stampare solo commenti in Word

Come stampare solo i commenti in Word

Se vogliamo stampare solo i commenti in Word, per tenerne traccia o analizzarli, esiste una comoda funzione per farlo.

Quando si collabora su un documento con più persone, lasciare commenti, e interagire con i commenti, è una parte essenziale del processo. Chi sostiene che commentare un documento sia in qualche modo tempo perso, è perché non ha mai provato a lavorare su documentazione complessa, come un libro, un manuale tecnico o anche solo una relazione composta da più di una decina di pagine. È possibile stampare il documento insieme ai commenti, ma se volessimo stampare solo i commenti in Word? Naturalmente si può fare, utilizzando alcune delle funzioni meno conosciute che Word mette a disposizione.

Stampare solo i commenti di Word, ci sono ottime ragioni

Perché dovremmo voler stampare solo i commenti di un documento? Ci sono diverse ragioni. Il più ovvio è quello di voler conservare una copia cartacea dei commenti da archiviare insieme al lavoro (i commenti normalmente non vengono stampati). Oppure, in occasione di una riunione con tutti i contributori, è più comodo tenere separati il documento e i commenti. Word infatti permette di stampare i documenti con i commenti, ma se questi sono molti, possono rendere la lettura un vero incubo, anche in fase di revisione.

In ogni caso, la buona notizia è che Word permette la stampa dei soli commenti di un documento, in modo agile ed efficace, direttamente dalle opzioni di stampa del programma.

Come stampare i soli commenti in Word

Per poter stampare i soli commenti in Word c’è una breve procedura da seguire. Prima di tutto apriamo il documento, selezioniamo la scheda Revisione e facciamo click sulla voce mostra commenti. Assicuriamoci che i commenti siano spuntati e visibili.

stampare solo commenti in Word revisioni mostra commenti

Come possiamo vedere, nel menu a discesa, c’è la voce Commenti, che deve essere spuntata.

Notiamo che oltre a poter visualizzare i commenti, per poi stamparli, possiamo anche scegliere quelli di un singolo revisore. Per farlo, sempre dal menu a discesa mostra commenti, scegliamo utenti specifici e aggiungiamo o togliamo le spunte a quelli che vogliamo visualizzare o nascondere.

stampare solo commenti in Word utenti specifici

A questo punto, selezioniamo la scheda File.

stampare solo commenti in Word menu File Stampa
stampare solo commenti in Word menu File Stampa

Nel riquadro a sinistra, selezioniamo la voce Stampa.

stampare solo commenti in Word opzioni stampa

Nella finestra principale appariranno diverse opzioni, insieme all’anteprima del documento. Nella parte superiore della zona Impostazioni, selezioniamo Stampa tutte le pagine.

Nel menu a discesa che compare, scorriamo fino a trovare Elenco commenti – revisioni e selezioniamo questa voce e poi, nella parte inferiore del menu, assicuriamoci che sia spuntato Stampa commenti.

stampare solo commenti in Word stampa

A questo punto dobbiamo solo lanciare la stampa per ottenere un documento che contiene le sole note del nostro documento.

Stampare solo i commenti: funziona, ma attenzione alle anteprime di Word

Attenzione, una nota: nelle prove effettuate per scrivere questa guida, una volta selezionata l’opzione per la stampa dei soli commenti, l’anteprima di stampa non si è aggiornata. Ma la stampa è riuscita con successo. Non preoccupiamoci quindi se l’area principale del menu di stampa continua a mostrare tutto il documento. Ecco come si presenta la stampa dei soli commenti del documento che ho usato come esempio in questo post.

stampare solo commenti in Word risultato stampa
Esercizi ECDL

Esercizi ECDL per prepararsi all’esame: dove si trovano?

Dopo aver studiato per il patentino ECDL (magari usando le dispense che ho segnalato ormai qualche anno fa), è giunto il momento di iniziare a pensare agli esami.

Visto che a quanto pare oggi si deve fare così, se volete tagliare corto e andare direttamente all’elenco, ecco qui il link alle risorse .

L’esame ECDL è forse la parte più critica del percorso, non tanto per la difficoltà in sé: chiunque abbia studiato bene le dispense e padroneggi un po’ i concetti di base non ha nulla da temere. Ma, come per tutti gli esami che hanno una forte componente formale, è indispensabile conoscerne anche il linguaggio e i modi. Un po’ come per la teoria della patente di guida: non basta conoscere il codice della strada, bisogna avere anche un po’ di familiarità con le modalità con cui vengono poste le domande.

A cosa servono gli esercizi ECDL?

Esattamente a quello che abbiamo detto qui sopra: a prendere confidenza con Atlas, la piattaforma per gli esami, e per verificare che, oltre ad avere capito la materia, siamo anche in grado di gestirla con le modalità dell’esame.
Online si trovano moltissime piattaforme che promettono test ECDL, esami di prova e così via. Sfortunatamente poche mantengono, e anche la maggior parte delle altre liste simili a questa che si trovano online sono poco aggiornate o superficiali (e se devo essere spudoratamente sincero, spesso mi danno l’impressione che i link suggeriti non siano collaudati). Ne ho provati e selezionati alcuni, partendo da quelli più solidi. Sfortunatamente non c’è molto, l’impressione è che l’interesse intorno a ECDL sia un po’ scemato, ma alcune risorse offrono ancora abbastanza materiale per prepararsi. Li ho ordinati per utilità, in modo da rendere la lista più fruibile.

ESERCIZI ECDL e TEST ECDL di prova

Ecco qui quello che si trova online; ho fatto un breve collaudo a tutti i collegamenti che propongo.

Matematicamente.it

Anche se non è davvero il sito ufficiale di ECDL per l’Italia, ne è praticamente il facente funzione. Alla pagina https://www.matematicamente.it/test-e-quiz/ecdl/ possiamo trovare sia esercizi sia quiz ECDL molto simili a quelli degli esami. Per qualche curioso motivo la lista è organizzata su due pagine e mentre sto scrivendo questa breve guida i test, chiamati simulazioni, si trovano in fondo alla prima pagina e all’inizio della seconda. Facendo clic su un collegamento si apre una pagina con una breve spiegazione. In questa dobbiamo fare clic su apri la simulazione X del modulo N

Esercizi ECDL: avviare quelli di Matematicamente.it
Simulazione esame ECDL di Matematicamente.

Si aprirà una nuova finestra del browser, nella quale si attiverà la simulazione. Purtroppo le simulazioni richiedono Adobe Flash, considerato poco sicuro dalla maggior parte dei browser moderni, per cui probabilmente dovremo fare clic nella finestra del browser per attivarlo.

Esercizi ECDL: attivare Flash

E consentire l’attivazione nel browser, poi finalmente avremo accesso al test.

Esercizi ECDL: consentire Flash

Finalmente avremo accesso alla simulazione:

Esercizi ECDL: i test di Matematicamente.iy

Informaquiz.it

Una pagina che non conoscevo e che ho trovato dopo qualche ricerca: i test sono realizzati in maniera valida; anche questi richiedono Adobe Flash, quindi anche in questo caso dovremo attivarlo e consentirne l’esecuzione.

Da questa pagina: http://www.informaquiz.it/ecdl dobbiamo solo scegliere il modulo che ci interessa (per esempio Computer Essentials), scorrere la pagina fino in fondo e fare clic su Avvia:

Esercizi ECDL avvio
Informaquiz ECDL

Possiamo anche scegliere la modalità per l’esame. Questa versione contiene anche alcune simulazioni “live”, che emulano il comportamento del sistema operativo.

