Secondo il Mit solo il 5% dei progetti aziendali basati su GenAI produce valore

Secondo una ricerca riportata da Il Sole 24 ORE, il 95% dei progetti basati su Intelligenza artificiale generativa (GenAI) non crea valore nelle aziende.

Internet è un posto meraviglioso: la quintessenza dell’intramontabile citazione di Ronald Coase: “Se torturi i dati abbastanza, la natura confesserà sempre“. Un modo elegante per dire che ricerche e statistiche possono dire tutto e il contrario di tutto. Il parallelo con la Rete delle Reti è tutto qui: basta cercare abbastanza e troveremo dati, anche autorevoli, a supporto di qualsiasi tesi, come molti colleghi sanno bene.

Per ora rimaniamo sul fatto riportato (che non è più freschissimo, lo so, ma le mie riflessioni sono ondivaghe come il tempo che posso dedicare al blog): il 95% dei progetti basati su Intelligenza Artificiale generativa non produce valore. Che, alle orecchie di chi è su Internet da troppo tempo, suona come quella vecchia statistica di McKinsey secondo cui il 70% dei progetti di trasformazione fallisce (fun fact: la statistica è così famosa che la stessa azienda la cita in una sorta di “sequel”, quindici anni dopo): numeri che senza dubbio fanno sensazione e stanno benissimo nelle slide, ma che spesso nascondono verità più complesse.

The state of AI in Business 2025

Prima di partire con le mie osservazioni, risolvo subito un italico vizio che purtroppo affligge anche le realtà più autorevoli: la mancanza del link alla fonte. In questo caso la ricerca è stata prodotta da NANDA, un settore del MIT dedicato alla ricerca sugli Agenti AI. Questo è importante per capire il contesto: l’agentic AI infatti ha nella sua proposta di valore proprio quella di superare i limiti dell’IA generativa. Non ci stupisce il fatto che cerchino di dare grande risonanza a un report che li evidenzia. In ogni caso, l’accesso diretto ai paper richiede un’iscrizione, ma una copia è pubblicamente disponibile attraverso questa URL. Così, chi vuole ha un accesso diretto alla fonte per approfondire. Quello su cui però mi volevo concentrare sono gli highlight emersi, che fortunatamente non sono né parziali né imprecisi. Perché già così c’è molto su cui ragionare.

La differenza fra implementazione e adozione

Questo è uno degli aspetti più interessanti: sempre secondo i dati la differenza è tutta nella differenza fra adozione individuale e adozione da parte delle imprese. Per farla semplice (la trattazione rigorosa è nell’articolo), strumenti come ChatGPT e Copilot hanno superato l’80% di adozione, ma servono soprattutto per migliorare la produttività personale. I sistemi aziendali, invece, arrivano in produzione solo nel 5% dei casi.
Il che, dal mio punto di vista, aprirebbe già ad abbastanza ragionamenti per trascorrere un pomeriggio: in poche parole i dati aziendali esfiltrano verso sistemi di terze parti giornalmente, con buona pace della governance. Insomma, cambiano gli strumenti ma i fogli Excel condivisi con le password aziendali restano. E oggi vanno a nutrire gli LLM. Ma, dal mio punto di vista, c’è un ulteriore passaggio logico.

[considerazione] L’AI è un fenomeno terribilmente tautologico

Negli ambienti digitali se ne parla da molto, ma più passa il tempo più il sospetto che l’IA sia l’ennesima bolla si fa strada. Del resto, lo ha ammesso anche Sam Altman stesso qualche tempo fa. Nella mia limitatissima esperienza, ho l’impressione che l’Intelligenza Artificiale stia impattando soprattutto il mondo digitale stesso in una sorta di circolino simile a quello della moda in cui tutto il tumulto si ferma appena di fuori del perimetro. Sì, sempre secondo i dati riduce le spese per i servizi esterni, ma per il resto punto o poco accade. C’è una fotografia, ormai diventata un meme, che lo spiega benissimo.

Ovviamente è una iper semplificazione. Ma spiega alla perfezione un determinato tipo di sentimento. Certo, oggi è tutto data driven, i dati sono il petrolio del terzo millennio e lallallero. Ma l’adozione pervasiva dell’IA al di fuori di quanto è già fortemente digitalizzato non sembra esattamente dietro l’angolo, ecco. Almeno, non nella sua incarnazione generativa. Con l’eccezione, forse, delle applicazioni giocattolo, quelle di cui tutti pensiamo di avere bisogno una volta che ce le propongono: ricerche, assistenti allo shopping, assistenti vocali e cose così. Dove, per la verità, si tratta principalmente di update e non di upgrade.

Shadow AI Economy

Un fenomeno che emerge dall’articolo e dalla ricerca riguarda soprattutto il GenAI Divide, come lo definiscono gli stessi autori. Ancora una volta la tecnologia non democratizza l’innovazione, ma la rende un fattore divisivo. Insomma, c’è chi innova e adotta alla velocità della luce e chi, per ragioni anche strategiche e di opportunità, rimane fermo al palo. Anche qui, nulla di nuovo: non abbiamo ancora colmato il Digital Divide, nemmeno per quanto riguarda le aziende, ed ecco che compare un nuovo campo su cui giocare. (A pensare male, sembrerebbe fatto apposta per arginare fenomeni come la cloud resignation e il ritorno a soluzioni Open e on prem, ma sicuramente è colpa mia che invecchiando divento rompiscatole e propenso al complotto).

Ma cosa succede dove le aziende si muovono con ponderazione (o lentezza) e gli utenti invece scalpitano? Ecco a voi la Shadow AI! Prepariamoci a sentirne parlare. Esattamente come la Shadow IT e il BYOD non autorizzato: le persone non particolarmente propense a seguire le linee guida aziendali si arrangiano con soluzioni spesso raffazzonate, a volte efficaci, ma sempre non governate. Uno dei principali grattacapi di chi si occupa di gestire il cambiamento torna in una nuova forma: chi vuole correre correrà, con il permesso o meno dell’azienda.

[considerazione 2] Il mondo user guida il mercato e non è un bene

Il problema di fondo è che i big player sono impegnati in una corsa forsennata per raggiungere il primo milione di utenti nel minor tempo possibile (si, è una gara vera e propria. Non commento perché divagherei ancora di più). In questa bulimia di metriche, nessuno sembra preoccuparsi di cosa accade dopo, quando quei servizi devono scalare davvero all’interno di aziende, enti e strutture di una certa complessità in cui non sin può solo sventolare la carta di credito e sperare per il meglio.

Qui iniziano i danni. Prendiamo Pino, middle manager della Tragedia Srl.: Pino ha il suo account “plus” personale, lo paga di tasca sua e ci fa di tutto. Quando poi si scontra con l’alternativa aziendale — che per motivi di budget, sicurezza o pura burocrazia ha limiti diversi e castrati — Pino non ci sta. E così, piuttosto che usare uno strumento meno performante, sceglie la via della Shadow IT, che in questo caso mi dicono chiamarsi Shadow AI: usa il suo account privato per gestire dati aziendali, creando un buco nero nella governance e mandando allegramente a ramengo anni di formazione sulla cybersecurity, sulla cultura del dato e, banalmente, ignorando qualsiasi tipo di buonsenso.

[Considerazione 3] Geniali dilettanti in selvaggia parata

A peggiorare la situazione c’è il fiorire di figure professionali improvvisate. Moltissimi sedicenti esperti di IA oggi semplicemente non possono esserlo: i prodotti e i servizi sono ancora troppo acerbi per consentire una reale padronanza metodologica. Sarò troppo tranchant, ma dal mio punto di vista è impossibile, o quantomeno discutibile, avere certezze assolute in un mondo in cui anche i big player fanno passi falsi e ritirano prodotti e servizi con la stessa velocità con cui li creano (qualcuno ha detto “Sora”?).

