Dispense ECDL Gratis

Come prepararsi all’esame ECDL Update 6.0

L’esame ECDL Update 6.0 è un buon modo per riqualificare le competenze per chi ha una certificazione ECDL datata.

Una recente domanda di una lettrice mi ha dato l’opportunità di aggiornarmi su questa interessante modalità. L’idea alla base è molto semplice: l’esame ECDL Update 6.0 è un esame di aggiornamento che permette, con una sola sessione, di convalidare la nostra certificazione ECDL ottenuta con i Syllabus precedenti, in particolare 3.0 e 4.0.

Per qualche motivo il sito AICA non parla della possibilità di effettuare l’Update dalla versione 5.0, probabilmente perché questa è in corso di validità.

Cosa studiare per prepararsi all’esame ECDL Update 6.0

Come sempre, le informazioni migliori sono quelle che ci vengono fornite dal sito AICA, in particolare in questa pagina che parla proprio di questo particolare esame.

Qui scopriamo che si tratta di un solo esame che copre i contenuti aggiornati al Syllabus 6.0. Nell’esame sono compresi tutti i moduli principali, cioè:

  • Computer Essentials (con contenuti dei precedenti moduli Core: Concetti di informatica generale e Uso del computer e gestione dei file)
  • Online Essentials (con contenuti dei precedenti moduli Core: Uso del computer e gestione dei file e Reti informatiche – Internet e Posta Elettronica)
  • Word Processing
  • Spreadsheets
  • Database
  • Presentation

Un aspetto curioso tuttavia è che visti i pochi cambiamenti fra il syllabus 5.0 e il 6.0, nemmeno le fonti ufficiali hanno aggiornato le dispense disponibili gratuitamente. Quindi sulla carta, non ci resterebbe che procurarci un manuale.

Qualche aiuto dal sito ufficiale

La nuova impostazione di AICA ci offre qualche supporto per prepararci a questo esame, che comunque è un discreto malloppo da 75 minuti.
Infatti, sempre nella pagina ufficiale, troviamo una meravigliose sezione chiamata come prepararsi all’esame, che in questo caso contiene un sample test, cioè una piccola esercitazione che ci permette di avere un esempio delle domande che ci aspetteranno in sede di certificazione.

Sfortunatamente le domande sono sempre le stesse (si tratta di un file da scaricare sul nostro computer), ma è comunque un buon aiuto.
il mio consiglio è molto semplice: proviamo a studiare con le dispense disponibili per la versione precedente, poi proviamo a superare l’esame di prova. Se va tutto bene, abbiamo risolto nel modo più semplice. Altrimenti avremo sempre tempo di procurarci un manuale prima di prenotare l’esame.

console war cover

Cosa ci sta insegnando l’ultima console war (che non c’entra con i videogiochi)

La console war fra PlayStation 5 e Xbox Series X|S ci sta insegnando almeno due cose che non hanno strettamente a che vedere con il mondo dei videogiochi. Eccole qui.

Le console war sono vecchie quanto i videogiochi stessi, o quasi (non è che l’Atari 2600 avesse tutti questi concorrenti all’inizio, ma già con gli otto bit le cose erano cambiate). E ormai fanno parte del Folklore del mondo dei videogame. La più recente, quella fra PlayStation 5 e l’accoppiata Xbox Series X / Xbox Series S non è nella sostanza molto diversa dalle precedenti.

Si parla sempre di grafica, di processore, di prestazioni, ma soprattutto di titoli ed esclusive. Ma questa è la parte più noiosa, di cui francamente non ho molta voglia di parlare: ho dato, con il mondo dei videogame, svariati anni fa, anche professionalmente. E come si suol dire è stato bello finché è durato. Tutta via la console war del 2020 porta con sé due lezioni molto interessanti. Una delle due ha a che vedere con la SEO e la vedremo per seconda. L’altra riguarda il mercato più in generale.

La Console War 2020 ci insegna che a volte i veri vincitori non salgono sul podio

Fra appassionati ci si sta scapicollando per capire chi sarà il vincitore, in termini di vendite, quote di mercato, hype. Ma diamo un’occhiata a questi grafici:

Immagini realizzate da newatlas.com/games/playstation-5-ps5-digital-edition-vs-xbox-series-x-s-specs-comparison/
Immagini realizzate da newatlas.com/games/playstation-5-ps5-digital-edition-vs-xbox-series-x-s-specs-comparison/

Nessuno nota nulla?

Esatto AMD realizza tutti i processori e tutte le CPU di tutte le console di prossima generazione.

Quindi, possiamo dire che AMD è la vincitrice assoluta: per l’azienda, che si vendano più Xbox o più PlayStation è assolutamente indifferente. Qualcuno diceva che durante la corsa all’oro, si arricchisce davvero chi vende setacci e picconi. Calza a pennello anche a questa console war.

E cosa ci insegna la console war 2020 sulla SEO?

Ovviamente, il lancio delle sue console, PlayStation 5 in particolare, ha suscitato molto interesse. Il che ha condotto a una rincorsa alla novità.
Tutto perfettamente normale fino a quando si rimane all’interno dell’ecosistema dei siti di videogiochi e tecnologia.

Ma guardate questi due:

E si tratta solo di due casi su molti: siti verticali di altri settori che, per ragioni insondabili a chiunque faccia questo mestiere con buon senso, decidono di rastrellare qualsiasi keyword che si crede possa portare traffico.

I risultati? Ecco qui:

Il risultato è ovvio a chiunque conosca davvero la SEO. Come sappiamo, il posizionamento dipende da moltissimi fattori. Fra cui anche l’autorevolezza del dominio nello specifico settore.

Mentre alcuni sono convinti che “basti scrivere su cose che interessano per fare traffico”. Il che può anche capitare, per brevi periodi di tempo. Ma il piccolo risultato ottenuto svanisce come neve al sole appena l’algoritmo di Google effettua un controllo più approfondito.

Se aggiungiamo che spesso questi articoli vengono relegati in categorie non visibili dalla navigazione, per non intaccare l’immagine del sito, abbiamo il quadro dell’ennesima tecnica obsoleta per ottenere traffico.

Perché parlare di tutto non funziona?

Per la verità funziona, se gestiamo un sito informativo generalista. Ma se siamo specializzati, non ha alcun senso. Lasciamo per un attimo da parte gli aspetti tecnici, e proviamo a immedesimarci nell’utente.

Crediamo davvero che un utente possa pensare
Hei, guarda quanto parla bene di meccanica quantistica questo sito sul collezionismo di collari per cani! Sicuramente sono altrettanto bravi a parlare di collari per cani! Aspetta che visito quaranta pagine”

Invece di
Cosa diavolo ci fa un articolo sulla meccanica quantistica in questo sito sul collezionismo di collari per cani? Si sono sbagliati o mi prendono in giro?”

Dal punto di vista più tecnico invece sappiamo che l’algoritmo di Google parte da una valutazione paritaria, in prima istanza, per poi affinarla con parametri come la pertinenza con gli argomenti abitualmente trattari e l’autorevolezza in quel campo.

Quello che trae in inganno chi analizza i risultati superficialmente è che in effetti è possibile che ci sia un periodo di interregno in cui la pagina si posiziona, temporaneamente, anche per un settore non coperto abitualmente. E magari generi traffico per qualche giorno.

Questo conduce a un circolo vizioso aberrante: a un certo punto l’articolo perde le posizioni e smette di fare traffico. Ma l’ultima volta che abbiamo parlato di un argomento che tira abbiamo fatto traffico, giusto? Quindi facciamo più contenuti su argomenti che tirano, non importa quali.
Centinaia di migliaia di parole macinate per essere visibili per pochi giorni.

Quando, con una linea editoriale precisa e una identità definita si possono ottenere risultati che durano nel tempo.

Questo blog, dalla sua posizione infinitesimale nel Web, conserva intatte le sue posizioni da anni. E ne conquista di nuove. Lentamente, ma con un contenuto al mese quando va bene.

La stessa cosa, su scala più grande, accade su diversi siti con cui collaboro.

Si ottengono risultati migliori con pochi contenuti ragionati che non con migliaia di contenuti privi di pianificazione e direzione.

Insomma, la console war 2020 contiene un insegnamento anche per la SEO ci sono ancora moltissime persone che la fanno nel modo sbagliato.

Bonus per addetti ai lavori: ha senso tentare di posizionarsi per le keyword branded, in particolare quelle forti?

Secondo me assolutamente no. Tanto, nel 99,9% dei casi il primo risultato della SERP ormai è la pagina ufficiale del prodotto. Che è esattamente quello che l’utente cerca con la keyword secca.

Ma parliamone qui sotto, se vi fa piacere.

[immagine di copertina: Fabian Albert on Unsplash (elaborata) ]

impossibile cliccare con il mouse macchina virtuale

Impossibile cliccare con il mouse nell’host VMware

Se stiamo gestendo un server VMware con vSphere ed è impossibile cliccare con il mouse, probabilmente è colpa di una impostazione di Windows.