SimulATLAS: Per chi ama le sfide…

SimulATLAS è il programma ufficiale di AICA per l’esame ECDL: per intendersi è quello usato dai test center per fare gli esami, quindi prima o poi qualsiasi studente ECDL lo incontrerà… tanto vale anticipare i tempi!

Il programma è a pagamento, ma la versione gratuita, che si può scaricare dal sito ufficiale, contiene alcuni test ECDL di prova. Tuttavia, l’installazione può essere un po’ impervia, in particolare per chi sta familiarizzando con il mondo digitale.

ECDL.it: prepararsi

La sezione ufficiale del sito ECDL purtroppo non è ricca di esami ed esercitazioni come ci si aspetterebbe, nonostante sia l’unica pagina ufficialmente suggerita da AICA (che gestisce ufficialmente di ECDL in Italia). I libri in vendita non mancano, ma per chi preferisce le esercitazioni ECDL gratuite la situazione non è così rosea. Tuttavia, la sezione ECDL Full Standard | Sample Test ci permette di scaricare due cartelle compresse, una per l’esame su base Microsoft Office, l’altro per l’esame su base OpenOffice. Anche se non si tratta strettamente di esami, contengono un’ottima serie di esercitazioni per approfondire la materia. Il mio consiglio è di farli tutti, sia per spezzare la “monotonia” degli esami ECDL sia per imparare qualcosa in più ;)

Orologio in powerpoint

Come inserire un orologio in PowerPoint per gestire meglio le presentazioni

Inserire un orologio in PowerPoint può essere davvero utile, soprattutto se abbiamo bisogno di tenere sotto controllo i tempi.

Uno sguardo costante a un orologio su una parete o all’orologio da polso per rientrare nei tempi di una presentazione può distrarci e, in molti casi, sembrare maleducato agli occhi di chi ci sta seguendo. Per fortuna, c’è una soluzione semplicissima: possiamo inserire l’orologio direttamente all’interno della presentazione, così che sia utile anche a chi ci segue!

Inserire un orologio in PowerPoint, potrebbe non essere necessario

Prima di continuare, un suggerimento: se usiamo una nuova versione di Office di Microsoft e usiamo il nostro portatile per la presentazione, non abbiamo bisogno di aggiungere un orologio all’interno delle slide.

Infatti basterà avviare la proiezione della presentazione. Sullo schermo principale (di solito il proiettore) scorreranno le slide, mentre sul secondario (quello del portatile) lo strumento per relatore ci mostrerà diverse informazioni, fra cui anche l’ora. 

Orologio in Powerpoint-con-la-visualizzazione relatore non serve
Nelle versioni nuove di PowerPoint l’orologio è presente nello schermo del relatore

Ma se usiamo un altro pacchetto di applicazioni, oppure usiamo un sistema che non permette di sfruttare questa comoda funzione, allora inserire un orologio nella nostra presentazione può essere servirci.
Per buona misura, se non conosciamo la location, provvediamo comunque. Come dicono gli americani better safe than sorry oppure, in modo più ruspante, meglio arrossire che sbiancare

Come inserire un orologio in PowerPoint

Il sistema migliore per aggiungere un orologio alla nostra presentazione primo consiste nell’utilizzare una funzione di PowerPoint integrata. Questa ci permette di mostrare in modo discreto l’ora e la data nella presentazione. 

Questo sistema non è un metodo attivo e aggiorna l’ora e la data solo quando passiamo da una slide all’altra durante la presentazione. È utile soprattutto per dare un’occhiata veloce all’ora mentre stiamo facendo la nostra presentazione.

Per usare la funzione integrata di PowerPoint dobbiamo solo aprire la nostra presentazione e spostarci nella scheda inserisci del programma. Qui, nella sezione Testo troveremo l’opzione Data e ora.

Inserire orologio in powerpoint inserisci data e ora

Attenzione: se lavoriamo in finestra o il nostro monitor ha una risoluzione non troppo elevata, l’icona Data e ora potrebbe essere di dimensioni ridotte.

Inserire orologio in powerpoint data e ora ridotte

Una volta selezionata, apparirà la finestra Intestazione e piè di pagina. Qui attiviamo la spunta accanto a Data e ora e selezioniamo Aggiorna automaticamente. Ciò consentirà di aggiornare la data e l’ora ogni volta che cambiamo slide. Ora, selezioniamo la freccia accanto alla data visualizzata.

Inserire orologio in powerpoint finestra opzioni data

In questo modo possiamo scegliere il formato preferito per la data e ora da mostrare.

Una volta finito, scegliamo applica a tutte per inserire l’orologio in una posizione discreta in ogni slide. Volendo possiamo lasciarlo fuori dalla diapositiva del titolo, selezionando semplicemente Non mostrare sulla diapositiva titolo.

Inserire orologio in powerpoint finestra opzioni data dettagli

Una volta confermato, proviamo ad avviare la presentazione. Noteremo che l’orologio si trova nella posizione scelta in ogni slide.

Attenzione: durante le prove per stendere questa guida ho scoperto che non tutti i temi supportano l’orologio in PowerPoint. In particolare, potreste avere problemi se le slide sono state realizzate con un altro applicativo (Google Drive, per esempio. A me è successo con le diapositive esportate del corso Simple Things First). Il consiglio è quello di fare un test prima di aver finito il resto del lavoro, se avere l’orologio in vista è indispensabile.

Inserire l’orologio in PowerPoint non è l’unica soluzione per le presentazioni

Come abbiamo detto impostazione è una soluzione piuttosto spartana, utile nel caso in cui dobbiamo usare una versione datata di PowerPoint o un altro programma di presentazioni. Oppure se il sistema che usiamo non prevede lo schermo del relatore, come avviene, per esempio, in alcune sale convegni.

Un’altra valida alternativa, ma che ha poco a che vedere con PowerPoint, è quella di dotarsi di un presenter, cioè di un puntatore, del tipo “avanzato” che contiene anche un timer. In questo modo, mentre facciamo avanzare le slide e mostriamo i punti più importanti, avremo sotto mano l’orario.

Testo diagonale in word cover

Come fare un testo in diagonale in Word

Se stiamo cercando di abbellire un documento di Word con elementi grafici, possiamo facilmente creare un testo in diagonale in Word usando le opzioni Casella di Testo e WordArt. Di seguito spiegherò passaggio per passaggio come fare.

(nota per i lettori affezionati: per me è un po’ nuovo scrivere una spiegazione di questo tipo invece di spiegarlo di persona, ma mi è stato chiesto da una persona che purtroppo non ho modo di raggiungere in tempi brevi, e mi sembrava il sistema più comodo. Se vi piace l’idea e avete una domanda scrivetemi :) )

Come fare il testo in diagonale in Word con una casella di testo

La Casella di Testo Word è uno dei modi più semplici per fare un testo diagonale in Word. Naturalmente, si parte creando una casella di testo.

Prima di tutto spostiamoci nel menu Inserisci (1) poi scegliamo la voce Casella di testo (2). Attenzione, le nuove versioni di Word “spostano” i menu in funzione della risoluzione del nostro schermo, magari dovremo cercarlo un po’.

Come fare testo in diagonale casella di testo

Scegliamo la casella di testo semplice, per iniziare. Una volta capito il meccanismo possiamo ripetere la procedura con versioni più elaborate.

