console war cover

Cosa ci sta insegnando l’ultima console war (che non c’entra con i videogiochi)

La console war fra PlayStation 5 e Xbox Series X|S ci sta insegnando almeno due cose che non hanno strettamente a che vedere con il mondo dei videogiochi. Eccole qui.

Le console war sono vecchie quanto i videogiochi stessi, o quasi (non è che l’Atari 2600 avesse tutti questi concorrenti all’inizio, ma già con gli otto bit le cose erano cambiate). E ormai fanno parte del Folklore del mondo dei videogame. La più recente, quella fra PlayStation 5 e l’accoppiata Xbox Series X / Xbox Series S non è nella sostanza molto diversa dalle precedenti.

Si parla sempre di grafica, di processore, di prestazioni, ma soprattutto di titoli ed esclusive. Ma questa è la parte più noiosa, di cui francamente non ho molta voglia di parlare: ho dato, con il mondo dei videogame, svariati anni fa, anche professionalmente. E come si suol dire è stato bello finché è durato. Tutta via la console war del 2020 porta con sé due lezioni molto interessanti. Una delle due ha a che vedere con la SEO e la vedremo per seconda. L’altra riguarda il mercato più in generale.

La Console War 2020 ci insegna che a volte i veri vincitori non salgono sul podio

Fra appassionati ci si sta scapicollando per capire chi sarà il vincitore, in termini di vendite, quote di mercato, hype. Ma diamo un’occhiata a questi grafici:

Immagini realizzate da newatlas.com/games/playstation-5-ps5-digital-edition-vs-xbox-series-x-s-specs-comparison/
Immagini realizzate da newatlas.com/games/playstation-5-ps5-digital-edition-vs-xbox-series-x-s-specs-comparison/

Nessuno nota nulla?

Esatto AMD realizza tutti i processori e tutte le CPU di tutte le console di prossima generazione.

Quindi, possiamo dire che AMD è la vincitrice assoluta: per l’azienda, che si vendano più Xbox o più PlayStation è assolutamente indifferente. Qualcuno diceva che durante la corsa all’oro, si arricchisce davvero chi vende setacci e picconi. Calza a pennello anche a questa console war.

E cosa ci insegna la console war 2020 sulla SEO?

Ovviamente, il lancio delle sue console, PlayStation 5 in particolare, ha suscitato molto interesse. Il che ha condotto a una rincorsa alla novità.
Tutto perfettamente normale fino a quando si rimane all’interno dell’ecosistema dei siti di videogiochi e tecnologia.

Ma guardate questi due:

E si tratta solo di due casi su molti: siti verticali di altri settori che, per ragioni insondabili a chiunque faccia questo mestiere con buon senso, decidono di rastrellare qualsiasi keyword che si crede possa portare traffico.

I risultati? Ecco qui:

Il risultato è ovvio a chiunque conosca davvero la SEO. Come sappiamo, il posizionamento dipende da moltissimi fattori. Fra cui anche l’autorevolezza del dominio nello specifico settore.

Mentre alcuni sono convinti che “basti scrivere su cose che interessano per fare traffico”. Il che può anche capitare, per brevi periodi di tempo. Ma il piccolo risultato ottenuto svanisce come neve al sole appena l’algoritmo di Google effettua un controllo più approfondito.

Se aggiungiamo che spesso questi articoli vengono relegati in categorie non visibili dalla navigazione, per non intaccare l’immagine del sito, abbiamo il quadro dell’ennesima tecnica obsoleta per ottenere traffico.

Perché parlare di tutto non funziona?

Per la verità funziona, se gestiamo un sito informativo generalista. Ma se siamo specializzati, non ha alcun senso. Lasciamo per un attimo da parte gli aspetti tecnici, e proviamo a immedesimarci nell’utente.

Crediamo davvero che un utente possa pensare
Hei, guarda quanto parla bene di meccanica quantistica questo sito sul collezionismo di collari per cani! Sicuramente sono altrettanto bravi a parlare di collari per cani! Aspetta che visito quaranta pagine”

Invece di
Cosa diavolo ci fa un articolo sulla meccanica quantistica in questo sito sul collezionismo di collari per cani? Si sono sbagliati o mi prendono in giro?”

Dal punto di vista più tecnico invece sappiamo che l’algoritmo di Google parte da una valutazione paritaria, in prima istanza, per poi affinarla con parametri come la pertinenza con gli argomenti abitualmente trattari e l’autorevolezza in quel campo.

Quello che trae in inganno chi analizza i risultati superficialmente è che in effetti è possibile che ci sia un periodo di interregno in cui la pagina si posiziona, temporaneamente, anche per un settore non coperto abitualmente. E magari generi traffico per qualche giorno.

Questo conduce a un circolo vizioso aberrante: a un certo punto l’articolo perde le posizioni e smette di fare traffico. Ma l’ultima volta che abbiamo parlato di un argomento che tira abbiamo fatto traffico, giusto? Quindi facciamo più contenuti su argomenti che tirano, non importa quali.
Centinaia di migliaia di parole macinate per essere visibili per pochi giorni.

Quando, con una linea editoriale precisa e una identità definita si possono ottenere risultati che durano nel tempo.

Questo blog, dalla sua posizione infinitesimale nel Web, conserva intatte le sue posizioni da anni. E ne conquista di nuove. Lentamente, ma con un contenuto al mese quando va bene.

La stessa cosa, su scala più grande, accade su diversi siti con cui collaboro.

Si ottengono risultati migliori con pochi contenuti ragionati che non con migliaia di contenuti privi di pianificazione e direzione.

Insomma, la console war 2020 contiene un insegnamento anche per la SEO ci sono ancora moltissime persone che la fanno nel modo sbagliato.

Bonus per addetti ai lavori: ha senso tentare di posizionarsi per le keyword branded, in particolare quelle forti?

Secondo me assolutamente no. Tanto, nel 99,9% dei casi il primo risultato della SERP ormai è la pagina ufficiale del prodotto. Che è esattamente quello che l’utente cerca con la keyword secca.

Ma parliamone qui sotto, se vi fa piacere.

[immagine di copertina: Fabian Albert on Unsplash (elaborata) ]

tecniche SEO Obsolete

12 tecniche SEO obsolete, e come evitarle

La SEO è una disciplina in costante evoluzione. Vediamo 12 tecniche SEO obsolete che dovremmo evitare nel 2020.

Chiunque faccia questo mestiere da un po’ di tempo e con un approccio sistematico sa che la SEO è, fin dalle sue origini, una disciplina piuttosto confusa. Sia per la sua natura empirica, sia per la volontà di una certa categoria di esperti di costruire una sorta di aura intorno a una serie di concetti che, per la verità, sono piuttosto semplici.

Questo origina il fiorire di svariate tecniche SEO, che spesso non sono altro che la riduzione a regole di qualche moda del momento. Qualche tempo fa, un interessante articolo di Link Assistant ne ha riportate dodici. Come sempre, mi sono prodigato per tradurlo e localizzarlo, anche per semplificarlo e renderlo meno legato ai prodotti dell’azienda (alcuni dei quali sono notevoli, peraltro).