Questo è uno di quei post che quelli bravi davvero chiamerebbero instant article: ho avuto questo problema, ho trovato la soluzione, penso che sia utile per molti, ne scrivo rapidamente. quindi sarà un po’ più breve dei miei soliti sermoni. Semplicemente, provando a gestire una macchina VMware attraverso vSphere, qualche giorno fa mi è successo che fosse impossibile cliccare con il mouse nell’host. Ecco la soluzione.

Impossibile cliccare con il mouse in vSphere: i sintomi

Il problema si manifesta in modo semplice ma frustrante: la macchina virtuale sembra funzionare (nel mio caso stavo cercando di installare una istanza di Lubuntu), ma i click del mouse non vengono recepiti o sono spostati anche di molto rispetto a dove vorremmo. Ecco un video che ho registrato che mostra il problema per come si manifestava a me.

Nel mio caso, usando la visualizzazione console di vSphere, la tastiera funzionava correttamente e la macchina rispondeva.

Insomma, l’unica cosa fuori posto era proprio il mouse.

Se il mouse non clicca in vSphere, è “colpa” di Windows

Se siamo esperti o appassionati di informatica di lungo corso, sappiamo che spesso la soluzione è semplice, ma in un contesto apparentemente scollegato da quello che stiamo usando. I

Questo è uno di quei casi. Perché il problema si risolve in un secondo, usando le impostazioni dello schermo di Windows. L’impossibilità di usare i controlli “grafici” come il mouse infatti è legato al ridimensionamento e layout dello schermo di Windows. Cioè la funzione che permette di ingrandire caratteri ed elementi grafici sullo schermo.

Ecco come risolvere:

Facciamo semplicemente click con il tasto destro in una zona libera del desktop del nostro computer e scegliamo la voce Impostazioni schermo.

impossibile cliccare con il mouse host VMvare

Nella finestra che si apre cerchiamo ridimensionamento e layout e impostiamolo al 100% anche se l’impostazione suggerita è diversa. Nel mio caso per esempio, in un portatile con schermo Full HD, la scelta consigliata è 125%, ma ho dovuto ignorarla.

impossibile cliccare con il mouse host vSphere

Una volta eliminato il ridimensionamento dello schermo, la macchina virtuale funzionerà alla perfezione, e finalmente potremo usare il mouse normalmente all’interno dell’host.

POSSIBILE cliccare con il mouse host VMvare

Qualche considerazione

Come abbiamo visto il risultato si ottiene in pochi secondi ed effettivamente, almeno nel mio caso, ha risolto tutto. Io stavo usando vSphere 5.5 su una macchina Windows 10, per installare la distro di linux Lubuntu. Su un server ESXi remoto.

E nel mio caso funziona tutto. Da quello che ho letto su qualche forum sembra LA soluzione, nel senso che è proprio un malfunzionamento dovuto all’incompatibilità fra il rendering video di Windows e la console di vSphere. Pare anche che versioni più recenti non mostrino lo stesso problema, ma non ho modo di verificarlo.

Spero di essere stato utile, buon lavoro a chi è arrivato fino qui!

tecniche SEO Obsolete

12 tecniche SEO obsolete, e come evitarle

La SEO è una disciplina in costante evoluzione. Vediamo 12 tecniche SEO obsolete che dovremmo evitare nel 2020.

Chiunque faccia questo mestiere da un po’ di tempo e con un approccio sistematico sa che la SEO è, fin dalle sue origini, una disciplina piuttosto confusa. Sia per la sua natura empirica, sia per la volontà di una certa categoria di esperti di costruire una sorta di aura intorno a una serie di concetti che, per la verità, sono piuttosto semplici.

Questo origina il fiorire di svariate tecniche SEO, che spesso non sono altro che la riduzione a regole di qualche moda del momento. Qualche tempo fa, un interessante articolo di Link Assistant ne ha riportate dodici. Come sempre, mi sono prodigato per tradurlo e localizzarlo, anche per semplificarlo e renderlo meno legato ai prodotti dell’azienda (alcuni dei quali sono notevoli, peraltro).

Ecco quindi una lista ragionata e rivista delle dodici tecniche SEO che dobbiamo evitare nel 2020 (alcune delle quali, onestamente, dovrebbero già essere evitate come la peste già da molti anni).

Le tecniche SEO obsolete da evitare

Le pagine ottimizzate per una sola keyword

Back in the days, l’algoritmo di Google non era eccezionale e come sappiamo produceva SERP diverse anche per ricerche molto simili. E ovviamente tuttisi buttarono a fare pagine ultraspecifiche per soddisfare ogni singola intenzione di ricerca. L’esempio dell’articolo originale lo spiega benissimo: chi produceva portatili per l’ufficio, avrebbe dovuto creare singole pagine per le keyword portatili per l’ufficio, portatili professionali, computer portatili per lavoro e così via.

Perché non funziona?

Principalmente, perché ha smesso di funzionare nel 2013, con l’aggiornamento chiamato Hummingbird. Da allora, il sistema identifica e posiziona le pagine anche per i sinonimi e le intenzioni di ricerca simili. L’italiano in quanto lingua “minore” ha ancora (pochissimo) margine per SERP differenziate, ma la tendenza è quella di uniformare e restituire i risultati in funzione dell’intenzione, non delle keyword per sé.

Cosa fare invece?

Per evitare questa tecnica SEO obsoleta, lavoriamo sull’argomento, non irrigidiamoci sulle keyword, che peraltro “valgono” sempre meno come entità a sé stante. Usiamo sinonimi e variazioni, che renderanno anche la lettura migliore per l’utente, che dovrebbe essere sempre il nostro obiettivo reale.

La densità delle keyword, la decana delle tecniche SEO obsolete

Altro concetto che risale agli albori della SEO. Un tempo si credeva che per far capire all’algoritmo che una pagina parla di un determinato argomento, fosse necessario ripetere la keyword principale diverse volte. Insomma quello che il (non troppo) buon (ma sicuramente) vecchio Yoast ancora adesso ci propone. Anche se per la verità i requisiti per ottenere il famigerato semaforo verde si sono ridimensionati. Secondo l’articolo, nel corso degli anni i sedicenti esperti SEO sono arrivati a sostenere che il cinque per cento del testo dovesse essere una ricorrenza esatta della parola chiave. Non ho nemmeno la forza di commentare. Non andrebbe nemmeno inserita fra le tecniche SEO obsolete perché la verità e che non ha mai avuto senso.

Perché non funziona?

Le keyword nel loro complesso hanno ancora una loro rilevanza, ma per dirci di piantarla con la densità delle keyword e l’uso ossessivo in generale si era scomodato addirittura Matt Cutts. Nel 2011.
Se non bastasse, ricordiamoci che il keyword stuffing è universalmente riconosciuto come spam, e può essere tanto controproducente. Oltre a essere il nemico numero uno della qualità del testo.

Cosa fare invece?

Prima di tutto, e collegandoci alla prima delle tecniche SEO obsolete, evitare di concentrarci su una sola keyword o più in generale su un numero limitato di keyword. Esistono ottimi strumenti in grado di fornirci uno scheletro di traccia da seguire con un numero accettabile di parole chiave. Ma soprattutto, è questo è un consiglio strettamente personale, investire più sulla qualità del testo e delle informazioni che non a giocare con le liste di keyword.

Insomma, se abbiamo un quarto d’ora da spendere, spendiamolo per approfondire l’argomento piuttosto che a fare strategia sulle keyword da utilizzare. Anche perché (ma potrebbe essere l’argomento di un prossimo post) la competenza in un settore trascina nel testo una quantità impressionante di keyword secondarie e di coda lunga, spesso in modo migliore rispetto agli strumenti analitici.

La lunghezza del testo

Altro cavallo di battaglia dei consulenti SEO preistorici: ingabbiare i testi fra una lunghezza massima e minima. Personalmente mi ha sempre fatto ribrezzo il solo pensiero di vendere testi come il prosciutto al banco (Signora, sono 485 parole, che faccio, lascio? Come dice, ne voleva 450 giuste?). Ma al di là di questo, chiunque non abbia iniziato a scrivere l’altro ieri sa che la lunghezza perfetta cambia in funzione dell’argomento che si tratta.

A scanso di equivoci: lavorare su lunghezze predeterminate non è sbagliato per sé: sulle riviste cartacee per esempio si fa da sempre. Ma in quel caso si sceglie l’argomento in funzione dello spazio. Purtroppo nella SEO la tendenza diffusa è quella di comprimere o stirare l’argomento per incastrarlo in uno spazio predeterminato. Una differenza tutt’altro che sottile. Ma sto divagando.

Tornando a noi, la lunghezza del testo è sicuramente importante, ma lo è per i lettori. Tutte le ricerche infatti dimostrano come i testi lunghi siano mediamente preferiti dagli utenti, vengano più condivisi e (secondo l’articolo originale) attraggano più backlink. Pronti via, capendo male e distillando peggio la differenza fra SEO ed engagement, ecco che i consulenti SEO (nostrani in particolare) avevano confezionato la solita regoletta sulla lunghezza consigliata. Che negli anni ha fluttuato per assestarsi intorno alle 1.500 parole. E che naturalmente non funziona. O meglio, non si può considerare una regola universalmente valida.