Siamo davanti ai “last minute expert”: persone che fino a sei mesi fa si occupavano di tutt’altro (sarà l’età, ma sento nelle orecchie echi che ricordano vagamente parole come blockchain e metaverso) e che oggi, magari anche alla luce di qualche buon risultato di laboratorio, in sandbox o su piccola scala, spiegano alle aziende come rivoluzionare i processi. Ma saper scrivere un prompt non significa saper gestire un’infrastruttura, così come aver messo su una istanza di N8N non mi rende esperto di automazione o avere provato OpenClaw mi rende competente nell’IA agentica. Confondere l’entusiasmo per una funzione “giocattolo” con la competenza strutturale che serve nelle aziende è il modo più veloce per finire in quel 95% di progetti che non produce un centesimo di valore.

Sopravvivenza e pragmatismo

Il segreto della sopravvivenza digitale in realtà è semplice: tornare alle basi. Sostituire alla schiavitù da trend una adozione ragionata, che non è un “no” a prescindere, ma nemmeno abbracciare ogni novità in modo acritico. Se un software complica la vita invece di semplificarla, non è colpa dell’utente: è lo strumento a essere sbagliato, o chi lo ha implementato a non aver capito il problema. Smettiamola di comprare sogni e suggestioni, anche se incredibilmente affascinanti, e ricominciamo a investire in soluzioni funzionali e oggettivamente efficaci, meglio se supportate da casi studio reali. O, in alternativa, facciamo in modo che ci sia chiaro che stiamo facendo ricerca e sperimentazione. Perché, alla fine, il valore non lo crea l’algoritmo, lo crea chi sa ancora distinguere la realtà dalla narrazione.

cover ai etica roast

Quando l’innovazione perde di vista la realtà è ancora utile?

La domanda nasce da uno dei tanti servizi fra il serio e il faceto che “valutano” il nostro pericolo di essere sostituiti dall’intelligenza artificiale

    Qualche giorno fa ho inserito il mio profilo LinkedIn su Perfectly Roast. Per chi non lo sapesse, è un servizio (l’ennesimo, a dire il vero) basato su IA che analizza la tua storia professionale e ti “insulta” spiegandoti quanto sei vulnerabile nell’era dell’automazione.

    È divertente. È schietto. È molto Silicon Valley nell’accezione più neutra possibile del termine e ti massacra: del resto Roast è un modo di fare commedia basato su questo. Ed è innegabile che dietro all’umorismo ci sia molta verità.

    Ma mentre analizzava i miei dati, e mi restituiva un risultato poco confortante, ho pensato a tutte le persone che incontro ogni giorno, nelle aziende o durante i miei corsi di formazione. Persone che magari gestiscono aziende, mandano avanti uffici o reparti e risolvono problemi reali, ma che si bloccano davanti a una è maiuscola (È) perché sulla tastiera italiana non c’è un tasto dedicato o davanti alla possibilità di aprire due schede del browser. E qui ho realizzato che il divario tra il mondo che esiste in strumenti come Perfectly Roast (e chi gli da troppo credito, a dire il vero) e il mondo reale è un abisso di consapevolezza.

    L’innovazione è diventata astratta: verità scomoda o solo un altro giovedì mattina?

    Esiste un modo di concepire l’innovazione che è totalmente scollegato dalla quotidianità. Ci riempiamo la bocca di “AI Adoption”, di “Prompt Engineering” e di “Digital Transformation”, dimenticandoci che una fetta enorme della popolazione attiva ha ancora difficoltà con operazioni che noi “addetti ai lavori” diamo per scontate.

    Saper fare una chiocciola, trovare le lettere accentate o capire la differenza tra un file salvato sul desktop e uno nel cloud sono troppo spesso temi che noi addetti, con un po’ di supponenza, liquidiamo come banalità, e come colpevole chi non le conosce. La realtà è che, come nello sport, sono i fondamentali: se sono fragili, non puoi costruirci sopra una quotidianità fatta di algoritmi e servizi avanzati. E, esattamente come nello sport, se nessuno si è mai preso il disturbo di insegnarteli, probabilmente non hai modo di conoscerli, anche se giochi tutte le settimane magari anche con buoni risultati.

    La realtà dei dati: l’alfabetizzazione digitale nel 2026

    Ho pensato che fosse una sensazione mia, magari polarizzata dal fatto che spesso e volentieri insegno in corsi di base e per principianti. Ma i dati parlano chiaro, anche se spesso si preferisce ignorarli perché l’innovazione non si vende da sola e, come dimostra la corsa all’IA, viviamo in un mondo in cui l’upselling è un comandamento.

    Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) 2025/2026, il quadro della competenza digitale in Europa presenta ancora zone d’ombra preoccupanti:

    • Competenze di base: In Italia, nonostante i progressi del PNRR, quasi il 40% della popolazione tra i 16 e i 74 anni non possiede ancora competenze digitali di base. (Fonte: European Commission – DESI Dashboard)
    • La trappola della sicurezza: I dati Istat evidenziano che, sebbene l’uso dello smartphone sia capillare, la consapevolezza sulla sicurezza è minima: meno del 35% degli utenti sa come gestire correttamente la propria identità digitale o attivare l’autenticazione a due fattori (2FA). (Fonte: Istat – Cittadini e ICT)
    • L’impatto dell’IA: Il report OECD Employment Outlook 2025 conferma che l’IA non sostituirà chi sa usarla, ma creerà un divario incolmabile per chi non ha le basi dell’alfabetizzazione digitale, aumentando il rischio di esclusione per le fasce meno formate. (Fonte: OECD – AI and the Labour Market)

    Insomma, mentre noi che in qualche modo abbiamo il privilegio di vivere l’innovazione, le fila di chi rischia di essere tagliato fuori da tutto si ingrossano ogni giorno che passa.

    Non è una colpa, è una storia di vita

    Qui voglio essere più che chiaro: non conoscere queste cose non è una colpa. Non c’è spazio per il sarcasmo o per la condanna. La vita è complicata. C’è chi ha passato gli ultimi vent’anni a far crescere i figli, a gestire crisi aziendali, a studiare medicina o a imparare come si coltiva la terra. Non tutti hanno avuto l’opportunità, il tempo o la fortuna di stare otto ore al giorno davanti a un monitor a osservare l’evoluzione delle interfacce e a fare i memini con l’IA spacciandolo per studio del prompt engeneering.

    Il tono degli esperti di digitale non dovrebbe essere quello del professore che bacchetta, o dell’allievo all’ultimo anno che irride il primino, ma quello del compagno di viaggio. Come diceva il vecchio saggio in Hagakure: “La Via risiede nella giusta respirazione”. Nel digitale, la “respirazione” è la comprensione dei concetti base, senza ansia da prestazione.

    Il valore aggiunto della formazione persona per persona

    Ecco perché credo fermamente che il lavoro di divulgazione e formazione individuale sia oggi più importante che mai. Potremmo automatizzare tutto, ma non potremo mai automatizzare il momento in cui una persona capisce finalmente come mettere in sicurezza la propria identità digitale e prova quella sensazione di potere e libertà.

    Questi sono alcuni dei motivi per cui ho scelto di insegnare: aiutare qualcuno ad appropriarsi della propria consapevolezza digitale significa, fra l’altro:

    1. Restituire tempo: Se impari le scorciatoie da tastiera (come l’uso dello Shift o del tasto Windows), smetti di lottare con il mouse e torni a casa prima, o puoi fare più lavoro con meno fatica.
    2. Ridurre l’ansia: Sapere cosa succede quando clicchi su un link sospetto ti rende un utente consapevole, non una vittima in attesa.
    3. Includere: Dare a tutti gli stessi strumenti per partecipare alla conversazione globale, che si tratti di LinkedIn o di una mail al comune.

