Ormai la nostra dieta informativa è composta da un buffet infinito dove tutto sembra “imperdibile”. Ma la verità è che se non sappiamo distinguere un segnale dal rumore, la saturazione ha preso il posto dell’informazione.
Quali sono le tre cose più importanti che sono successe nel tuo settore questa settimana?
Se non sai rispondere probabilmente è perché te ne vengono in mente venti e non sai scegliere: sei vittima di infodemia.
Non sentirti in colpa. È una condizione sistemica. Ci hanno venduto l’accesso illimitato alla conoscenza come la nuova età dell’oro, ma ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un “rumore bianco” costante che prosciuga la nostra capacità critica. Come in una versione distopica di Matrix, non stiamo scegliendo la pillola rossa; stiamo solo cercando di non affogare nel flusso di codice. Ma la verità è che stiamo morendo di sete in mezzo a un oceano di dati. Mi fa venire in mente un passaggio geniale di Buona Apocalisse a Tutti:
The theory was that if you ate enough MEALS™ you would a) get very fat, and b) die of malnutrition.
Pensiamo al rapporto che abbiamo sviluppato negli ultimi anni con le informazioni e vedremo che purtroppo non è molto lontano dalla realtà.
Cos’è davvero l’infodemia (e perché non è solo “troppa roba”)
Il termine infodemia non è un neologismo da conferenza o da post social (lo dimostra anche il fatto che non se ne parla molto, lo so, non è un argomento con cui si fanno i big like). È stato sdoganato ufficialmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che lo definisce come una sovrabbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili e indicazioni affidabili quando ne hanno bisogno.
Solo un problema di quantità? Magari! Il vero dramma è la dissoluzione della gerarchia informativa. Nel mondo pre-social, esistevano strumenti di mediazione, sia professionali sia indipendenti. l’editoria, per esempio svolgeva un lavoro spesso vissuto come poco nobile ma indispensabile: la cura dei contenuti, o content curation. C’era un direttore, c’erano i caporedattori, c’erano i redattori. Qualcuno decideva cosa andava in “prima” (perché cambiava il mondo) e cosa finiva in decima pagina (perché era un dettaglio per addetti ai lavori).
In altre parole, qualcuno decideva per noi cosa era più meritevole nella nostra attenzione. Cerco di essere molto chiaro, non è un concetto semplice né comodo: storicamente abbiamo scelto la disintermediazione, spesso per scarsa fiducia nei confronti di chi, testata, canale televisivo, o sito, operava questo tipo di cura, a favore di un modello in cui “ognuno va a cercarsi le informazioni che gli interessano”.
Solo che è finita malissimo, perché nell’equazione nessuno ha considerato o visto arrivare il mercimonio della nostra attenzione.
Oggi, quel filtro è stato sostituito da un algoritmo che non ha etica, ma solo obiettivi di business. Per un feed di LinkedIn o Facebook, una notizia sulla fusione nucleare e il post di un “guru” che spiega come svegliarsi alle 4 del mattino hanno lo stesso peso visuale, purché generino lo stesso tempo di permanenza sullo schermo. La qualità è stata sacrificata sull’altare dell’engagement.
Se vogliamo leggerla in modo un po’ più (Cyber)punk, abbiamo sostituito una forma di controllo con una peggiore, perché almeno prima il mercato era evidente e se non ci piaceva più un giornale / magazine / programma semplicemente smettevamo di comprarlo o di seguirlo.
Il paradosso della scelta e la morte dell’occhio critico
Oggi la situazione la conosciamo tutti, anche sulle piattaforme più professionali o orientate al business: tutti riportano notizie, ma nessuno le pesa o le cura. Al massimo emerge qualche post, secondo me ancora più cringe, del tipo “No, non è andata davvero così”. Siamo passati dall’era dei cronisti a quella dei ripetitori. Se una notizia appare su dieci bacheche diverse, tendiamo a considerarla vera o importante. È un bias cognitivo classico, ma potenziato dai bit. E oggi anche dall’IA che, come noto, ha un fortissimo potere di rumine nei confronti dei concetti più diffusi.
In psicologia si parla di sovraccarico cognitivo o Cognitive Overload. Secondo studi condotti da istituti come il Nielsen Norman Group, gli utenti web non “leggono”, ma “scansionano”. Si lo so: secondo le buone pratiche non bisognerebbe citare una ricerca del 1997. Ma se siamo qui a ragionarci, è perché evidentemente non ne abbiamo compreso le implicazioni. Quando scansioniamo, perdiamo la capacità di analisi profonda. Non ci chiediamo più: “Perché questa notizia è rilevante per me?”, ma ci limitiamo a registrarla come rumore di fondo.
