo zero, deve esserlo anche lo sbattimento richiesto
In WordPress è ancora più facile. Picchi il codice in header.php e te ne dimentichi.
Almeno, fino a quando non ti arriva una segnalazione di non conformità per una pagina.
Proprio quello che mi è successo qualche tempo fa.
E a cui, a quanto pare, non esiste soluzione. O meglio, stando a quanto ho trovato su Google, infatti, i modi esistono, ma sono tutti terribilmente complicati.

Come ho eliminato gli annunci su una singola pagina: quick and dirty

Ribadisco: ero alla ricerca di una soluzione rapida: esistono plugin estremamente evoluti per la gestione della pubblicità, ma non facevano al caso mio. Si trattava di un sito che usa solo AdSense, non ha progetti di espansione in quel senso e sopratutto che richiede il minimo possibile di manutenzione tecnica.
Quindi, come sempre, dove l’alta tecnologia fallisce, la bassa tecnologia trionfa
Dal momento che non ho trovato nulla che agisse sulla pubblicità, ho fatto un passo indietro. Se non posso lavorare al livello della gestione di AdSense, per disattivare gli annunci di Google su una pagina, devo lavorare a livello di codice
Detto, fatto: ricordate quando ho detto che basta inserire il codice nell’header?  il plugin Addfunc Header & Footer permette di personalizzare header e footer per ciascuna pagina e articolo. Quindi, ecco qui.

Disattivare AdSense su una determinata pagina lavorando sull’Header

A questo punto le cose diventano quasi banali:

  • Installiamo il plugin
  • Rimuoviamo il codice AdSense dall’header generico (o dal plugin che utilizziamo)
  • Impostiamolo nella sezione Site-Wide Head code del plugin, che si trova in impostazioni -> head & footer code
Disattivare Adsense per una pagina specifica header code

A questo punto siamo a metà dell’opera, nel senso che siamo tornati al punto di prima, con gli annunci che appaiono in tutte le pagine.

Per disattivare AdSense su un singolo elemento del nostro sito dobbiamo solo aprire in edit la pagina o il post che ci interessano. Scorrendo un po’ (dipende dai plugin che abbiamo installati) troveremo la voce Head & Footer code

Disattivare Adsense codice pagina

Ora, io che sono un vecchio cinghiale e mi fido poco dei campi lasciati vuoti ho inserito un commento HTML.
Il concetto comunque è semplice: quello che scriviamo nel campo sostituirà il codice Header generico inserito sopra, se abbiamo attivato la spunta Replace… 

Ciao-Ciao AdSense sulla pagina incriminata.

Brutto? Senza dubbio. Sporco? Probabile. Elegante? Nemmeno per idea. Ma problema risolto, in dieci minuti. (Che visto il rendimento degli Ad, è pure troppo).

editor gutenberg un aiuto per essere più zen

E comunque a me questo editor Gutenberg sembra una figata

Sembra proprio che con la prossima major release di WordPress l’editor Gutenberg diventerà quello predefinito di default. Naturalmente gli esperti digitali non perdono occasione per dimostrare la loro vera natura. Neofobi e conservatori come neanche la DC degli anni ’80, stanno subissando l’editor Gutenberg di recensioni negative.

Eppure, l’editor Gutenberg ha del potenziale

Prima di tutto, il nuovo layout di gestione della pagina è molto più pulito, e la possibilità di usare il menu laterale alternativamente per “documento” o “blocco”, aggiunge il giusto compromesso fra l’utilizzo del testo tradizionale e la scrittura senza distrazioni, che era decisamente troppo minimalista
Quello che, a mio avviso, spaventa più di tutto è la nuova interfaccia, che inizialmente intimidisce un po’.

Certo, alcune cose sono state spostate. Ma basta abituarcisi per rendersi conto che è tutto molto più razionale e comodo. Basta prenderci la mano.

Il problema è proprio questo: prenderci la mano significa, per gli addetti ai lavori, buttare via anni di abitudini. E qui si manifesta tutta la neofobia, particolarmente italica, che deriva da quella cultura che vuole che, una volta conquistata una posizione, si possano mettere i piedi sul tavolo. Mentre il resto del mondo ci insegna una lezione diversa. Secondo un antico insegnamento zen poi ripreso dal Judo, i quattro mali del mondo sono appunto noia, abitudine, ignoranza e invidia
Senza chiamare in causa la filosofia orientale, l’editor Gutenberg sta facendo proprio quello che gli esperti di crescita personale ci consigliano sempre più spesso: uscire dalle comfort zone. Cioè, combattere l’abitudine. Tutto torna ;)

L’editor Gutenberg ci aiuta a uscire dalle comfort zone. Questo è un bene

l’editog Gutenberg impatterà con la SEO?