Come fare testo in diagonale in Word casella di testo semplice

Se abbiamo una versione precedente di Word, la casella di testo si inserirà in modo automatico, senza farci scegliere lo stile.

La casella di testo apparirà in Word. Per modificare il testo all’interno facciamo doppio clic sulla casella. Scriviamo il testo che vogliamo mettere in diagonale.

Una volta scritto, per ruotare il testo dobbiamo solo fare clic in un punto qualsiasi della casella. Nella parte alta vedremo una freccia circolare (rotonda) nella parte superiore del riquadro.

Ruotare il testo maniglia

Facciamo click su questa freccia e spostiamo il mouse a sinistra o destra, per mettere il testo in diagonale come preferiamo. Tutto qui :)

Testo in diagonale in word

Come fare il testo in diagonale in Word con WordArt

Non è uno scherzo: WordArt esiste ancora! E possiamo usarlo per creare un testo in diagonale in Word.

Anche in questo caso dobbiamo usare il menu Inserisci (1) poi scegliere l’icona di Wordart (2).

Come fare testo in diagonale WordArt

Selezioniamo lo stile del testo che si vogliamo inserire. Il menu mostra l’anteprima del testo nel documento.

Come fare testo in diagonale WordArt anteprima

Inseriamo la WordArt che abbiamo scelto. Anche in questo caso per rendere diagonale il nostro testo, dobbiamo solo fare click in una qualsiasi parte dell’elemento, scrivere il testo, poi spostare il cursore sulla “maniglia” circolare e spostarla a destra o a sinistra per ruotare il testo.

Testo diagonale in word rotazione Wordart

Tutto qui. Grazie a questi due sistemi possiamo avere un testo diagonale in Word, senza nessuna fatica.

Impostare il testo diagonale di Word secondo un angolo specifico

Ora sappiamo come fare un testo diagonale in Word, e la rotazione “libera” ha il grande vantaggio di essere piuttosto immediata. Tuttavia è anche imprecisa. Se vogliamo usare un angolo esatto, basta usare le altre opzioni di Word.

Come prima cosa, selezioniamo il testo o la WordArt facendo click.

Nel menu Formato Forma cerchiamo la sezione Disponi. Il tasto di rotazione è poco visibile, rappresentato da un triangolo con una freccia blu. Apriamo il menu a discesa e selezioniamo Altre opzioni di rotazione…

Ruotare testo Word opzioni rotazione

La finestra di layout che si apre dovrebbe essere impostata di default sulla scheda Dimensione. Se non lo è, selezioniamola. Il valore Rotazione si può impostare su qualsiasi grado (intero). Word li calcola in senso orario.

Ruotare testo Word impostare gradi rotazione

Se non ce la caviamo bene con i calcoli in sessagesimale, possiamo usare il segno meno. In pratica, se vogliamo che il testo sia ruotato di trenta gradi a sinistra, possiamo scrivere indifferentemente 330 oppure -30.

Facciamo attenzione a una cosa: l’impostazione non si vede subito, ma quando deselezioniamo l’oggetto, cioè quando “usciamo” dalla modifica e torniamo a scrivere altre parti del documento.

abbandonare gli algoritmi

Possiamo abbandonare gli algoritmi e riprendere il controllo?

Probabilmente no, o almeno non nell’immediato. Ma ci sono alcune cose che possiamo fare per abbandonare gli algoritmi.

Tutti noi abbiamo un problema con gli algoritmi. Anche chi non lo sa. Ne ho già parlato diverse volte, ma il principale problema di lasciare che le macchine decidano per noi è che gli algoritmi riescono a malapena a lavorare per interpolazione, a volte per estrapolazione. Figuriamoci se sono in grado di “capirci” e proporci davvero quello che ci potrebbe interessare.

Se poi aggiungiamo all’equazione che gli algoritmi non sono affatto nostri amici, ma sono semplicemente lì per venderci qualcosa, il quadro è completo.

Se qualcuno si sta chiedendo perché si ha l’impressione che io abbia astio per gli algoritmi, la risposta è semplice: perché è esattamente così. Per la precisione, sono contrario a questo tipo di algoritmi, per la ragione che ho già espresso più volte. Se il fine ultimo di un algoritmo è la “conversione”, come oggi, questo nel suggerirci qualcosa farà sempre la scelta più sicura. Che fatalmente, significa puntare verso il basso. Che fatalmente, significa lo sfacelo che vediamo tutti sui social media.

L’idea di abbandonare gli algoritmi ha trovato uno sponsor illustre

Nientemeno che Tim Cook di Apple. L’azienda di recente sembra aver deciso di schierarsi in prima linea nei confronti della privacy degli utenti, ma lo speech a cui mi riferisco è leggermente precedente. Se ne parla in questo articolo su Lifehacker, da cui ho preso spunto per questo post.

Il succo del discorso fatto da Tim Cook è riassunto nella parte riportata:

Acluni algoritmi ci attirano verso le cose che già sappiamo, crediamo o ci piacciono, e respingono tutto il resto. Lo allontanano da noi

Insomma secondo Cook, il problema degli algoritmi non è tanto che ci suggeriscono sempre le stesse cose. Ma soprattutto che ci allontanano da tutto il resto. Ciascuno di noi ha a disposizione un tempo sempre più limitato per leggere, guardare documentarsi. E gli algoritmi di raccomandazione lo ingolfano di contenuti e concetti identici a quelli che ci sono piaciuti o interessati in passato. Impedendoci di fatto di allargare i nostri orizzonti. E, anzi, restringendoli sempre di più.

Abbandonare gli algoritmi è una scelta per la nostra salute

Ma è possibile in qualche modo rompere la spirale e abbandonare gli algoritmi? Sicuramente si. Ma come per il cibo spazzatura o la vita sedentaria, ci vuole qualche sforzo, disciplina e soprattutto consapevolezza. Non per niente alcuni negli Stati Uniti e nei paesi anglofoni hanno iniziato a parlare di information diet, cioè la dieta delle informazioni. Il che implica uscire dalla bulimia, abbandonare gli algoritmi e ricominciare a cercare e ottenere informazioni, ma anche musica, video, trasmissioni e così via in modo sempre più consapevole.

Abbandonare gli algoritmi per uscire dalla “Echo Chamber”

La prima cosa da fare, se vogliamo riconquistare la libertà di informarci, è quella di cercare di cambiare il comportamento delle piattaforme che usiamo.

In alcuni casi, per esempio Twitter, possiamo decidere di rinunciare a una selezione algoritmica a favore di un feed rigidamente cronologico su altre piattaforme, per esempio Facebook, questo non è possibile.

Il consiglio principale comunque e è quello di evitare i social media come fonte di informazioni. I social media sono una grande invenzione, ma proprio per la loro inclinazione a riproporci quello che ci interessa, non sono quasi mai in grado di fornire un flusso di notizie affidabile. Oppure, per dirla in modo più semplice, non è logico usare la stessa piattaforma che usiamo per condividere foto di gattini e immagini divertenti come fonte di notizie rilevanti.

La migliore interpretazione della Echo Chamber, realizzata e pubblicata da Zesty Things

Twitter ha rappresentato per anni una eccezione, ma l’introduzione di algoritmi di filtraggio nel flusso lascia dubbi sulla sua neutralità. In ogni caso, possiamo iniziare la nostra dieta usando piattaforme meno prone alla viralizzazione. Per esempio Reddit, che ci permette di scegliere in modo trasparente quale tipo di visualizzazione sfruttare, e quali argomenti seguire, oppure aggregatori come InoReader o Feedly, che si limitano raccogliere le notizie senza applicare filtri a monte, ad eccezione di quelli che impostiamo noi.

