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Come aprire, modificare e salvare i file .webp

Aprire i file .wepb non è complesso, funzionano nel browser. Ma se vogliamo modificali o gestirli con un editor, le cose cambiano

I WebP è un formato di compressione delle immagini pensato appositamente per il Web. Chi si interessa di ottimizzazione di siti e pagine lo dovrebbe conoscere, dal momento che per ora è il formato per le immagini che garantisce la maggiore velocità. Ma gestire e modificare i file .webp, soprattutto se siamo “on a budget” non è così immediato. Ecco come fare.

Modificare i file .webp: Windows ci riesce nel modo più imprevisto

Negli ultimi anni Windows 10 ci ha abituato ad alcune sorprese, spesso gradite. Come nel caso dei file WebP. Paint è in grado di aprire i file .webp senza problemi. E anche se come sappiamo è un editor molto basilare, ci permette di esportare il file in altri formati.

Per cui, se ci serve una soluzione rapida, possiamo semplicemente aprire l’immagine in Paint, salvarla in un formato diverso e lavorarla con un editor più evoluto.

Modificare i file .webp e salvarli in una sola applicazione

Uno dei principali problemi della soluzione rapida è che non possiamo salvare le immagini direttamente in formato WebP. In alcuni casi può essere un problema secondario: WordPress per esempio può sfruttare diversi plugin per convertire le immagini durante il caricamento. Ma se per qualsiasi motivo non possiamo usare le funzioni del nostro CMS, oppure ci servono per progetti diversi, avere a disposizione un editor che faccia tutto può essere comodo.

Uno dei sistemi più rapidi ed economici per avere a disposizione uno strumento di modifica è usare il buon vecchio Paint.net, un editor gratuito che include un buon set di funzioni.

Attenzione !

Anche se il formato WebP garantisce di erogare le immagini in modo rapido ed efficace, le buone pratiche suggeriscono di fornire anche un formato tradizionale alternativo, per i browser più obsoleti. Per farlo bisogna risolvere un po’ di technicalities con il web server, se non ci pensa il CMS

Paint.net è in grado di aprire nativamente il formato solo a partire dalla versione 4.2.5 (se scarichiamo l’ultima versione dovrebbe funzionare). Ma se dobbiamo usare una versione precedente, oppure qualcosa non funziona, possiamo usare questo plugin offerto dalla community.

modificare file webp plugin paint net

Una volta scaricato, dobbiamo solo salvare le 3 DLL che si trovano all’interno del file compresso e salvarli nella cartella FileTypes di Paint.net. Tipicamente il percorso è C:\Program Files\paint.net\FileTypes per chi ha fretta.

modificare file webp copia dll

Una volta installate le 3 DLL saremo sicuri che Paint.net può modificare e soprattutto salvare i file direttamente in formato .webp

Per ultimare la copia potrebbe essere necessario fornire la conferma come amministratore del computer.

modificare file webp conferma

Perché è importante il formato WebP?

Molto semplicemente perché si tratta di un formato più leggero di quelli tradizionali. E come sappiamo, il peso complessivo di una pagina Web è uno degli aspetti più importanti del posizionamento SEO. Se il nostro sito non ha grossi problemi, basterà fare un semplice test di Pagespeed prima e dopo aver implementato questo formato per vedere immediatamente i risultati.

Remote Working errori e soluzioni

Cinque soluzioni pratiche ai più comuni problemi legati al remote working

Moltissime aziende si sono attrezzate per il Remote Working (non troppo smart), ma spesso i problemi tecnici e organizzativi lo minano. Ecco alcune soluzioni pratiche.

Lo ammetto. Quando ho pubblicato il primo post sullo smart working non mi aspettavo un decimo del successo che ha avuto. Che ovviamente ha portato anche a diverse critiche. Quella più ricorrente è di avere fatto molta teoria e poca pratica, in soldoni. Ma visto che non mi dispiacciono affatto le sfide, in particolare quelle professionali, questa volta proverò a fornire soluzioni pratiche a problemi reali legati al Remote Working.

Primo problema: l’organizzazione dei materiali di lavoro

Parliamoci chiaro: le realtà in cui tutti i file e i documenti sono perfettamente organizzati sono davvero poche. E se nella normale vita da ufficio basta dare una voce al collega per sapere se si è tenuto sul desktop l’ultima versione del lavoro, farlo mentre si lavora da remoto non è altrettanto semplice né agevole.

La soluzione è semplice nel principio e durissima nell’applicazione. Da parte della dirigenza, o della direzione del progetto, deve essere stabilito e comunicato chiaramente dove e come devono essere condivisi tutti i documenti e i file di lavorazione. E, ovviamente “nel Drive / Dropbox / Server Aziendale” non è una risposta intelligente. Anzi, non è proprio una risposta. Devono essere stabilite a priori percorsi e cartelle per tutti i salvataggi che devono essere condivisi con tutto il gruppo di lavoro, assicurandoci che siano stati recepiti.

Ovviamente, le condivisioni via posta elettronica o chat non vanno nemmeno prese in considerazione, se non per le emergenze assolute e in modo temporaneo.

Secondo problema: la connettività non è uguale per tutti

Questo problema riguarda soprattutto chi ha collaboratori in zone periferiche, ma nei prossimi giorni, vista la pressione a cui Internet è soggetta, potrebbe riguardare tutti: nella maggior parte dei casi la connessione di casa di ciascuno non è nemmeno paragonabile alla linea business ridondata che c’è in ufficio (e qualora lo fosse, sistemare lo smart working dell’azienda è letteralmente l’ultimo dei problemi digitali).

Dare per assunto che tutti i membri del team possano passare le giornate in videoconferenza mentre scaricano dal cloud 2 GB di file dimostra solo una cosa: non conosciamo l’infrastruttura italiana. E lo stesso vale per soluzioni più 1.0 come le VPN o il desktop remoto: il fatto che siano predisposti e l’azienda sia in grado di supportarlo per tutti, non dà automaticamente a tutti banda e hardware sufficienti per usarli in modo produttivo.

La soluzione: fatti salvi alcuni casi di reale necessità, la banda viene usata senza alcun metodo. Ridurre la qualità delle videoconferenze (o concordarsi per disattivare il video quando non è strettamente necessario) potrebbe essere un buon inizio. Ma anche verificare il reale ingombro dei file e quali sono davvero necessari aiuta, e molto. Anche scegliere il formato giusto può essere di aiuto. Voler passare per forza le immagini in un formato da 50 MB ciascuna al collega che si occupa dei social significa semplicemente far perdere tempo a tutti. Così come portarsi appresso tutte le versioni di un progetto degli ultimi sei mesi. E sono solo due esempi fra i tanti.

Terzo problema: la multicanalità non è “smart”, è un disastro

Remote Working soluzioni

Altro pessimo vizio mutuato dalla normale vita di ufficio: le informazioni vengono passate con il famoso modello che ha a che vedere con canidi e parti anatomiche. Per cui, per avere tutte le informazioni, bisogna raccoglierne una parte via mail, una su Skype, una sui documenti condivisi e magari anche una su WhatsApp. Sempre che alcune informazioni fondamentali non siano state dette a voce o al telefono a un solo membro del team.

Un incubo kafkiano in cui sono certo che molti si identificano, e che con il lavoro da remoto viene maggiormente acuito.