Mentre sto scrivendo, sto provando ad analizzare il codice della pagina di anteprima. E devo dire che mi sembra addirittura più pulito di quello dell’editor di WordPress tradizionale.

Secondo me il problema principale sarà legato all’uso dei blocchi

Devo dirlo, anche se la cosa mi renderà antipatico: il vero problema è che ci sono troppe persone, particolarmente nel mondo SEO, che ignorano le basi. Un po’ di conoscenza dell’HTML, degli altri linguaggi e dei protocolli farebbe un gran bene alla scena, ma non è la sede per parlarne. 
Qui il problema è che i blocchi riprendono un po’ la filosofia delle immagini, rendendo sotto forma di campi da compilare elementi propri dell’HTML. 
Purtroppo molti usano già male quelli delle immagini, di conseguenza useranno male quelli dei blocchi (soprattutto nella fase di entusiasmo iniziale). 

Poi, naturalmente, si lamenteranno che l’editor Gutenberg non funziona a dovere.

Quando invece funziona benissimo e, anzi, permette di generare oggetti (anche di testo) più interessanti con una frazione dello sforzo che ci voleva prima.

Ecco un paraculissimo esempio di galleria dell’editor: non sono un amante del minimalismo in senso stretto, ma lo strumento funziona decisamente bene.

Quindi qual è il problema dell’editor Gutenberg?

Personalmente, ne vedo due: uno è appunto legato alla necessità di imparare un nuovo strumento. Il secondo è legato alla competizione.

Mi spiego: grazie al nuovo “visual composer” (ammettiamolo, Gutenberg lo ricorda molto), scrivere articoli che siano anche visivamente interessanti è fin troppo facile. Per non parlare della tonnellata di nuovi strumenti di inclusione, che ora sono molto più palesi di prima e che permettono di aggiungere contenuti arricchiti in quantità.

In parole povere questo significa più competizione. E soprattutto, ancora una volta, la necessità di produrre contenuti rilevanti, consistenti, interessanti

Tutte cose terribilmente incompatibili con la filosofia dei servizi e delle prestazioni a basso costo che sta tentando con tutte le forze di rimanere a galla.

Ma alla quale, per fortuna, forse Gutenberg ci aiuterà a dare il colpo di grazia.

Speriamo

Simple Things First

Simple Things First, un approccio pragmatico alla consulenza digitale

Troppo spesso chi fa consulenza digitale dimentica di costruire dalle basi. In una recente lezione ho provato a dare una lettura diversa.

Il mondo delle consulenze è interessante sotto molti punti di vista. Uno degli aspetti che ho sempre preferito è l’opportunità di conoscere realtà diverse, esigenze diverse e nuove sfide. Se c’è una cosa che ho imparato in quasi vent’anni di consulenza strategica, digitale soprattutto, è che questo settore ha un difetto strutturale. Manca, da parte dei committenti, la percezione della consistenza del nostro lavoro.

Alzi la mano chi, da consulente digitale, non ha avuto spessissimo l’impressione che il suo lavoro venisse considerato, nella migliore delle ipotesi, un male necessario. Oppure direttamente qualcosa di inutile ma che deve essere fatto “perché lo fanno tutti”. Naturalmente qui parliamo delle aziende esterne al settore digitale e informatico quelle cioè in cui la consulenza digitale, al contrario, dovrebbe essere preziosa.

Consulenza strategica digitale? Sì, ma non dimentichiamoci le basi

Invece, troppo spesso, un consulente digitale si trova seduto a un tavolo in cui le prime parole che si sentono pronunciare sono “Abbiamo già provato, ma non ha funzionato“. Potrei, e potremmo, disquisire delle ragioni di questo fenomeno per giorni, ma non troveremmo una soluzione. Nei miei anni di esperienza, tuttavia, mi sono accorto che alcune ragioni sono in comune quasi a tutti. Ho cercato di sintetizzarle in modo più pragmatico possibile.