Perché non funziona?

Lo dico con parole mie. Banalmente, perchè è stupido anche solo pensare di poter far rientrare ogni argomento in 1500 parole.

Perché se devo spiegare di che colore era il cavallo di Napoleone, dopo aver scritto BIANCO dovrò menare le tolle al lettore per altre 1.499 parole. O peggio, come fanno alcuni siti anche molto famosi, menerò le tolle al lettore per 1.499 parole prima di scrivere “bianco”. La dimostrazione che questo modo di scrivere è morto e sepolto la abbiamo da un famoso sito di tutorial, il cui andamento nell’ultimo anno è questo:

Lo stesso ovviamente vale al contrario. Se devo spiegare a un lettore cosa sia una modulazione 64 PSK da zero, 1.500 parole mi bastano appena per la premessa.

Cosa fare invece?

Dimentichiamoci una volta per tutte le lunghezze predeterminate, archiviamole fra le tecniche SEO obsolete e passiamo oltre. Scriviamo fino a quando l’argomento non è concluso. Se lo facciamo per terzi, chiariamo molto bene questo aspetto in fase contrattuale, spiegando al cliente che stabilire aprioristicamente una lunghezza è un pessimo servizio.

E soprattutto, mettiamoci in condizione di poter scrivere bene e senza dover centellinare le parole per stare nel budget o stiracchiare un argomento per raggiungere l’obiettivo di battute.

I backlink dal web 2.0 (social e compagnia bella)

Quando il nostro era un mondo semplice, ottenere più link era sempre una buona cosa. Anche se venivano da social e forum. Questo ovviamente ha generato i soliti mostri di spam selvaggio, che, come al solito, ha portato Google a correre ai ripari.

Perché non funziona?

In questo caso è peggio. Se cercate nel dizionario sotto la voce inutile e dannoso ci sono i backlink provenienti dai contenuti generati dall’utente. Nel 2005 Google ha chiarito che le pagine e i siti con molti backlink di questo tipo vengono penalizzate. Se vi siete mai chiesti da dove abbia origine l’abominio del nofollow, ora lo sapete: dovete dire grazie a chi ha spammato come un animale.

Cosa fare invece?

Facciamo prima di tutto un distinguo: non tutti i link sono inutili per la SEO, e allo stesso modo non possiamo archiviare ogni attività basata sui segnali social fra le tecniche SEO obsolete. Ma certamente quelli provenienti da forum o pagine note per essere popolati di spammer sono negativi. D’altro canto, questo non significa che non siano utili ad altri obiettivi. Per esempio, diverse persone oggi cercano contenuti direttamente all’interno di piattaforme come Instagram o YouTube. Esserci con i dovuti accorgimenti (che vorrebbe dire anche una SEO dedicata) significa ottenere traffico anche da quelle fonti. Ma deve essere chiaro che punto o poco ha a che vedere con la SERP di Google.

Inoltre, i link di buona qualità continuano a funzionare. Sempre che non siano ottenuti con tecniche poco raccomandabili.

I Network di Blog privati

Altra tecnica molto in voga qualche anno fa, l’idea di creare un nostro network di siti per generare link verso il sito principale. Ovviamente, controllando tutto, abbiamo molta semplicità a generare collegamenti. Per diverso tempo è stato in effetti un modo piuttosto rapido per sollevare il ranking del nostro sito principale.

Perché non funziona?

Per dirla con un eufemismo, la tecnica non è apprezzata dall’algoritmo di Google. Secondo alcuni è considerata una tecnica al limite del black hat SEO. Ci sono alcuni network che funzionano, ma per aggirare i controlli è necessario produrre contenuti di qualità, utilizzare IP diversi e diversificare il profilo backlink. Un lavoraccio, che è praticamente come gestire davvero ogni sito come se fosse una pubblicazione reale.

Cosa fare invece?

L’articolo originale suggerisce di usare uno strumento dell’azienda con verificare il profilo backlink dei competitor, e verifcare se sia possibile procurarsi link analoghi, evitando i nofollow e quelli di bassa qualità.

L’alternativa, ovviamente, è quello di mantenere un network reale di siti da usare a supporto delle nostre attività. E, visto il costo attuale dei backlink, potrebbe non essere un’idea così campata per aria.

Guest blogging (aka Guest Posting)

Far ospitare un intervento “sponsorizzato” su un altro sito non è una cattiva idea di per sé, ma come sempre l’abuso ha generato mostri di post uguali, ripetitivi, al limite dello spam. Anche questo tipo di attività, insomma, è stato spremuto al limite, e ora fa parte delle tecniche SEO obsolete, fondamentalmente per esaurimento.

Perché non funziona?

Anche questa volta, è stato proprio Matt Cutt a disincentivare l’uso dei guest post, nel 2014. Ma soprattutto, Google oggi valuta la qualità di ogni singola pagina. Quindi, un pessimo post su un ottimo sito, ci darà risultati pessimi. In alcuni casi, addirittura penalizzanti.

Cosa fare invece?

Per la verità, la tecnica funziona ancora. Ma deve essere messa in pratica con un livello qualitativo molto elevato. Quindi, il profilo del sito che ci ospita deve essere molto alto, e la qualità del post che chiediamo di ospitare deve offrire un reale valore aggiunto per i suoi lettori.

Anchor Text corrispondenti alle keyword esatte

Altra tecnica SEO obsoleta che fa parte dell’arsenale della maggior parte degli esperti SEO: quando si richiede un backlink, lo si richiede per una keyword esatta. La mia opinione è sempre stata che se non viene fatto più che bene genera testi illeggibili, quindi è da evitare per la prima e la seconda regola d’oro (il contenuto è il re; il contesto è la regina). Finalmente ho le prove, grazie a questo articolo che sto traducendo: non solo è inutile, ma rischia di essere considerata una pratica manipolativa. Possiamo leggere i ragguagli sulla Guida di Google.

Perché non funziona?

Semplicemente, l’algoritmo di Google non è più così banale. I link vengono valutati usando il testo che li circonda e spesso anche un contesto semantico ancora più allargato, per stabilirne il reale valore. Al contrario, i link sovraottimizzati vengono visti come non naturali e quindi parte di uno schema. E come pratica scorretta, portano quasi sicuramente a una penalità.

Cosa fare invece?

Ancora una volta, la scelta migliore è quella che implica meno sotterfugi. Possiamo ricorrere a keyword branded (per esempio Massimiliano Monti), a link nudi (per esempio www.filippomiotto.net) oppure a collegamenti lunghi (per esempio un altro ottimo consulente SEO con cui lavoro e che si occupa anche di Web Marketing in generale).

L’ottimizzazione E-A-T

Dopo l’aggiornamento di agosto 2018, che ha influenzato soprattutto i siti che trattavano temi medici e vicini alla salute, si è creata la convinzione che il fattori sintetizzati nell’acronimo E-A-T (Expertise, Authority e Trustworthiness) fossero fondamentali. Come sempre questa convinzione ha portato a un florilegio di regolette: di certi argomenti possono scrivere solo autori con una certa reputazione, bisogna ottimizzare le pagine about, quelle dei termini e condizioni, bisogna aggiornare i post vecchi, le menzioni social sono importanti, e così via.

Remote Working errori e soluzioni

Perché non funziona?

In questo caso, nessuna delle attività sopra citate è dannosa, ma non esistono prove definitive della loro efficacia. Se abbiamo tempo e opportunità le possiamo seguire, a favore degli utenti, ma in molti casi diventano un enorme spreco di risorse.

Cosa fare invece?

In questo caso Link Assitant suggerisce di usare il proprio strumento per effettuare un’ottimizzazione tecnica invece di rendere perfetti testi e contenuti che sono già di qualità. Mi permetto di suggerire una soluzione mediata: ok alla revisione e ottimizzazione, anche di testi e contenuti, ma concentriamoci su quelli di qualità più bassa. E usiamo il resto del tempo per i fix tecnici e per lavorare sulla velocità del sito, per esempio.

AMP, ovvero come le tecniche SEO obsolete a volte sono semplicemente sbagliate

Chiunque lavori con la Rete dovrebbe conoscere AMP, il framework fortemente voluto da Google per erogare pagine molto velocemente su dispositivi mobili. Anche in questo caso è successo quello che succede sempre: qualcuno ha rilevato un aumento di traffico usando AMP, e immediatamente la comunità ha vampirizzato AMP dandolo per indispensabile.
In realtà, non è affatto così.

Perché non funziona?

Prima di tutto, come riporta l’articolo originale, AMP non è un fattore di ranking:

https://twitter.com/JohnMu/status/1101071243917361152

Secondariamente, i risultati di AMP dipendono dal tipo di sito. Perfetto per siti di news e media, per via delle sezioni di SERP specifiche che Google ha creato (Carousel e così via). Ma per tutti gli altri tipi di siti non ci sono evidenze di vantaggi.

Cosa fare invece?

Questa è facile: invece di adottare un framework apposito per ottenere velocità maggiori, lavoriamo sulla velocità del sito in generale. I risultati saranno più solidi.