La soluzione: come prima cosa, l’utopia massima sarebbe avere un solo canale condiviso, e al massimo usare gli altri come supporto. Ma le informazioni fondamentali devono sempre circolare sul canale scelto, o esservi riportate. Anche perché spesso l’uso disorganizzato degli strumenti deriva da pigrizia, mentale e operativa, di alcuni elementi che usano letteralmente quello che sono più comodi a usare in qualsiasi momento.

Un’ultima cosa: trincerarsi dietro la presunta istantaneità di alcune soluzioni rispetto ad altre è immotivato e antiquato. Ogni strumento di comunicazione si può avere su qualsiasi piattaforma e anche se un messaggio WhatsApp arrivasse qualche istante prima di una mail, la disorganizzazione che ne consegue manda in fumo i venti millisecondi risparmiati di svariati ordini di grandezza. E questo ci porta al punto successivo.

Quarto problema: gli strumenti di produttività funzionano: a due condizioni

Uno dei punti più controversi del mio passato intervento è quello in cui, secondo alcuni, criticavo gli strumenti di produttività come Teams, Slack, Trello, Asana e così via. Ho già chiarito ma ribadisco: gli strumenti sono ottimi mentre l’uso che ne viene fatto è quasi sempre pessimo.

La spiegazione è semplice: quando si sceglie un metodo, bisogna rispettarlo al 100%. Quindi, se abbiamo i problemi indicati al punto 4, inserire nella filiera uno strumento di produttività non farà altro che aggiungere un posto in cui dover cercare i pezzi del puzzle. Ecco perché, la prima condizione da rispettare è che tutti si attengano al piano.

La seconda condizione è anche una parziale giustificazione di quanto sopra: gli strumenti di produttività devono, per definizione, renderci più produttivi. Se la compilazione di un task richiede il triplo del tempo che ci vuole a eseguirlo, nessuno, a ragione, userà lo strumento.

La soluzione: regole severe ma intelligenti. Se un task da dieci minuti ne richiede dodici di scartoffie digitali, è perfettamente legittimo che le persone tendano a schivarle. Quindi, la prima soluzione è utilizzare sistemi di circolazione delle informazioni ragionevoli, riducendo la burocrazia interna al minimo indispensabile. Ma allo stesso tempo pretendere rigore su quel minimo.

Se abbiamo membri del team particolarmente resistenti, possiamo approcciare il problema in modo morbido (“questa volta carico io il file, ma ricordati”) per andare via via a irrigidirci (“non posso proseguire il lavoro fino a quando non mi segni i task come chiusi”). Questo naturalmente dando per assodato che la visione sia condivisa anche dalla proprietà o dirigenza e che supporti l’iniziativa. In caso contrario soluzioni alla Abbasov sono da considerare legittima difesa.

Quinto problema: pur lavorando di più, si produce di meno (e si, quasi sempre è colpa delle riunioni)

Parliamoci chiaro: la ragione fondante di un buon 50% delle riunioni che dobbiamo affrontare è l’inefficienza: nella comunicazione, nei processi decisionali o in quelli produttivi.

E con il remote working il problema si è acuito, perché moltissimi meeting, o anche solo chiamate o conference call vengono fatte “perché bisogna”. Chiariamoci: in alcuni casi sono davvero indispensabili. Ma il briefing mattutino o quello dopo pranzo nella maggior parte dei casi sono inutili, se non si lavora in settori legati all’emergenza, non siamo delle forze speciali o in un (brutto) film di spionaggio internazionale.

Inoltre, le videoconferenze durante il remote working tendono a protrarsi molto più a lungo del normale, per tutta una serie di ragioni che vanno dagli aspetti tecnici alla carenza di disciplina.

La soluzione: oltre a quella ovvia di ridurre al minimo le videoconferenze, invitare solo chi è davvero indispensabile è già un ottimo punto di partenza. Inoltre stabilire prima un programma per punti e affrontarne solo un numero sostenibile è un altro ottimo modo per rendere le call più agili e organizzate. L’utopia massima (grazie a Silvia per avermelo segnalato) sarebbe quella di condividere una scaletta, anche dei singoli interventi, e di pianificare fin da subito l’orario delle conclusioni

Un consiglio: un buon metodo per smorzare gli entusiasmi verso il feticcio delle call è quello di chiedere a chi le indice un programma o un argomento. In fondo arrivare preparati è un nostro diritto / dovere. Il fatto che in questo modo sia molto più difficile indire conference call senza una vera ragione è solo un vantaggio collaterale.

Un discorso analogo vale per la burocrazia interna che in molti casi, invece di essersi alleggerita con lo “smart” working, è diventata ancora più rigida e invasiva, andando a sottrarre tempo e risorse preziose alla produzione.

La soluzione: il 99% della burocrazia è immotivata, soprattutto di quella interna. E quasi sempre nasce da prese di posizione e difesa di qualche vantaggio territoriale. Sfortunatamente è anche una delle dinamiche più complesse da disinnescare. Il cambio di paradigma potrebbe essere funzionale al cambiamento, ma richiede da parte nostra uno sforzo di applicazione costante. “Avete notato che da quando usiamo Google Drive invece dei faldoni non serve più fare una copia dei documenti per ogni reparto?” “Questo mese abbiamo chiuso tutte le attività e abbiamo azzerato i costi di stampa”. Ci siamo capiti.

Remote Working errori e soluzioni

Perché Remote Working e non Smart Working?

Come tutte le persone che si guadagnano da vivere, o per lo meno ci provano, con le parole, ho sviluppato negli anni una discreta avversione per le parole usate a sproposito. E il fatto di lavorare da casa, non significa automaticamente che si sta lavorando in modo più intelligente, anzi. Ma magari questo sarà oggetto di un prossimo post. Sto iniziando a prenderci gusto.

Smart working

Cinque cose sgradevoli che stiamo imparando sul digitale e lo smart working

Lo smart working più o meno forzato ci sta mostrando da un lato tutti i benefici del digitale, e dall’altro la nostra inadeguatezza. Prendiamola come una lezione per il futuro.

Alcuni vedono nell’emergenza di questi giorni un’opportunità di riscatto per lo smart working. Ma sotto la superficie del “lavorare da casa” il nostro sistema sta rivelando anche numerose debolezze.

Ho pensato di approfittare di questo momento poco piacevole per riportare alcune considerazioni altrettanto poco piacevoli. Eccone alcune.

La maggior parte delle resistenze sul digitale erano prese di posizione

Numerose aziende che hanno innestato in fretta e furia processi digitali, lo sostenevano impossibile fino a tre settimane fa. Numerose persone che avevano bisogno di stampare anche le mail in ufficio, lavorano serenamente da casa, senza nemmeno la stampante perché ovviamente, quando le risorse sono le tue percepisci il reale costo delle cose.
Persone che sul posto di lavoro non riuscivano a salvare un documento in una cartella senza l’aiuto di un collega, si collegano serenamente in videoconferenza e usano Web App e strumenti in cloud.

Aziende che non accettavano processi dematerializzati, hanno improvvisamente scoperto che si può firmare un PDF senza per forza stamparlo e scansionarlo nuovamente.

Cosa possiamo imparare? Ancora una volta, che “abbiamo sempre fatto così” è il peggiore nemico di ciascuno di noi.

Chi ha smesso di imparare, è una zavorra per tutto il sistema

Immaginate lo scenario: tutto il team è concorde per lavorare i dati su un foglio di calcolo condiviso in cloud, mentre un collega / superiore / proprietario, si ostina a voler ricevere una versione via mail, costringendo tutto il flusso di lavoro a rallentamenti e inefficienze.