Questione di pratica

Spesso non viene spiegata la differenza fra una consulenza strategica e l’implementazione operativa della stessa. E per qualche curioso motivo tutto italiano, sembra che parlare del “chi fa cosa” sia una sorta di tabù. Quindi, il consulente digitale si siede al tavolo convinto che il suo lavoro finisca quando avrà delineato una strategia per il cliente. Il cliente dal canto suo non è interessato alla strategia, ma cerca qualcuno che si occupi degli aspetti pratici. E questo crea i primi fraintendimenti.

Troppe cose per scontate

Spesso i consulenti, in particolare quelli che provengono da un certo tipo di formazione o da alcune scuole di pensiero, puntano molto in alto. Si parla di CRM, di inbound marketing, di multicanalità, e tutto sembra bellissimo. Salvo poi scoprire troppo tardi che il cliente non ha gli account di posta elettronica configurati correttamente, oppure che il target del cliente fa uso marginale di strumenti tecnologici.

Insomma, si da per scontato un livello di partenza che spesso non corrisponde alla realtà.

La prima regola della consulenza strategica digitale è conoscere

Conoscere il cliente, conoscere alla perfezione l’ecosistema in cui si muove e la realtà aziendale. In un mondo perfetto, fare consulenza senza aver passato almeno qualche giorno nelle sedi del cliente dovrebbe essere vietato per legge.

Troppi infatti (ma questo è un problema condiviso con praticamente ogni settore ormai) offrono soluzioni preconfezionate, spesso basate su un’idea astratta della realtà che qualunque titolare d’azienda sa essere falsa. Peraltro, senza occuparsi o preoccuparsi dei reali problemi.

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Strumenti di amministrazione remota del server. Ovvero: cara Microsoft, perché ci odi?

Perché odi i sistemisti come categoria, intendo. La gestione degli Strumenti di amministrazione remota del server cambia con regole kafkiane.

Come sapete, scrivo poco e quasi sempre di altri argomenti, ma questa disavventura con gli Strumenti di amministrazione remota del server merita di essere raccontata. Non tanto per la “scoperta” in sé, quanto perché spiega alla perfezione un certo tipo di approccio. Del quale Microsoft sta cercando di liberarsi, ma che affligge ancora molte aziende. Parlo della furia iconoclasta, ovvero l’assoluta incapacità di conservare una procedura o una pratica in modo da agevolare gli addetti ai lavori.

Gli Strumenti di amministrazione remota del server sono una comodità

Questo è innegabile per chiunque amministri uno o più server in ambiente Active Directory: si installano su una macchina locale annessa al dominio e lo si controlla senza bisogno di accedere ogni volta al server in remoto. Da sempre, o per lo meno da Windows 7, devono essere scaricati a parte e funzionano solo con le versioni “pro” del sistema operativo. Fino a qui nulla di strano. A questa pagina si trovano i pacchetti e le istruzioni.

Qui si parte con le nevrosi

Confrontiamo la sezione Download con quella degli Strumenti di amministrazione remota del server per Windows 10

The Hell? Windows 7 ha due download: 32 e 64 bit. Facile e pulito. Windows 10 ha SEI PACCHETTI. Tre a 32 e tre a 64 bit. Che dipendono dal numero di versione di Windows 10, cioè dall’aggiornamento installato. Che va controllato nelle informazioni di sistema. Grazie Microsoft per avere introdotto un’altra possibile sorgente di errore. Ma a questo si può sopravvivere.

Ma, cara Microsoft perché cambi una procedura consolidata?

Facciamo un passo indietro. Sempre sulla pagina ufficiale del download degli Strumenti di amministrazione remota del server di Windows 7, possiamo trovare la procedura, tutto sommato semplice.

Per farla breve, consta di tre semplici passaggi:

  • Installare il pacchetto scaricato
  • aprire il Pannello di Controllo, scegliere Programmi e funzionalità -> attiva o disattiva componenti di Windows.
  • Scorrere fino a Strumenti di amministrazione remota del server e attivare quello che ci serve

Ora, Windows 7 ha nove anni. E, a memoria d’uomo, la procedura è sempre stata questa.

Fast forward a giugno 2018

Capita di dover installare gli Strumenti di amministrazione remota del server su Windows 10. Ci si confronta fra colleghi. Circolano le solite informazioni: “Scarica, installa, apri il pannello di controllo, attiva quello che ti serve, bella li”.

Il primo tentativo va a vuoto, non trovo gli strumenti fra i componenti di Windows. Controllo di avere scelto il pacchetto giusto. Provo a scaricarlo nuovamente.