    La mentalità digitale è un atto di pragmatismo

    Perfectly Roast e strumenti simili sono specchi interessanti, ma sono specchi deformanti. Ci mostrano un futuro accelerato, ma noi viviamo in un presente fatto di tastiere, password e procedure. (Oltre al fatto che, sinceramente, inizia a farmi molta tenerezza chi sente il bisogno di dimostrare a tutti i costi che è perennemente sulla cresta dell’onda).

    Il mio consiglio di sopravvivenza pratica? Se ti senti sopraffatto, torna alle basi. Non aver paura di chiedere come si fa la chiocciola o come faccio a capire dove ho salvato il documento. Ben lungi dall’essere un segno di debolezza, è l’inizio del tuo percorso di padronanza.

    Il digitale deve servire a noi, non il contrario. E la formazione è l’unico modo per assicurarci che il roast dell’innovazione non finisca per bruciare proprio le persone che dovrebbe aiutare.


    Qual è stata l’ultima volta che ti sei sentito “perso” davanti a un’operazione apparentemente semplice? Scrivimelo nei commenti. Non c’è giudizio, solo voglia di capire come rendere questo digitale un po’ più umano.

    Remote Working errori e soluzioni

    Come rimuovere il bloatware da Windows 10

    Molte delle applicazioni che Microsoft ci propone sono a tutti gli effetti Bloatware. Windows 10 per fortuna può essere liberato, con un minimo di impegno.

    Ammettiamolo: davanti a un’installazione fresca di Windows 10 tutti ci siamo chiesti cosa ci facciano alcuni programmi e funzionalità, come Windows Phone in un setup dedicato al gioco o, peggio strumenti come Xbox o la collezione di solitari in una macchina dedicata al lavoro. Il bloatware di Windows 10 è abbastanza numeroso, anche se per la verità non particolarmente esoso in termini di spazio. Tuttavia, se vogliamo un’installazione il più pulita possibile, o magari stiamo lavorando su un “ultraleggero” con un disco da poche decine di gigabyte, sicuramente è un buon modo per recuperare risorse.

    Sostanzialmente, possiamo operare in tre modi:

    • attraverso le impostazioni di Windows 10, che ci permettono di eliminare i programmi meno tignosi, tutto sommato senza rischi per il nostro computer;
    • Usando Powershell, il terminale avanzato di Windows 10, con tutte le attenzioni e le cautele del caso;
    • Attraverso uno strumento di terze parti, anche in questo caso facendo molta attenzione a dove mettiamo le mani.

    Come rimuovere il bloatware da Windows 10: la via più facile e rapida

    Iniziamo aprendo le impostazioni di Windows 10 con la scorciatoia Windows + I e facciamo clic su Sistema. Dalla colonna di sinistra facciamo clic su Archiviazione e , sotto alla voce disco locale, facciamo clic su app e funzionalità.

    A questo punto ci si aprirà la finestra dove potremo scandagliare tutti i programmi installati lecitamente. Trovato il programma che vogliamo eliminare facciamo clic sulla voce disinstalla per risolvere il problema.

    Tutto quello che non troviamo qui andrà eliminato sfruttando le potenzialità di PowerShell.

    Come usare PowerShell per nascondere o rimuovere il bloatware di Windows 10.

    PowerShell è un terminale di controllo presente all’interno di Windows 10 che va ad affiancarsi al più noto (ma meno potente) prompt dei comandi.
    PowerShell è più potente perché include caratteristiche che ne migliorano la versatilità tra comandi e possibilità di scripting.

    Attraverso del codice da inserire all’interno di PowerShell ci sarà possibile nascondere o rimuovere una volta per tutte i programmi preinstallati di Windows 10.

    Per prima cosa dobbiamo lanciare PowerShell con privilegi da amministratore. Per farlo premiamo il tasto start e digitiamo PowerShell; prima di fare clic sopra però cerchiamo la voce esegui come amministratore e facciamoci clic sopra.

    In alternativa possiamo richiamare un menu veloce usando la scorciatoia Windows + X o facendo clic con il tasto destro del mouse sull’icona Start in basso a sinistra. Da qui facciamo clic su Windows PowerShell (amministratore) per aprire il terminale con tutti i permessi del caso.

    Nascondere il bloatware usando PowerShell

    Adesso che abbiamo aperto PoweerShell è il momento di darci un po’ da fare alla vecchia maniera, con le istruzioni da riga di comando.

    Scriviamo (o incolliamo) dentro la finestra del programma il seguente codice per nascondere le applicazioni in questione.

    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingHealthAndFitness" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingFoodAndDrink" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.People" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingFinance" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.3DBuilder" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.WindowsCalculator" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingNews" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.XboxApp" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingSports" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.WindowsCamera" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.Getstarted" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.Office.OneNote" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.WindowsMaps" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.MicrosoftSolitaireCollection" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.MicrosoftOfficeHub" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BingWeather" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.BioEnrollment" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.WindowsStore" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.Windows.Photos" | Remove-AppxPackage
    Get-AppxPackage -name "Microsoft.WindowsPhone" | Remove-AppxPackage

    Nascondendo le applicazioni non le rimuoveremo del tutto ma andremo semplicemente a rendere impossibile la nostra interazione con loro. In queto modo non potremo aprirle nemmeno per sbaglio senza però intaccarne le funzioni che, con un po’ di lavoro, possiamo comunque andare a richiamare.

    In pratica è un buon sistema per “bloccare” l’uso delle applicazioni bloatware in Windows 10 senza rimuoverle davvero, per esempio per rendere più semplice l’uso di un PC a un neofita o rendere più pulita una postazione di lavoro.

    Usare il comando DISM per eliminare il bloatware attraverso PowerShell

    PowerShell tuttavia ci permette di fare molto di più, grazie al suo set di comandi aggiuntivi.

    Per esempio DISM o deployment imaging service and management è una istruzione molto potente che può essere utilizzata per eliminare una volta per tutte i bloatware presenti.

    Per prima cosa dobbiamo andare a conoscere l’intera lista di programmi che possono venir cancellati da DISM.
    Per farlo utilizziamo il seguente comando:

    DISM /Online /Get-ProvisionedAppxPackages | select-string Packagename

    Ora a schermo dovremmo poter vedere l’elenco completo delle applicazioni rimuovibili.
    Qui troveremo sia applicazioni bloatware che applicazioni lecite quindi, invece di cancellare tutto, ci conviene utilizzare la lista sopracitata per capire cosa eliminare e cosa no.

    Il comando per eliminare effettivamente le applicazioni è il seguente:

    DISM /Online /Remove-ProvisionedAppxPackage /PackageName:PACKAGENAME

    Al posto di PACKAGENAME andrà inserita la stringa di testo tra le virgolette che abbiamo visto nella sopracitata lista.

    Quindi, per esempio:

    DISM /Online /Remove-ProvisionedAppxPackage /PackageName:Microsoft.WindowsPhone

    Una volta completata l’operazione dovremo riavviare il dispositivo per assicurarci di aver cancellato una volta per tutte l’applicazione.

    Usare lo script Windows 10 Debloater

    Il programmatore Sycnex ha pensato di automatizzare il processo andando a creare degli script per rendere la rimozione del bloatware da Windows 10 una passeggiata… purché sappiamo dove mettere le mani

    Questo script ci permette di scegliere attraverso un’interfaccia grafica cosa lasciare e cosa cancellare, dandoci anche la possibilità di reinstallare tali programmi se abbiamo cambiato idea in futuro.

    Windows 10 Debloater (questo il nome dello script) è presente su GitHub a questo indirizzo.
    Da GitHub facciamo clic sul pulsante verde code e selezioniamo dal menu a discesa download ZIP.