Peggio ancora quando la giustificazione è “non ho tempo di capire come funziona”. Ignorando il fatto che così facendo, per non investire un po’ del proprio tempo, ne fa perdere cinque volte tanto a tutti i membri del team. Sé stesso compreso, ovviamente.

Si tratta di uno di molti esempi, ma ciascuno di noi ha sperimentato almeno una circostanze in cui l’incapacità di abbracciare un processo nuovo, e più efficiente ha condotto a perdite ingenti.

Cosa possiamo imparare? Purtroppo, solo a essere più propositivi, e al contempo autoritari, nel favorire le innovazioni migliorative. Ricordiamoci che lavorare più duro è inutile, quando si può lavorare in modo più intelligente.

Quasi tutti fanno Dumb Remote Working invece di Smart Working

Perfetto, si lavora da casa. Ma le riunioni vengono indette come in ufficio, con poco preavviso, senza preparazione e soprattutto senza alcun tipo di scaletta, con criteri deliranti come ciascuno parla per dieci minuti. Che già con cinque partecipanti diventa una maratona come la celebre corazzata di un celeberrimo film.

Ci si è attrezzati con una suite in cloud, ma si organizzano gli appuntamenti via chat o via mail invece che con i giusti strumenti di calendario. I file poi, vengono condivisi con la modalità che sembra più sensata in quel momento: mail, Teams, Slack, Skype, Cloud. Insomma, si prende tutto il peggio delle meccaniche dell’ufficio fisico e le si riporta pari pari nel digitale.

Oppure ancora, si deve fare una call ogni mattina, alle 8.30. Per dimostrare che si è tutti presenti. E perdere tutti un’ora di tempo produttivo.

Cosa possiamo imparare? Che il Digitale potrebbe essere un’opportunità anche per rendere più efficienti i processi. Non sprechiamola.

Il mondo del lavoro è pieno di sovrastrutture inutili

Qualcuno se ne è sicuramente accorto: fatti salvi alcuni casi irrecuperabili, da quando “siamo tutti in smart working” molte dinamiche sono cambiate. Abbiamo scoperto che dietro ogni professionista si nasconde una madre, un padre, un proprietario di cani, un amante dei fumetti. Tutto dal breve scorcio che le webcam ci offrono delle postazioni, spesso improvvisate, dei colleghi o dei contatti.

Smart working 2

Abbiamo scoperto che le decisioni si possono prendere con due telefonate da cinque minuti invece che con tre riunioni da un’ora. Abbiamo scoperto che le richieste che in azienda richiedono tre documenti stampati e un colloquio si possono fare via mail.
Abbiamo scoperto che limitando le interazioni all’essenziale, possiamo svolgere più lavoro in meno tempo.

Cosa possiamo imparare? Applichiamo le stesse dinamiche alla normale vita aziendale quanto tutto sarà finito: semplifichiamo i processi, riduciamo i colli di bottiglia.

Solo l’emergenza ci smuove dalla pigrizia

Una nota personale: in questi giorni sto vedendo aziende, contatti, clienti fare cose memorabili, dall’imparare in due giorni l’uso di un nuovo software, all’adottare agilmente una nuova infrastruttura, fino all’utilizzo di strumenti mai usati prima.

Tutte cose mirabolanti, ma che adottate ora hanno la sola funzione di tamponare un’emergenza. Le stesse attività, in periodi ordinari, sarebbero state un vantaggio strategico e competitivo notevole. Penso per esempio al tentativo di far adottare Classroom in uno dei miei corsi, finito malissimo. L’uscita dalla comfort zone, che sia quella personale o aziendale, sembra essere un tabù resistente a qualsiasi cosa.

Per smuoverci, e convincerci a fare meglio di prima, c’è voluta una pandemia.

Cosa possiamo imparare? Che oltre a essere aperti alle novità, costruire le opportunità per adottarle è fondamentale. Non puoi sapere quando ne avrai bisogno.

Lo smart working di questi giorni ci sta insegnando molto, nel modo più severo

Ma in fondo, è una buona notizia. Perché sono le difficoltà, e le sfide, a fortificarci, anche professionalmente. E quella che ci si presenterà dopo questo periodo (non ora) sarà una delle più grandi sfide che il digitale abbia mai affrontato. E noi avremo la fortuna di essere in prima linea.

stampare solo commenti in Word

Come stampare solo i commenti in Word

Se vogliamo stampare solo i commenti in Word, per tenerne traccia o analizzarli, esiste una comoda funzione per farlo.

Quando si collabora su un documento con più persone, lasciare commenti, e interagire con i commenti, è una parte essenziale del processo. Chi sostiene che commentare un documento sia in qualche modo tempo perso, è perché non ha mai provato a lavorare su documentazione complessa, come un libro, un manuale tecnico o anche solo una relazione composta da più di una decina di pagine. È possibile stampare il documento insieme ai commenti, ma se volessimo stampare solo i commenti in Word? Naturalmente si può fare, utilizzando alcune delle funzioni meno conosciute che Word mette a disposizione.

Stampare solo i commenti di Word, ci sono ottime ragioni

Perché dovremmo voler stampare solo i commenti di un documento? Ci sono diverse ragioni. Il più ovvio è quello di voler conservare una copia cartacea dei commenti da archiviare insieme al lavoro (i commenti normalmente non vengono stampati). Oppure, in occasione di una riunione con tutti i contributori, è più comodo tenere separati il documento e i commenti. Word infatti permette di stampare i documenti con i commenti, ma se questi sono molti, possono rendere la lettura un vero incubo, anche in fase di revisione.

In ogni caso, la buona notizia è che Word permette la stampa dei soli commenti di un documento, in modo agile ed efficace, direttamente dalle opzioni di stampa del programma.

Come stampare i soli commenti in Word

Per poter stampare i soli commenti in Word c’è una breve procedura da seguire. Prima di tutto apriamo il documento, selezioniamo la scheda Revisione e facciamo click sulla voce mostra commenti. Assicuriamoci che i commenti siano spuntati e visibili.

Come possiamo vedere, nel menu a discesa, c’è la voce Commenti, che deve essere spuntata.

stampare solo commenti in Word revisioni mostra commenti

Notiamo che oltre a poter visualizzare i commenti, per poi stamparli, possiamo anche scegliere quelli di un singolo revisore. Per farlo, sempre dal menu a discesa mostra commenti, scegliamo utenti specifici e aggiungiamo o togliamo le spunte a quelli che vogliamo visualizzare o nascondere.

stampare solo commenti in Word utenti specifici

A questo punto, selezioniamo la scheda File.

stampare solo commenti in Word menu File Stampa
stampare solo commenti in Word menu File Stampa

Nel riquadro a sinistra, selezioniamo la voce Stampa.

stampare solo commenti in Word opzioni stampa

Nella finestra principale appariranno diverse opzioni, insieme all’anteprima del documento. Nella parte superiore della zona Impostazioni, selezioniamo Stampa tutte le pagine.

Nel menu a discesa che compare, scorriamo fino a trovare Elenco commenti – revisioni e selezioniamo questa voce e poi, nella parte inferiore del menu, assicuriamoci che sia spuntato Stampa commenti.

stampare solo commenti in Word stampa

A questo punto dobbiamo solo lanciare la stampa per ottenere un documento che contiene le sole note del nostro documento.