Content Spinning

Casomai ci fosse bisogno di specificarlo, produrre decine di pagine con piccolissime variazioni non ha alcun senso. Ne aveva più di dieci anni fa, quando l’algoritmo di Google era molto meno raffinato e privilegiava la quantità sulla qualità. Spesso era associata alla creazione di backlink dai social, che abbiamo visto prima.

Perché non funziona?

Oggi le pagine di bassa qualità possono avere due destini. Nella migliore delle ipotesi vengono ignorate. Altrimenti, se l’algoritmo identifica uno schema vengono penalizzate. Altro caso di tecnica SEO inutile e dannosa.

Cosa fare invece?

Se dobbiamo creare contenuti, la scelta migliore è aggiornare (in modo intelligente) i vecchi post e articoli, magari facendoci aiutare da uno strumento di analisi. L’idea di riscriverli modificandoli leggermente è delirante. Richiede più sforzo e porta meno risultati. Usiamo quello che già funziona e attualizziamo i contenuti, aggiungiamo approfondimenti e così via.

I domini con parole chiave esatte

I domini con corrispondenza esatta di parole chiave, o quelli con molte parole chiave, una volta erano considerati un segnale molto forte di rilevanza per la ricerca. Per un brevissimo periodo era così facile ottenere posizioni con dominio adatto alla ricerca, che il contenuto passava in secondo piano. Anche in questo caso, appena la scorciatoia è diventata palese, i domini con corrispondenza esatta sono entrati nella lista dei segnali ignorati.

Perché non funziona?

Perché lo ha detto Matt Cutts. Nel 2012. Eppure qualcuno è ancora convinto che funzioni.

Cosa fare invece?

In questo caso non è penalizzante, ma inutile. Inoltre ci costringe a nomi lunghi, complicati da scrivere e a rinunciare al nostro marchio. Insomma, sacrifichiamo molto per non avere nulla.

Il meta tag keyword

Roba da museo dei motori di ricerca. Eppure, sono ancora molto richieste da molti clienti, e proposte da alcuni consulenti SEO. Come dovremmo sapere, si tratta di un tag HTML specifico per elencare le keyword di una pagina. Si tratta probabilmente del primo caso della storia della SEO di abuso, che ha costretto Google a correre ai ripari.

Perché non funziona?

Undici anni fa Google ha fatto un annuncio ufficiale in cui diceva al mondo intero che non usa il tag Meta Keyword per classificare le pagine. Più di così… Eccolo qui, per la cronaca.

Ancora una volta, usarlo non penalizza (sempre che le keyword non siano dissociate dal reale contenuto), ma è una perdita di tempo. Alcuni CMS le inseriscono in automatico, sulla base per esempio delle tag, e se sono coerenti non c’è nulla di male (ma sulle tag di WordPress, per esempio, andrebbe aperta una enorme parentesi).

Cosa fare invece?

Guarda caso, l’unico modo per “pilotare” Google è quello di produrre contenuti di qualità, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello semantico, e di soddisfare le intenzioni di ricerca. Facendo un uso moderato e intelligente, per esempio, degli strumenti che ci suggeriscono le keyword.

Un pensiero finale

In questo mi discosto un po’ dall’articolo originale. Perché, scorrendo questa lista, emerge n tema dominante e principale. cioè che nella SEO le scorciatoie non funzionano mai o, se lo fanno, è per un periodo estremamente limitato. Gli esperti SEO continuano ostinatamente a cercare sistemi per evitare di produrre buoni contenuti, ma è sempre più evidente che produrre contenuti di qualità è l’unica tecnica SEO che non diventerà mai obsoleta.

Lezioni di SEO - un esempio di cosa racconto a scuola

SEO a Biella: si può lavorare bene in provincia?

La mia vita digitale e professionale è sempre stata improntata al dualismo: tecnologia e ruralità. E’ possibile fare il giornalista informatico, il divulgatore digitale l’insegnante e l’esperto SEO a Biella, nella piena provincia italiana? Sembrerebbe di si, ma bisogna imparare alcune regole di base della “sopravvivenza”.

Consulenze SEO a Biella – uno scenario che si evolve

Ok, a più di due anni dalla pubblicazione originale è ora di calare la maschera. Questo articolo era nato come scommessa, per dimostrare quanto facile fosse, all’epoca, costruirsi un posizionamento per una keyword poco presidiata.

Oggi, a distanza di qualche anno, abbiamo ottime testimonianze di esperti SEO a Biella (benarrivati a tutti ;) ). Che, finalmente, hanno deciso di investire un po’ di tempo a costruire la propria posizione utilizzando le strategie e le tecniche SEO che conoscono.

Visto che mi piace pensare che si tratti anche e soprattutto di una sfida positiva e divertente fra consulenti SEO concorrenti, provo a rilanciare, aggiornando questa pagina.

Lezioni di SEO a Biella. Cosa ho fatto negli ultimi tre anni?

Ovviamente ho continuato a fornire i miei servizi di consulenza SEO, anche in forma privata, sia come seminari di formazione per permettere alle aziende di costruire autonomamente il loro posizionamento sui motori di ricerca, sia sotto forma di consulenza canonica.

Inoltre sono diventato SEO strategist per i fratelli di Hydrogen, creando strategie SEO dalla A alla Z diversi loro clienti.

Ma soprattutto, la parte che mi diverte di più sono le lezioni di SEO vere e proprie. Da quelle più creative e divertenti, come le lezioni di SEO alla maniera Zen (capitolo 1 e capitolo 2), fino ad arrivare all’insegnamento più canonico in aula (ecco per esempio il backlog di una delle numerose lezioni).

Di tanto in tanto, tempo permettendo, tento anche di scrivere qualche approfondimento sulla SEO. Il più divertente (e impegnativo) per ora è stato Strumenti SEO gratuiti provati per l’Italia. Che per la verità avrebbe bisogno di un aggiornamento.

In ogni caso, prima di proseguire con il tema “vero” di questo articolo, rimando al piccolo spazio pubbicità in fondo alla pagina. Se siete qui perché vi serve un consulente SEO a Biella (ma non solo!) facciamo quattro chiacchere.

Professioni digitali in provincia? Why not?

Internet in particolare e il mondo digitale in generale è quel posto meraviglioso in cui, se racconti di fare il programmatore freelance viaggiando per il mondo zaino in spalla sei un caso da copertina, ma se dici, per esempio, di lavorare in un settore ugualmente specialistico come la SEO a Biella, ti guardano da marziano.

Perché per qualche strano motivo, l’idea del moderno hippy che gira il mondo imbracciando un portatile invece della chitarra ci fa dimenticare l’incubo di logistica che è un’idea del genere, a favore del che figata deve essere aggiornare una release da un bar a Miami mentre ti godi il tramonto e sorseggi un long island. Sorvoliamo sul fatto che alcol e codice non vanno d’accordo e anche sul fatto che se stai impazzendo con una versione mi sa che il tramonto non te lo godi. Sostituite “bar di Manhattan” con “paese della provincia di Biella” e provate a fare le stesse domande:

Ma come fai con la connessione?

I clienti come li raggiungi?

Come fai a rimanere in contatto con i colleghi?

Non è scomodo?

robert downey, jr alza gli occhi al cielo esasperato
Seeeehh, mi occupo di SEO e lavoro in provincia. E allora?

Di base è una questione di scelte: opportunità e competitività estreme contro una maggiore tranquillità e qualche grattacapo in più nello spiegare cosa fai e come lo vorresti fare. Ma ci sono comunque delle possibilità. Terminata questa lunga premessa, vorrei raccontare come si può vivere si innovazione (e di SEO) a Biella, con una nota a margine: si scrive Biella, ma si legge una qualsiasi città italiana di provincia. Cioè dove stanno la maggioranza delle persone e delle opportunità. Non è un mistero infatti che l’Italia sia una nazione fortemente ruralizzata, e basta guardare qualche dato  per rendersene conto: il “grosso” della popolazione in Italia vive ancora fuori dalle grandi città.

Ma bando alle ciance, ecco cosa ho imparato, in un racconto semiserio:

SEO a Biella: cinque regole di sopravvivenza

Fare SEO a Biella richiede ingenti quantità di caffeina
Preparati cara, che quella sarà la prima di una lunga serie di tazze di caffeina

1. Il Milanese ne sa sempre più di te.

Non importa quanto credito hai, dove hai insegnato, dove hai lavorato. l’Agenzia di Milano o il Consulente di Milano (o di Torino, o di Roma, per esempio), sono e saranno sempre la tua nemesi. Un mio carissimo amico la chiamava la sindrome di Calimero. Perché nella provincia l’equazione grande città = maggiore compentenza è ancora viva e vegeta. Anche se la storia recente dice un’altra cosa. Quindi davanti all’ultimo fesso con macchinone d’ordinanza, vestiti fighetti o hipster e accento bauscia sarai sempre in difetto. Anche se insegni nella scuola che lui ha frequentato fino al mese scorso.