    Estraiamo le cartelle Windows10Debloater e Windows10DebloaterGUI.

    Avviamo Windows10DebloaterGUi con PowerShell per avviare un piccolo programmino con una semplice interfaccia e seguiamo le istruzioni a schermo per cancellare i bloatware in maniera relativamente sicura. Se siamo un po’ arrugginiti con le istruzioni dal linea di comando è senza dubbio una valida alternativa.

    Convertire CSV in Excel

    Convertire i CSV in Excel è facilissimo

    Se cerchiamo di capire come convertire i CSV in Excel, la buona notizia è che praticamente non dobbiamo fare nulla.

    Il formato .CSV o comma separated values è uno dei formati di file più antichi. In pratica è un file di testo all’interno del quale, usando un carattere separatore, vengono archiviati dati in modo che da questi si possa ricostruire una tabella. A tutti gli effetti è un file di testo (possiamo aprirlo facilmente con blocco note, per esempio), ma per poter visualizzare correttamente i dati all’interno dobbiamo sapere come convertire i CSV in Excel, per una lettura più semplice e per lavorarli meglio.

    Il formato CSV è un formato “storico”, in cui il semplice testo sopravvive un po’ per consuetudine, come avviene per esempio con i file di log, un po’ perché effettivamente, se ci interessano solo i dati “duri e puri” è uno dei modi più efficienti per esportarli e importarli, dal punto di vista della dimensione del file generato.

    Se dobbiamo lavorare con i dati contenuti in questi file all’interno di Microsoft Excel ci dobbiamo preparare ad effettuare un qualche tipo di conversione.

    Ci sono minimo due diversi metodi per convertire i CSV in Excel. Il primo è decisamente più pratico, ma riporto anche il secondo per completezza e per tutti i casi in cui con il metodo più pratico le cose non dovessero funzionare.

    Convertire CSV in Excel con l’importazione automatica

    Il metodo più semplice è senza dubbio l’importazione automatica attraverso le caratteristiche di compatibilità di Excel.

    Per fare questo dovremo aprire il file .CSV direttamente con Excel, facendo clic su home dal menu multifunzione e facendo poi clic su apri. In alternativa, se abbiamo le associazioni di file predefinite di Office, possiamo anche fare semplicemente doppio click sul file in questione.

    In questo modo il programma cercherà di interpretare la struttura del file in questione.

    Come tutte le procedure automatiche a cui Office ci ha abituato, spesso funzionano bene ma in alcuni casi è necessario metterci mano.

    In questo secondo caso purtroppo il primo metodo non ci offre granché a livello di opzioni, per cui dovremo, per usare un vecchio adagio, chiamare la cavalleria.

    Una delle cose che mi piace di più raccontare ai miei allievi durante i corsi (quelli basati su ECDL, ma anche tutti gli altri) è proprio il fatto che esistono più soluzioni per lo stesso problema. E in generale, quelle più veloci sono meno flessibili e viceversa.

    [Nota: se vi state chiedendo perché lascio pubblicati i dati in chiaro, è semplicemente perché sto utilizzando file di esempio liberamente disponibili sul Web, per esempio questo]

    Metodo 2: usare l’importazione dati legacy di Excel

    Per usare lo strumento di importazione più strutturato dobbiamo ripristinare una vecchia funzione di Excel.

    Dalla barra multifunzione facciamo clic su File, Opzioni (l’ultima voce in fondo alla colonna di sinistra) e poi selezioniamo la voce dati.
    Qui, sotto la categoria mostra le impostazioni guidate di dati legacy, mettiamo il segno di spunta su da testo (legacy) e poi facciamo clic su ok.

    A questo punto dalla barra multifunzione facciamo clic su dati e poi su recupera dati.
    Qui facciamo clic su procedure guidate legacy e poi su da testo (legacy).
    Selezioniamo il file .CSV da importare usando esplora risorse per aprire una finestra dedicata.

    Qui dobbiamo scegliere tra delimitato o larghezza fissa in base a come sono separati i campi. Se esistono delle etichette che non vogliamo importare possiamo usare la voce inizia ad importare alla riga [X] per scegliere da dove far partire l’importazione.
    Ricordiamoci di usare la finestra di anteprima per capire come verranno poi trasposti i dati.

    A questo punto, nella seconda finestra, dalla voce delimitatori facciamo clic su virgola (o sull’altro carattere usato come delimitatore) e poi facciamo clic su avanti.

    Scegliamo infine come formattare i dati, se come testuali, numerici, date o altro; possiamo selezionare manualmente le colonne dall’anteprima.

    A questo punto avremo davanti a noi l’ultima finestra per l’importazione dei dati.
    Da qui dovremo scegliere in quale punto del foglio di calcolo si vogliono inserire i dati e avremo terminato il procedimento.

    Come è fatto un file .CSV?

    In un file .CSV tutte le voci in questione sono divise da virgole (comma separated values in italiano vuol dire proprio valori separati da una virgola). Per la verità la convenzione prevede l’uso di caratteri diversi a seconda, anche in base al sistema operativo di origine. Ma il concetto rimane invariato.
    Per questo motivo questi file sono molto popolari: appendere informazioni a un file di testo è un’operazione molto semplice dal punto di vista informatico, quindi è possibile da implementare anche, per esempio, su macchinari o strumentazione in cui la potenza di calcolo è davvero risicata-

    Testo diagonale in word cover

    Come tradurre un documento in Word

    In Office 365 possiamo tradurre un documento in Word facilmente e velocemente, senza uscire dal programma.

    Avere una traduzione accettabile di un documento oggi non è particolarmente complicato: esistono decine di servizi di traduzione, sia via Internet sia come applicazioni. Quello che forse non sappiamo è che possiamo tradurre un documento in Word, senza uscire dal programma, a condizione di avere una versione di Office 365.

    Di solito, quando vogliamo tradurre qualcosa, dobbiamo copiare il testo, trovare un servizio di traduzione o un programma, incollarlo, copiare il risultato e incollarlo nuovamente in word. Una serie di passaggi infinita, che ci fa perdere molto tempo produttivo. Ma in Word di Office 365 possiamo fare tutto dall’interno del programma, letteralmente in due passaggi. Ecco come fare.

    Come tradurre un documento in Word per intero

    Questa è la parte più facile: apriamo la scheda revisione. Qui scegliamo lingua e infine traduci.

    Tradurre un documento in Word

    Poi spostiamoci nella sezione Documento del traduttore (translator) e scegliamo la lingua di partenza e di arrivo. Word scriverà un nuovo file con la versione tradotta del documento.

    Come tradurre solo una parte di un documento

    Se invece vogliamo tradurre solo una parte di testo, selezioniamola, poi apriamo di nuovo la scheda revisione. Qui scegliamo nuovamente lingua e traduci.

    Usiamo l’opzione Traduci selezione invece di Traduci documento.

    Nella barra laterale, Word ci presenterà il testo selezionato e quello tradotto. La lingua di partenza è rilevata automaticamente ma la possiamo cambiare, così come possiamo cambiare quella di arrivo.

    La finestra di traduzione è editabile, quindi possiamo elaborare il testo direttamente qui. Oltre alle modifiche libere, il sistema ci dà una serie di suggerimenti per le alternative.

    Facendo click su Inserisci, il testo sarà inserito nel documento. Attenzione: il testo tradotto sostituirà la selezione originale.

    Come funziona la traduzione interna a Word

    Il sistema di traduzione usa Bing Microsoft Translator. Nel caso delle lingue più diffuse, come inglese e francese, il risultato è accettabile, anche se come sempre non è all’altezza di una traduzione umana professionale.
    Attenzione perché il sistema, anche dall’interno di Word, richiede che il computer sia connesso a Internet.