Stampare solo i commenti: funziona, ma attenzione alle anteprime di Word

Attenzione, una nota: nelle prove effettuate per scrivere questa guida, una volta selezionata l’opzione per la stampa dei soli commenti, l’anteprima di stampa non si è aggiornata. Ma la stampa è riuscita con successo. Non preoccupiamoci quindi se l’area principale del menu di stampa continua a mostrare tutto il documento. Ecco come si presenta la stampa dei soli commenti del documento che ho usato come esempio in questo post.

stampare solo commenti in Word risultato stampa
Testo diagonale in word cover

Come fare un testo in diagonale in Word

Se stiamo cercando di abbellire un documento di Word con elementi grafici, possiamo facilmente creare un testo in diagonale in Word usando le opzioni Casella di Testo e WordArt. Di seguito spiegherò passaggio per passaggio come fare.

(nota per i lettori affezionati: per me è un po’ nuovo scrivere una spiegazione di questo tipo invece di spiegarlo di persona, ma mi è stato chiesto da una persona che purtroppo non ho modo di raggiungere in tempi brevi, e mi sembrava il sistema più comodo. Se vi piace l’idea e avete una domanda scrivetemi :) )

Come fare il testo in diagonale in Word con una casella di testo

La Casella di Testo Word è uno dei modi più semplici per fare un testo diagonale in Word. Naturalmente, si parte creando una casella di testo.

Prima di tutto spostiamoci nel menu Inserisci (1) poi scegliamo la voce Casella di testo (2). Attenzione, le nuove versioni di Word “spostano” i menu in funzione della risoluzione del nostro schermo, magari dovremo cercarlo un po’.

Come fare testo in diagonale casella di testo

Scegliamo la casella di testo semplice, per iniziare. Una volta capito il meccanismo possiamo ripetere la procedura con versioni più elaborate.

Come fare testo in diagonale in Word casella di testo semplice

Se abbiamo una versione precedente di Word, la casella di testo si inserirà in modo automatico, senza farci scegliere lo stile.

La casella di testo apparirà in Word. Per modificare il testo all’interno facciamo doppio clic sulla casella. Scriviamo il testo che vogliamo mettere in diagonale.

Una volta scritto, per ruotare il testo dobbiamo solo fare clic in un punto qualsiasi della casella. Nella parte alta vedremo una freccia circolare (rotonda) nella parte superiore del riquadro.

Ruotare il testo maniglia

Facciamo click su questa freccia e spostiamo il mouse a sinistra o destra, per mettere il testo in diagonale come preferiamo. Tutto qui :)

Testo in diagonale in word

Come fare il testo in diagonale in Word con WordArt

Non è uno scherzo: WordArt esiste ancora! E possiamo usarlo per creare un testo in diagonale in Word.

Anche in questo caso dobbiamo usare il menu Inserisci (1) poi scegliere l’icona di Wordart (2).

Come fare testo in diagonale WordArt

Selezioniamo lo stile del testo che si vogliamo inserire. Il menu mostra l’anteprima del testo nel documento.

Come fare testo in diagonale WordArt anteprima

Inseriamo la WordArt che abbiamo scelto. Anche in questo caso per rendere diagonale il nostro testo, dobbiamo solo fare click in una qualsiasi parte dell’elemento, scrivere il testo, poi spostare il cursore sulla “maniglia” circolare e spostarla a destra o a sinistra per ruotare il testo.

Testo diagonale in word rotazione Wordart

Tutto qui. Grazie a questi due sistemi possiamo avere un testo diagonale in Word, senza nessuna fatica.

Impostare il testo diagonale di Word secondo un angolo specifico

Ora sappiamo come fare un testo diagonale in Word, e la rotazione “libera” ha il grande vantaggio di essere piuttosto immediata. Tuttavia è anche imprecisa. Se vogliamo usare un angolo esatto, basta usare le altre opzioni di Word.

Come prima cosa, selezioniamo il testo o la WordArt facendo click.

Nel menu Formato Forma cerchiamo la sezione Disponi. Il tasto di rotazione è poco visibile, rappresentato da un triangolo con una freccia blu. Apriamo il menu a discesa e selezioniamo Altre opzioni di rotazione…

Ruotare testo Word opzioni rotazione

La finestra di layout che si apre dovrebbe essere impostata di default sulla scheda Dimensione. Se non lo è, selezioniamola. Il valore Rotazione si può impostare su qualsiasi grado (intero). Word li calcola in senso orario.

Ruotare testo Word impostare gradi rotazione

Se non ce la caviamo bene con i calcoli in sessagesimale, possiamo usare il segno meno. In pratica, se vogliamo che il testo sia ruotato di trenta gradi a sinistra, possiamo scrivere indifferentemente 330 oppure -30.

Facciamo attenzione a una cosa: l’impostazione non si vede subito, ma quando deselezioniamo l’oggetto, cioè quando “usciamo” dalla modifica e torniamo a scrivere altre parti del documento.

abbandonare gli algoritmi

Possiamo abbandonare gli algoritmi e riprendere il controllo?

Probabilmente no, o almeno non nell’immediato. Ma ci sono alcune cose che possiamo fare per abbandonare gli algoritmi.

Tutti noi abbiamo un problema con gli algoritmi. Anche chi non lo sa. Ne ho già parlato diverse volte, ma il principale problema di lasciare che le macchine decidano per noi è che gli algoritmi riescono a malapena a lavorare per interpolazione, a volte per estrapolazione. Figuriamoci se sono in grado di “capirci” e proporci davvero quello che ci potrebbe interessare.

Se poi aggiungiamo all’equazione che gli algoritmi non sono affatto nostri amici, ma sono semplicemente lì per venderci qualcosa, il quadro è completo.

Se qualcuno si sta chiedendo perché si ha l’impressione che io abbia astio per gli algoritmi, la risposta è semplice: perché è esattamente così. Per la precisione, sono contrario a questo tipo di algoritmi, per la ragione che ho già espresso più volte. Se il fine ultimo di un algoritmo è la “conversione”, come oggi, questo nel suggerirci qualcosa farà sempre la scelta più sicura. Che fatalmente, significa puntare verso il basso. Che fatalmente, significa lo sfacelo che vediamo tutti sui social media.

L’idea di abbandonare gli algoritmi ha trovato uno sponsor illustre

Nientemeno che Tim Cook di Apple. L’azienda di recente sembra aver deciso di schierarsi in prima linea nei confronti della privacy degli utenti, ma lo speech a cui mi riferisco è leggermente precedente. Se ne parla in questo articolo su Lifehacker, da cui ho preso spunto per questo post.

Il succo del discorso fatto da Tim Cook è riassunto nella parte riportata:

Acluni algoritmi ci attirano verso le cose che già sappiamo, crediamo o ci piacciono, e respingono tutto il resto. Lo allontanano da noi

Insomma secondo Cook, il problema degli algoritmi non è tanto che ci suggeriscono sempre le stesse cose. Ma soprattutto che ci allontanano da tutto il resto. Ciascuno di noi ha a disposizione un tempo sempre più limitato per leggere, guardare documentarsi. E gli algoritmi di raccomandazione lo ingolfano di contenuti e concetti identici a quelli che ci sono piaciuti o interessati in passato. Impedendoci di fatto di allargare i nostri orizzonti. E, anzi, restringendoli sempre di più.

Abbandonare gli algoritmi è una scelta per la nostra salute

Ma è possibile in qualche modo rompere la spirale e abbandonare gli algoritmi? Sicuramente si. Ma come per il cibo spazzatura o la vita sedentaria, ci vuole qualche sforzo, disciplina e soprattutto consapevolezza. Non per niente alcuni negli Stati Uniti e nei paesi anglofoni hanno iniziato a parlare di information diet, cioè la dieta delle informazioni. Il che implica uscire dalla bulimia, abbandonare gli algoritmi e ricominciare a cercare e ottenere informazioni, ma anche musica, video, trasmissioni e così via in modo sempre più consapevole.