La soluzione di buon senso: mostra i tuoi risultati, le tue credenziali, le tue collaborazioni e mettili a confronto con i risultati che ha portato a casa l’EspertoDiMilano

Il cheap trick: procurati dei biglietti da visita “metropolitani” e ostenta cadenza lombarda o torinese.

Pro tip: Se l’EspertoDiMilano è così bravo e lavora con tutti i “big”, perché viene a cercare a Biella un incarico da qualche migliaio di euro? Non è che magari a Milano, dove sei davvero dentro Tana delle Tigri, se lo sono già spolpato vivo perché è un fuffaro?

2. Innovare non è difficile, se sai con chi farlo e come.

Sfatiamo una credenza popolare: gli imprenditori di provincia non sono “lenti” o “retrogradi”. Semplicemente, sono pragmatici. Questo significa una cosa molto semplice: se ti danno dei soldi, vogliono vedere dei risultati veri e misurabili. E vogliono capire quello che stai facendo. L’atteggiamento “lasciami fare la mia magia” ha funzionato in certi ambienti e per un periodo limitato ma mai qui (e oggi, onestamente, è ridicolo in generale). E per chi si dedica a pratiche complesse come la SEO, a Biella o nelle altre zone in cui si ragiona per criteri produttivi, potrebbe essere un problema.

La soluzione di buon senso: facile. Spiegati. Bene, a fondo. Condividi i risultati, spiega onestamente i limiti e i rischi. Da imprenditore a imprenditore.

Il cheap Trick: conrfontati con le altre forme di pubblicità. “Hai contato quanti clienti ti ha portato l’inserzione sul giornale locale?”.

3. Guarda fuori dall’orticello

Uno dei principali problemi di chi si occupa di Digitale, Marketing e altre amenità come la SEO a Biella e nelle piccole città è che spesso l’ambiente e la facilità (relativa) con cui si ottengono i risultati porta a smettere di apprendere o di studiare. Per intendersi, fra gli “esperti” di SEO a Biella e a Vercelli resistono convinzioni come “devi pubblicare tutti i giorni alla stessa ora”; “I CMS  come WordPress non ti permettono di fare buona SEO on page”; capiamoci, qui si parla ancora di keyword density, meta tag e Pagerank come se fossero attuali. La ragione è di una semplicità sconfortante: poca concorrenza, poco stimolo. Ma soprattutto, la falsa convinzione che i lavori fatti per le realtà locali siano di piccolo cabotaggio.

La soluzione di buon senso: non smettere mai di studiare (per esempio, partendo dalla mia lista essenziale di risorse SEO ;) )

Il cheap trick: basta frequentare un paio di gruppi o pagine di settore per capire a che velocità si muove il “mondo di fuori”.

Occuparsi di SEO a Biella richiede DAVVERO quantità ingenti di caffeina
Nessun caffè è stato maltrattato nella scrittura di questo articolo. Ma occupandosi di SEO nel biellese se ne bevono molti.

4. Un fornitore è per sempre, e si compete poco

La stagnazione di cui sopra, che copre un po’ tutti gli ambiti della vita professionale biellese, dalla SEO ad altre attività digitali, in realtà è molto legata a una sorta di inerzia che si ha nel DNA: i fornitori vengono spesso vissuti come il negozio sotto casa. Ci si litiga, si discute, ci si confronta, ma non si cambiano. Le motivazioni vanno dal sono brave persone al ci seguono benissimo su tutto il resto (che spesso include, per esempio, le fotocopiatrici). Insomma, se siete fornitori di una piccola azienda di Biella, potete permettervi una quantità quasi infinita di errori e superficialità, perché il cliente quasi sempre presenterà rimostranze, si arrabbierà, ma non vi darà mai davvero il benservito. E molti se ne approfittato: hanno il Kit del Guru della SEO (oggi) di Internet (ieri) e dei computer (l’altro ieri), una valigetta alla quale cambiano solo etichetta, ma è la stessa dagli anni ‘90. E con quello infinocchiano allegramente gli imprenditori di provincia da quando vendevano a decine di milioni di lire i siti fatti con Frontpage.

La soluzione di buon senso: spiegate al vostro potenziale cliente quello che potrebbe ottenere con lo stesso budget da un vero professionista.

Il cheap trick: offritevi come terzista di uno dei fornitori di cui sopra. Vista la loro abilità commerciale, pensate cosa potrebbero fare con un vero prodotto da vendere…

5. Pensa locale, agisci locale ma osserva globale

Partiamo da una onesta ammissione: “Pensa globale, agisci locale” è un concetto affascinante, ma per la maggior parte delle PMI è inapplicabile. Quindi, se lavorate per un’azienda locale che cerca un migliore posizionamento SEO in Biella e dintorni, nella maggior parte dei casi questa vorrà sviluppare la sua presenza sul territorio. Il fatto di poter vendere a Bali o in Australia è in molti casi una chimera con cui i sedicenti esperti di web marketing hanno fatto la ruota per anni e in alcuni casi continuano a farla. Volete fare un favore alle aziende che cercano un posizionamento SEO interessante in una zona come Biella e il biellese (o come, abbiamo detto, tutte quelle simili)? Abbandonate le velleità internazionali e ricominciate dalla base: l’azienda è localizzata nel modo corretto? E’ presente Su Google Maps e sugli altri database? Abbiamo rivendicato correttamente tutte le proprietà? Possiamo discutere all’infinito in merito a se e quanto queste attività siano realmente SEO o appartengano ad altri insiemi, ma sono i fondamentali che mancano in una quantità stupefacente di casi.

La soluzione di buon senso: vedi sopra. Non dare nulla per scontato, e soprattutto non temere di essere “piccolo” o “umile”. Spesso darai un servizio migliore con le cose semplici di quello che daresti scimmiottando la campagna di HBO del 2015.

Il cheap trick: mi dispiace, in questo caso non c’è.

Mi occupo di SEO, lavoro a Biella, me ne vanto

Ok, ammetto di avere barato, almeno in parte. Perché Biella, da questo punto di vista, non è propriamente una “realtà come tutte le altre”. Ci sono svariate eccellenze in molti ambiti del Web, alcune estremamente famose, altre emergenti, altre ancora decisamente verticali. Con alcune ci ho lavorato, con altre lavoro tutt’ora, con altre le nostre “galassie” di conoscenze si sono appena sfiorate. L’aspetto curioso è come tutto questo tumulto di attività online di eccellenza avvenga in modo quasi invisibile rispetto alle attività tradizionali. Su tutti i livelli della catena alimentare del marketing online, da webdesign alla SEO, Biella è quel posto meraviglioso in cui un ecommerce di successo mondiale esiste nello stesso stabile di un bar che non ha nemmeno rivendicato la sua posizione su Google Maps e Tripadvisor. Come se gli esperti di SEO e altre discipline rimanessero inascoltata Cassandra appena escono dal loro ufficio. E in molti casi purtroppo è così, per ragioni che vanno dalla miopia imprenditoriale delle parti all’assenza di un linguaggio comune con cui intendersi e capirsi.

Un approccio strutturato alla SEO locale e alle pratiche SEO in generale

Ecco perché il mio approccio per la local SEO a Biella e nelle piccole città riparte ancora di più dalla mia filosofia: #writeforhumans: scrivi, progetta, ragiona per gli esseri umani, per le persone. E in questo caso, pensa anche il tuo lavoro in funzione delle persone: ascoltale, senti le loro esigenze. Fai davvero quello che è meglio per loro. Non importa se è “noioso”, “banale”, “scontato” e tu invece sogni di diventare il re della viralità o cerchi il guadagno facile. Il protagonista non sei tu. Il personaggio principale di un videogame geniale che ho scoperto con “solo” otto anni di ritardo a un certo punto dice pressapoco “il lavoro di un roadie è quello di far essere fighi gli altri”. Vale anche per chi si occupa di marketing o SEO, a Biella o in qualunque altro posto, in provincia in particolare.
Non dimentichiamocelo.

Aggiornamento: SEO, Biella ha bisogno di te!

In modo abbastanza inaspettato ( ;) ), questa pagina poche ore dopo la pubblicazione, che peraltro era pianificata dalla sera prima, senza particolare attenzione, è “volata” in terza posizione naturale in SERP per la parola chiave “Seo a Biella“. Intanto grazie a chi mi ha avvisato e poi, in attesa di avere dati consistenti, ne approfitto (ovviamente!) per un piccolo spazio pubblicità:

Se un articolo che ho realizzato “a tempo perso”, pubblicato su un blog che nemmeno è ottimizzato al 100% dal punto di vista tecnico finisce in terza posizione nel giro di poche ore, scalzando “avversari” di tutto rispetto, e con risorse ragguardevoli, immaginate cosa si potrebbe fare per la vostra azienda con un piano d’attacco ben strutturato!

Peraltro, nel quarto trimestre 2020 ci saranno importanti novità, che potrebbero cambiare in modo dirompente la scena SEO di Biella, e non solo. Rimanete aggiornati per le novità!

Ciò detto, se avete voglia di fare quattro chiacchere sono sicuro che i miei partner e io vi sapremo dare una mano con estremo piacere per tutti.