    Ebbene si, finalmente è successo

    Dopo circa un lustro lontano dalle riviste, sono tornato a scrivere anche sulla carta! La versione completa di questo articolo, con qualche consiglio, trucco e approfondimento in più è disponibile sul numero 202 di Il Mio Computer Idea.

    Bloccare righe excel

    Come bloccare righe e colonne in Excel

    Bloccare righe e colonne in Excel è un ottimo sistema per rendere più leggibili i fogli, conservando sempre visibili le intestazioni.

    Prima o poi le tabelle di Excel diventano illeggibili, soprattutto se contengono abbastanza righe e colonne da uscire dalla porzione visibile. Il modo più pratico per rendere una tabella di questo tipo più leggibile è senza dubbio quello di bloccare le righe o le colonne di intestazione, in modo che le altre celle continuino a scorrere ma la prima, o le prime, rimangano fisse e ci permettano di avere i riferimenti sempre sott’occhio.

    Bloccare elementi in Excel: righe, colonne o entrambi

    La funzione di blocco di righe e colonne si trova nel menu Visualizza. Apriamo lo cerghiamo la sezione blocca riquadri. La funzione più ovvia è blocca riga superiore, per bloccare la riga di intestazione.

    La seconda funzione utile è blocca prima colonna che fa la stessa cosa della riga, ma in verticale. Naturalmente possiamo anche attivarle entrambe, per i fogli che hanno legende sia in verticale sia in orizzontale.

    L’opzioni blocca riquadri permette di bloccare zone personalizzate. Tutte le righe sopra e le colonne a destra di quella selezionata verranno bloccate.

    Infine sblocca riquadri, sempre nello stesso menu, rimuove tutti i blocchi.

    Bloccare righe excel

    Bloccare righe in Excel: da funzione nascosta a pulsante

    Ricordiamoci che Moltissime funzioni di Excel compreso il blocco di righe e colonne, esistono praticamente da sempre. La vera novità è che nelle ultime versioni questa opzione, invece di essere affogata in un menù, è subito visibile. Nell’ultima versione di Excel dobbiamo solo aprire il menu Visualizza per trovare una sezione dedicata proprio a questa funzione, chiamata Blocca Riquadri.

    Trattandosi di una opzione di visualizzazione, non modifica in alcun modo il contenuto delle celle, e ci permette comunque di effettuare tutte le operazioni “ordinarie” senza problemi.

    Un piccolo trucco: anche se nella maggior parte dei casi questa funzione viene utilizzata per rendere più visibili le intestazioni, possiamo usarla anche per tenere sotto controllo i totali o le medie di un documento. Basterà inserirli, per esempio, nella seconda riga anziché in fondo. Dovremo solo abituarci a leggere il foglio di calcolo in modo leggermente diverso.

    Ebbene si, finalmente è successo

    Dopo circa un lustro lontano dalle riviste, sono tornato a scrivere anche sulla carta! La versione completa di questo articolo, con qualche consiglio, trucco e approfondimento in più è disponibile sul numero 202 di Il Mio Computer Idea.

    Lezioni di SEO - un esempio di cosa racconto a scuola

    SEO a Biella: si può lavorare bene in provincia?

    La mia vita digitale e professionale è sempre stata improntata al dualismo: tecnologia e ruralità. E’ possibile fare il giornalista informatico, il divulgatore digitale l’insegnante e l’esperto SEO a Biella, nella piena provincia italiana? Sembrerebbe di si, ma bisogna imparare alcune regole di base della “sopravvivenza”.

    Lezioni di SEO a Biella. Cosa ho fatto negli ultimi tre anni?

    Ovviamente ho continuato a fornire i miei servizi di consulenza SEO, anche in forma privata, sia come seminari di formazione per permettere alle aziende di costruire autonomamente il loro posizionamento sui motori di ricerca, sia sotto forma di consulenza canonica.

    Inoltre sono diventato SEO strategist per i fratelli di Hydrogen, creando strategie SEO dalla A alla Z diversi loro clienti.

    Ma soprattutto, la parte che mi diverte di più sono le lezioni di SEO vere e proprie. Da quelle più creative e divertenti, come le lezioni di SEO alla maniera Zen (capitolo 1 e capitolo 2), fino ad arrivare all’insegnamento più canonico in aula (ecco per esempio il backlog di una delle numerose lezioni).

    Di tanto in tanto, tempo permettendo, tento anche di scrivere qualche approfondimento sulla SEO. Il più divertente (e impegnativo) per ora è stato Strumenti SEO gratuiti provati per l’Italia. Che per la verità avrebbe bisogno di un aggiornamento.

    Infine, nel 2020, ho deciso di sfruttare la contingenza dovuta alla pandemia come una opportunità: ho avuto la possibilità di estendere la mia collaborazione con Agenda Digitale Biella, tenendo alcuni seminari di SEO verticali, e ho lanciato alcuni progetti (per il momento ancora segreti) per verificare se le mie teorie su un certo approccio alla SEO più organico e meno irrigidito in regole e regolette hanno davvero successo, o se finora è solo stata fortuna.

    In ogni caso, prima di proseguire con il tema “vero” di questo articolo, rimando al piccolo spazio pubbicità in fondo alla pagina. Se siete qui perché vi serve un consulente SEO a Biella (ma non solo!) facciamo quattro chiacchere.

    Seo a Biella: era quello che cercavi?

    Ok, a più di due anni dalla pubblicazione originale è ora di calare la maschera. Questo articolo era nato come scommessa, per dimostrare quanto facile fosse, all’epoca, costruirsi un posizionamento per una keyword poco presidiata.

    Oggi, a distanza di qualche anno, abbiamo ottime testimonianze di esperti SEO a Biella (benarrivati a tutti ;) ). Che, finalmente, hanno deciso di investire un po’ di tempo a costruire la propria posizione utilizzando le strategie e le tecniche SEO che conoscono.

    Visto che mi piace pensare che si tratti anche e soprattutto di una sfida positiva e divertente fra consulenti SEO concorrenti, provo a rilanciare, aggiornando questa pagina.

    Professioni digitali in provincia? Why not?

    Internet in particolare e il mondo digitale in generale è quel posto meraviglioso in cui, se racconti di fare il programmatore freelance viaggiando per il mondo zaino in spalla sei un caso da copertina, ma se dici, per esempio, di lavorare in un settore ugualmente specialistico come la SEO a Biella, ti guardano da marziano.

    Perché per qualche strano motivo, l’idea del moderno hippy che gira il mondo imbracciando un portatile invece della chitarra ci fa dimenticare l’incubo di logistica che è un’idea del genere, a favore del che figata deve essere aggiornare una release da un bar a Miami mentre ti godi il tramonto e sorseggi un long island. Sorvoliamo sul fatto che alcol e codice non vanno d’accordo e anche sul fatto che se stai impazzendo con una versione mi sa che il tramonto non te lo godi. Sostituite “bar di Manhattan” con “paese della provincia di Biella” e provate a fare le stesse domande:

    Ma come fai con la connessione?

    I clienti come li raggiungi?

    Come fai a rimanere in contatto con i colleghi?

    Non è scomodo?

    robert downey, jr alza gli occhi al cielo esasperato
    Seeeehh, mi occupo di SEO e lavoro in provincia. E allora?

    Di base è una questione di scelte: opportunità e competitività estreme contro una maggiore tranquillità e qualche grattacapo in più nello spiegare cosa fai e come lo vorresti fare. Ma ci sono comunque delle possibilità. Terminata questa lunga premessa, vorrei raccontare come si può vivere si innovazione (e di SEO) a Biella, con una nota a margine: si scrive Biella, ma si legge una qualsiasi città italiana di provincia. Cioè dove stanno la maggioranza delle persone e delle opportunità. Non è un mistero infatti che l’Italia sia una nazione fortemente ruralizzata, e basta guardare qualche dato  per rendersene conto: il “grosso” della popolazione in Italia vive ancora fuori dalle grandi città.