Abbandonare gli algoritmi per uscire dalla “Echo Chamber”

La prima cosa da fare, se vogliamo riconquistare la libertà di informarci, è quella di cercare di cambiare il comportamento delle piattaforme che usiamo.

In alcuni casi, per esempio Twitter, possiamo decidere di rinunciare a una selezione algoritmica a favore di un feed rigidamente cronologico su altre piattaforme, per esempio Facebook, questo non è possibile.

Il consiglio principale comunque e è quello di evitare i social media come fonte di informazioni. I social media sono una grande invenzione, ma proprio per la loro inclinazione a riproporci quello che ci interessa, non sono quasi mai in grado di fornire un flusso di notizie affidabile. Oppure, per dirla in modo più semplice, non è logico usare la stessa piattaforma che usiamo per condividere foto di gattini e immagini divertenti come fonte di notizie rilevanti.

La migliore interpretazione della Echo Chamber, realizzata e pubblicata da Zesty Things

Twitter ha rappresentato per anni una eccezione, ma l’introduzione di algoritmi di filtraggio nel flusso lascia dubbi sulla sua neutralità. In ogni caso, possiamo iniziare la nostra dieta usando piattaforme meno prone alla viralizzazione. Per esempio Reddit, che ci permette di scegliere in modo trasparente quale tipo di visualizzazione sfruttare, e quali argomenti seguire, oppure aggregatori come InoReader o Feedly, che si limitano raccogliere le notizie senza applicare filtri a monte, ad eccezione di quelli che impostiamo noi.

Abbandonare gli algoritmi o educarli?

Parliamoci chiaro: rinunciare ai social media spesso non è una opzione percorribile. Ma questo non significa essere obbligati a usarli anche come fonte di notizie.
Il consiglio qui è di sfruttare l’accondiscendenza degli algoritmi a nostro vantaggio. Se iniziamo a ignorare le notizie, un po’ per volta scompariranno. Se vogliamo accelerare il processo, usiamo gli strumenti che ci permettono di esprimere le nostre preferenze. Nascondiamo i contenuti che non gradiamo e soprattutto togliamo sistematicamente il “like” alle pagine che condividono informazioni che non gradiamo.

E se vogliamo contribuire attivamente a costruire un ambiente più sano anche per la information diet degli altri, evitiamo di condividere bufale, fake news e informazioni irrilevanti e soprattutto segnaliamo senza remore ogni tipo di contenuto inappropriato, dall’incitazione all’odio alla pseudoscienza passando per le fake news.

In questo modo il “nostro” algoritmo sarà costretto a proporci cose nuove, nel tentativo di profilare nuovamente i nostri interessi, e nel contempo avremo contribuito ad arginare la proliferazione dei contenuti tossici.

Ma non è tutto.

La strada per abbandonare gli algoritmi passa anche dal nostro telefono

In una parola, le notifiche sono il male, perché ci forzano subdolamente a sottostare ai ritmi imposti dai sistemi e dalle App. Esattamente il contrario di quello che è giusto che accada.

Sono le macchine e gli algoritmi a dover sottostare ai nostri tempi, e non viceversa.

Teniamolo a mente: per un uso consapevole, qualsiasi cosa che ci spinga nella direzione opposta, anche inconsciamente, è sbagliata.

Per disintossicarci disattiviamo qualsiasi tipo di notifica che non sia strettamente indispensabile. E se proprio qualche App non ce lo consente, sostituiamola o eliminiamola dalle nostre abitudini. Garantisco per esperienza personale che non perderemo nulla anzi, riconquisteremo tempo e lucidità per seguire le questioni davvero rilevanti.

Per tornare padroni del nostro tempo (e del nostro cervello) l’approccio consapevole è fondamentale

C’è una regola tanto empirica quanto filosofica che dobbiamo tenere presente nella nostra lotta contro gli algoritmi: per quanto sia comoda e affascinante l’idea di avere macchine che lavorano per noi, qualsiasi sistema automatico che non abbiamo programmato di persona, in realtà non lavora per noi, ma per chi ne è il proprietario. E sappiamo che lo scopo finale in casi come questi è venderci qualcosa, o comunque forzarci a consumare.

Quindi, è per definizione inaffidabile. A meno che non riusciamo a escogitare un sistema per sfruttare gli algoritmi a nostro vantaggio. In qualsiasi altro caso, facciamo molto meglio a farne a meno. E usare la nostra testa.

Dispense ECDL Gratis

Syllabus nuova ECDL, cosa cambia con la versione 6.0?

Il nuovo Syllabus 6.0 introduce alcuni cambiamenti nelle certificazioni ECDL, ma nel 2019 non sarà ancora obbligatorio.

Nell’ultimo trimestre del 2018 è stata rilasciata la versione 6.0 di Syllabus, cioè il programma di studi richiesto per conseguire la Patente Europea per l’uso del computer.

Per il momento però chi ha appena preso una certificazione ECDL o sta studiando non si deve preoccupare. Il Syllabus 5.0 infatti resterà in vigore a tempo indeterminato.

Cosa deve fare chi ha preso una certificazione ECDL con il Syllabus 5.0?

In breve, nulla, la sua certificazione rimane valida, e al momento non sembrano essere previsti nemmeno esami “bridge” per chi vuole passare al syllabus della nuova ECDL in versione 6.0. Consideriamo anche che al momento il nuovo syllabus è stato rilasciato solo per alcuni moduli, in particolare:

  • Word processing
  • Fogli di Calcolo
  • Presentazionie
  • Basi di dati

Probabilmente anche per questo motivo al momento, come abbiamo visto, non sono previste richieste di aggiornamento.

Si possono ancora sostenere gli esami con il Syllabyus 5.0?

Assolutamente si. Secondo Il sito ufficiale ha una pagina dedicata proprio a questo tipo di domande, nella quale possiamo leggere che al momento non è prevista una data di dismissione per il Syllabus 5.0.

Per ora il Syllabus 6.0 insomma sarà facoltativo: non ci saranno disservizi o complicazioni per chi sta sostenendo gli esami di certificazione ECDL e ha iniziato con la versione 5.0

Quali sono le differenze fra Syllabus 6.0 e Syllabus 5.0?

Anche in questo caso ci viene in aiuto il sito ufficiale, che ha messo a disposizione una comoda scheda comparativa in cui sono elencate solo le novità introdotte con l’ultima versione. Le riporto qui per completezza:

Come possiamo notare, al momento si tratta di una serie di modifiche non troppo impattanti, che conservano intatta la dinamica della certificazione ECDL. Facendo il confronto con quanto era accaduto con il passaggio dal syllabus 4.0 al syllabus 5.0, potremmo avere l’impressione che si tratti di un aggiornamento “minore”.

Per la verità va detto che, per chi lo ricorda, il syllabus 5.0 aveva avuto anche il compito piuttosto impegnativo di traghettare ECDL dal sistema di controllo classico delle versioni di Microsoft Office fino alla 2003 verso il sistema Ribbon “a schede” utilizzato da Office 2007 in poi.