Ecco quindi una lista ragionata e rivista delle dodici tecniche SEO che dobbiamo evitare nel 2020 (alcune delle quali, onestamente, dovrebbero già essere evitate come la peste già da molti anni).

Le tecniche SEO obsolete da evitare

Le pagine ottimizzate per una sola keyword

Back in the days, l’algoritmo di Google non era eccezionale e come sappiamo produceva SERP diverse anche per ricerche molto simili. E ovviamente tuttisi buttarono a fare pagine ultraspecifiche per soddisfare ogni singola intenzione di ricerca. L’esempio dell’articolo originale lo spiega benissimo: chi produceva portatili per l’ufficio, avrebbe dovuto creare singole pagine per le keyword portatili per l’ufficio, portatili professionali, computer portatili per lavoro e così via.

Perché non funziona?

Principalmente, perché ha smesso di funzionare nel 2013, con l’aggiornamento chiamato Hummingbird. Da allora, il sistema identifica e posiziona le pagine anche per i sinonimi e le intenzioni di ricerca simili. L’italiano in quanto lingua “minore” ha ancora (pochissimo) margine per SERP differenziate, ma la tendenza è quella di uniformare e restituire i risultati in funzione dell’intenzione, non delle keyword per sé.

Cosa fare invece?

Per evitare questa tecnica SEO obsoleta, lavoriamo sull’argomento, non irrigidiamoci sulle keyword, che peraltro “valgono” sempre meno come entità a sé stante. Usiamo sinonimi e variazioni, che renderanno anche la lettura migliore per l’utente, che dovrebbe essere sempre il nostro obiettivo reale.

La densità delle keyword, la decana delle tecniche SEO obsolete

Altro concetto che risale agli albori della SEO. Un tempo si credeva che per far capire all’algoritmo che una pagina parla di un determinato argomento, fosse necessario ripetere la keyword principale diverse volte. Insomma quello che il (non troppo) buon (ma sicuramente) vecchio Yoast ancora adesso ci propone. Anche se per la verità i requisiti per ottenere il famigerato semaforo verde si sono ridimensionati. Secondo l’articolo, nel corso degli anni i sedicenti esperti SEO sono arrivati a sostenere che il cinque per cento del testo dovesse essere una ricorrenza esatta della parola chiave. Non ho nemmeno la forza di commentare. Non andrebbe nemmeno inserita fra le tecniche SEO obsolete perché la verità e che non ha mai avuto senso.

Perché non funziona?

Le keyword nel loro complesso hanno ancora una loro rilevanza, ma per dirci di piantarla con la densità delle keyword e l’uso ossessivo in generale si era scomodato addirittura Matt Cutts. Nel 2011.
Se non bastasse, ricordiamoci che il keyword stuffing è universalmente riconosciuto come spam, e può essere tanto controproducente. Oltre a essere il nemico numero uno della qualità del testo.

Cosa fare invece?

Prima di tutto, e collegandoci alla prima delle tecniche SEO obsolete, evitare di concentrarci su una sola keyword o più in generale su un numero limitato di keyword. Esistono ottimi strumenti in grado di fornirci uno scheletro di traccia da seguire con un numero accettabile di parole chiave. Ma soprattutto, è questo è un consiglio strettamente personale, investire più sulla qualità del testo e delle informazioni che non a giocare con le liste di keyword.

Insomma, se abbiamo un quarto d’ora da spendere, spendiamolo per approfondire l’argomento piuttosto che a fare strategia sulle keyword da utilizzare. Anche perché (ma potrebbe essere l’argomento di un prossimo post) la competenza in un settore trascina nel testo una quantità impressionante di keyword secondarie e di coda lunga, spesso in modo migliore rispetto agli strumenti analitici.

La lunghezza del testo

Altro cavallo di battaglia dei consulenti SEO preistorici: ingabbiare i testi fra una lunghezza massima e minima. Personalmente mi ha sempre fatto ribrezzo il solo pensiero di vendere testi come il prosciutto al banco (Signora, sono 485 parole, che faccio, lascio? Come dice, ne voleva 450 giuste?). Ma al di là di questo, chiunque non abbia iniziato a scrivere l’altro ieri sa che la lunghezza perfetta cambia in funzione dell’argomento che si tratta.

A scanso di equivoci: lavorare su lunghezze predeterminate non è sbagliato per sé: sulle riviste cartacee per esempio si fa da sempre. Ma in quel caso si sceglie l’argomento in funzione dello spazio. Purtroppo nella SEO la tendenza diffusa è quella di comprimere o stirare l’argomento per incastrarlo in uno spazio predeterminato. Una differenza tutt’altro che sottile. Ma sto divagando.

Tornando a noi, la lunghezza del testo è sicuramente importante, ma lo è per i lettori. Tutte le ricerche infatti dimostrano come i testi lunghi siano mediamente preferiti dagli utenti, vengano più condivisi e (secondo l’articolo originale) attraggano più backlink. Pronti via, capendo male e distillando peggio la differenza fra SEO ed engagement, ecco che i consulenti SEO (nostrani in particolare) avevano confezionato la solita regoletta sulla lunghezza consigliata. Che negli anni ha fluttuato per assestarsi intorno alle 1.500 parole. E che naturalmente non funziona. O meglio, non si può considerare una regola universalmente valida.

Perché non funziona?

Lo dico con parole mie. Banalmente, perchè è stupido anche solo pensare di poter far rientrare ogni argomento in 1500 parole.

Perché se devo spiegare di che colore era il cavallo di Napoleone, dopo aver scritto BIANCO dovrò menare le tolle al lettore per altre 1.499 parole. O peggio, come fanno alcuni siti anche molto famosi, menerò le tolle al lettore per 1.499 parole prima di scrivere “bianco”. La dimostrazione che questo modo di scrivere è morto e sepolto la abbiamo da un famoso sito di tutorial, il cui andamento nell’ultimo anno è questo:

Lo stesso ovviamente vale al contrario. Se devo spiegare a un lettore cosa sia una modulazione 64 PSK da zero, 1.500 parole mi bastano appena per la premessa.

Cosa fare invece?

Dimentichiamoci una volta per tutte le lunghezze predeterminate, archiviamole fra le tecniche SEO obsolete e passiamo oltre. Scriviamo fino a quando l’argomento non è concluso. Se lo facciamo per terzi, chiariamo molto bene questo aspetto in fase contrattuale, spiegando al cliente che stabilire aprioristicamente una lunghezza è un pessimo servizio.

E soprattutto, mettiamoci in condizione di poter scrivere bene e senza dover centellinare le parole per stare nel budget o stiracchiare un argomento per raggiungere l’obiettivo di battute.

I backlink dal web 2.0 (social e compagnia bella)

Quando il nostro era un mondo semplice, ottenere più link era sempre una buona cosa. Anche se venivano da social e forum. Questo ovviamente ha generato i soliti mostri di spam selvaggio, che, come al solito, ha portato Google a correre ai ripari.