    Ma bando alle ciance, ecco cosa ho imparato, in un racconto semiserio:

    SEO a Biella: cinque regole di sopravvivenza

    Fare SEO a Biella richiede ingenti quantità di caffeina
    Preparati cara, che quella sarà la prima di una lunga serie di tazze di caffeina

    1. Il Milanese ne sa sempre più di te.

    Non importa quanto credito hai, dove hai insegnato, dove hai lavorato. l’Agenzia di Milano o il Consulente di Milano (o di Torino, o di Roma, per esempio), sono e saranno sempre la tua nemesi. Un mio carissimo amico la chiamava la sindrome di Calimero. Perché nella provincia l’equazione grande città = maggiore compentenza è ancora viva e vegeta. Anche se la storia recente dice un’altra cosa. Quindi davanti all’ultimo fesso con macchinone d’ordinanza, vestiti fighetti o hipster e accento bauscia sarai sempre in difetto. Anche se insegni nella scuola che lui ha frequentato fino al mese scorso.

    La soluzione di buon senso: mostra i tuoi risultati, le tue credenziali, le tue collaborazioni e mettili a confronto con i risultati che ha portato a casa l’EspertoDiMilano

    Il cheap trick: procurati dei biglietti da visita “metropolitani” e ostenta cadenza lombarda o torinese.

    Pro tip: Se l’EspertoDiMilano è così bravo e lavora con tutti i “big”, perché viene a cercare a Biella un incarico da qualche migliaio di euro? Non è che magari a Milano, dove sei davvero dentro Tana delle Tigri, se lo sono già spolpato vivo perché è un fuffaro?

    2. Innovare non è difficile, se sai con chi farlo e come.

    Sfatiamo una credenza popolare: gli imprenditori di provincia non sono “lenti” o “retrogradi”. Semplicemente, sono pragmatici. Questo significa una cosa molto semplice: se ti danno dei soldi, vogliono vedere dei risultati veri e misurabili. E vogliono capire quello che stai facendo. L’atteggiamento “lasciami fare la mia magia” ha funzionato in certi ambienti e per un periodo limitato ma mai qui (e oggi, onestamente, è ridicolo in generale). E per chi si dedica a pratiche complesse come la SEO, a Biella o nelle altre zone in cui si ragiona per criteri produttivi, potrebbe essere un problema.

    La soluzione di buon senso: facile. Spiegati. Bene, a fondo. Condividi i risultati, spiega onestamente i limiti e i rischi. Da imprenditore a imprenditore.

    Il cheap Trick: conrfontati con le altre forme di pubblicità. “Hai contato quanti clienti ti ha portato l’inserzione sul giornale locale?”.

    3. Guarda fuori dall’orticello

    Uno dei principali problemi di chi si occupa di Digitale, Marketing e altre amenità come la SEO a Biella e nelle piccole città è che spesso l’ambiente e la facilità (relativa) con cui si ottengono i risultati porta a smettere di apprendere o di studiare. Per intendersi, fra gli “esperti” di SEO a Biella e a Vercelli resistono convinzioni come “devi pubblicare tutti i giorni alla stessa ora”; “I CMS  come WordPress non ti permettono di fare buona SEO on page”; capiamoci, qui si parla ancora di keyword density, meta tag e Pagerank come se fossero attuali. La ragione è di una semplicità sconfortante: poca concorrenza, poco stimolo. Ma soprattutto, la falsa convinzione che i lavori fatti per le realtà locali siano di piccolo cabotaggio.

    La soluzione di buon senso: non smettere mai di studiare (per esempio, partendo dalla mia lista essenziale di risorse SEO ;) )

    Il cheap trick: basta frequentare un paio di gruppi o pagine di settore per capire a che velocità si muove il “mondo di fuori”.

    Occuparsi di SEO a Biella richiede DAVVERO quantità ingenti di caffeina
    Nessun caffè è stato maltrattato nella scrittura di questo articolo. Ma occupandosi di SEO nel biellese se ne bevono molti.

    4. Un fornitore è per sempre, e si compete poco

    La stagnazione di cui sopra, che copre un po’ tutti gli ambiti della vita professionale biellese, dalla SEO ad altre attività digitali, in realtà è molto legata a una sorta di inerzia che si ha nel DNA: i fornitori vengono spesso vissuti come il negozio sotto casa. Ci si litiga, si discute, ci si confronta, ma non si cambiano. Le motivazioni vanno dal sono brave persone al ci seguono benissimo su tutto il resto (che spesso include, per esempio, le fotocopiatrici). Insomma, se siete fornitori di una piccola azienda di Biella, potete permettervi una quantità quasi infinita di errori e superficialità, perché il cliente quasi sempre presenterà rimostranze, si arrabbierà, ma non vi darà mai davvero il benservito. E molti se ne approfittato: hanno il Kit del Guru della SEO (oggi) di Internet (ieri) e dei computer (l’altro ieri), una valigetta alla quale cambiano solo etichetta, ma è la stessa dagli anni ‘90. E con quello infinocchiano allegramente gli imprenditori di provincia da quando vendevano a decine di milioni di lire i siti fatti con Frontpage.

    La soluzione di buon senso: spiegate al vostro potenziale cliente quello che potrebbe ottenere con lo stesso budget da un vero professionista.

    Il cheap trick: offritevi come terzista di uno dei fornitori di cui sopra. Vista la loro abilità commerciale, pensate cosa potrebbero fare con un vero prodotto da vendere…

    5. Pensa locale, agisci locale ma osserva globale

    Partiamo da una onesta ammissione: “Pensa globale, agisci locale” è un concetto affascinante, ma per la maggior parte delle PMI è inapplicabile. Quindi, se lavorate per un’azienda locale che cerca un migliore posizionamento SEO in Biella e dintorni, nella maggior parte dei casi questa vorrà sviluppare la sua presenza sul territorio. Il fatto di poter vendere a Bali o in Australia è in molti casi una chimera con cui i sedicenti esperti di web marketing hanno fatto la ruota per anni e in alcuni casi continuano a farla. Volete fare un favore alle aziende che cercano un posizionamento SEO interessante in una zona come Biella e il biellese (o come, abbiamo detto, tutte quelle simili)? Abbandonate le velleità internazionali e ricominciate dalla base: l’azienda è localizzata nel modo corretto? E’ presente Su Google Maps e sugli altri database? Abbiamo rivendicato correttamente tutte le proprietà? Possiamo discutere all’infinito in merito a se e quanto queste attività siano realmente SEO o appartengano ad altri insiemi, ma sono i fondamentali che mancano in una quantità stupefacente di casi.

    La soluzione di buon senso: vedi sopra. Non dare nulla per scontato, e soprattutto non temere di essere “piccolo” o “umile”. Spesso darai un servizio migliore con le cose semplici di quello che daresti scimmiottando la campagna di HBO del 2015.

    Il cheap trick: mi dispiace, in questo caso non c’è.