Word 2003, con il vecchio sistema di controllo a menu
Microsoft Office Word 2007
Office 2007, con il sistema di controllo a schede

Da allora il sistema di controllo di Office è cambiato nella sostanza, ma la logica a schede è rimasta invariata (e non sembra destinata a cambiare a breve). Questo rende logico il passaggio da Syllabus 5.0 a 6.0 “morbido”: i saperi devono essere aggiornati ma non serve riprogettarli.

algoritmi di raccomandazione

Come gli algoritmi di raccomandazione “governano” il mondo.

I sistemi di raccomandazione, o algoritmi di raccomandazione, sono onnipresenti in qualsiasi sito o servizio mediamente evoluto. Con conseguenze dirompenti, e non sempre positive, sulla nostra vita.

Alzi la mano chi non è mai incappato in un suggerimento su un sito di shopping, su un trending topic o su un post ampiamente condiviso e si è chiesto perché vedo questa roba?

La risposta è semplice: algoritmi di raccomandazione. I sistemi di raccomandazione sono ampiamente usati, dai servizi maggiori ma anche quelli minori (anche questo sito ne ha uno a fondo pagina che suggerisce altri articoli potenzialmente interessanti).

I motori di raccomandazione sono ovunque

Una premessa: questa riflessione, come accade spesso, non è farina del mio sacco, ma è ampiamente riportata da questo interessante articolo di Wired USA, che spiega, in modo semplice e chiaro, il funzionamento, e soprattutto i limiti, degli algoritmi di raccomandazione. Consiglio a chiunque mastichi l’inglese di leggere l’originale, ma ne riporto qui un sunto dei concetti fondamentali. Per comodità, la “narrazione” dell’articolo originale ha uno sfondo diverso. Il resto sono mie considerazioni

rete algoritmi raccomandazione

Il primo problema degli algoritmi di raccomandazione è che tendono all’autoreferenzialità

Tutto parte dall’autore che nota un libro quantomeno peculiare indicato fra quelli “caldi” suggeriti da Amazon. Le vendite si sono impennate quando il libro è finito nel carosello dei suggeriti, il che ha portato una crescita dell’interesse e così via. 

Beh, questo è abbastanza semplice da capire: quando un prodotto o un tema diventano trending, vengono mostrate a più persone. Il che ne aumenta le possibilità di essere visualizzato. Il che aumenta le discussioni in merito. Visualizzazioni, discussioni e feedback sono i tre pilastri degli algoritmi di raccomandazione di questo tipo. Questa è una debolezza notevole, perché una volta entrati, si crea un circolo di crescita praticamente esponenziale. E lo sforzo marginale per rimanerci , specie se si tratta di prodotti, è relativamente basso.

Everywhere you look, recommendation engines offer striking examples of how values and judgments become embedded in algorithms and how algorithms can be gamed by strategic actors.

“Ovunque guardi, i motori di raccomandazione offrono esempi lampanti di come valori e giudizi vengono inclusi negli algorimti e come gli algorimi possono essere manipolati dagli attori strategici”

Il secondo problema dei motori di raccomandazione è che sono imprecisi

rete algoritmi cyberspazio

Uno dei sistemi di raccomandazione più diffusi è basarsi su quello che le persone “come noi” hanno letto, guardato o acquistato. Ma cosa significa esattamente “come noi”? Si tratta di una questione di età, genere, razza? Gente con gli stessi interessi? Che ci somiglia fisicamente? O piuttosto si tratta delle nostre “fattezze digitali” basate sui dati granulari che i diversi sistemi raccolgono su di noi e poi dati in pasto a un sistema di machine learning?

Insomma, le persone come noi, sono semplicemente persone con una impronta digitale simile alla nostra. Il che spesso si riduce a quelle accettabilmente simili, che è un modo carino per dire che i sistemi prendono su i dati più simili che hanno. Non serve avere un dottorato di ricerca in statistica per capire che in mancanza d’altro, useranno dati con pochissime cose in comune.

Il terzo (e più grave) problema è che gli algoritmi di raccomandazione favoriscono gli stereotipi

Deep down, behind every “people like you” recommendation is a computational method for distilling stereotypes through data.

“Scavando a fondo, dietro ogni algoritmo del tipo “le persone come te”, c’è un metodo computazionale per distillare stereotipi attraverso i dati.

Ricordiamo un concetto fondamentale: gli algoritmi non sono nostri amici, sono macchine pensate per massimizzare il ricavo. E per ragioni meramente statistiche, tenderanno sempre a proporci quello che “il mercato” sembra volere. Quello che cambia è la dimensione della nicchia che viene presa come riferimento, a seconda di quanti dati abbiamo già regalato al sistema di profilazione.

Il passaggio successivo è meramente logico: “statisticamente probabile” e “stereotipo” sono simili in maniera preoccupante, quantomeno nelle logiche di mercato.

La prova, possiamo averla tutti i giorni, e ne ho già parlato quando suggerivo di ingannare gli algoritmi quando prepariamo un computer per “anziani” o per utenti poco esperti. Basta avviare un processo di selezione per fare in modo di ricevere quasi solo suggerimenti provenienti dalla nicchia di riferimento. Oppure (peggio ancora) un mix delle nicchie di riferimento calcolate e di temi “caldi” scelti sulla base di parametri estremamente volatili.

codice algoritmi raccomandazione

Infine, gli algoritmi di raccomandazione privilegiano il sensazionalismo

“…most trending-type recommendation algorithms employ a logic that filters out common terms as background noise and highlights those that have acceleration and velocity on their side.”

“…molti algoritmi di raccomandazione basati sui trend usano una logica che filtra i termini comuni come rumore di fondo e mettono in evidenza quelli che hanno accelerazione e velocità dalla loro parte”

Il problema è che questo seppellisce di fatto qualsiasi tipo di conversazione che abbia un grande volume costante nel tempo. Per esempio nel caso della cronaca i problemi costanti come la salute, il welfare, l’impiego, pur essendo oggetto di moltissime conversazioni, lasciano ampio spazio agli eventi più rari, che ottengono una copertura sproporzionata.

Ironicamente, osserva l’autore, questo è un problema in comune con la carta stampata. Come a dire che di tutto quello che i nuovi media potevano ereditare da quelli tradizionali, hanno preso il peggio.

La parte peggiore è che questo tipo di algoritmi di raccomandazione è estremamente debole e manipolabile.

Il problema di usare l’accelerazione mediatica come valore è che è fin troppo semplice manipolare l’algorimo. Un hashtag o una notizia condivisi dal giusto numero di persone in un tempo sufficientemente rapido, diventeranno virali con molta facilità. Alcuni attivisti di diverse aree hanno già imparato a mettere in pratica questa strategia, preparando interventi con lo stesso hashtag (nell’ambito di Twitter) e postandoli in modo coordinato.

Ma se funziona per Twitter, perché non dovrebbe funzionare anche in altri ambiti? Se per esempio cinquemila fan di un autore (o diecimila attivisti di qualche schieramento) si coordinano per effettuare lo stesso acquisto su Amazon nello stesso momento, quale può essere l’accelerazione conferita al prodotto acquistato?

Una domanda più che lecita perché, se davvero bastasse qualche migliaio di transazioni, “finanziare” un acquisto coordinato potrebbe essere un investimento strategico più efficace di quelli tradizionali.

La soluzione? Rendere gli algoritmi di raccomandazione più trasparenti. O eliminarli del tutto.

Grandi problemi ed enormi limiti, che tuttavia hanno soluzioni piuttosto semplici. Le aziende sono molto gelose del funzionamento dei loro algoritmi. Il sospetto che tale riservatezza nasconda il timore che possa crollare il castello di carte è più che lecito. Se ci fosse più trasparenza nell’indicazione di quello che è “trending” o “consigliato”, sarebbe più semplice per chi vede le proposte decidere cosa fare.