Abbandonare gli algoritmi o educarli?

Parliamoci chiaro: rinunciare ai social media spesso non è una opzione percorribile. Ma questo non significa essere obbligati a usarli anche come fonte di notizie.
Il consiglio qui è di sfruttare l’accondiscendenza degli algoritmi a nostro vantaggio. Se iniziamo a ignorare le notizie, un po’ per volta scompariranno. Se vogliamo accelerare il processo, usiamo gli strumenti che ci permettono di esprimere le nostre preferenze. Nascondiamo i contenuti che non gradiamo e soprattutto togliamo sistematicamente il “like” alle pagine che condividono informazioni che non gradiamo.

E se vogliamo contribuire attivamente a costruire un ambiente più sano anche per la information diet degli altri, evitiamo di condividere bufale, fake news e informazioni irrilevanti e soprattutto segnaliamo senza remore ogni tipo di contenuto inappropriato, dall’incitazione all’odio alla pseudoscienza passando per le fake news.

In questo modo il “nostro” algoritmo sarà costretto a proporci cose nuove, nel tentativo di profilare nuovamente i nostri interessi, e nel contempo avremo contribuito ad arginare la proliferazione dei contenuti tossici.

Ma non è tutto.

La strada per abbandonare gli algoritmi passa anche dal nostro telefono

In una parola, le notifiche sono il male, perché ci forzano subdolamente a sottostare ai ritmi imposti dai sistemi e dalle App. Esattamente il contrario di quello che è giusto che accada.

Sono le macchine e gli algoritmi a dover sottostare ai nostri tempi, e non viceversa.

Teniamolo a mente: per un uso consapevole, qualsiasi cosa che ci spinga nella direzione opposta, anche inconsciamente, è sbagliata.

Per disintossicarci disattiviamo qualsiasi tipo di notifica che non sia strettamente indispensabile. E se proprio qualche App non ce lo consente, sostituiamola o eliminiamola dalle nostre abitudini. Garantisco per esperienza personale che non perderemo nulla anzi, riconquisteremo tempo e lucidità per seguire le questioni davvero rilevanti.

Per tornare padroni del nostro tempo (e del nostro cervello) l’approccio consapevole è fondamentale

C’è una regola tanto empirica quanto filosofica che dobbiamo tenere presente nella nostra lotta contro gli algoritmi: per quanto sia comoda e affascinante l’idea di avere macchine che lavorano per noi, qualsiasi sistema automatico che non abbiamo programmato di persona, in realtà non lavora per noi, ma per chi ne è il proprietario. E sappiamo che lo scopo finale in casi come questi è venderci qualcosa, o comunque forzarci a consumare.

Quindi, è per definizione inaffidabile. A meno che non riusciamo a escogitare un sistema per sfruttare gli algoritmi a nostro vantaggio. In qualsiasi altro caso, facciamo molto meglio a farne a meno. E usare la nostra testa.

Dispense ECDL Gratis

Syllabus nuova ECDL, cosa cambia con la versione 6.0?

Il nuovo Syllabus 6.0 introduce alcuni cambiamenti nelle certificazioni ECDL, ma nel 2019 non sarà ancora obbligatorio.

Nell’ultimo trimestre del 2018 è stata rilasciata la versione 6.0 di Syllabus, cioè il programma di studi richiesto per conseguire la Patente Europea per l’uso del computer.

Per il momento però chi ha appena preso una certificazione ECDL o sta studiando non si deve preoccupare. Il Syllabus 5.0 infatti resterà in vigore a tempo indeterminato.

Cosa deve fare chi ha preso una certificazione ECDL con il Syllabus 5.0?

In breve, nulla, la sua certificazione rimane valida, e al momento non sembrano essere previsti nemmeno esami “bridge” per chi vuole passare al syllabus della nuova ECDL in versione 6.0. Consideriamo anche che al momento il nuovo syllabus è stato rilasciato solo per alcuni moduli, in particolare:

  • Word processing
  • Fogli di Calcolo
  • Presentazionie
  • Basi di dati

Probabilmente anche per questo motivo al momento, come abbiamo visto, non sono previste richieste di aggiornamento.

Si possono ancora sostenere gli esami con il Syllabyus 5.0?

Assolutamente si. Secondo Il sito ufficiale ha una pagina dedicata proprio a questo tipo di domande, nella quale possiamo leggere che al momento non è prevista una data di dismissione per il Syllabus 5.0.

Per ora il Syllabus 6.0 insomma sarà facoltativo: non ci saranno disservizi o complicazioni per chi sta sostenendo gli esami di certificazione ECDL e ha iniziato con la versione 5.0

Quali sono le differenze fra Syllabus 6.0 e Syllabus 5.0?

Anche in questo caso ci viene in aiuto il sito ufficiale, che ha messo a disposizione una comoda scheda comparativa in cui sono elencate solo le novità introdotte con l’ultima versione. Le riporto qui per completezza:

Come possiamo notare, al momento si tratta di una serie di modifiche non troppo impattanti, che conservano intatta la dinamica della certificazione ECDL. Facendo il confronto con quanto era accaduto con il passaggio dal syllabus 4.0 al syllabus 5.0, potremmo avere l’impressione che si tratti di un aggiornamento “minore”.

Per la verità va detto che, per chi lo ricorda, il syllabus 5.0 aveva avuto anche il compito piuttosto impegnativo di traghettare ECDL dal sistema di controllo classico delle versioni di Microsoft Office fino alla 2003 verso il sistema Ribbon “a schede” utilizzato da Office 2007 in poi.

Word 2003, con il vecchio sistema di controllo a menu
Microsoft Office Word 2007
Office 2007, con il sistema di controllo a schede

Da allora il sistema di controllo di Office è cambiato nella sostanza, ma la logica a schede è rimasta invariata (e non sembra destinata a cambiare a breve). Questo rende logico il passaggio da Syllabus 5.0 a 6.0 “morbido”: i saperi devono essere aggiornati ma non serve riprogettarli.

algoritmi di raccomandazione

Come gli algoritmi di raccomandazione “governano” il mondo.

I sistemi di raccomandazione, o algoritmi di raccomandazione, sono onnipresenti in qualsiasi sito o servizio mediamente evoluto. Con conseguenze dirompenti, e non sempre positive, sulla nostra vita.

Alzi la mano chi non è mai incappato in un suggerimento su un sito di shopping, su un trending topic o su un post ampiamente condiviso e si è chiesto perché vedo questa roba?

La risposta è semplice: algoritmi di raccomandazione. I sistemi di raccomandazione sono ampiamente usati, dai servizi maggiori ma anche quelli minori (anche questo sito ne ha uno a fondo pagina che suggerisce altri articoli potenzialmente interessanti).

I motori di raccomandazione sono ovunque

Una premessa: questa riflessione, come accade spesso, non è farina del mio sacco, ma è ampiamente riportata da questo interessante articolo di Wired USA, che spiega, in modo semplice e chiaro, il funzionamento, e soprattutto i limiti, degli algoritmi di raccomandazione. Consiglio a chiunque mastichi l’inglese di leggere l’originale, ma ne riporto qui un sunto dei concetti fondamentali. Per comodità, la “narrazione” dell’articolo originale ha uno sfondo diverso. Il resto sono mie considerazioni

rete algoritmi raccomandazione

Il primo problema degli algoritmi di raccomandazione è che tendono all’autoreferenzialità

Tutto parte dall’autore che nota un libro quantomeno peculiare indicato fra quelli “caldi” suggeriti da Amazon. Le vendite si sono impennate quando il libro è finito nel carosello dei suggeriti, il che ha portato una crescita dell’interesse e così via. 