Esercizi ECDL

Esercizi ECDL per prepararsi all’esame: dove si trovano?

Dopo aver studiato per il patentino ECDL (magari usando le dispense che ho segnalato ormai qualche anno fa), è giunto il momento di iniziare a pensare agli esami.

Visto che a quanto pare oggi si deve fare così, se volete tagliare corto e andare direttamente all’elenco, ecco qui il link alle risorse .

L’esame ECDL è forse la parte più critica del percorso, non tanto per la difficoltà in sé: chiunque abbia studiato bene le dispense e padroneggi un po’ i concetti di base non ha nulla da temere. Ma, come per tutti gli esami che hanno una forte componente formale, è indispensabile conoscerne anche il linguaggio e i modi. Un po’ come per la teoria della patente di guida: non basta conoscere il codice della strada, bisogna avere anche un po’ di familiarità con le modalità con cui vengono poste le domande.

A cosa servono gli esercizi ECDL?

Esattamente a quello che abbiamo detto qui sopra: a prendere confidenza con Atlas, la piattaforma per gli esami, e per verificare che, oltre ad avere capito la materia, siamo anche in grado di gestirla con le modalità dell’esame.
Online si trovano moltissime piattaforme che promettono test ECDL, esami di prova e così via. Sfortunatamente poche mantengono, e anche la maggior parte delle altre liste simili a questa che si trovano online sono poco aggiornate o superficiali (e se devo essere spudoratamente sincero, spesso mi danno l’impressione che i link suggeriti non siano collaudati). Ne ho provati e selezionati alcuni, partendo da quelli più solidi. Sfortunatamente non c’è molto, l’impressione è che l’interesse intorno a ECDL sia un po’ scemato, ma alcune risorse offrono ancora abbastanza materiale per prepararsi. Li ho ordinati per utilità, in modo da rendere la lista più fruibile.

ESERCIZI ECDL e TEST ECDL di prova

Ecco qui quello che si trova online; ho fatto un breve collaudo a tutti i collegamenti che propongo.

Matematicamente.it

Anche se non è davvero il sito ufficiale di ECDL per l’Italia, ne è praticamente il facente funzione. Alla pagina https://www.matematicamente.it/test-e-quiz/ecdl/ possiamo trovare sia esercizi sia quiz ECDL molto simili a quelli degli esami. Per qualche curioso motivo la lista è organizzata su due pagine e mentre sto scrivendo questa breve guida i test, chiamati simulazioni, si trovano in fondo alla prima pagina e all’inizio della seconda. Facendo clic su un collegamento si apre una pagina con una breve spiegazione. In questa dobbiamo fare clic su apri la simulazione X del modulo N

Esercizi ECDL: avviare quelli di Matematicamente.it
Simulazione esame ECDL di Matematicamente.

Si aprirà una nuova finestra del browser, nella quale si attiverà la simulazione. Purtroppo le simulazioni richiedono Adobe Flash, considerato poco sicuro dalla maggior parte dei browser moderni, per cui probabilmente dovremo fare clic nella finestra del browser per attivarlo.

Esercizi ECDL: attivare Flash

E consentire l’attivazione nel browser, poi finalmente avremo accesso al test.

Esercizi ECDL: consentire Flash

Finalmente avremo accesso alla simulazione:

Esercizi ECDL: i test di Matematicamente.iy

ECDL Simulazioni su Informaquiz.it

Una pagina che non conoscevo e che ho trovato dopo qualche ricerca: i test sono realizzati in maniera valida; anche questi richiedono Adobe Flash, quindi anche in questo caso dovremo attivarlo e consentirne l’esecuzione.

Da questa pagina: http://www.informaquiz.it/ecdl dobbiamo solo scegliere il modulo che ci interessa (per esempio Computer Essentials), scorrere la pagina fino in fondo e fare clic su Avvia:

Esercizi ECDL avvio
Informaquiz ECDL

Possiamo anche scegliere la modalità per l’esame. Questa versione contiene anche alcune simulazioni “live”, che emulano il comportamento del sistema operativo.

SimulATLAS: Per chi ama le sfide…

SimulATLAS è il programma ufficiale di AICA per l’esame ECDL: per intendersi è quello usato dai test center per fare gli esami, quindi prima o poi qualsiasi studente ECDL lo incontrerà… tanto vale anticipare i tempi! Per chi vuole provare davvero l’ebbrezza dell’esame prima di trovarsi in aula, è la simulazione ECDL definitiva.

Il programma è a pagamento, ma la versione gratuita, che si può scaricare dal sito ufficiale, contiene alcuni test ECDL di prova. Tuttavia, l’installazione può essere un po’ impervia, in particolare per chi sta familiarizzando con il mondo digitale.

ECDL.it: prepararsi

La sezione ufficiale del sito ECDL purtroppo non è ricca di esami ed esercitazioni come ci si aspetterebbe, nonostante sia l’unica pagina ufficialmente suggerita da AICA (che gestisce ufficialmente di ECDL in Italia). I libri in vendita non mancano, ma per chi preferisce le esercitazioni ECDL gratuite la situazione non è così rosea. Tuttavia, la sezione ECDL Full Standard | Sample Test ci permette di scaricare due cartelle compresse, una per l’esame su base Microsoft Office, l’altro per l’esame su base OpenOffice. Anche se non si tratta strettamente di esami, contengono un’ottima serie di esercitazioni per approfondire la materia. Il mio consiglio è di farli tutti, sia per spezzare la “monotonia” degli esami ECDL sia per imparare qualcosa in più ;)

Orologio in powerpoint

Come inserire un orologio in PowerPoint per gestire meglio le presentazioni

Inserire un orologio in PowerPoint può essere davvero utile, soprattutto se abbiamo bisogno di tenere sotto controllo i tempi.

Uno sguardo costante a un orologio su una parete o all’orologio da polso per rientrare nei tempi di una presentazione può distrarci e, in molti casi, sembrare maleducato agli occhi di chi ci sta seguendo. Per fortuna, c’è una soluzione semplicissima: possiamo inserire l’orologio direttamente all’interno della presentazione, così che sia utile anche a chi ci segue!

Inserire un orologio in PowerPoint, potrebbe non essere necessario

Prima di continuare, un suggerimento: se usiamo una nuova versione di Office di Microsoft e usiamo il nostro portatile per la presentazione, non abbiamo bisogno di aggiungere un orologio all’interno delle slide.

Infatti basterà avviare la proiezione della presentazione. Sullo schermo principale (di solito il proiettore) scorreranno le slide, mentre sul secondario (quello del portatile) lo strumento per relatore ci mostrerà diverse informazioni, fra cui anche il comodo Powerpoint timer che ci permette di tenere d’occhio l’ora durante la presentazione.

Orologio in Powerpoint-con-la-visualizzazione relatore non serve
Nelle versioni nuove di PowerPoint l’orologio è presente nello schermo del relatore

Ma se usiamo un altro pacchetto di applicazioni, oppure usiamo un sistema che non permette di sfruttare questa comoda funzione, allora inserire un orologio nella nostra presentazione può essere servirci.
Per buona misura, se non conosciamo la location, provvediamo comunque. Come dicono gli americani better safe than sorry oppure, in modo più ruspante, meglio arrossire che sbiancare

Come inserire un orologio in PowerPoint

Il sistema migliore per aggiungere un orologio alla nostra presentazione primo consiste nell’utilizzare una funzione di PowerPoint integrata. Questa ci permette di mostrare in modo discreto l’ora e la data nella presentazione. 

Questo sistema non è un metodo attivo e aggiorna l’ora e la data solo quando passiamo da una slide all’altra durante la presentazione. È utile soprattutto per dare un’occhiata veloce all’ora mentre stiamo facendo la nostra presentazione.

Per usare la funzione integrata di PowerPoint dobbiamo solo aprire la nostra presentazione e spostarci nella scheda inserisci del programma. Qui, nella sezione Testo troveremo l’opzione Data e ora.

Inserire orologio in powerpoint inserisci data e ora

Attenzione: se lavoriamo in finestra o il nostro monitor ha una risoluzione non troppo elevata, l’icona Data e ora potrebbe essere di dimensioni ridotte.

Inserire orologio in powerpoint data e ora ridotte

Una volta selezionata, apparirà la finestra Intestazione e piè di pagina. Qui attiviamo la spunta accanto a Data e ora e selezioniamo Aggiorna automaticamente. Ciò consentirà di aggiornare la data e l’ora ogni volta che cambiamo slide. Ora, selezioniamo la freccia accanto alla data visualizzata.

Inserire orologio in powerpoint finestra opzioni data

In questo modo possiamo scegliere il formato preferito per la data e ora da mostrare.

Una volta finito, scegliamo applica a tutte per inserire l’orologio in una posizione discreta in ogni slide. Volendo possiamo lasciarlo fuori dalla diapositiva del titolo, selezionando semplicemente Non mostrare sulla diapositiva titolo.

Inserire orologio in powerpoint finestra opzioni data dettagli

Una volta confermato, proviamo ad avviare la presentazione. Noteremo che l’orologio si trova nella posizione scelta in ogni slide.