Così come sarebbe quantomeno doveroso, nelle piattaforme in cui sono possibili le sponsorizzazioni, che il sistema mostrasse in chiaro che percentuale della copertura del contenuto è stata a pagamento. Una specie di “certificato di nascita” che di permetta di capire se stiamo vedendo un determinato contenuto per la sesta volta perché è davvero interessante oppure perché qualcuno lo sta sponsorizzando di continuo.

L’alternativa più radicale, ma anche più semplice, sarebbe quella di eliminare gli algoritmi di raccomandazione. Ormai è chiaro che il loro funzionamento lascia molto a desiderare, e spesso non piacciono agli utenti, come dimostra il recente passo indietro di Twitter verso il semplice sistema cronologico.

Il tutto avrebbe almeno due vantaggi: il primo verso l’utente. Ammettiamolo, vedere sempre le stesse cose sapendo che una piattaforma contiene una varietà quasi infinita di contenuti è frustrante. Il secondo vantaggio sarebbe economico: invece di spendere risorse ad inseguire un sistema di raccomandazione scadente ma sempre più complesso e oneroso in termini di calcolo, si potrebbero abbattere i costi, aumentando i margini ed evitando di dovere elaborare sistemi di raccomandazione sempre più stingenti che consumano più risorse senza un reale incremento dell’efficacia. Oggi infatti le aziende investono sulla speranza che un giorno gli algoritmi inizino a funzionare sul serio.

Cosa che però sembra ogni giorno più improbabile, alla luce dei continui problemi di privacy, uso antietico dei dati e fughe di informazioni che quotidianamente minano i servizi che fanno maggiore uso degli algoritmi di raccomandazione.

Google Perde la memoria

Google ha smesso di indicizzare le pagine vecchie

Google sta perdendo la memoria. O non gli è mai interessato averla?

Una notizia circolata sotto traccia nelle settimane passate potrebbe invece avere implicazioni dirompenti nel futuro della Rete: Google ha smesso di indicizzare i siti più vecchi di dieci anni.

Emersa solo in pochi siti mainstream (e guarda caso in nessuno italiano), la scoperta è stata fatta da Tim Bray, uno dei blogger della prima ora. Che nel tentativo di ritrovare alcuni suoi vecchi scritti, non è stato in grado di recuperarli attraverso Google.

Google perde la memoria o la abbandona?

Prima di pensare a un banale caso di incapacità, va detto che Bray è uno che sa il fatto suo: era già su Internet quando Google era agli albori e prima di esprimersi sulle pagine del suo blog ha fatto tutte le prove del caso, anche usando frasi esatte, ricerca per sito e così via.

Poteva farlo, perché era alla ricerca di suoi articoli di cui aveva il testo completo.

Sull’onda del lavoro di Bray, anche Marco Fioretti ha fatto una prova simile, con analoghi risultati. A questo punto le conferme iniziano a moltiplicarsi, e la notizia appare anche su altre fonti, per esempio boingboing.net.

Ma quindi Google non indicizza tutto il Web?

Per la verità, non lo ha mai fatto. Pensare che Google contenga tutte le pagine mai create è sempre stata una semplificazione. Sulla quale ci siamo adagiati tutti perché, fino a ora, nessuno si era mai posto il problema delle pagine datate. Nonostante il lavoro instancabile di realtà come The Internet Archive che senza troppo clamore tentano da anni di arginare questo fenomeno.

Insomma, finora nessuno si era mai accorto che il re era nudo

O forse, nessuno di autorevole si era preso la briga di andare a fondo. Ora appare chiaro che Google non ha alcun interesse nell’archiviare Internet di per sé, quanto nel fornire le risposte statisiticamente più commerciabili alle domande statisticamente più prevedibili. Insomma, a restituirci la parte vendibile del Web, trascurando tutto il resto.

Lo spiega perfettamente Tim Bray, con parole che provo a tradurre:

[Google] Si preoccupa di fornire buone risposte alle domande che contano per noi in questo momento. Se digito una domanda, anche qualcosa di complicato e oscuro, Google mi sorprende spesso con una risposta puntuale e precisa. Non hanno mai affermato di indicizzare ogni parola su ogni pagina.

Il mio modello mentale del Web è un archivio permanente e duraturo del patrimonio intellettuale dell’umanità. Perché questo sia utile, deve essere indicizzato, proprio come una biblioteca. Google apparentemente non condivide questo punto di vista.

Insomma. Google non è mai stato un archivio, (e per la verità non ha mai annunciato da nessuna parte di esserlo o volerlo essere).

Una scoperta che delinea il futuro di Google

Negli ultimi anni si fa un gran parlare della differenza fra motore di ricerca e motore di risposta. Google ha evidentemente una maggiore inclinazione per il secondo. Tuttavia questo secondo me è un problema, almeno per due motivi:

  • L’umanità non è culturalmente pronta a capire la differenza fra un macro-assistente virtuale che dà buone risposte e un reale sistema biblioteconomico in grado di raccogliere, e restituire, tutto lo scibile
  • al momento non esistono alternative al “qui e ora” voluto da Google. Anche se sembra che Bing e DuckDuckGo abbiano un approccio più sano nei confronti della memoria storica.

Certo, Esistono anche soluzioni specifiche per il Web “abbandonato”, come Archive.org e wiby.me, un motore di ricerca per “siti classici”. Ma manca la consapevolezza da parte degli utenti.

Chiedete a trenta persone che conoscete, ventinove vi risponderanno che su Google si trova tutto. E questo è un colossale problema.

Di fatto, lo scibile umano è in mano a un’azienda a fini di lucro

D’accordo, nella realtà non è propriamente così. Biblioteche e realtà virtuose come Archive esisteranno sempre. Ma quante sono, in percentuale, le persone che si accontentano dei risultati di Google e quante quelle che vanno oltre?

Parliamoci chiaro, chi si occupa di SEO lo sa più che bene: già essere fuori dalla prima pagina significa essere in una sorta di cimitero degli elefanti. Figuriamoci essere fuori da Google.

Il problema degli algoritmi si manifesta ancora una volta

Anche se ovviamente non c’è nessuna posizione ufficiale in materia, le ragioni di questa scelta sono ovvie: indicizzare le pagine web costa. E per un’azienda a fini di lucro, tutto quello che non è profittevole è dannoso. Fino qui nulla di sbagliato.

Ma cosa succederà se domani Google dovesse decidere di “tagliare” a cinque anni, o a sei mesi?

Sarebbe nel suo pieno diritto. Ma il patrimonio di conoscenza che potrebbe diventare irrecuperabile nel giro di pochi giorni potrebbe essere infinito. Poco importa se si tratta di fanfiction, meme sciocchi o opere d’arte. Rimane il problema che il lavoro di molti esseri umani potrebbe essere “oscurato” da una macchina nel giro di una notte.

Cosa possiamo fare per evitare di essere dimenticati da Google?

A lunghissimo termine, e con una visione piuttosto utopica, darci da fare per un Web in cui non esistano monopoli di fatto, al contrario di quello che succede ora. Favorire la frammentazione, la diffusione di standard, il diritto all’interscambio dei propri dati, la liquidità delle piattaforme. Evitando, per quanto possibile, i servizi che sappiamo adottare politiche poco trasparenti e in ogni caso quelli che detengono qualche tipo di monopolio.