Secondo tentativo. Come il primo. Va bene, il computer ha qualche grana. Provo su un altro. Stesso risultato.

Ne provo tre. Niente di niente. Sentendomi come Zoolander davanti al computer, scrivo una mail ai colleghi più esperti.

La risposta è la perifrasi educata di quello che abbiamo detto sopra “Scarica, installa, apri il pannello di controllo, attiva quello che ti serve, bella li“. Niente di niente.

Poi, per puro caso, uso Cortana per cercare informazioni. E mi si palesano gli Strumenti di Amministrazione Remota come gruppo di App installate. Eppure non le ho attivate. Incredulo, controllo e mando uno screenshot ai colleghi:

strumenti di amministrazione del server su WIndows 10

strumenti di amministrazione del server su WIndows 10

Bug? Malfunzionamento? Nemmeno per sogno. Microsoft, dopo quasi dieci anni, cambia la procedura. E ovviamente si premura di documentarlo. Dove?

Qui:

Le informazioni sulla nuova modalità di installazione sono a metà pagina. In un paragrafo che bisogna aprire cliccando.

Le informazioni sulla nuova modalità di installazione sono a metà pagina. In un paragrafo che bisogna aprire cliccando.

Ho conservato lo screenshot dell’intera pagina per dare un’idea delle proporzioni. Esatto. A metà di un paragrafo che deve essere aperto per potersi leggere. Quante sono le possibilità che un professionista che ha fatto la stessa cosa nello stesso modo per svariati anni ci vada a leggere prima di farla per l’ennesima volta?

Ora, colpa nostra di sicuro. A ogni piede sospinto meniamo il torrone ai nostri utenti con il fatto che le cose vanno fatte con attenzione e le istruzioni vanno sempre lette.
Ma magari quel terzo abbondante di primo scroll che Microsoft ha prontamente pensato di usare per cercare di vendermi un Surface poteva essere usato diversamente. Che ne so, magari con un annuncio: “Brava gente, guardate che in Windows 10 la procedura è cambiata: controllate le istruzioni. Nel frattempo, vi interessa un Surface? Oggi vengono via a poco“.

Purtroppo, al di là dello scherzo, questo è un dramma estremamente diffuso nel mondo IT: la gestione delle informazioni è sempre complessa, frammentaria. Provate a cercare i driver di un computer di marca di più di cinque anni fa, per esempio. Oppure la iso di un disco di ripristino.

In questo caso poi, il fatto che prima dell’informazione venga il tentativo di vendermi qualcosa rende le cose ancora più fastidiose. Perché, cara Microsoft, se sto cercando di scaricare un tool come questo, sono già tuo cliente e mi hai venduto, direttamente o indirettamente, almeno due sistemi operativi. Per non parlare di tutti quelli che “dipendono” dal mio lavoro.
Farmi lavorare meglio significa guadagnare di più nel medio e lungo termine. Sei proprio sicura che fare cassa subito cercando di stantuffarmi un Surface invece di darmi le informazioni che mi servono sia una buona idea?

Quanto costa la certificazione ECDL

Quanto costa la certificazione ECDL?

Quanto costa la certificazione ECDL in Italia, fra prezzi “ufficiali” (che non esistono) e consuetudini per chi offre certificazioni e corsi.

Rispondendo a una domanda arrivata su questo sito (ma senza mail per una risposta!) ho preso qualche informazione. Cercherò di raccontare quanto costa la certificazione ECDL in Italia, in base alle informazioni disponibili e naturalmente alla mia esperienza diretta.

Quanto costa la certificazione ECDL secondo il listino ufficiale?

Qui la risposta è facile: non esiste un listino ufficiale con i costi degli esami ECDL e della certificazione. L’istituto che gestisce la patente europea del computer non ha fini commerciali e per questo motivo non eroga direttamente corsi, non pubblica direttamente libri e così via.

In realtà, il prezzo della certificazione ECDL dipende dal test center e dal tipo di approccio che vogliamo dare. Infatti possiamo decidere di sostenere i soli esami, oppure di seguire un corso.

Quanto costa certificarsi ECDL se vogliamo sostenere solo gli esami?

Qui possiamo farci aiutare dal sito ufficiale italiano, che nella sezione Domande Generiche ha una risposta a questa domanda. Il prezzo medio da loro rilevato è di 90 euro per la skill card, cioè il “libretto” sul quale verranno registrati gli esami, e di 30 euro per esame. Per i 7 esami dell’ECDL Full Standard questo ci porta a un totale di 300 euro.