Beh, questo è abbastanza semplice da capire: quando un prodotto o un tema diventano trending, vengono mostrate a più persone. Il che ne aumenta le possibilità di essere visualizzato. Il che aumenta le discussioni in merito. Visualizzazioni, discussioni e feedback sono i tre pilastri degli algoritmi di raccomandazione di questo tipo. Questa è una debolezza notevole, perché una volta entrati, si crea un circolo di crescita praticamente esponenziale. E lo sforzo marginale per rimanerci , specie se si tratta di prodotti, è relativamente basso.

Everywhere you look, recommendation engines offer striking examples of how values and judgments become embedded in algorithms and how algorithms can be gamed by strategic actors.

“Ovunque guardi, i motori di raccomandazione offrono esempi lampanti di come valori e giudizi vengono inclusi negli algorimti e come gli algorimi possono essere manipolati dagli attori strategici”

Il secondo problema dei motori di raccomandazione è che sono imprecisi

rete algoritmi cyberspazio

Uno dei sistemi di raccomandazione più diffusi è basarsi su quello che le persone “come noi” hanno letto, guardato o acquistato. Ma cosa significa esattamente “come noi”? Si tratta di una questione di età, genere, razza? Gente con gli stessi interessi? Che ci somiglia fisicamente? O piuttosto si tratta delle nostre “fattezze digitali” basate sui dati granulari che i diversi sistemi raccolgono su di noi e poi dati in pasto a un sistema di machine learning?

Insomma, le persone come noi, sono semplicemente persone con una impronta digitale simile alla nostra. Il che spesso si riduce a quelle accettabilmente simili, che è un modo carino per dire che i sistemi prendono su i dati più simili che hanno. Non serve avere un dottorato di ricerca in statistica per capire che in mancanza d’altro, useranno dati con pochissime cose in comune.

Il terzo (e più grave) problema è che gli algoritmi di raccomandazione favoriscono gli stereotipi

Deep down, behind every “people like you” recommendation is a computational method for distilling stereotypes through data.

“Scavando a fondo, dietro ogni algoritmo del tipo “le persone come te”, c’è un metodo computazionale per distillare stereotipi attraverso i dati.

Ricordiamo un concetto fondamentale: gli algoritmi non sono nostri amici, sono macchine pensate per massimizzare il ricavo. E per ragioni meramente statistiche, tenderanno sempre a proporci quello che “il mercato” sembra volere. Quello che cambia è la dimensione della nicchia che viene presa come riferimento, a seconda di quanti dati abbiamo già regalato al sistema di profilazione.

Il passaggio successivo è meramente logico: “statisticamente probabile” e “stereotipo” sono simili in maniera preoccupante, quantomeno nelle logiche di mercato.

La prova, possiamo averla tutti i giorni, e ne ho già parlato quando suggerivo di ingannare gli algoritmi quando prepariamo un computer per “anziani” o per utenti poco esperti. Basta avviare un processo di selezione per fare in modo di ricevere quasi solo suggerimenti provenienti dalla nicchia di riferimento. Oppure (peggio ancora) un mix delle nicchie di riferimento calcolate e di temi “caldi” scelti sulla base di parametri estremamente volatili.

codice algoritmi raccomandazione

Infine, gli algoritmi di raccomandazione privilegiano il sensazionalismo

“…most trending-type recommendation algorithms employ a logic that filters out common terms as background noise and highlights those that have acceleration and velocity on their side.”

“…molti algoritmi di raccomandazione basati sui trend usano una logica che filtra i termini comuni come rumore di fondo e mettono in evidenza quelli che hanno accelerazione e velocità dalla loro parte”

Il problema è che questo seppellisce di fatto qualsiasi tipo di conversazione che abbia un grande volume costante nel tempo. Per esempio nel caso della cronaca i problemi costanti come la salute, il welfare, l’impiego, pur essendo oggetto di moltissime conversazioni, lasciano ampio spazio agli eventi più rari, che ottengono una copertura sproporzionata.

Ironicamente, osserva l’autore, questo è un problema in comune con la carta stampata. Come a dire che di tutto quello che i nuovi media potevano ereditare da quelli tradizionali, hanno preso il peggio.

La parte peggiore è che questo tipo di algoritmi di raccomandazione è estremamente debole e manipolabile.

Il problema di usare l’accelerazione mediatica come valore è che è fin troppo semplice manipolare l’algorimo. Un hashtag o una notizia condivisi dal giusto numero di persone in un tempo sufficientemente rapido, diventeranno virali con molta facilità. Alcuni attivisti di diverse aree hanno già imparato a mettere in pratica questa strategia, preparando interventi con lo stesso hashtag (nell’ambito di Twitter) e postandoli in modo coordinato.

Ma se funziona per Twitter, perché non dovrebbe funzionare anche in altri ambiti? Se per esempio cinquemila fan di un autore (o diecimila attivisti di qualche schieramento) si coordinano per effettuare lo stesso acquisto su Amazon nello stesso momento, quale può essere l’accelerazione conferita al prodotto acquistato?

Una domanda più che lecita perché, se davvero bastasse qualche migliaio di transazioni, “finanziare” un acquisto coordinato potrebbe essere un investimento strategico più efficace di quelli tradizionali.

La soluzione? Rendere gli algoritmi di raccomandazione più trasparenti. O eliminarli del tutto.

Grandi problemi ed enormi limiti, che tuttavia hanno soluzioni piuttosto semplici. Le aziende sono molto gelose del funzionamento dei loro algoritmi. Il sospetto che tale riservatezza nasconda il timore che possa crollare il castello di carte è più che lecito. Se ci fosse più trasparenza nell’indicazione di quello che è “trending” o “consigliato”, sarebbe più semplice per chi vede le proposte decidere cosa fare.

Così come sarebbe quantomeno doveroso, nelle piattaforme in cui sono possibili le sponsorizzazioni, che il sistema mostrasse in chiaro che percentuale della copertura del contenuto è stata a pagamento. Una specie di “certificato di nascita” che di permetta di capire se stiamo vedendo un determinato contenuto per la sesta volta perché è davvero interessante oppure perché qualcuno lo sta sponsorizzando di continuo.

L’alternativa più radicale, ma anche più semplice, sarebbe quella di eliminare gli algoritmi di raccomandazione. Ormai è chiaro che il loro funzionamento lascia molto a desiderare, e spesso non piacciono agli utenti, come dimostra il recente passo indietro di Twitter verso il semplice sistema cronologico.

Il tutto avrebbe almeno due vantaggi: il primo verso l’utente. Ammettiamolo, vedere sempre le stesse cose sapendo che una piattaforma contiene una varietà quasi infinita di contenuti è frustrante. Il secondo vantaggio sarebbe economico: invece di spendere risorse ad inseguire un sistema di raccomandazione scadente ma sempre più complesso e oneroso in termini di calcolo, si potrebbero abbattere i costi, aumentando i margini ed evitando di dovere elaborare sistemi di raccomandazione sempre più stingenti che consumano più risorse senza un reale incremento dell’efficacia. Oggi infatti le aziende investono sulla speranza che un giorno gli algoritmi inizino a funzionare sul serio.