Attenzione: durante le prove per stendere questa guida ho scoperto che non tutti i temi supportano l’orologio in PowerPoint. In particolare, potreste avere problemi se le slide sono state realizzate con un altro applicativo (Google Drive, per esempio. A me è successo con le diapositive esportate del corso Simple Things First). Il consiglio è quello di fare un test prima di aver finito il resto del lavoro, se avere l’orologio in vista è indispensabile.

Inserire l’orologio in PowerPoint non è l’unica soluzione per le presentazioni

Come abbiamo detto impostazione è una soluzione piuttosto spartana, utile nel caso in cui dobbiamo usare una versione datata di PowerPoint o un altro programma di presentazioni. Oppure se il sistema che usiamo non prevede lo schermo del relatore, come avviene, per esempio, in alcune sale convegni.

Un’altra valida alternativa, ma che ha poco a che vedere con PowerPoint, è quella di dotarsi di un presenter, cioè di un puntatore, del tipo “avanzato” che contiene anche un timer. In questo modo, mentre facciamo avanzare le slide e mostriamo i punti più importanti, avremo sotto mano l’orario.

Dispositivo di protezione individuale tastiera

Il miglior dispositivo di protezione individuale per Informatici

Anche noi informatici dobbiamo mettere in pratica nuove norme di sicurezza. Ma nessuno ha pensato al miglior dispositivo di protezione individuale per noi

Come i miei venticinque lettori sanno, in questo blog amo alternare argomenti diversi. A volte massimi sistemi, a volte soluzioni pratiche, a volte stretta attualità, a volte argomenti senza tempo. Oggi voglio semplicemente raccontarvi una soluzione pratica a un problema complesso. E raccontarvi quello che secondo me è il miglior dispositivo di protezione individuale per informatici.

Come fanno gli informatici da assistenza, come il sottoscritto per quasi metà della sua vita, a difendersi in modo efficace dai rischi di contagio? Ecco la mia soluzione:

Dispositivo di protezione individuale tastiera
Dispositivo di protezione individuale: porta la tua tastiera!

Il miglior dispositivo di protezione individuale per informatici? Una tastiera wireless

Il problema è noto a chiunque faccia assistenza on site: noi informatici smanacciamo un sacco di postazioni. E sappiamo che proprio il contatto fra mani e oggetti è uno dei principali rischi di contagio.

Guanti e mascherine sono obbligatori, almeno in questa fase, ma come l’OMS non si stanca di ripetere, i guanti non sono efficaci, a meno che non li cambiamo dopo ogni singolo contatto. Lavarsi le mani è la soluzione migliore, ma cosa succede quando i tempi sono stretti?

Inoltre, sappiamo che anche la tastiera del più rupofobico dei colleghi è un ricettacolo di sporcizia e batteri.

Naturalmente non possiamo evitare le disposizioni di legge. Ma niente ci impedisce di aggiungere ulteriori livelli di sicurezza, se non aggiungono margini di rischio e non incidono sull’efficacia dei nostri interventi.

La mia soluzione

Come probabilmente saprete, sono un amante delle soluzioni semplici. Che spesso, soprattutto nell’emergenza, si rivelano le migliori. In questo caso, la soluzione è semplice in modo sconfortante. Avevo in casa la signorina della foto (marca Logitech, comprata quando avevo la mania dei Media Center per il salotto, ma qualsiasi altra simile va bene). Una banale tastiera Wireless con touchpad, che si collega con un dongle USB.

Perché funziona?

Molto semplicemente: non è un modello recentissimo e funziona senza driver praticamente su ogni PC costruito negli ultimi 15 anni. E’ compatta e pratica, in un solo oggetto mi da mouse e tastiera. Non è troppo piccola, il layout è simile a quello di un portatile, ed entra in una borsa.

Me la porto dietro, la collego a una porta frontale del PC che devo utilizzare e non tocco nient’altro. Per maggiore sicurezza, la si sanifica dopo ogni sessione. Ma con un po’ di attenzione, nel 95% dei casi è l’unica cosa che dobbiamo toccare per fare qualsiasi tipo di intervento.

Nel mio caso, quando ho finito stacco il dongle, lo ripongo e di fatto ho risolto l’intervento entrando in contatto solo con materiale di mia proprietà, che viaggia con me e soprattutto viene sanificato direttamente dal sottoscritto.

I dispositivi di input personali potrebbero diventare una soluzione scalabile?

Francamente, non so se l’uso di tastiera e mouse personali potrebbe essere una soluzione applicabile in scala (non sono né un manager né un esperto di regolamenti sulle risorse umane). Ma di sicuro andrebbe quantomeno preso in considerazione per le postazioni condivise su turni, giusto per citare un caso.

Mi dicono che, per esempio, nei call center gli operatori spesso usano già una cuffia personale, che collegano all’arrivo. Non è poi così diverso. E anche a livello di costi, si tratta di poche decine di euro a set, soprattutto per i grandi acquisti.

Dal mio punto di vista è una soluzione che andrebbe almeno valutata. Io, nel frattempo, mi sono attrezzato. E consiglio ai colleghi informatici di fare altrettanto.

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Come aprire, modificare e salvare i file .webp

Aprire i file .wepb non è complesso, funzionano nel browser. Ma se vogliamo modificali o gestirli con un editor, le cose cambiano

I WebP è un formato di compressione delle immagini pensato appositamente per il Web. Chi si interessa di ottimizzazione di siti e pagine lo dovrebbe conoscere, dal momento che per ora è il formato per le immagini che garantisce la maggiore velocità. Ma gestire e modificare i file .webp, soprattutto se siamo “on a budget” non è così immediato. Ecco come fare.

Modificare i file .webp: Windows ci riesce nel modo più imprevisto

Negli ultimi anni Windows 10 ci ha abituato ad alcune sorprese, spesso gradite. Come nel caso dei file WebP. Paint è in grado di aprire i file .webp senza problemi. E anche se come sappiamo è un editor molto basilare, ci permette di esportare il file in altri formati.

Per cui, se ci serve una soluzione rapida, possiamo semplicemente aprire l’immagine in Paint, salvarla in un formato diverso e lavorarla con un editor più evoluto.

Modificare i file .webp e salvarli in una sola applicazione

Uno dei principali problemi della soluzione rapida è che non possiamo salvare le immagini direttamente in formato WebP. In alcuni casi può essere un problema secondario: WordPress per esempio può sfruttare diversi plugin per convertire le immagini durante il caricamento. Ma se per qualsiasi motivo non possiamo usare le funzioni del nostro CMS, oppure ci servono per progetti diversi, avere a disposizione un editor che faccia tutto può essere comodo.

Uno dei sistemi più rapidi ed economici per avere a disposizione uno strumento di modifica è usare il buon vecchio Paint.net, un editor gratuito che include un buon set di funzioni.

Attenzione !

Anche se il formato WebP garantisce di erogare le immagini in modo rapido ed efficace, le buone pratiche suggeriscono di fornire anche un formato tradizionale alternativo, per i browser più obsoleti. Per farlo bisogna risolvere un po’ di technicalities con il web server, se non ci pensa il CMS

Paint.net è in grado di aprire nativamente il formato solo a partire dalla versione 4.2.5 (se scarichiamo l’ultima versione dovrebbe funzionare). Ma se dobbiamo usare una versione precedente, oppure qualcosa non funziona, possiamo usare questo plugin offerto dalla community.

modificare file webp plugin paint net

Una volta scaricato, dobbiamo solo salvare le 3 DLL che si trovano all’interno del file compresso e salvarli nella cartella FileTypes di Paint.net. Tipicamente il percorso è C:\Program Files\paint.net\FileTypes per chi ha fretta.

modificare file webp copia dll

Una volta installate le 3 DLL saremo sicuri che Paint.net può modificare e soprattutto salvare i file direttamente in formato .webp

Per ultimare la copia potrebbe essere necessario fornire la conferma come amministratore del computer.

modificare file webp conferma

Perché è importante il formato WebP?

Molto semplicemente perché si tratta di un formato più leggero di quelli tradizionali. E come sappiamo, il peso complessivo di una pagina Web è uno degli aspetti più importanti del posizionamento SEO. Se il nostro sito non ha grossi problemi, basterà fare un semplice test di Pagespeed prima e dopo aver implementato questo formato per vedere immediatamente i risultati.

Remote Working errori e soluzioni

Cinque soluzioni pratiche ai più comuni problemi legati al remote working

Moltissime aziende si sono attrezzate per il Remote Working (non troppo smart), ma spesso i problemi tecnici e organizzativi lo minano. Ecco alcune soluzioni pratiche.

Lo ammetto. Quando ho pubblicato il primo post sullo smart working non mi aspettavo un decimo del successo che ha avuto. Che ovviamente ha portato anche a diverse critiche. Quella più ricorrente è di avere fatto molta teoria e poca pratica, in soldoni. Ma visto che non mi dispiacciono affatto le sfide, in particolare quelle professionali, questa volta proverò a fornire soluzioni pratiche a problemi reali legati al Remote Working.