L’utopia massima sarebbe un sistema in cui ciascuno possiede i propri dati in via esclusiva, e le diverse piattaforme li interrogano e li mettono in relazione in modo controllato. Ma rassegnamoci: è impossibile, anche dal punto di vista tecnico, almeno con la tecnologia di ora. Quantomeno è impossibile in una logica di scala.

A medio e breve termine, ricordarci e ricordare che Google non è il solo motore di ricerca: Bing e DuckDuckGo stanno iniziando a essere valide alternative, ma anche l’europeo Qwant. Usarli può essere impervio oggi, ma potrebbe essere il primo tassello per una Rete meno schiava degli algorimi. O per lo meno ridurre la dipendenza da un numero limitatissimo di algoritmi.

Insomma, l’umanità dovrebbe sforzarsi di non fare con la tecnologia l’errore che ha fatto svariati millenni fa quando si è lasciata addomesticare dal grano.

Ne parlerò meglio in futuro, ma oggi sta accadendo esattamente questo: invece di essere l’informatica ad adattarsi alle necessità dell’umanità, l’umanità si sta piegando alle nevrosi del digitale. Invece di creare motori di ricerca realmente efficaci, ci sforziamo di scrivere nel modo che i motori di ricerca possono comprendere.

Invece di usare l’intelligenza artificiale per un riconoscimento realmente efficace della scrittura a mano o della parola scritta, ci deformiamo le articolazioni sulle tastiere. invece di avere sistemi che ci permettono di aggregare le informazioni in modo semplice ed efficace, passiamo le ore a ingolfarci di informazioni inutili sui social media.

In qualche modo, sembra che l’unica cosa che ci importi è faticare il meno possibile, fisicamente e intellettualmente, quando l’essenza stessa dell’essere umano dovrebbe spingerci verso il contrario.

Ci ricordiamo tutti la fine che hanno fatto gli eloi, vero?

computer per anziani

Se state preparando un computer per anziani, ingannate gli algoritmi

Come molti probabilmente sanno, i corsi di informatica (o più pomposamente “corsi di Digitale”) sono la mia passione. E negli ultimi anni, grazie alla fiducia dell’Agenda Digitale Biellese mi sto interessando molto ai corsi di informatica per anziani. Facendo ricerche sui computer per anziani mi sono imbattuto in questo consiglio, che francamente è forse il più intelligente che abbia letto. Sostanzialmente, si tratta di quello che ho anticipato nel titolo.

Se state preparando un computer per gli anziani della famiglia, ingannate gli algoritmi

Lifehacker, il sito da cui ho preso spunto, in realtà la fa molto più morbida, ma il concetto di fondo è proprio questo: manipolare gli algoritmi dei vari siti per rendere i contenuti dei siti principali più appetibili per gli anziani, che magari non hanno molta confidenza con il Digitale. E ai quali di sicuro non frega niente dell’ultima challenge in cui i dementi affamati di popolarità si cimentano.

Come preparare un computer per anziani manipolando i vari algoritmi

So che in teoria sembra una roba alla codice swordfish, ma in realtà il principio è molto semplice, ed è stato collaudato con successo dal redditor u/TyrKiyote, che lo ha colludato per YouTube.

Dopo aver preparato il computer per gli anziani con i soliti accorgimenti (scorciatoie sul desktop, sicurezza e così via), si tratta semplicemente di aiutarli a iscriversi ai vari servizi. In questo caso, YouTube. E subito dopo, prima di qualsiasi altra cosa, effettuare qualche ricerca su temi di loro interesse. L’esempio parla di Glen Campbell, ma funziona qualsiasi cosa.

computer per anziani

Che sia orticultura, musica d’annata, giardinaggio, pesca o musei, facciamo in modo di guardare e apprezzare subito video che rientrino nell’interesse della persona per cui stiamo sistemando il computer.

Secondo l’esperienza del redditor, e di altri che hanno provato, fa una differenza enorme.

Possiamo usare lo stesso trucco con tutti i siti che si basano su algoritmi per la scelta dei contenuti

Che sia Facebook o Google, Amazon o un qualsiasi altro sito con filtri “intelligenti”, questo semplice trucchetto ha del miracoloso, secondo quanto riportano da più parti.

Perché un trucco così semplice funziona così bene?

Semplicemente perché gli algoritmi che stabiliscono cosa vediamo e cosa no in realtà non sono così intelligenti come vorrebbero farci credere. Infatti non possono fare altro che raccogliere quelli che sono gli interessi che abbiamo già manifestato e in qualche modo proporci qualcosa di simile.

E se per modificare il comportamento per chi, come me, ha decine di anni e migliaia di ore di navigazione sulle spalle ci vuole moltissimo tempo, su un account nuovo e privo di memoria storica ci vuole pochissimo.

Provare per credere. Se siete curiosi, la prossima volta che avete sotto mano un computer o un dispositivo nuovo, provate a creare un nuovo utente Google, per esempio, ed effettuare un paio d’ore di navigazione monotematica sui siti sopra citati.

In men che non si dica sembrerà che Internet sia costituita solo da quello che avete cercato. Un piccolo trucco con un grande potenziale: dimostrare ancora una volta il grande limite degli algoritmi. Non è un caso che anche le aziende stiano facendo marcia indietro in questo senso, tornano a una gestione più centrata sulle persone.

Un consiglio perfetto anche per i corsi di informatica per anziani

Una delle principali accuse che vengono mosse oggi al mondo digitale è di non essere inclusivo. In particolare, quando tengo i corsi di computer per anziani, l’impressione è che il Web non abbia niente di interessante per loro. E molto spesso è sufficiente qualche ricerca per dimostrare il contrario.

lezioni di computer per anziani

Da questo nasce il mio suggerimento: usiamo il più spesso possibile trucchi come questo. Non devono essere gli utenti ad adattarsi al Digitale: deve essere il Digitale al nostro servizio. E grazie a questo piccolo trucco possiamo fare un passo nella giusta direzione.

Un invito che estendo a tutte le persone che, in qualche modo, si trovano a dover preparare un computer per anziani, o più in generale per principianti. Se è vero che una volta installato e configurato le cose possono funzionare da sole, è anche vero che le prime ricerche, le prime navigazioni, le prime cose cercate costituiscono, nell’era degli algoritmi (semi)intelligenti, una sorta di imprinting, che accompagnerà le persone nei mesi successivi. E noi che sappiamo come funziona abbiamo in qualche modo il dovere morale di fare in modo che siano gli algoritmi al servizio delle persone e non le persone al servizio degli algoritmi.

Perché ho deciso di fare mio questo suggerimento

Sarà oggetto di una serie di post più approfonditi in futuro, ma anni di vita immerso nel mondo digitale mi stanno convincendo che noi utenti abbiamo scelto un ruolo troppo passivo.

Il feed dei social media posta fuffa, ma siamo troppo pigri (o poco competenti) per adattarlo usando i vari “non mi interessa” o “non seguire più”. Le piattaforme video ci mostrano contenuti che non ci interessano, ma usare il “non mi piace” sembra quasi un’offesa. E così via.

Penso che invece sia importante che tutti abbiano piena consapevolezza di quello che leggono, guardano comprano. Consapevolezza che passa anche dal sapere che gli algoritmi possono e devono essere educati per essere al nostro servizio, non viceversa.

E chi, come me, tiene corsi di informatica ha il dovere morale di spiegarlo, per evitare nuove generazioni di utenti inconsapevoli.