Cosa che però sembra ogni giorno più improbabile, alla luce dei continui problemi di privacy, uso antietico dei dati e fughe di informazioni che quotidianamente minano i servizi che fanno maggiore uso degli algoritmi di raccomandazione.

Google Perde la memoria

Google ha smesso di indicizzare le pagine vecchie

Google sta perdendo la memoria. O non gli è mai interessato averla?

Una notizia circolata sotto traccia nelle settimane passate potrebbe invece avere implicazioni dirompenti nel futuro della Rete: Google ha smesso di indicizzare i siti più vecchi di dieci anni.

Emersa solo in pochi siti mainstream (e guarda caso in nessuno italiano), la scoperta è stata fatta da Tim Bray, uno dei blogger della prima ora. Che nel tentativo di ritrovare alcuni suoi vecchi scritti, non è stato in grado di recuperarli attraverso Google.

Google perde la memoria o la abbandona?

Prima di pensare a un banale caso di incapacità, va detto che Bray è uno che sa il fatto suo: era già su Internet quando Google era agli albori e prima di esprimersi sulle pagine del suo blog ha fatto tutte le prove del caso, anche usando frasi esatte, ricerca per sito e così via.

Poteva farlo, perché era alla ricerca di suoi articoli di cui aveva il testo completo.

Sull’onda del lavoro di Bray, anche Marco Fioretti ha fatto una prova simile, con analoghi risultati. A questo punto le conferme iniziano a moltiplicarsi, e la notizia appare anche su altre fonti, per esempio boingboing.net.

Ma quindi Google non indicizza tutto il Web?

Per la verità, non lo ha mai fatto. Pensare che Google contenga tutte le pagine mai create è sempre stata una semplificazione. Sulla quale ci siamo adagiati tutti perché, fino a ora, nessuno si era mai posto il problema delle pagine datate. Nonostante il lavoro instancabile di realtà come The Internet Archive che senza troppo clamore tentano da anni di arginare questo fenomeno.

Insomma, finora nessuno si era mai accorto che il re era nudo

O forse, nessuno di autorevole si era preso la briga di andare a fondo. Ora appare chiaro che Google non ha alcun interesse nell’archiviare Internet di per sé, quanto nel fornire le risposte statisiticamente più commerciabili alle domande statisticamente più prevedibili. Insomma, a restituirci la parte vendibile del Web, trascurando tutto il resto.

Lo spiega perfettamente Tim Bray, con parole che provo a tradurre:

[Google] Si preoccupa di fornire buone risposte alle domande che contano per noi in questo momento. Se digito una domanda, anche qualcosa di complicato e oscuro, Google mi sorprende spesso con una risposta puntuale e precisa. Non hanno mai affermato di indicizzare ogni parola su ogni pagina.

Il mio modello mentale del Web è un archivio permanente e duraturo del patrimonio intellettuale dell’umanità. Perché questo sia utile, deve essere indicizzato, proprio come una biblioteca. Google apparentemente non condivide questo punto di vista.

Insomma. Google non è mai stato un archivio, (e per la verità non ha mai annunciato da nessuna parte di esserlo o volerlo essere).

Una scoperta che delinea il futuro di Google

Negli ultimi anni si fa un gran parlare della differenza fra motore di ricerca e motore di risposta. Google ha evidentemente una maggiore inclinazione per il secondo. Tuttavia questo secondo me è un problema, almeno per due motivi:

  • L’umanità non è culturalmente pronta a capire la differenza fra un macro-assistente virtuale che dà buone risposte e un reale sistema biblioteconomico in grado di raccogliere, e restituire, tutto lo scibile
  • al momento non esistono alternative al “qui e ora” voluto da Google. Anche se sembra che Bing e DuckDuckGo abbiano un approccio più sano nei confronti della memoria storica.

Certo, Esistono anche soluzioni specifiche per il Web “abbandonato”, come Archive.org e wiby.me, un motore di ricerca per “siti classici”. Ma manca la consapevolezza da parte degli utenti.

Chiedete a trenta persone che conoscete, ventinove vi risponderanno che su Google si trova tutto. E questo è un colossale problema.

Di fatto, lo scibile umano è in mano a un’azienda a fini di lucro

D’accordo, nella realtà non è propriamente così. Biblioteche e realtà virtuose come Archive esisteranno sempre. Ma quante sono, in percentuale, le persone che si accontentano dei risultati di Google e quante quelle che vanno oltre?

Parliamoci chiaro, chi si occupa di SEO lo sa più che bene: già essere fuori dalla prima pagina significa essere in una sorta di cimitero degli elefanti. Figuriamoci essere fuori da Google.

Il problema degli algoritmi si manifesta ancora una volta

Anche se ovviamente non c’è nessuna posizione ufficiale in materia, le ragioni di questa scelta sono ovvie: indicizzare le pagine web costa. E per un’azienda a fini di lucro, tutto quello che non è profittevole è dannoso. Fino qui nulla di sbagliato.

Ma cosa succederà se domani Google dovesse decidere di “tagliare” a cinque anni, o a sei mesi?

Sarebbe nel suo pieno diritto. Ma il patrimonio di conoscenza che potrebbe diventare irrecuperabile nel giro di pochi giorni potrebbe essere infinito. Poco importa se si tratta di fanfiction, meme sciocchi o opere d’arte. Rimane il problema che il lavoro di molti esseri umani potrebbe essere “oscurato” da una macchina nel giro di una notte.

Cosa possiamo fare per evitare di essere dimenticati da Google?

A lunghissimo termine, e con una visione piuttosto utopica, darci da fare per un Web in cui non esistano monopoli di fatto, al contrario di quello che succede ora. Favorire la frammentazione, la diffusione di standard, il diritto all’interscambio dei propri dati, la liquidità delle piattaforme. Evitando, per quanto possibile, i servizi che sappiamo adottare politiche poco trasparenti e in ogni caso quelli che detengono qualche tipo di monopolio.

L’utopia massima sarebbe un sistema in cui ciascuno possiede i propri dati in via esclusiva, e le diverse piattaforme li interrogano e li mettono in relazione in modo controllato. Ma rassegnamoci: è impossibile, anche dal punto di vista tecnico, almeno con la tecnologia di ora. Quantomeno è impossibile in una logica di scala.

A medio e breve termine, ricordarci e ricordare che Google non è il solo motore di ricerca: Bing e DuckDuckGo stanno iniziando a essere valide alternative, ma anche l’europeo Qwant. Usarli può essere impervio oggi, ma potrebbe essere il primo tassello per una Rete meno schiava degli algorimi. O per lo meno ridurre la dipendenza da un numero limitatissimo di algoritmi.

Insomma, l’umanità dovrebbe sforzarsi di non fare con la tecnologia l’errore che ha fatto svariati millenni fa quando si è lasciata addomesticare dal grano.

Ne parlerò meglio in futuro, ma oggi sta accadendo esattamente questo: invece di essere l’informatica ad adattarsi alle necessità dell’umanità, l’umanità si sta piegando alle nevrosi del digitale. Invece di creare motori di ricerca realmente efficaci, ci sforziamo di scrivere nel modo che i motori di ricerca possono comprendere.

Invece di usare l’intelligenza artificiale per un riconoscimento realmente efficace della scrittura a mano o della parola scritta, ci deformiamo le articolazioni sulle tastiere. invece di avere sistemi che ci permettono di aggregare le informazioni in modo semplice ed efficace, passiamo le ore a ingolfarci di informazioni inutili sui social media.