Perché non funziona?

In questo caso è peggio. Se cercate nel dizionario sotto la voce inutile e dannoso ci sono i backlink provenienti dai contenuti generati dall’utente. Nel 2005 Google ha chiarito che le pagine e i siti con molti backlink di questo tipo vengono penalizzate. Se vi siete mai chiesti da dove abbia origine l’abominio del nofollow, ora lo sapete: dovete dire grazie a chi ha spammato come un animale.

Cosa fare invece?

Facciamo prima di tutto un distinguo: non tutti i link sono inutili per la SEO, e allo stesso modo non possiamo archiviare ogni attività basata sui segnali social fra le tecniche SEO obsolete. Ma certamente quelli provenienti da forum o pagine note per essere popolati di spammer sono negativi. D’altro canto, questo non significa che non siano utili ad altri obiettivi. Per esempio, diverse persone oggi cercano contenuti direttamente all’interno di piattaforme come Instagram o YouTube. Esserci con i dovuti accorgimenti (che vorrebbe dire anche una SEO dedicata) significa ottenere traffico anche da quelle fonti. Ma deve essere chiaro che punto o poco ha a che vedere con la SERP di Google.

Inoltre, i link di buona qualità continuano a funzionare. Sempre che non siano ottenuti con tecniche poco raccomandabili.

I Network di Blog privati

Altra tecnica molto in voga qualche anno fa, l’idea di creare un nostro network di siti per generare link verso il sito principale. Ovviamente, controllando tutto, abbiamo molta semplicità a generare collegamenti. Per diverso tempo è stato in effetti un modo piuttosto rapido per sollevare il ranking del nostro sito principale.

Perché non funziona?

Per dirla con un eufemismo, la tecnica non è apprezzata dall’algoritmo di Google. Secondo alcuni è considerata una tecnica al limite del black hat SEO. Ci sono alcuni network che funzionano, ma per aggirare i controlli è necessario produrre contenuti di qualità, utilizzare IP diversi e diversificare il profilo backlink. Un lavoraccio, che è praticamente come gestire davvero ogni sito come se fosse una pubblicazione reale.

Cosa fare invece?

L’articolo originale suggerisce di usare uno strumento dell’azienda con verificare il profilo backlink dei competitor, e verifcare se sia possibile procurarsi link analoghi, evitando i nofollow e quelli di bassa qualità.

L’alternativa, ovviamente, è quello di mantenere un network reale di siti da usare a supporto delle nostre attività. E, visto il costo attuale dei backlink, potrebbe non essere un’idea così campata per aria.

Guest blogging (aka Guest Posting)

Far ospitare un intervento “sponsorizzato” su un altro sito non è una cattiva idea di per sé, ma come sempre l’abuso ha generato mostri di post uguali, ripetitivi, al limite dello spam. Anche questo tipo di attività, insomma, è stato spremuto al limite, e ora fa parte delle tecniche SEO obsolete, fondamentalmente per esaurimento.

Perché non funziona?

Anche questa volta, è stato proprio Matt Cutt a disincentivare l’uso dei guest post, nel 2014. Ma soprattutto, Google oggi valuta la qualità di ogni singola pagina. Quindi, un pessimo post su un ottimo sito, ci darà risultati pessimi. In alcuni casi, addirittura penalizzanti.

Cosa fare invece?

Per la verità, la tecnica funziona ancora. Ma deve essere messa in pratica con un livello qualitativo molto elevato. Quindi, il profilo del sito che ci ospita deve essere molto alto, e la qualità del post che chiediamo di ospitare deve offrire un reale valore aggiunto per i suoi lettori.

Anchor Text corrispondenti alle keyword esatte

Altra tecnica SEO obsoleta che fa parte dell’arsenale della maggior parte degli esperti SEO: quando si richiede un backlink, lo si richiede per una keyword esatta. La mia opinione è sempre stata che se non viene fatto più che bene genera testi illeggibili, quindi è da evitare per la prima e la seconda regola d’oro (il contenuto è il re; il contesto è la regina). Finalmente ho le prove, grazie a questo articolo che sto traducendo: non solo è inutile, ma rischia di essere considerata una pratica manipolativa. Possiamo leggere i ragguagli sulla Guida di Google.

Perché non funziona?

Semplicemente, l’algoritmo di Google non è più così banale. I link vengono valutati usando il testo che li circonda e spesso anche un contesto semantico ancora più allargato, per stabilirne il reale valore. Al contrario, i link sovraottimizzati vengono visti come non naturali e quindi parte di uno schema. E come pratica scorretta, portano quasi sicuramente a una penalità.

Cosa fare invece?

Ancora una volta, la scelta migliore è quella che implica meno sotterfugi. Possiamo ricorrere a keyword branded (per esempio Massimiliano Monti), a link nudi (per esempio www.filippomiotto.net) oppure a collegamenti lunghi (per esempio un altro ottimo consulente SEO con cui lavoro e che si occupa anche di Web Marketing in generale).

L’ottimizzazione E-A-T

Dopo l’aggiornamento di agosto 2018, che ha influenzato soprattutto i siti che trattavano temi medici e vicini alla salute, si è creata la convinzione che il fattori sintetizzati nell’acronimo E-A-T (Expertise, Authority e Trustworthiness) fossero fondamentali. Come sempre questa convinzione ha portato a un florilegio di regolette: di certi argomenti possono scrivere solo autori con una certa reputazione, bisogna ottimizzare le pagine about, quelle dei termini e condizioni, bisogna aggiornare i post vecchi, le menzioni social sono importanti, e così via.

Remote Working errori e soluzioni

Perché non funziona?

In questo caso, nessuna delle attività sopra citate è dannosa, ma non esistono prove definitive della loro efficacia. Se abbiamo tempo e opportunità le possiamo seguire, a favore degli utenti, ma in molti casi diventano un enorme spreco di risorse.

Cosa fare invece?

In questo caso Link Assitant suggerisce di usare il proprio strumento per effettuare un’ottimizzazione tecnica invece di rendere perfetti testi e contenuti che sono già di qualità. Mi permetto di suggerire una soluzione mediata: ok alla revisione e ottimizzazione, anche di testi e contenuti, ma concentriamoci su quelli di qualità più bassa. E usiamo il resto del tempo per i fix tecnici e per lavorare sulla velocità del sito, per esempio.

AMP, ovvero come le tecniche SEO obsolete a volte sono semplicemente sbagliate

Chiunque lavori con la Rete dovrebbe conoscere AMP, il framework fortemente voluto da Google per erogare pagine molto velocemente su dispositivi mobili. Anche in questo caso è successo quello che succede sempre: qualcuno ha rilevato un aumento di traffico usando AMP, e immediatamente la comunità ha vampirizzato AMP dandolo per indispensabile.
In realtà, non è affatto così.

Perché non funziona?