Tuttavia, basta farsi un rapido giro online per renderci conto che si tratta di un’indicazione di massima. Fra costi competitivi e convenzioni si arriva serenamente a 75 euro per la skill card 25 per ciascun esame. 250 euro in tutto.

Tuttavia non è ancora il momento di tirare fuori il portafoglio. Infatti il mio consiglio è quello di informarsi prima sui corsi disponibili. Molti di questi infatti offrono skill card e esami compresi nel prezzo. Il che ci porta al secondo punto.

Quanto costano i corsi ECDL?

Dire che si trova di tutto sarebbe riduttivo. Chi è ancora in età da scuola superiore o università può iniziare informandosi presso il proprio istituto, che spesso offe corsi gratuiti o a prezzi convenzionati. Naturalmente esistono anche corsi privati, ma il mio consiglio è sempre quello di contattare gli enti formativi della propria zona.

Sfortunatamente infatti in Italia è poco nota, ma esiste una direttiva europea chiamata Formazione Continua individuale (FCI) che mette a disposizione per qualsiasi lavoratore un “voucher” per seguire corsi di aggiornamento, non solo strettamente professionale, piuttosto consistente. Si parla di qualche migliaio di euro. Il bello è che basta chiederlo attraverso un ente formativo.

Molti enti, proprio per questo, offrono corsi ECDL a costi che, con la convenzione, diventano estremamente competitivi. E spesso includono nel “pacchetto” anche le skill card per sostenere gli esami. A conti fatti, potremmo tranquillamente arrivare a pagare il corso meno dei soli esami se li comprassimo per conto nostro.

Quindi il mio consiglio è questo: prima di cercare un test center, cerchiamo un corso convenzionato. Potremmo ottenere la certificazione ECDL risparmiando un bel po’.

strumenti SEO gratuiti provati per l'Italia

Strumenti SEO gratuiti provati per l’Italia

Qualche tempo fa Ahrefs ha rilasciato una lista di strumenti SEO gratuiti. Mi sto cimentando a collaudarli per la lingua italiana.

Gli strumenti SEO gratuiti più famosi

Alcuni strumenti SEO sono così famosi che, tutti gli esperti SEO li considerano praticamente di pubblico dominio. Iniziamo proprio con questi, dal momento che non si sa mai abbastanza. Almeno un paio mi erano ingnoti. Vediamoli.

Answer the Public (answerthepublic.com)  – Si appoggia al sistema di completamento automatico di Google per restituire le domande effettuate dal pubblico. L’idea è buona, e in inglese funziona molto bene. In italiano se la cava, ma serve un grosso lavoro di affinazione. In particolare sulle parole chiave meno frequenti.
Per esempio, per “pizza” in italiano mi ha restituito come domande rilevanti “sono pazza di te” e “siamo pizza Miami springs“. Qualche risultato interessante c’è, ma dobbiamo necessariamente rivederli.

UberSuggest (ubersuggest.io) – Basta inserire una parola chiave, o una combinazione, e restituisce numerose keyword articolate basate su quella stessa parola chiave. I risultati possono essere esportati in un file CSV, senza registrazione. La Word Cloud è carina per vedere i pesi relativi delle combinazioni. Permette di scegliere sia la library di Google in italiano sia la lingua italiana, quindi funziona piuttosto bene.

Associati a questo l’articolo originale suggerisce keywordtool.io (che da l’impressione di basarsi sullo stesso database, e il Google Keyword Suggest Tool di SEOChat.com. Il primo funziona molto bene e ha anche una tab che suggerisce combinazioni di keyword informative (le buone vecchie “domande”) e permette di utilizzare la localizzazione italiana. Lo strumento di SEOChat.com non ha una funzione per usare il database italiano, quindi per noi non è particolarmente utile.

Soovle (soovle.com) – Analizza Google, Bing, Yahoo, Wikipedia, Amazon, YouTube, e Answers.com per creare combinazioni di parole chiave, informative e non. Si basa sulle funzioni di completamento automatico e sarebbe interessante, purtroppo non ha alcun supporto per l’italiano. Però che su Answers.com la questione “is white pizza pizza” sembra essere particolarmente dibattuta.