I media più tradizionali, compresi i siti specializzati, con tutti loro suoi difetti e le loro linee editoriali talvolta parziali, offrivano però un contesto. Oggi il contesto è morto. Abbiamo frammenti di informazioni, come snippet, reel, video brevi o post, che galleggiano nel vuoto. Come scrivevo troppo tempo fa a proposito degli algoritmi, ci siamo abituati a contenuti irrilevanti che tradiscono la nostra attenzione. Se non c’è qualcuno che mette un occhio critico, la rete diventa una immensa echo chamber, una sala degli specchi dove vediamo solo ciò che l’algoritmo pensa ci piaccia.
La quantità non è competenza: il mito dell’onniscenza è insostenibile
Esiste una verità scomoda che molti professionisti del personal branding evitano: accumulare informazioni non significa acquisire competenze. Nelle mie lezioni sulla mentalità e la vita digitale insisto sempre su un punto: dobbiamo imparare i principi, non comandi o istruzioni. Per arginare l’infodemia, il principio cardine è la selezione. Essere esperti oggi non ha niente a che vedere con il conoscere tutte le novità. Al contrario, Significa avere il coraggio di ignorare il 95% del rumore per concentrarsi su quel 5% che sposta davvero l’ago della bilancia.
E qui nasce il problema: chi ci aiuta oggi a decidere, in un mondo in cui anche il più autorevole degli esperti deve buttare fuori secchiate di informazioni per non essere sommerso dallo slop?
La bulimia informativa produce quello che chiamo il last minute expert: uno che sa citare l’ultimo report di Gartner ma non sa applicare una logica di problem solving elementare. È la differenza che passa tra un ingegnere che conosce la fisica e uno che sa solo usare un software di simulazione senza avere mai sofferto davvero davanti all’equazione della catenaria.
Possiamo evitare che la nostra attenzione sia fatta a brandelli?
Se vogliamo salvarci dobbiamo tornare a essere dei curatori. Peraltro è un tema che mi è molto caro e sarebbe davvero bello che questo post originasse l’opportunità per iniziare a collaborare per una scelta più consapevole delle informazioni da conoscere (non si sa mai).
Per quanto mi riguarda, io ho scelto un approccio molto rigido.
- Scelgo le fonti: non seguo “tutti”. Seleziono tre o quattro fonti che abbiano dimostrato negli anni di avere occhio critico e consapevolezza. Pivilegio chi scrive (o informa) meno, ma meglio. La qualità richiede tempo; chi pubblica dieci post al giorno sta solo saltellando davanti ai miei occhi per avere la mia attenzione. E soprattutto, niente sensazionalisimo: al terzo “questa cosa cambierà il mercato per sempre”, sei fuori.
- Verifico le fonti: non mi fido di screenshot, video o versioni riportate. In fondo siamo già nell’era della post-verità e della verità artificiale. La consapevolezza digitale parte dal dubbio. Se ne ho cerco conferme su studi accademici, siti governativi o report ufficiali. Anche qui, se non ci sono riscontri o la fonte mi rende il lavoro troppo difficile perché riporta dati o fatti troppo oscuri, passo oltre.
- Applico la cura manuale: a fine giornata o a fine lettura mi chiedo sempre se quello che ho letto o visto mi ha lasciato qualcosa. Se non so rispondere, ho buttato via il mio tempo.
Rieducarci e “ricablare” il nostero cervello
La soluzione non è disconnettersi. Il digital detox sarebbe anche una buona idea, per chi non ha bisogno di lavorare. Ma non è applicabile nel mondo reale: sarebbe come dire a un marinaio di evitare l’oceano perché c’è troppa acqua. La soluzione è imparare a navigare con una bussola, non seguendo ogni onda.
Dobbiamo accettare che nessuna strategia informativa è eterna. Dobbiamo avere l’umiltà di ammettere che non possiamo sapere tutto. In un mondo che ci spinge a essere ovunque e a sapere tutto, la vera mossa d’avanguardia è la sottrazione.
Sopravvivere all’infodemia significa smettere di essere dei consumatori passivi di feed e tornare a essere degli analisti. Perché, alla fine della fiera, non importa quanti bit hai scaricato oggi, ma quanta consapevolezza sei riuscito a estrarre dal caos.
Ti senti ancora sopraffatto? Inizia da qui: cancella l’iscrizione a cinque newsletter che non leggi mai, oppure inizia a segnalare come “non mi interessa” alcune proposte sui feed dei social. È un piccolo passo, ma è un gesto di igiene mentale indispensabile.




