In qualche modo, sembra che l’unica cosa che ci importi è faticare il meno possibile, fisicamente e intellettualmente, quando l’essenza stessa dell’essere umano dovrebbe spingerci verso il contrario.

Ci ricordiamo tutti la fine che hanno fatto gli eloi, vero?

computer per anziani

Se state preparando un computer per anziani, ingannate gli algoritmi

Come molti probabilmente sanno, i corsi di informatica (o più pomposamente “corsi di Digitale”) sono la mia passione. E negli ultimi anni, grazie alla fiducia dell’Agenda Digitale Biellese mi sto interessando molto ai corsi di informatica per anziani. Facendo ricerche sui computer per anziani mi sono imbattuto in questo consiglio, che francamente è forse il più intelligente che abbia letto. Sostanzialmente, si tratta di quello che ho anticipato nel titolo.

Se state preparando un computer per gli anziani della famiglia, ingannate gli algoritmi

Lifehacker, il sito da cui ho preso spunto, in realtà la fa molto più morbida, ma il concetto di fondo è proprio questo: manipolare gli algoritmi dei vari siti per rendere i contenuti dei siti principali più appetibili per gli anziani, che magari non hanno molta confidenza con il Digitale. E ai quali di sicuro non frega niente dell’ultima challenge in cui i dementi affamati di popolarità si cimentano.

Come preparare un computer per anziani manipolando i vari algoritmi

So che in teoria sembra una roba alla codice swordfish, ma in realtà il principio è molto semplice, ed è stato collaudato con successo dal redditor u/TyrKiyote, che lo ha colludato per YouTube.

Dopo aver preparato il computer per gli anziani con i soliti accorgimenti (scorciatoie sul desktop, sicurezza e così via), si tratta semplicemente di aiutarli a iscriversi ai vari servizi. In questo caso, YouTube. E subito dopo, prima di qualsiasi altra cosa, effettuare qualche ricerca su temi di loro interesse. L’esempio parla di Glen Campbell, ma funziona qualsiasi cosa.

computer per anziani

Che sia orticultura, musica d’annata, giardinaggio, pesca o musei, facciamo in modo di guardare e apprezzare subito video che rientrino nell’interesse della persona per cui stiamo sistemando il computer.

Secondo l’esperienza del redditor, e di altri che hanno provato, fa una differenza enorme.

Possiamo usare lo stesso trucco con tutti i siti che si basano su algoritmi per la scelta dei contenuti

Che sia Facebook o Google, Amazon o un qualsiasi altro sito con filtri “intelligenti”, questo semplice trucchetto ha del miracoloso, secondo quanto riportano da più parti.

Perché un trucco così semplice funziona così bene?

Semplicemente perché gli algoritmi che stabiliscono cosa vediamo e cosa no in realtà non sono così intelligenti come vorrebbero farci credere. Infatti non possono fare altro che raccogliere quelli che sono gli interessi che abbiamo già manifestato e in qualche modo proporci qualcosa di simile.

E se per modificare il comportamento per chi, come me, ha decine di anni e migliaia di ore di navigazione sulle spalle ci vuole moltissimo tempo, su un account nuovo e privo di memoria storica ci vuole pochissimo.

Provare per credere. Se siete curiosi, la prossima volta che avete sotto mano un computer o un dispositivo nuovo, provate a creare un nuovo utente Google, per esempio, ed effettuare un paio d’ore di navigazione monotematica sui siti sopra citati.

In men che non si dica sembrerà che Internet sia costituita solo da quello che avete cercato. Un piccolo trucco con un grande potenziale: dimostrare ancora una volta il grande limite degli algoritmi. Non è un caso che anche le aziende stiano facendo marcia indietro in questo senso, tornano a una gestione più centrata sulle persone.

Un consiglio perfetto anche per i corsi di informatica per anziani

Una delle principali accuse che vengono mosse oggi al mondo digitale è di non essere inclusivo. In particolare, quando tengo i corsi di computer per anziani, l’impressione è che il Web non abbia niente di interessante per loro. E molto spesso è sufficiente qualche ricerca per dimostrare il contrario.

lezioni di computer per anziani

Da questo nasce il mio suggerimento: usiamo il più spesso possibile trucchi come questo. Non devono essere gli utenti ad adattarsi al Digitale: deve essere il Digitale al nostro servizio. E grazie a questo piccolo trucco possiamo fare un passo nella giusta direzione.

Un invito che estendo a tutte le persone che, in qualche modo, si trovano a dover preparare un computer per anziani, o più in generale per principianti. Se è vero che una volta installato e configurato le cose possono funzionare da sole, è anche vero che le prime ricerche, le prime navigazioni, le prime cose cercate costituiscono, nell’era degli algoritmi (semi)intelligenti, una sorta di imprinting, che accompagnerà le persone nei mesi successivi. E noi che sappiamo come funziona abbiamo in qualche modo il dovere morale di fare in modo che siano gli algoritmi al servizio delle persone e non le persone al servizio degli algoritmi.

Perché ho deciso di fare mio questo suggerimento

Sarà oggetto di una serie di post più approfonditi in futuro, ma anni di vita immerso nel mondo digitale mi stanno convincendo che noi utenti abbiamo scelto un ruolo troppo passivo.

Il feed dei social media posta fuffa, ma siamo troppo pigri (o poco competenti) per adattarlo usando i vari “non mi interessa” o “non seguire più”. Le piattaforme video ci mostrano contenuti che non ci interessano, ma usare il “non mi piace” sembra quasi un’offesa. E così via.

Penso che invece sia importante che tutti abbiano piena consapevolezza di quello che leggono, guardano comprano. Consapevolezza che passa anche dal sapere che gli algoritmi possono e devono essere educati per essere al nostro servizio, non viceversa.

E chi, come me, tiene corsi di informatica ha il dovere morale di spiegarlo, per evitare nuove generazioni di utenti inconsapevoli.

Editoria Digitale ai tempi del post algoritmo

Editoria digitale: il 2018 è l’anno del fallimento degli algoritmi

Il flagello dell’editoria digitale, la raccomandazione in base ad algoritmi, mostra finalmente le sue debolezze. Il 2018 sarà l’anno della risalita?

A oggi, uno dei pilastri dell’editoria digitale è senza dubbio la SEO. La disciplina, cioè che permette di far primeggiare una pagina fra i risultati delle ricerche.
Non si tratta affatto dell’unica strategia, ma oggi è senza dubbio una delle più frequentate, per una serie di ragioni che ho già approfondito. 

Questo però ha creato una grande frattura, e una discrasia che solo un media potente come Internet poteva mostrare, ovvero il totale ribaltamento del concetto di successo nell’editoria digitale.

Editoria digitale, l’odio per la SEO e l’algoritmo impietoso

Mi spiego rapidamente: i colleghi giornalisti e le testate tradizionali, hanno visto il loro spazio contrarsi sempre di più, sotto i colpi dei “siti Internet” prima, e dei contenuti ottimizzati per la SEO poi.

A oggi, sono ancora pochi i giornalisti veri, i professionisti del settore, in grado di fare una buona SEO. Per dirla tutta, i giornalisti mediamente sono dei cani con la SEO.

Ma il problema vero è un altro, il ribaltamento di cui parlavo: il fatto che l’algoritmo premi la SEO (che è per definizione una disciplina algoritmica, anche se speculativa) ha fatto si che nelle prime pagine dei motori di ricerca molto spesso si trovino articoli scritti da bravissimi specialisti SEO, che però sono dei cani come giornalisti, e molto più spesso non lo sono affatto.