Prima di tutto, come riporta l’articolo originale, AMP non è un fattore di ranking:

https://twitter.com/JohnMu/status/1101071243917361152

Secondariamente, i risultati di AMP dipendono dal tipo di sito. Perfetto per siti di news e media, per via delle sezioni di SERP specifiche che Google ha creato (Carousel e così via). Ma per tutti gli altri tipi di siti non ci sono evidenze di vantaggi.

Cosa fare invece?

Questa è facile: invece di adottare un framework apposito per ottenere velocità maggiori, lavoriamo sulla velocità del sito in generale. I risultati saranno più solidi.

Content Spinning

Casomai ci fosse bisogno di specificarlo, produrre decine di pagine con piccolissime variazioni non ha alcun senso. Ne aveva più di dieci anni fa, quando l’algoritmo di Google era molto meno raffinato e privilegiava la quantità sulla qualità. Spesso era associata alla creazione di backlink dai social, che abbiamo visto prima.

Perché non funziona?

Oggi le pagine di bassa qualità possono avere due destini. Nella migliore delle ipotesi vengono ignorate. Altrimenti, se l’algoritmo identifica uno schema vengono penalizzate. Altro caso di tecnica SEO inutile e dannosa.

Cosa fare invece?

Se dobbiamo creare contenuti, la scelta migliore è aggiornare (in modo intelligente) i vecchi post e articoli, magari facendoci aiutare da uno strumento di analisi. L’idea di riscriverli modificandoli leggermente è delirante. Richiede più sforzo e porta meno risultati. Usiamo quello che già funziona e attualizziamo i contenuti, aggiungiamo approfondimenti e così via.

I domini con parole chiave esatte

I domini con corrispondenza esatta di parole chiave, o quelli con molte parole chiave, una volta erano considerati un segnale molto forte di rilevanza per la ricerca. Per un brevissimo periodo era così facile ottenere posizioni con dominio adatto alla ricerca, che il contenuto passava in secondo piano. Anche in questo caso, appena la scorciatoia è diventata palese, i domini con corrispondenza esatta sono entrati nella lista dei segnali ignorati.

Perché non funziona?

Perché lo ha detto Matt Cutts. Nel 2012. Eppure qualcuno è ancora convinto che funzioni.

Cosa fare invece?

In questo caso non è penalizzante, ma inutile. Inoltre ci costringe a nomi lunghi, complicati da scrivere e a rinunciare al nostro marchio. Insomma, sacrifichiamo molto per non avere nulla.

Il meta tag keyword

Roba da museo dei motori di ricerca. Eppure, sono ancora molto richieste da molti clienti, e proposte da alcuni consulenti SEO. Come dovremmo sapere, si tratta di un tag HTML specifico per elencare le keyword di una pagina. Si tratta probabilmente del primo caso della storia della SEO di abuso, che ha costretto Google a correre ai ripari.

Perché non funziona?

Undici anni fa Google ha fatto un annuncio ufficiale in cui diceva al mondo intero che non usa il tag Meta Keyword per classificare le pagine. Più di così… Eccolo qui, per la cronaca.

Ancora una volta, usarlo non penalizza (sempre che le keyword non siano dissociate dal reale contenuto), ma è una perdita di tempo. Alcuni CMS le inseriscono in automatico, sulla base per esempio delle tag, e se sono coerenti non c’è nulla di male (ma sulle tag di WordPress, per esempio, andrebbe aperta una enorme parentesi).

Cosa fare invece?

Guarda caso, l’unico modo per “pilotare” Google è quello di produrre contenuti di qualità, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello semantico, e di soddisfare le intenzioni di ricerca. Facendo un uso moderato e intelligente, per esempio, degli strumenti che ci suggeriscono le keyword.

Un pensiero finale

In questo mi discosto un po’ dall’articolo originale. Perché, scorrendo questa lista, emerge n tema dominante e principale. cioè che nella SEO le scorciatoie non funzionano mai o, se lo fanno, è per un periodo estremamente limitato. Gli esperti SEO continuano ostinatamente a cercare sistemi per evitare di produrre buoni contenuti, ma è sempre più evidente che produrre contenuti di qualità è l’unica tecnica SEO che non diventerà mai obsoleta.

Lezioni di SEO - un esempio di cosa racconto a scuola

SEO a Biella: si può lavorare bene in provincia?

La mia vita digitale e professionale è sempre stata improntata al dualismo: tecnologia e ruralità. E’ possibile fare il giornalista informatico, il divulgatore digitale l’insegnante e l’esperto SEO a Biella, nella piena provincia italiana? Sembrerebbe di si, ma bisogna imparare alcune regole di base della “sopravvivenza”.

Consulenze SEO a Biella – uno scenario che si evolve

Ok, a più di due anni dalla pubblicazione originale è ora di calare la maschera. Questo articolo era nato come scommessa, per dimostrare quanto facile fosse, all’epoca, costruirsi un posizionamento per una keyword poco presidiata.

Oggi, a distanza di qualche anno, abbiamo ottime testimonianze di esperti SEO a Biella (benarrivati a tutti ;) ). Che, finalmente, hanno deciso di investire un po’ di tempo a costruire la propria posizione utilizzando le strategie e le tecniche SEO che conoscono.

Visto che mi piace pensare che si tratti anche e soprattutto di una sfida positiva e divertente fra consulenti SEO concorrenti, provo a rilanciare, aggiornando questa pagina.

Lezioni di SEO a Biella. Cosa ho fatto negli ultimi tre anni?

Ovviamente ho continuato a fornire i miei servizi di consulenza SEO, anche in forma privata, sia come seminari di formazione per permettere alle aziende di costruire autonomamente il loro posizionamento sui motori di ricerca, sia sotto forma di consulenza canonica.

Inoltre sono diventato SEO strategist per i fratelli di Hydrogen, creando strategie SEO dalla A alla Z diversi loro clienti.

Ma soprattutto, la parte che mi diverte di più sono le lezioni di SEO vere e proprie. Da quelle più creative e divertenti, come le lezioni di SEO alla maniera Zen (capitolo 1 e capitolo 2), fino ad arrivare all’insegnamento più canonico in aula (ecco per esempio il backlog di una delle numerose lezioni).

Di tanto in tanto, tempo permettendo, tento anche di scrivere qualche approfondimento sulla SEO. Il più divertente (e impegnativo) per ora è stato Strumenti SEO gratuiti provati per l’Italia. Che per la verità avrebbe bisogno di un aggiornamento.

In ogni caso, prima di proseguire con il tema “vero” di questo articolo, rimando al piccolo spazio pubbicità in fondo alla pagina. Se siete qui perché vi serve un consulente SEO a Biella (ma non solo!) facciamo quattro chiacchere.

Professioni digitali in provincia? Why not?

Internet in particolare e il mondo digitale in generale è quel posto meraviglioso in cui, se racconti di fare il programmatore freelance viaggiando per il mondo zaino in spalla sei un caso da copertina, ma se dici, per esempio, di lavorare in un settore ugualmente specialistico come la SEO a Biella, ti guardano da marziano.