Hemingway Editor (hemingwayapp.com)- L’idea è interessante: lo strumento analizza il testo e fornisce suggerimenti sulla leggibilità, indicando frasi troppo lunghe parole deboli, avverbi e così via. Ma funziona solo per l’inglese, quindi se inseriamo un testo in italiano potremo sfruttare solo il misuratore della lunghezza delle frasi, che è comunque calibrato sui canoni linguistici inglesi.

Tuttavia, il vostro amichevole Kappa di quartiere ha fatto un paio di ricerche e ha scovato per voi due degnissimi sostituti per la lingua italiana: Il calcolo dell’indice di leggibilità di Linkomm, che restituisce una valutazione della leggibilità nelle principali scale (Flesch / Vacca, Flesch Kincaid e l’italianissimo Gulpease) e l’analizzatore di leggibilità di translated.net, che ha il grande vantaggio di evidenziare le parole “critiche” del nostro testo. Nessuno dei due offre suggerimenti in linea come fa Hemingway, ma sono comunque ottimi strumenti SEO gratuiti.

Strumenti SEO gratuiti - misuratore di leggibilità

La leggibilità della prima parte di questo testo misurata da Linkomm.

Strumenti per sviluppatori di Chrome – Lo strumento di debug interno a Chrome è perfetto per testare la velocità di risposta del sito, migliorare i tempi di rendering, gestire le chiamate e così via. Per chi si occupa di SEO tecnico è un toccasana, ed è fra gli strumenti nativi dei browser più completi.

Beam Us Up (beamusup.com/seo-analytics-cro-tools/) — Un software per fare SEO crawling, cioè analisi sul nostro sito in modo massivo su tutte le pagine o comunque su un numero consistente di pagine contemporanee. Buona alternativa gratuita a Screaming Frog o Website auditor. Come tutti gli strumenti preminentemente tecnici non ha scogli linguistici, quindi funziona perfettamente con la lingua italiana. E’ disponibile per Windows, Mac e Linux (è basato su Java.)

Google Keyword Planner / Trends / Webmaster Tools / Analytics / Sheets   Beh brava gente, la versione originale è molto più didascalica, ma io ve la dico così: se non conoscete a menadito questi strumenti di Google (e la nuova Search console, che finalmente è uscita dai primi anni 2000), recuperate al più presto. Sono le basi!

Strumenti per Webmaster di Bing (bing.com/toolbox/webmaster) – Il nome dice tutto: gli strumenti ufficiali di Bing, completamente analoghi (ma con un’interfaccia un po’ più chiara, a dire il vero) alla più celebre Search Console di Google. Ok, Bing in Italia ha meno del 4% del mercato (secondo Statcounter), ma al mondo le cose stanno un po’ diversamente, e sentire un’altra campana non fa mai male.

Yandex Metrica – Analytics gratuiti. Considerati (a torto!) un’alternativa per chi non vuole usare Google Analytics, hanno invece una serie di funzioni decisamente più interessanti e approfondite. Una su tutte, le heatmap che andavano di moda qualche anno fa ma che sono sempre utilissime. Il giorno, mai troppo vicino, in cui usciremo dai monopoli di fatto che infestano il nostro ambiente, questo prodotto avrà molto da dire. Anche in questo caso è uno strumento prettamente tecnico, e la lingua non è influente.

30 ottimi strumenti SEO gratuiti meno conosciuti

Il primo esempio dell’autore, parla della combinazione di due strumenti, ovvero l’estensione gInfinity, che permette di scorrere all’infinito i risultati di ricerca, e del bookmarlet di Chris Ainsworth, che permette di estrarre collegamenti e titoli (anchor) da una SERP. Usandoli insieme, possiamo collezionare decine di risultati in secondi, pronti per essere inseriti in un foglio di calcolo.

Ecco altri strumenti SEO gratuiti (disordinati come nell’orginale)

Mergewords (mergewords.com) è uno strumento interessante per chi ha diverse liste di keyword e le vuole combinare fra di loro. Se invece siete dei veri nerd, potete fare la stessa cosa programmando un foglio di calcolo per fare un prodotto cartesiano.
L’articolo originale parla anche di Keyword Mixer, che però nel frattempo è sparito.
Si tratta comunque di semplici strumenti combinatori, per cui funzionano senza problemi anche in italiano, anche se noi abbiamo qualche problema in più con le preposizioni

Keyword Shitter (keywordshitter.com) –  Questo è interessante: inserite una keyword, fate clic su start job e lui ne genera decine di long tail, probabilmente usando un suo database di ricerche inverse.
Sfortunatamente non ci sono opzioni per scegliere il motore o la lingua, per cui se volete usarlo per la lingua italiana va bene fino a quando si parte da parole italiane (per esempio scrivere). Se usate una parola internazionale (per esempio SEO), i risultati saranno principalmente in inglese.