Parliamoci chiaro, io faccio entrambe le cose. Quindi, per definizione, sono un cane in entrambe. Ma purtroppo il 90% della SEO moderna, almeno secondo chi usa tecniche e strumenti, si basa semplicemente sulla forzatura dell’algoritmo. Si tratta solo di far leva sui tasti giusti. Così come nel giornalismo tradizionale si tratta spesso si fare leva sempre sui tasti giusti, ma delle persone.

Uno degli aspetti più negativi della “democrazia digitale” quindi, è di tenere costantemente il lettore distratto (nel senso classico di “tirato da due parti”) fra testi impeccabili dal punto di vista tecnico ma poveri da quello dei contenuti, e viceversa, cioè contenuti ricchissimi dal punto di vista dei contenuti ma così terribili dal punto di vista del posizionamento da dover essere letteralmente cercati col lanternino, come diciamo noi piemontesi.


Cosa sta succedendo all’algoritmo?

Lo ammetto, pur praticandola (e cavandomela discretamente nella materia) non ho alcuna simpatia per la cosiddetta scrittura SEO. Per due ragioni: perché continuo a pensare che sia una scorciatoia messa in atto da chi non sa scrivere davvero, e perché quando scrivo vorrei poterlo fare per chi mi legge, non per un algoritmo che mi valuta

Sento già i nerdissimi in lontananza: ok, non è un algoritmo, è intelligenza artificialemachine learning, o comunque un sistema estremamente raffinato. Ma è sempre una “macchina” che non capisce la banale ironia, per esempio. Vogliamo davvero tornare a ricordarci di quando il sistema di eliminazione delle fake news di Facebook mise al bando la testata umoristica Lercio?

In ogni caso, che gli algoritmi abbiano stancato è piuttosto evidente per tutti. Comprate una maglietta con un gattino su un popolare sito di commercio elettronico e da quel momento riceverete solo pubblicità di magliette con gattini. Mettete per sbaglio un “mi piace” a un post di un amico che parla di politica, e quale che sia la vostra convinzione, da quel momento verrete invasi di post di politica.

Per non parlare delle ricerche: fra geolocalizzazione, cronologia delle pagine visitate e delle ricerche fatte in passato, anche i risultati lasciano sempre più il tempo che trovano.

Insomma, gli algoritmi stanno fallendo. Non tanto perché inefficaci, ma perché troppo spesso lasciati a loro stessi, usati solo per monetizzare e per questo troppo ansiosi di assecondarci. Per non parlare di quanto siano proni ad hack di varia natura. (La SEO, a ben pensarci, altro non è che la disciplina di sfruttare l’algorimo a nostro vantaggio. Almeno, per chi ha capito e ha deciso di sfruttare solo la parte “comoda” della questione)

Editoria digitale: gli algoritmi si fanno da parte

Ovviamente, forzati dal mercato. Un esempio? Secondo Business Insider, nel 2018 un utente americano su quattro avrebbe disinstallato la App di facebook. Ok, ci sono stati una marea di problemi legati a sicurezza e privacy. Ma se alla gente fregasse davvero qualcosa di sicurezza e privacy, PornHub non potrebbe pubblicare ogni anno il suo geniale Year in Review. Diciamo piuttosto che privacy e sicurezza sono stati il casus belli per liberarsi di qualcosa che interessa sempre meno.
E il motivo dell’interesse decrescente è, guarda caso un algoritmo sempre più arzigogolato e meno efficace. Possiamo verificarlo tutti noi, per esempio rendendoci conto che Facebook tende a mostrarci sempre i post delle stesse persone, quelle con cui interagiamo di più, pensando di farci un favore. Un meccanismo che, alla lunga, sta mostrando più debolezze che forze.

Ma cosa ha a che vedere questo con l’editoria digitale e in particolare con la SEO? Moltissimo. In primo luogo perché Facebook ormai è un asset per moltissime realtà editoriali e poi perché ci spiega come anche i migliori algoritmi siano, nel medio-lungo periodi, molto più fallimentari rispetto alla gestione umana.

O meglio. Gli algoritmi sono ottimi quando servono a potenziare l’essere umano. Quando vengono usati per sostituirlo, generano mostri come le prime pagine dei motori di ricerca di una decina di anni fa, o come la nostra bacheca di Facebook oggi. Se anche una disciplina nobile come gli scacchi riconosce il valore dell’accoppiata uomo-macchina (vedi questo articolo sul Centaur Chess come punto di partenza), allora probabilmente questa è la direzione giusta.
Quindi, pur avendo perso almeno dieci anni, stiamo tornando nella direzione giusta: far fare ai computer quello in cui eccellono come l’estrazione dei dati, e far fare agli umani quello in cui eccellono, come la comprensione avanzata del contesto.

Microsoft e Google nel post-algoritmo

Microsoft ha già fatto il primo passo in questa direzione quando, questa estate, ha lanciato Microsoft News: una App che di fatto è un aggregatore di news, che utilizza sia un sistema di intelligenza artificiale (semplifichiamolo in “algoritmo”) sia la gestione curata dei contenuti da parte di persone. Se vogliamo, un ritorno alle origini, ai tempi dei primi motori di ricerca. 
Anche Google non sta con le mani in mano. Per la verità, non lo è mai stato. Anche se non è una cosa particolarmente conosciuta, Google infatti si affida anche a una rete di quality raters, cioè persone incaricate di valutare il contenuto dei siti web che andranno inclusi nel motore di ricerca. Insomma, la prossima volta che qualcuno ci parla dell’algoritmo di Google come di una figura mitologica o di una macchina senza cervello, ricordiamoci che all’interno del processo, a un certo punto, ci sono anche degli esseri umani, con tanto di linee guida da seguire.

L’editoria digitale dopo l’algoritmo

Ovviamente sarebbe folle pensare che nel breve termine gli algoritmi spariscano, ma è realistico pensare a uno scenario sempre più “misto” in cui al lavoro esclusivamente automatico si affianca quello curato da esseri umani. In alcuni casi sembra essere già così, soprattutto davanti a articoli, testate o accadimenti di particolare rilevanza.
Ma proprio questa ripartenza può essere una perfetta occasione per tutti i professionisti della scrittura che hanno sempre rifiutato le discipline SEO, per opportunità, volontà o per semplice superbia.
Oggi la SEO è ancora rilevante, ma non non è più esasperatamente tecnica come lo era in passato.

Si tratta di un tema che mi sta molto a cuore. Sostengo da sempre, supportato dai fatti ma spesso guardato con sdegno da entrambe le parti, che un buon giornalista con una preparazione basilare sulla SEO sia estremamente più efficace di un professionista SEO con un po’ di preparazione giornalistica. Anche e soprattutto in termini di piazzamento e “tenuta” sui motori di ricerca.

Sfortunatamente molti giornalisti sono molto restii a usare la SEO, perché le regole vengono vissute come una sorta di “gabbia”, di “limite”, o semplicemente perché in fondo non accettano l’idea di dover imparare a scrivere in un modo diverso.

Io, figlio dell’ultima carta stampata, penso che non ci sia poi così tanta differenza con i manuali di stile, le lunghezze, le gabbie di impaginazione e le correzioni con cui si aveva a che fare con i giornali. Chiudo quindi con un piccolo appello che, ribadisco, mi sta molto a cuore: per i giornalisti sarebbe molto facile riconquistare l’editoria digitale

Basterebbe volerlo.