Perché per qualche strano motivo, l’idea del moderno hippy che gira il mondo imbracciando un portatile invece della chitarra ci fa dimenticare l’incubo di logistica che è un’idea del genere, a favore del che figata deve essere aggiornare una release da un bar a Miami mentre ti godi il tramonto e sorseggi un long island. Sorvoliamo sul fatto che alcol e codice non vanno d’accordo e anche sul fatto che se stai impazzendo con una versione mi sa che il tramonto non te lo godi. Sostituite “bar di Manhattan” con “paese della provincia di Biella” e provate a fare le stesse domande:

Ma come fai con la connessione?

I clienti come li raggiungi?

Come fai a rimanere in contatto con i colleghi?

Non è scomodo?

robert downey, jr alza gli occhi al cielo esasperato
Seeeehh, mi occupo di SEO e lavoro in provincia. E allora?

Di base è una questione di scelte: opportunità e competitività estreme contro una maggiore tranquillità e qualche grattacapo in più nello spiegare cosa fai e come lo vorresti fare. Ma ci sono comunque delle possibilità. Terminata questa lunga premessa, vorrei raccontare come si può vivere si innovazione (e di SEO) a Biella, con una nota a margine: si scrive Biella, ma si legge una qualsiasi città italiana di provincia. Cioè dove stanno la maggioranza delle persone e delle opportunità. Non è un mistero infatti che l’Italia sia una nazione fortemente ruralizzata, e basta guardare qualche dato  per rendersene conto: il “grosso” della popolazione in Italia vive ancora fuori dalle grandi città.

Ma bando alle ciance, ecco cosa ho imparato, in un racconto semiserio:

SEO a Biella: cinque regole di sopravvivenza

Fare SEO a Biella richiede ingenti quantità di caffeina
Preparati cara, che quella sarà la prima di una lunga serie di tazze di caffeina

1. Il Milanese ne sa sempre più di te.

Non importa quanto credito hai, dove hai insegnato, dove hai lavorato. l’Agenzia di Milano o il Consulente di Milano (o di Torino, o di Roma, per esempio), sono e saranno sempre la tua nemesi. Un mio carissimo amico la chiamava la sindrome di Calimero. Perché nella provincia l’equazione grande città = maggiore compentenza è ancora viva e vegeta. Anche se la storia recente dice un’altra cosa. Quindi davanti all’ultimo fesso con macchinone d’ordinanza, vestiti fighetti o hipster e accento bauscia sarai sempre in difetto. Anche se insegni nella scuola che lui ha frequentato fino al mese scorso.

La soluzione di buon senso: mostra i tuoi risultati, le tue credenziali, le tue collaborazioni e mettili a confronto con i risultati che ha portato a casa l’EspertoDiMilano

Il cheap trick: procurati dei biglietti da visita “metropolitani” e ostenta cadenza lombarda o torinese.

Pro tip: Se l’EspertoDiMilano è così bravo e lavora con tutti i “big”, perché viene a cercare a Biella un incarico da qualche migliaio di euro? Non è che magari a Milano, dove sei davvero dentro Tana delle Tigri, se lo sono già spolpato vivo perché è un fuffaro?

2. Innovare non è difficile, se sai con chi farlo e come.

Sfatiamo una credenza popolare: gli imprenditori di provincia non sono “lenti” o “retrogradi”. Semplicemente, sono pragmatici. Questo significa una cosa molto semplice: se ti danno dei soldi, vogliono vedere dei risultati veri e misurabili. E vogliono capire quello che stai facendo. L’atteggiamento “lasciami fare la mia magia” ha funzionato in certi ambienti e per un periodo limitato ma mai qui (e oggi, onestamente, è ridicolo in generale). E per chi si dedica a pratiche complesse come la SEO, a Biella o nelle altre zone in cui si ragiona per criteri produttivi, potrebbe essere un problema.

La soluzione di buon senso: facile. Spiegati. Bene, a fondo. Condividi i risultati, spiega onestamente i limiti e i rischi. Da imprenditore a imprenditore.

Il cheap Trick: conrfontati con le altre forme di pubblicità. “Hai contato quanti clienti ti ha portato l’inserzione sul giornale locale?”.

3. Guarda fuori dall’orticello

Uno dei principali problemi di chi si occupa di Digitale, Marketing e altre amenità come la SEO a Biella e nelle piccole città è che spesso l’ambiente e la facilità (relativa) con cui si ottengono i risultati porta a smettere di apprendere o di studiare. Per intendersi, fra gli “esperti” di SEO a Biella e a Vercelli resistono convinzioni come “devi pubblicare tutti i giorni alla stessa ora”; “I CMS  come WordPress non ti permettono di fare buona SEO on page”; capiamoci, qui si parla ancora di keyword density, meta tag e Pagerank come se fossero attuali. La ragione è di una semplicità sconfortante: poca concorrenza, poco stimolo. Ma soprattutto, la falsa convinzione che i lavori fatti per le realtà locali siano di piccolo cabotaggio.

La soluzione di buon senso: non smettere mai di studiare (per esempio, partendo dalla mia lista essenziale di risorse SEO ;) )

Il cheap trick: basta frequentare un paio di gruppi o pagine di settore per capire a che velocità si muove il “mondo di fuori”.

Occuparsi di SEO a Biella richiede DAVVERO quantità ingenti di caffeina
Nessun caffè è stato maltrattato nella scrittura di questo articolo. Ma occupandosi di SEO nel biellese se ne bevono molti.

4. Un fornitore è per sempre, e si compete poco

La stagnazione di cui sopra, che copre un po’ tutti gli ambiti della vita professionale biellese, dalla SEO ad altre attività digitali, in realtà è molto legata a una sorta di inerzia che si ha nel DNA: i fornitori vengono spesso vissuti come il negozio sotto casa. Ci si litiga, si discute, ci si confronta, ma non si cambiano. Le motivazioni vanno dal sono brave persone al ci seguono benissimo su tutto il resto (che spesso include, per esempio, le fotocopiatrici). Insomma, se siete fornitori di una piccola azienda di Biella, potete permettervi una quantità quasi infinita di errori e superficialità, perché il cliente quasi sempre presenterà rimostranze, si arrabbierà, ma non vi darà mai davvero il benservito. E molti se ne approfittato: hanno il Kit del Guru della SEO (oggi) di Internet (ieri) e dei computer (l’altro ieri), una valigetta alla quale cambiano solo etichetta, ma è la stessa dagli anni ‘90. E con quello infinocchiano allegramente gli imprenditori di provincia da quando vendevano a decine di milioni di lire i siti fatti con Frontpage.

La soluzione di buon senso: spiegate al vostro potenziale cliente quello che potrebbe ottenere con lo stesso budget da un vero professionista.