LSIgraph.com – Strumento interessantissimo per identificare le keyword di indicizzazione semantica latente (Latent Semantic Indexing, LSI, dai cui prende il nome). Per intendersi, quelle che in modo meno accademico vengono chiamate intenzioni di ricerca. Sfortunatamente non funziona in alcun modo con la lingua italiana, al massimo per keyword moto comuni restituisce qualche risultato in inglese; inoltre ha un limite di 3 ricerche giornaliere.

TextOptimizer (textoptimizer.com) – fa qualcosa di simile a LSIgraph, ha anche qualche risultato per l’italiano (ma non aspettiamoci cose eccezionali), ma ha diverse restrizioni in più (bisogna registrarsi quasi subito).

Strumento di ricerca keyword di SERPs.com (https://serps.com/tools/keyword-research/)  –  Uno dei pochi strumenti gratuiti a restituire anche i volumi di ricerca, ma i risultati per la lingua italiana sono appena discreti.

Anche SEOBook ha uno strumento simile, ma i risultati per l’italiano non sono eccezionali e la registrazione è faticosa

Strumenti SEO gratuiti: una nota

Lo giuro, sono partito con le migliori intenzioni. Ma alla fine questo blog è soprattutto un posto dove fare esercizi e appuntare le informazioni più interessanti e divertirsi. Purtroppo negli ultimi mesi il tempo è stato tiranno. Per cui ho deciso, invece di lasciar frollare l’articolo in cantina e pubblicarlo l’anno prossimo, di iniziare a proporlo fino al servizio che ho testato, sperando che sia utile e apprezzato in ogni caso. I più curiosi possono vedere la lista completa degli strumenti (non testati per l’italiano, però) nell’articolo originale.

Lezioni di SEO - un esempio di cosa racconto a scuola

Lezioni di SEO – Snippet lunghi, Facebook e pragmatismo

Lezione di SEO all’interno del corso di Tecnico Grafico per il Multimedia e il Web Design presso EnAIP Biella del 18 gennaio 2018

Come ho già raccontato varie volte, spesso le lezioni di SEO devono abbracciare diversi argomenti. Del resto la professione di esperto SEO è multidisciplinare per sua stessa natura: oggi si scrive di computer quantistici, domani di articoli per ferramenta, dopodomani di cibi esotici: in fondo è il suo bello, non ci si annoia mai.

In questa lezione, oltre ad esserci cimentati con la stesura dei primi testi, abbiamo visto un paio di argomenti di attualità: un concetto fondamentale che ogni buon insegnante, SEO soprattutto, dovrebbe sempre far passare è che il nostro mondo è in continua evoluzione, spesso con ritmi nevrotici. Ecco perché abbiamo parlato sia dei nuovi cambi nell’algoritmo di Facebook, sia dei nuovi Snippet più lunghi all’interno delle SERP di Google.

Lezioni di SEO, ha senso parlare di Facebook?

In realtà fa parte di quelli che io chiamo “argomenti tangenti”: è vero che SEO e Facebook hanno pochi punti di contatto, o comunque la connessione non è così immediata, ma non è difficile prevedere come un crollo della reach organica sul social media possa persuadere alcune aziende a tentare nuove strade, fra cui potrebbe esserci quella di avviare un lavoro di revisone SEO del proprio sito. E poi, cari allievi che leggete, non mi stancherò mai di ripetere che questo è un mondo in cui bisogna sapere sempre tutto quello che accade!

Lezione di gennaio 2018, SEO convenzionale, non e un po’ di discorsi di massimi sistemi

Ecco il testo che ho riportato su Google Classroom, qui riportato con qualche aggiustamento estetico (Google Classroom non supporta le formattazioni dei documenti).


Lezione SEO del 18/01/2018 – Come cambia il mondo, spesso molto rapidamente.