    Mi occupo di SEO, lavoro a Biella, me ne vanto

    Ok, ammetto di avere barato, almeno in parte. Perché Biella, da questo punto di vista, non è propriamente una “realtà come tutte le altre”. Ci sono svariate eccellenze in molti ambiti del Web, alcune estremamente famose, altre emergenti, altre ancora decisamente verticali. Con alcune ci ho lavorato, con altre lavoro tutt’ora, con altre le nostre “galassie” di conoscenze si sono appena sfiorate. L’aspetto curioso è come tutto questo tumulto di attività online di eccellenza avvenga in modo quasi invisibile rispetto alle attività tradizionali. Su tutti i livelli della catena alimentare del marketing online, da webdesign alla SEO, Biella è quel posto meraviglioso in cui un ecommerce di successo mondiale esiste nello stesso stabile di un bar che non ha nemmeno rivendicato la sua posizione su Google Maps e Tripadvisor. Come se gli esperti di SEO e altre discipline rimanessero inascoltata Cassandra appena escono dal loro ufficio. E in molti casi purtroppo è così, per ragioni che vanno dalla miopia imprenditoriale delle parti all’assenza di un linguaggio comune con cui intendersi e capirsi.

    Un approccio strutturato alla SEO locale e alle pratiche SEO in generale

    Ecco perché il mio approccio per la local SEO a Biella e nelle piccole città riparte ancora di più dalla mia filosofia: #writeforhumans: scrivi, progetta, ragiona per gli esseri umani, per le persone. E in questo caso, pensa anche il tuo lavoro in funzione delle persone: ascoltale, senti le loro esigenze. Fai davvero quello che è meglio per loro. Non importa se è “noioso”, “banale”, “scontato” e tu invece sogni di diventare il re della viralità o cerchi il guadagno facile. Il protagonista non sei tu. Il personaggio principale di un videogame geniale che ho scoperto con “solo” otto anni di ritardo a un certo punto dice pressapoco “il lavoro di un roadie è quello di far essere fighi gli altri”. Vale anche per chi si occupa di marketing o SEO, a Biella o in qualunque altro posto, in provincia in particolare.
    Non dimentichiamocelo.

    Aggiornamento: SEO, Biella ha bisogno di te!

    In modo abbastanza inaspettato ( ;) ), questa pagina poche ore dopo la pubblicazione, che peraltro era pianificata dalla sera prima, senza particolare attenzione, è “volata” in terza posizione naturale in SERP per la parola chiave “Seo a Biella“. Intanto grazie a chi mi ha avvisato e poi, in attesa di avere dati consistenti, ne approfitto (ovviamente!) per un piccolo spazio pubblicità:

    Se un articolo che ho realizzato “a tempo perso”, pubblicato su un blog che nemmeno è ottimizzato al 100% dal punto di vista tecnico finisce in terza posizione nel giro di poche ore, scalzando “avversari” di tutto rispetto, e con risorse ragguardevoli, immaginate cosa si potrebbe fare per la vostra azienda con un piano d’attacco ben strutturato!

    Peraltro, nel quarto trimestre 2020 ci saranno importanti novità, che potrebbero cambiare in modo dirompente la scena SEO di Biella, e non solo. Rimanete aggiornati per le novità!

    Ciò detto, se avete voglia di fare quattro chiacchere sono sicuro che i miei partner e io vi sapremo dare una mano con estremo piacere per tutti.

    Dispense ECDL Gratis

    Esami ECDL online, come funzionano? Hanno la stessa validità?

    Da qualche tempo è possibile svolgere gli esami ECDL online, con una modalità riconosciuta da AICA stessa. Hanno la stessa validità di quelli in presenza.

    Una piccola premessa: questo articolo sugli esami ECDL online nasce da una richiesta arrivatami attraverso i contatti di questo sito, che riporto in modo anonimo:

    “Buongiorno volevo chiedere come poter fare per poter dare gli esami per ecdl it security e dattilografia e avere il punteggio che venga riconosciuto dal miur . Devo per forza fare il corso oppure posso studiare le sue dispense? e poi per dare gli esami come devo fare? Se invece dovessi fare il corso con esami online quali sono i siti piu’ validi? grazie”

    Vado per ordine, anche perché buona parte delle risposte si trovano già sulle pagine del blog.
    Iniziamo con il riconoscimento: ufficialmente esistono tre tipi di certificazione principale, cioè ECDL Base, ECDL Advanced e ECDL Expert, ma nessuna di queste prevede il riconoscimento di singoli esami (e francamente quello di dattilografia mi giunge nuovo). Ho già parlato dei livelli di certificazione nel dettaglio in questa pagina. Sinceramente non sono al corrente di eventuali riconoscimenti di singoli esami da parte del MIUR, ma il mio consiglio è quello di richiedere bene la modalità con cui vengono riconosciuti i crediti per la singola graduatoria, poi eventualmente muoversi di conseguenza. In ogni caso il corso non è mai stato obbligatorio nemmeno per gli esami in presenza, quindi le dispense possono essere più che sufficienti. Dipende da quanto conosciamo la materia, ma ne riparlerò alla fine di questo post.

    Per quanto riguarda gli esami in presenza, è sufficiente contattare un test center e iscriversi. L’elenco completo delle sedi di esame ECDL si trova a questa pagina del sito AICA. Dove peraltro troviamo anche le indicazioni sulla parte più interessante (soprattutto perché non ne ho mai parlato prima): gli esami ECDL online.

    Come funzionano gli esami ECDL online

    Se seguiamo il link sopra possiamo vedere come gli esami ECDL online non solo hanno la stessa validità e lo stesso riconoscimento di quelli sostenuti presso le sedi accreditate, ma sono addirittura caldeggiati da AICA e dal mondo ECDL in generale.

    Esami ICDL online

    Come possiamo vedere sul sito ufficiale di ICDL (che è il nuovo nome ufficiale di ECDL, anche se la vecchia sigla ci accompagnerà per molto nella parlata comune), gli esami sostenuti online sono a tutti gli effetti equivalenti, a patto che si svolgano presso un centro accreditato.

    L’elenco dei centri ufficialmente abilitati ad erogare gli esami online si trova a questa pagina e dispone di un comodo motore di ricerca per regioni.

    Esami ECDL online sedi

    Vale la pena di certificarsi online?

    Visto che nella domanda mi si chiede anche un’opinione, secondo me dipende molto dalle nostre competenze iniziali e dal nostro obiettivo.

    Se siamo già competenti nelle materie digitali e tutto quello che ci serve è l’attestato ICDL / ECDL che le certifichi, allora senza dubbio si tratta di una opportunità imperdibile per ottenere la nostra certificazione senza sprecare tempo e risorse logistiche, nel modo più efficiente possibile.

    Se invece la nostra preparazione è claudicante o siamo nuovi della materia, allora probabilmente vale la pena di seguire un corso completo, in modo da avere a disposizione un insegnante che non solo ci guidi per permetterci di superare l’esame o gli esami, ma soprattutto ci trasmetta le reali competenze che ICDL / ECDL offre e che per moltissime persone oggi rappresentano un primo importante passo nella padronanza delle materie digitali.

    Dispense ECDL Gratis

    Come prepararsi all’esame ECDL Update 6.0

    L’esame ECDL Update 6.0 è un buon modo per riqualificare le competenze per chi ha una certificazione ECDL datata.

    Una recente domanda di una lettrice mi ha dato l’opportunità di aggiornarmi su questa interessante modalità. L’idea alla base è molto semplice: l’esame ECDL Update 6.0 è un esame di aggiornamento che permette, con una sola sessione, di convalidare la nostra certificazione ECDL ottenuta con i Syllabus precedenti, in particolare 3.0 e 4.0.

    Per qualche motivo il sito AICA non parla della possibilità di effettuare l’Update dalla versione 5.0, probabilmente perché questa è in corso di validità.

    Cosa studiare per prepararsi all’esame ECDL Update 6.0

    Come sempre, le informazioni migliori sono quelle che ci vengono fornite dal sito AICA, in particolare in questa pagina che parla proprio di questo particolare esame.