Il cheap trick: offritevi come terzista di uno dei fornitori di cui sopra. Vista la loro abilità commerciale, pensate cosa potrebbero fare con un vero prodotto da vendere…

5. Pensa locale, agisci locale ma osserva globale

Partiamo da una onesta ammissione: “Pensa globale, agisci locale” è un concetto affascinante, ma per la maggior parte delle PMI è inapplicabile. Quindi, se lavorate per un’azienda locale che cerca un migliore posizionamento SEO in Biella e dintorni, nella maggior parte dei casi questa vorrà sviluppare la sua presenza sul territorio. Il fatto di poter vendere a Bali o in Australia è in molti casi una chimera con cui i sedicenti esperti di web marketing hanno fatto la ruota per anni e in alcuni casi continuano a farla. Volete fare un favore alle aziende che cercano un posizionamento SEO interessante in una zona come Biella e il biellese (o come, abbiamo detto, tutte quelle simili)? Abbandonate le velleità internazionali e ricominciate dalla base: l’azienda è localizzata nel modo corretto? E’ presente Su Google Maps e sugli altri database? Abbiamo rivendicato correttamente tutte le proprietà? Possiamo discutere all’infinito in merito a se e quanto queste attività siano realmente SEO o appartengano ad altri insiemi, ma sono i fondamentali che mancano in una quantità stupefacente di casi.

La soluzione di buon senso: vedi sopra. Non dare nulla per scontato, e soprattutto non temere di essere “piccolo” o “umile”. Spesso darai un servizio migliore con le cose semplici di quello che daresti scimmiottando la campagna di HBO del 2015.

Il cheap trick: mi dispiace, in questo caso non c’è.

Mi occupo di SEO, lavoro a Biella, me ne vanto

Ok, ammetto di avere barato, almeno in parte. Perché Biella, da questo punto di vista, non è propriamente una “realtà come tutte le altre”. Ci sono svariate eccellenze in molti ambiti del Web, alcune estremamente famose, altre emergenti, altre ancora decisamente verticali. Con alcune ci ho lavorato, con altre lavoro tutt’ora, con altre le nostre “galassie” di conoscenze si sono appena sfiorate. L’aspetto curioso è come tutto questo tumulto di attività online di eccellenza avvenga in modo quasi invisibile rispetto alle attività tradizionali. Su tutti i livelli della catena alimentare del marketing online, da webdesign alla SEO, Biella è quel posto meraviglioso in cui un ecommerce di successo mondiale esiste nello stesso stabile di un bar che non ha nemmeno rivendicato la sua posizione su Google Maps e Tripadvisor. Come se gli esperti di SEO e altre discipline rimanessero inascoltata Cassandra appena escono dal loro ufficio. E in molti casi purtroppo è così, per ragioni che vanno dalla miopia imprenditoriale delle parti all’assenza di un linguaggio comune con cui intendersi e capirsi.

Un approccio strutturato alla SEO locale e alle pratiche SEO in generale

Ecco perché il mio approccio per la local SEO a Biella e nelle piccole città riparte ancora di più dalla mia filosofia: #writeforhumans: scrivi, progetta, ragiona per gli esseri umani, per le persone. E in questo caso, pensa anche il tuo lavoro in funzione delle persone: ascoltale, senti le loro esigenze. Fai davvero quello che è meglio per loro. Non importa se è “noioso”, “banale”, “scontato” e tu invece sogni di diventare il re della viralità o cerchi il guadagno facile. Il protagonista non sei tu. Il personaggio principale di un videogame geniale che ho scoperto con “solo” otto anni di ritardo a un certo punto dice pressapoco “il lavoro di un roadie è quello di far essere fighi gli altri”. Vale anche per chi si occupa di marketing o SEO, a Biella o in qualunque altro posto, in provincia in particolare.
Non dimentichiamocelo.

Aggiornamento: SEO, Biella ha bisogno di te!

In modo abbastanza inaspettato ( ;) ), questa pagina poche ore dopo la pubblicazione, che peraltro era pianificata dalla sera prima, senza particolare attenzione, è “volata” in terza posizione naturale in SERP per la parola chiave “Seo a Biella“. Intanto grazie a chi mi ha avvisato e poi, in attesa di avere dati consistenti, ne approfitto (ovviamente!) per un piccolo spazio pubblicità:

Se un articolo che ho realizzato “a tempo perso”, pubblicato su un blog che nemmeno è ottimizzato al 100% dal punto di vista tecnico finisce in terza posizione nel giro di poche ore, scalzando “avversari” di tutto rispetto, e con risorse ragguardevoli, immaginate cosa si potrebbe fare per la vostra azienda con un piano d’attacco ben strutturato!

Peraltro, nel quarto trimestre 2020 ci saranno importanti novità, che potrebbero cambiare in modo dirompente la scena SEO di Biella, e non solo. Rimanete aggiornati per le novità!

Ciò detto, se avete voglia di fare quattro chiacchere sono sicuro che i miei partner e io vi sapremo dare una mano con estremo piacere per tutti.

Editoria Digitale ai tempi del post algoritmo

Editoria digitale: il 2018 è l’anno del fallimento degli algoritmi

Il flagello dell’editoria digitale, la raccomandazione in base ad algoritmi, mostra finalmente le sue debolezze. Il 2018 sarà l’anno della risalita?

A oggi, uno dei pilastri dell’editoria digitale è senza dubbio la SEO. La disciplina, cioè che permette di far primeggiare una pagina fra i risultati delle ricerche.
Non si tratta affatto dell’unica strategia, ma oggi è senza dubbio una delle più frequentate, per una serie di ragioni che ho già approfondito. 

Questo però ha creato una grande frattura, e una discrasia che solo un media potente come Internet poteva mostrare, ovvero il totale ribaltamento del concetto di successo nell’editoria digitale.

Editoria digitale, l’odio per la SEO e l’algoritmo impietoso

Mi spiego rapidamente: i colleghi giornalisti e le testate tradizionali, hanno visto il loro spazio contrarsi sempre di più, sotto i colpi dei “siti Internet” prima, e dei contenuti ottimizzati per la SEO poi.

A oggi, sono ancora pochi i giornalisti veri, i professionisti del settore, in grado di fare una buona SEO. Per dirla tutta, i giornalisti mediamente sono dei cani con la SEO.

Ma il problema vero è un altro, il ribaltamento di cui parlavo: il fatto che l’algoritmo premi la SEO (che è per definizione una disciplina algoritmica, anche se speculativa) ha fatto si che nelle prime pagine dei motori di ricerca molto spesso si trovino articoli scritti da bravissimi specialisti SEO, che però sono dei cani come giornalisti, e molto più spesso non lo sono affatto.

Parliamoci chiaro, io faccio entrambe le cose. Quindi, per definizione, sono un cane in entrambe. Ma purtroppo il 90% della SEO moderna, almeno secondo chi usa tecniche e strumenti, si basa semplicemente sulla forzatura dell’algoritmo. Si tratta solo di far leva sui tasti giusti. Così come nel giornalismo tradizionale si tratta spesso si fare leva sempre sui tasti giusti, ma delle persone.

Uno degli aspetti più negativi della “democrazia digitale” quindi, è di tenere costantemente il lettore distratto (nel senso classico di “tirato da due parti”) fra testi impeccabili dal punto di vista tecnico ma poveri da quello dei contenuti, e viceversa, cioè contenuti ricchissimi dal punto di vista dei contenuti ma così terribili dal punto di vista del posizionamento da dover essere letteralmente cercati col lanternino, come diciamo noi piemontesi.