Un brevissimo riepilogo degli argomenti legati all’ecosistema della comunicazione digitale ma non strettamente all’ambito SEO.
Prima di tutto, Mark Zuckerberg ha annunciato un cambiamento nell’algoritmo di Facebook, che darà sempre maggiore visibilità ai post delle persone, in particolare i nostri amici e parenti, e sempre meno alle “pagine”, in particolare quelle aziendali.
Visto che il tentativo è quello di rendere Facebook un luogo più “piacevole“: tra le righe molti esperti leggono un tentativo di mettere un limite allo spam, alle fake news e in generale ai contenuti irrilevanti. Ecco spiegato anche un giro di vite annunciato sui contenuti pensati per fare clickbait, come “tagga i tuoi amici” o “condividi se…”.
Il dato oggettivo è che le aziende che desiderano conservare lo stesso livello di visibilità su Facebook dovranno, presumibilmente, aumentare i budget per la promozione.

Snippet più lunghi. Cambia tutto o non cambia nulla?

Altra novità, meno “epocale” ma sicuramente più rilevante con le attività SEO, riguarda un cambiamento nei risultati di ricerca (Le SERP, come vengono definite in gergo): Google infatti ha iniziato a restituire sempre più risultati con snippet più lunghi: la descrizione al di sotto dell’indirizzo insomma, non sarà più limitata ai circa 160 caratteri canonici che abbiamo utilizzato finora, ma potrebbe arrivare anche a 320, e contenere informazioni aggiuntive come link a sezioni interne.
In realtà non è un reale cambiamento, questo tipo di snippet esiste almeno dal 2009, ma diverse ricerche indipendenti confermano come ora siano più presenti rispetto al passato.

Dobbiamo cambiare il modo di pensare alle meta description?

Tipicamente, le buone pratiche SEO spiegano come lo sippet corrisponda al campo

<meta name=”description”

che inseriamo in ciascuna pagina. Il che è vero, ma spesso i risultati di ricerca con snippet lunghi fanno eccezione: in questo caso infatti Google predilige scandagliare la nostra pagina alla ricerca di informazioni che, in base all’algoritmo, possono essere più utili all’utente, in base alla ricerca che ha fatto.
Quindi, non solo lo snippet spesso non corrisponderà più alla meta description, ma potrebbe (e per la verità accade piuttosto spesso), cambiare per la stessa pagina in funzione delle keyword per cui è presente in SERP.

Il consiglio pratico è quello di seguire il suggerimento di Moz: verificare se nelle SERP in cui il nostro sito è posizionato sono presenti long snippet e in quel caso provare a modificare la meta description rispondendo alla nuova specifica; ma sapendo che probabilmente Google continuerà a estrarre il testo che ritiene più rilevante dal corpo della pagina.


Lezione di SEO sugli snippet, un’integrazione

Purtroppo il sistema di Google Classroom non permette di inserire immagini in pagina (andrebbero allegate, il che ne mina la leggibilità), quindi riporto qui una brevissima ricerca appena effettuata proprio in merito agli snippet lunghi. Ecco come si presentano le due pagine di questo sito meglio indicizzate, in base alla keyword per la quale vengono raggiunte.

Pagina 1, dispense ECDL gratis

Meta description dichiarata:
<meta name=”description” content=”Un articolo-segnalibro per trovare rapidamente le dispense ECDL gratuite per i corsi ECDL Full Standard e Base, aggiornato periodicamente.”/>

Risultati nella ricerca:

“moduli ECDL pdf”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“ECDL libro download”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“Dispense moduli ECDL”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

Pagina 2, Seo a Biella

Meta description dichiarata:
<meta name=”description” content=”Fare SEO a Biella, o in generale nella provincia italiana, e lavorare bene. Ecco un po’; della mia esperienza, come consulente e come insegnante SEO.”/>

Risultati nella ricerca:

“Posizionamento SEO Biella”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“Lezioni di SEO a Biella”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“SEO a Biella”

Come possiamo vedere, di sei SERP analizzate, solo una utilizza la meta description ed è anche l’unica con snippet “breve”. Se proviamo a pensare all’intenzione di ricerca è anche piuttosto comprensibile: si tratta di quella con l’intento più “generico”, quindi la meta description, presumibilmente, risponde alle esigenze dell’utente.

Come accennato, questo materiale è stato utilizzato all’interno di una lezione nel corso di Tecnico Grafico per il Multimedia e il Web Design presso EnAIP Piemonte, CSF di Biella. Riporto anche la stessa bibliografia:

Dichiarazione ufficiale di Mark Zuckerberg sul cambio negli algoritmi di Facebook;

Il mio articolo sul sito dell’agenzia di comunicazione Hydrogen sull’argomento