Primo problema: l’organizzazione dei materiali di lavoro

Parliamoci chiaro: le realtà in cui tutti i file e i documenti sono perfettamente organizzati sono davvero poche. E se nella normale vita da ufficio basta dare una voce al collega per sapere se si è tenuto sul desktop l’ultima versione del lavoro, farlo mentre si lavora da remoto non è altrettanto semplice né agevole.

La soluzione è semplice nel principio e durissima nell’applicazione. Da parte della dirigenza, o della direzione del progetto, deve essere stabilito e comunicato chiaramente dove e come devono essere condivisi tutti i documenti e i file di lavorazione. E, ovviamente “nel Drive / Dropbox / Server Aziendale” non è una risposta intelligente. Anzi, non è proprio una risposta. Devono essere stabilite a priori percorsi e cartelle per tutti i salvataggi che devono essere condivisi con tutto il gruppo di lavoro, assicurandoci che siano stati recepiti.

Ovviamente, le condivisioni via posta elettronica o chat non vanno nemmeno prese in considerazione, se non per le emergenze assolute e in modo temporaneo.

Secondo problema: la connettività non è uguale per tutti

Questo problema riguarda soprattutto chi ha collaboratori in zone periferiche, ma nei prossimi giorni, vista la pressione a cui Internet è soggetta, potrebbe riguardare tutti: nella maggior parte dei casi la connessione di casa di ciascuno non è nemmeno paragonabile alla linea business ridondata che c’è in ufficio (e qualora lo fosse, sistemare lo smart working dell’azienda è letteralmente l’ultimo dei problemi digitali).

Dare per assunto che tutti i membri del team possano passare le giornate in videoconferenza mentre scaricano dal cloud 2 GB di file dimostra solo una cosa: non conosciamo l’infrastruttura italiana. E lo stesso vale per soluzioni più 1.0 come le VPN o il desktop remoto: il fatto che siano predisposti e l’azienda sia in grado di supportarlo per tutti, non dà automaticamente a tutti banda e hardware sufficienti per usarli in modo produttivo.

La soluzione: fatti salvi alcuni casi di reale necessità, la banda viene usata senza alcun metodo. Ridurre la qualità delle videoconferenze (o concordarsi per disattivare il video quando non è strettamente necessario) potrebbe essere un buon inizio. Ma anche verificare il reale ingombro dei file e quali sono davvero necessari aiuta, e molto. Anche scegliere il formato giusto può essere di aiuto. Voler passare per forza le immagini in un formato da 50 MB ciascuna al collega che si occupa dei social significa semplicemente far perdere tempo a tutti. Così come portarsi appresso tutte le versioni di un progetto degli ultimi sei mesi. E sono solo due esempi fra i tanti.

Terzo problema: la multicanalità non è “smart”, è un disastro

Remote Working soluzioni

Altro pessimo vizio mutuato dalla normale vita di ufficio: le informazioni vengono passate con il famoso modello che ha a che vedere con canidi e parti anatomiche. Per cui, per avere tutte le informazioni, bisogna raccoglierne una parte via mail, una su Skype, una sui documenti condivisi e magari anche una su WhatsApp. Sempre che alcune informazioni fondamentali non siano state dette a voce o al telefono a un solo membro del team.

Un incubo kafkiano in cui sono certo che molti si identificano, e che con il lavoro da remoto viene maggiormente acuito.

La soluzione: come prima cosa, l’utopia massima sarebbe avere un solo canale condiviso, e al massimo usare gli altri come supporto. Ma le informazioni fondamentali devono sempre circolare sul canale scelto, o esservi riportate. Anche perché spesso l’uso disorganizzato degli strumenti deriva da pigrizia, mentale e operativa, di alcuni elementi che usano letteralmente quello che sono più comodi a usare in qualsiasi momento.

Un’ultima cosa: trincerarsi dietro la presunta istantaneità di alcune soluzioni rispetto ad altre è immotivato e antiquato. Ogni strumento di comunicazione si può avere su qualsiasi piattaforma e anche se un messaggio WhatsApp arrivasse qualche istante prima di una mail, la disorganizzazione che ne consegue manda in fumo i venti millisecondi risparmiati di svariati ordini di grandezza. E questo ci porta al punto successivo.

Quarto problema: gli strumenti di produttività funzionano: a due condizioni

Uno dei punti più controversi del mio passato intervento è quello in cui, secondo alcuni, criticavo gli strumenti di produttività come Teams, Slack, Trello, Asana e così via. Ho già chiarito ma ribadisco: gli strumenti sono ottimi mentre l’uso che ne viene fatto è quasi sempre pessimo.

La spiegazione è semplice: quando si sceglie un metodo, bisogna rispettarlo al 100%. Quindi, se abbiamo i problemi indicati al punto 4, inserire nella filiera uno strumento di produttività non farà altro che aggiungere un posto in cui dover cercare i pezzi del puzzle. Ecco perché, la prima condizione da rispettare è che tutti si attengano al piano.

La seconda condizione è anche una parziale giustificazione di quanto sopra: gli strumenti di produttività devono, per definizione, renderci più produttivi. Se la compilazione di un task richiede il triplo del tempo che ci vuole a eseguirlo, nessuno, a ragione, userà lo strumento.

La soluzione: regole severe ma intelligenti. Se un task da dieci minuti ne richiede dodici di scartoffie digitali, è perfettamente legittimo che le persone tendano a schivarle. Quindi, la prima soluzione è utilizzare sistemi di circolazione delle informazioni ragionevoli, riducendo la burocrazia interna al minimo indispensabile. Ma allo stesso tempo pretendere rigore su quel minimo.

Se abbiamo membri del team particolarmente resistenti, possiamo approcciare il problema in modo morbido (“questa volta carico io il file, ma ricordati”) per andare via via a irrigidirci (“non posso proseguire il lavoro fino a quando non mi segni i task come chiusi”). Questo naturalmente dando per assodato che la visione sia condivisa anche dalla proprietà o dirigenza e che supporti l’iniziativa. In caso contrario soluzioni alla Abbasov sono da considerare legittima difesa.

Quinto problema: pur lavorando di più, si produce di meno (e si, quasi sempre è colpa delle riunioni)

Parliamoci chiaro: la ragione fondante di un buon 50% delle riunioni che dobbiamo affrontare è l’inefficienza: nella comunicazione, nei processi decisionali o in quelli produttivi.

E con il remote working il problema si è acuito, perché moltissimi meeting, o anche solo chiamate o conference call vengono fatte “perché bisogna”. Chiariamoci: in alcuni casi sono davvero indispensabili. Ma il briefing mattutino o quello dopo pranzo nella maggior parte dei casi sono inutili, se non si lavora in settori legati all’emergenza, non siamo delle forze speciali o in un (brutto) film di spionaggio internazionale.

Inoltre, le videoconferenze durante il remote working tendono a protrarsi molto più a lungo del normale, per tutta una serie di ragioni che vanno dagli aspetti tecnici alla carenza di disciplina.

La soluzione: oltre a quella ovvia di ridurre al minimo le videoconferenze, invitare solo chi è davvero indispensabile è già un ottimo punto di partenza. Inoltre stabilire prima un programma per punti e affrontarne solo un numero sostenibile è un altro ottimo modo per rendere le call più agili e organizzate. L’utopia massima (grazie a Silvia per avermelo segnalato) sarebbe quella di condividere una scaletta, anche dei singoli interventi, e di pianificare fin da subito l’orario delle conclusioni

Un consiglio: un buon metodo per smorzare gli entusiasmi verso il feticcio delle call è quello di chiedere a chi le indice un programma o un argomento. In fondo arrivare preparati è un nostro diritto / dovere. Il fatto che in questo modo sia molto più difficile indire conference call senza una vera ragione è solo un vantaggio collaterale.

Un discorso analogo vale per la burocrazia interna che in molti casi, invece di essersi alleggerita con lo “smart” working, è diventata ancora più rigida e invasiva, andando a sottrarre tempo e risorse preziose alla produzione.

La soluzione: il 99% della burocrazia è immotivata, soprattutto di quella interna. E quasi sempre nasce da prese di posizione e difesa di qualche vantaggio territoriale. Sfortunatamente è anche una delle dinamiche più complesse da disinnescare. Il cambio di paradigma potrebbe essere funzionale al cambiamento, ma richiede da parte nostra uno sforzo di applicazione costante. “Avete notato che da quando usiamo Google Drive invece dei faldoni non serve più fare una copia dei documenti per ogni reparto?” “Questo mese abbiamo chiuso tutte le attività e abbiamo azzerato i costi di stampa”. Ci siamo capiti.

Remote Working errori e soluzioni

Perché Remote Working e non Smart Working?

Come tutte le persone che si guadagnano da vivere, o per lo meno ci provano, con le parole, ho sviluppato negli anni una discreta avversione per le parole usate a sproposito. E il fatto di lavorare da casa, non significa automaticamente che si sta lavorando in modo più intelligente, anzi. Ma magari questo sarà oggetto di un prossimo post. Sto iniziando a prenderci gusto.