Cosa sta succedendo all’algoritmo?

Lo ammetto, pur praticandola (e cavandomela discretamente nella materia) non ho alcuna simpatia per la cosiddetta scrittura SEO. Per due ragioni: perché continuo a pensare che sia una scorciatoia messa in atto da chi non sa scrivere davvero, e perché quando scrivo vorrei poterlo fare per chi mi legge, non per un algoritmo che mi valuta

Sento già i nerdissimi in lontananza: ok, non è un algoritmo, è intelligenza artificialemachine learning, o comunque un sistema estremamente raffinato. Ma è sempre una “macchina” che non capisce la banale ironia, per esempio. Vogliamo davvero tornare a ricordarci di quando il sistema di eliminazione delle fake news di Facebook mise al bando la testata umoristica Lercio?

In ogni caso, che gli algoritmi abbiano stancato è piuttosto evidente per tutti. Comprate una maglietta con un gattino su un popolare sito di commercio elettronico e da quel momento riceverete solo pubblicità di magliette con gattini. Mettete per sbaglio un “mi piace” a un post di un amico che parla di politica, e quale che sia la vostra convinzione, da quel momento verrete invasi di post di politica.

Per non parlare delle ricerche: fra geolocalizzazione, cronologia delle pagine visitate e delle ricerche fatte in passato, anche i risultati lasciano sempre più il tempo che trovano.

Insomma, gli algoritmi stanno fallendo. Non tanto perché inefficaci, ma perché troppo spesso lasciati a loro stessi, usati solo per monetizzare e per questo troppo ansiosi di assecondarci. Per non parlare di quanto siano proni ad hack di varia natura. (La SEO, a ben pensarci, altro non è che la disciplina di sfruttare l’algorimo a nostro vantaggio. Almeno, per chi ha capito e ha deciso di sfruttare solo la parte “comoda” della questione)

Editoria digitale: gli algoritmi si fanno da parte

Ovviamente, forzati dal mercato. Un esempio? Secondo Business Insider, nel 2018 un utente americano su quattro avrebbe disinstallato la App di facebook. Ok, ci sono stati una marea di problemi legati a sicurezza e privacy. Ma se alla gente fregasse davvero qualcosa di sicurezza e privacy, PornHub non potrebbe pubblicare ogni anno il suo geniale Year in Review. Diciamo piuttosto che privacy e sicurezza sono stati il casus belli per liberarsi di qualcosa che interessa sempre meno.
E il motivo dell’interesse decrescente è, guarda caso un algoritmo sempre più arzigogolato e meno efficace. Possiamo verificarlo tutti noi, per esempio rendendoci conto che Facebook tende a mostrarci sempre i post delle stesse persone, quelle con cui interagiamo di più, pensando di farci un favore. Un meccanismo che, alla lunga, sta mostrando più debolezze che forze.

Ma cosa ha a che vedere questo con l’editoria digitale e in particolare con la SEO? Moltissimo. In primo luogo perché Facebook ormai è un asset per moltissime realtà editoriali e poi perché ci spiega come anche i migliori algoritmi siano, nel medio-lungo periodi, molto più fallimentari rispetto alla gestione umana.

O meglio. Gli algoritmi sono ottimi quando servono a potenziare l’essere umano. Quando vengono usati per sostituirlo, generano mostri come le prime pagine dei motori di ricerca di una decina di anni fa, o come la nostra bacheca di Facebook oggi. Se anche una disciplina nobile come gli scacchi riconosce il valore dell’accoppiata uomo-macchina (vedi questo articolo sul Centaur Chess come punto di partenza), allora probabilmente questa è la direzione giusta.
Quindi, pur avendo perso almeno dieci anni, stiamo tornando nella direzione giusta: far fare ai computer quello in cui eccellono come l’estrazione dei dati, e far fare agli umani quello in cui eccellono, come la comprensione avanzata del contesto.

Microsoft e Google nel post-algoritmo

Microsoft ha già fatto il primo passo in questa direzione quando, questa estate, ha lanciato Microsoft News: una App che di fatto è un aggregatore di news, che utilizza sia un sistema di intelligenza artificiale (semplifichiamolo in “algoritmo”) sia la gestione curata dei contenuti da parte di persone. Se vogliamo, un ritorno alle origini, ai tempi dei primi motori di ricerca. 
Anche Google non sta con le mani in mano. Per la verità, non lo è mai stato. Anche se non è una cosa particolarmente conosciuta, Google infatti si affida anche a una rete di quality raters, cioè persone incaricate di valutare il contenuto dei siti web che andranno inclusi nel motore di ricerca. Insomma, la prossima volta che qualcuno ci parla dell’algoritmo di Google come di una figura mitologica o di una macchina senza cervello, ricordiamoci che all’interno del processo, a un certo punto, ci sono anche degli esseri umani, con tanto di linee guida da seguire.

L’editoria digitale dopo l’algoritmo

Ovviamente sarebbe folle pensare che nel breve termine gli algoritmi spariscano, ma è realistico pensare a uno scenario sempre più “misto” in cui al lavoro esclusivamente automatico si affianca quello curato da esseri umani. In alcuni casi sembra essere già così, soprattutto davanti a articoli, testate o accadimenti di particolare rilevanza.
Ma proprio questa ripartenza può essere una perfetta occasione per tutti i professionisti della scrittura che hanno sempre rifiutato le discipline SEO, per opportunità, volontà o per semplice superbia.
Oggi la SEO è ancora rilevante, ma non non è più esasperatamente tecnica come lo era in passato.

Si tratta di un tema che mi sta molto a cuore. Sostengo da sempre, supportato dai fatti ma spesso guardato con sdegno da entrambe le parti, che un buon giornalista con una preparazione basilare sulla SEO sia estremamente più efficace di un professionista SEO con un po’ di preparazione giornalistica. Anche e soprattutto in termini di piazzamento e “tenuta” sui motori di ricerca.

Sfortunatamente molti giornalisti sono molto restii a usare la SEO, perché le regole vengono vissute come una sorta di “gabbia”, di “limite”, o semplicemente perché in fondo non accettano l’idea di dover imparare a scrivere in un modo diverso.

Io, figlio dell’ultima carta stampata, penso che non ci sia poi così tanta differenza con i manuali di stile, le lunghezze, le gabbie di impaginazione e le correzioni con cui si aveva a che fare con i giornali. Chiudo quindi con un piccolo appello che, ribadisco, mi sta molto a cuore: per i giornalisti sarebbe molto facile riconquistare l’editoria digitale

Basterebbe volerlo.