    Qui scopriamo che si tratta di un solo esame che copre i contenuti aggiornati al Syllabus 6.0. Nell’esame sono compresi tutti i moduli principali, cioè:

    • Computer Essentials (con contenuti dei precedenti moduli Core: Concetti di informatica generale e Uso del computer e gestione dei file)
    • Online Essentials (con contenuti dei precedenti moduli Core: Uso del computer e gestione dei file e Reti informatiche – Internet e Posta Elettronica)
    • Word Processing
    • Spreadsheets
    • Database
    • Presentation

    Un aspetto curioso tuttavia è che visti i pochi cambiamenti fra il syllabus 5.0 e il 6.0, nemmeno le fonti ufficiali hanno aggiornato le dispense disponibili gratuitamente. Quindi sulla carta, non ci resterebbe che procurarci un manuale.

    Qualche aiuto dal sito ufficiale

    La nuova impostazione di AICA ci offre qualche supporto per prepararci a questo esame, che comunque è un discreto malloppo da 75 minuti.
    Infatti, sempre nella pagina ufficiale, troviamo una meravigliose sezione chiamata come prepararsi all’esame, che in questo caso contiene un sample test, cioè una piccola esercitazione che ci permette di avere un esempio delle domande che ci aspetteranno in sede di certificazione.

    Sfortunatamente le domande sono sempre le stesse (si tratta di un file da scaricare sul nostro computer), ma è comunque un buon aiuto.
    il mio consiglio è molto semplice: proviamo a studiare con le dispense disponibili per la versione precedente, poi proviamo a superare l’esame di prova. Se va tutto bene, abbiamo risolto nel modo più semplice. Altrimenti avremo sempre tempo di procurarci un manuale prima di prenotare l’esame.

    console war cover

    Cosa ci sta insegnando l’ultima console war (che non c’entra con i videogiochi)

    La console war fra PlayStation 5 e Xbox Series X|S ci sta insegnando almeno due cose che non hanno strettamente a che vedere con il mondo dei videogiochi. Eccole qui.

    Le console war sono vecchie quanto i videogiochi stessi, o quasi (non è che l’Atari 2600 avesse tutti questi concorrenti all’inizio, ma già con gli otto bit le cose erano cambiate). E ormai fanno parte del Folklore del mondo dei videogame. La più recente, quella fra PlayStation 5 e l’accoppiata Xbox Series X / Xbox Series S non è nella sostanza molto diversa dalle precedenti.

    Si parla sempre di grafica, di processore, di prestazioni, ma soprattutto di titoli ed esclusive. Ma questa è la parte più noiosa, di cui francamente non ho molta voglia di parlare: ho dato, con il mondo dei videogame, svariati anni fa, anche professionalmente. E come si suol dire è stato bello finché è durato. Tutta via la console war del 2020 porta con sé due lezioni molto interessanti. Una delle due ha a che vedere con la SEO e la vedremo per seconda. L’altra riguarda il mercato più in generale.

    La Console War 2020 ci insegna che a volte i veri vincitori non salgono sul podio

    Fra appassionati ci si sta scapicollando per capire chi sarà il vincitore, in termini di vendite, quote di mercato, hype. Ma diamo un’occhiata a questi grafici:

    Immagini realizzate da newatlas.com/games/playstation-5-ps5-digital-edition-vs-xbox-series-x-s-specs-comparison/
    Immagini realizzate da newatlas.com/games/playstation-5-ps5-digital-edition-vs-xbox-series-x-s-specs-comparison/

    Nessuno nota nulla?

    Esatto AMD realizza tutti i processori e tutte le CPU di tutte le console di prossima generazione.

    Quindi, possiamo dire che AMD è la vincitrice assoluta: per l’azienda, che si vendano più Xbox o più PlayStation è assolutamente indifferente. Qualcuno diceva che durante la corsa all’oro, si arricchisce davvero chi vende setacci e picconi. Calza a pennello anche a questa console war.

    E cosa ci insegna la console war 2020 sulla SEO?

    Ovviamente, il lancio delle sue console, PlayStation 5 in particolare, ha suscitato molto interesse. Il che ha condotto a una rincorsa alla novità.
    Tutto perfettamente normale fino a quando si rimane all’interno dell’ecosistema dei siti di videogiochi e tecnologia.

    Ma guardate questi due:

    E si tratta solo di due casi su molti: siti verticali di altri settori che, per ragioni insondabili a chiunque faccia questo mestiere con buon senso, decidono di rastrellare qualsiasi keyword che si crede possa portare traffico.

    I risultati? Ecco qui:

    Il risultato è ovvio a chiunque conosca davvero la SEO. Come sappiamo, il posizionamento dipende da moltissimi fattori. Fra cui anche l’autorevolezza del dominio nello specifico settore.

    Mentre alcuni sono convinti che “basti scrivere su cose che interessano per fare traffico”. Il che può anche capitare, per brevi periodi di tempo. Ma il piccolo risultato ottenuto svanisce come neve al sole appena l’algoritmo di Google effettua un controllo più approfondito.

    Se aggiungiamo che spesso questi articoli vengono relegati in categorie non visibili dalla navigazione, per non intaccare l’immagine del sito, abbiamo il quadro dell’ennesima tecnica obsoleta per ottenere traffico.

    Perché parlare di tutto non funziona?

    Per la verità funziona, se gestiamo un sito informativo generalista. Ma se siamo specializzati, non ha alcun senso. Lasciamo per un attimo da parte gli aspetti tecnici, e proviamo a immedesimarci nell’utente.

    Crediamo davvero che un utente possa pensare
    Hei, guarda quanto parla bene di meccanica quantistica questo sito sul collezionismo di collari per cani! Sicuramente sono altrettanto bravi a parlare di collari per cani! Aspetta che visito quaranta pagine”

    Invece di
    Cosa diavolo ci fa un articolo sulla meccanica quantistica in questo sito sul collezionismo di collari per cani? Si sono sbagliati o mi prendono in giro?”

    Dal punto di vista più tecnico invece sappiamo che l’algoritmo di Google parte da una valutazione paritaria, in prima istanza, per poi affinarla con parametri come la pertinenza con gli argomenti abitualmente trattari e l’autorevolezza in quel campo.

    Quello che trae in inganno chi analizza i risultati superficialmente è che in effetti è possibile che ci sia un periodo di interregno in cui la pagina si posiziona, temporaneamente, anche per un settore non coperto abitualmente. E magari generi traffico per qualche giorno.

    Questo conduce a un circolo vizioso aberrante: a un certo punto l’articolo perde le posizioni e smette di fare traffico. Ma l’ultima volta che abbiamo parlato di un argomento che tira abbiamo fatto traffico, giusto? Quindi facciamo più contenuti su argomenti che tirano, non importa quali.
    Centinaia di migliaia di parole macinate per essere visibili per pochi giorni.

    Quando, con una linea editoriale precisa e una identità definita si possono ottenere risultati che durano nel tempo.

    Questo blog, dalla sua posizione infinitesimale nel Web, conserva intatte le sue posizioni da anni. E ne conquista di nuove. Lentamente, ma con un contenuto al mese quando va bene.

    La stessa cosa, su scala più grande, accade su diversi siti con cui collaboro.

    Si ottengono risultati migliori con pochi contenuti ragionati che non con migliaia di contenuti privi di pianificazione e direzione.

    Insomma, la console war 2020 contiene un insegnamento anche per la SEO ci sono ancora moltissime persone che la fanno nel modo sbagliato.

    Bonus per addetti ai lavori: ha senso tentare di posizionarsi per le keyword branded, in particolare quelle forti?

    Secondo me assolutamente no. Tanto, nel 99,9% dei casi il primo risultato della SERP ormai è la pagina ufficiale del prodotto. Che è esattamente quello che l’utente cerca con la keyword secca.

    Ma parliamone qui sotto, se vi fa piacere.

    [immagine di copertina: Fabian Albert on Unsplash (elaborata) ]