Lezioni di SEO - un esempio di cosa racconto a scuola

Lezioni di SEO – Snippet lunghi, Facebook e pragmatismo

Lezione di SEO all’interno del corso di Tecnico Grafico per il Multimedia e il Web Design presso EnAIP Biella del 18 gennaio 2018

Come ho già raccontato varie volte, spesso le lezioni di SEO devono abbracciare diversi argomenti. Del resto la professione di esperto SEO è multidisciplinare per sua stessa natura: oggi si scrive di computer quantistici, domani di articoli per ferramenta, dopodomani di cibi esotici: in fondo è il suo bello, non ci si annoia mai.

In questa lezione, oltre ad esserci cimentati con la stesura dei primi testi, abbiamo visto un paio di argomenti di attualità: un concetto fondamentale che ogni buon insegnante, SEO soprattutto, dovrebbe sempre far passare è che il nostro mondo è in continua evoluzione, spesso con ritmi nevrotici. Ecco perché abbiamo parlato sia dei nuovi cambi nell’algoritmo di Facebook, sia dei nuovi Snippet più lunghi all’interno delle SERP di Google.

Lezioni di SEO, ha senso parlare di Facebook?

In realtà fa parte di quelli che io chiamo “argomenti tangenti”: è vero che SEO e Facebook hanno pochi punti di contatto, o comunque la connessione non è così immediata, ma non è difficile prevedere come un crollo della reach organica sul social media possa persuadere alcune aziende a tentare nuove strade, fra cui potrebbe esserci quella di avviare un lavoro di revisone SEO del proprio sito. E poi, cari allievi che leggete, non mi stancherò mai di ripetere che questo è un mondo in cui bisogna sapere sempre tutto quello che accade!

Lezione di gennaio 2018, SEO convenzionale, non e un po’ di discorsi di massimi sistemi

Ecco il testo che ho riportato su Google Classroom, qui riportato con qualche aggiustamento estetico (Google Classroom non supporta le formattazioni dei documenti).


Lezione SEO del 18/01/2018 – Come cambia il mondo, spesso molto rapidamente.

Un brevissimo riepilogo degli argomenti legati all’ecosistema della comunicazione digitale ma non strettamente all’ambito SEO.
Prima di tutto, Mark Zuckerberg ha annunciato un cambiamento nell’algoritmo di Facebook, che darà sempre maggiore visibilità ai post delle persone, in particolare i nostri amici e parenti, e sempre meno alle “pagine”, in particolare quelle aziendali.
Visto che il tentativo è quello di rendere Facebook un luogo più “piacevole“: tra le righe molti esperti leggono un tentativo di mettere un limite allo spam, alle fake news e in generale ai contenuti irrilevanti. Ecco spiegato anche un giro di vite annunciato sui contenuti pensati per fare clickbait, come “tagga i tuoi amici” o “condividi se…”.
Il dato oggettivo è che le aziende che desiderano conservare lo stesso livello di visibilità su Facebook dovranno, presumibilmente, aumentare i budget per la promozione.

Snippet più lunghi. Cambia tutto o non cambia nulla?

Altra novità, meno “epocale” ma sicuramente più rilevante con le attività SEO, riguarda un cambiamento nei risultati di ricerca (Le SERP, come vengono definite in gergo): Google infatti ha iniziato a restituire sempre più risultati con snippet più lunghi: la descrizione al di sotto dell’indirizzo insomma, non sarà più limitata ai circa 160 caratteri canonici che abbiamo utilizzato finora, ma potrebbe arrivare anche a 320, e contenere informazioni aggiuntive come link a sezioni interne.
In realtà non è un reale cambiamento, questo tipo di snippet esiste almeno dal 2009, ma diverse ricerche indipendenti confermano come ora siano più presenti rispetto al passato.

Dobbiamo cambiare il modo di pensare alle meta description?

Tipicamente, le buone pratiche SEO spiegano come lo sippet corrisponda al campo

<meta name=”description”

che inseriamo in ciascuna pagina. Il che è vero, ma spesso i risultati di ricerca con snippet lunghi fanno eccezione: in questo caso infatti Google predilige scandagliare la nostra pagina alla ricerca di informazioni che, in base all’algoritmo, possono essere più utili all’utente, in base alla ricerca che ha fatto.
Quindi, non solo lo snippet spesso non corrisponderà più alla meta description, ma potrebbe (e per la verità accade piuttosto spesso), cambiare per la stessa pagina in funzione delle keyword per cui è presente in SERP.

Il consiglio pratico è quello di seguire il suggerimento di Moz: verificare se nelle SERP in cui il nostro sito è posizionato sono presenti long snippet e in quel caso provare a modificare la meta description rispondendo alla nuova specifica; ma sapendo che probabilmente Google continuerà a estrarre il testo che ritiene più rilevante dal corpo della pagina.


Lezione di SEO sugli snippet, un’integrazione

Purtroppo il sistema di Google Classroom non permette di inserire immagini in pagina (andrebbero allegate, il che ne mina la leggibilità), quindi riporto qui una brevissima ricerca appena effettuata proprio in merito agli snippet lunghi. Ecco come si presentano le due pagine di questo sito meglio indicizzate, in base alla keyword per la quale vengono raggiunte.

Pagina 1, dispense ECDL gratis

Meta description dichiarata:
<meta name=”description” content=”Un articolo-segnalibro per trovare rapidamente le dispense ECDL gratuite per i corsi ECDL Full Standard e Base, aggiornato periodicamente.”/>

Risultati nella ricerca:

“moduli ECDL pdf”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“ECDL libro download”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“Dispense moduli ECDL”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

Pagina 2, Seo a Biella

Meta description dichiarata:
<meta name=”description” content=”Fare SEO a Biella, o in generale nella provincia italiana, e lavorare bene. Ecco un po’; della mia esperienza, come consulente e come insegnante SEO.”/>

Risultati nella ricerca:

“Posizionamento SEO Biella”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“Lezioni di SEO a Biella”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“SEO a Biella”

Come possiamo vedere, di sei SERP analizzate, solo una utilizza la meta description ed è anche l’unica con snippet “breve”. Se proviamo a pensare all’intenzione di ricerca è anche piuttosto comprensibile: si tratta di quella con l’intento più “generico”, quindi la meta description, presumibilmente, risponde alle esigenze dell’utente.

Come accennato, questo materiale è stato utilizzato all’interno di una lezione nel corso di Tecnico Grafico per il Multimedia e il Web Design presso EnAIP Piemonte, CSF di Biella. Riporto anche la stessa bibliografia:

Dichiarazione ufficiale di Mark Zuckerberg sul cambio negli algoritmi di Facebook;

Il mio articolo sul sito dell’agenzia di comunicazione Hydrogen sull’argomento

Lezioni di SEO alla Maniera ZEN

Lezioni di SEO alla maniera Zen II | Il valore dei numeri

Cosa sono i numeri?

Il Maestro Hideyoshi stava tenendo una delle sue lezioni di SEO, quando si rese conto di un forte brusio in fondo alla sala. Gli allievi più lontani si erano accorti che in fondo alla sala si erano raccolti alcuni senpai del Maestro Takuma che argomentavano le parole di Hideyoshi a voce alta.

Chi siete voi che interrompete la mia lezione con i vostri schiamazzi?

Siamo gli allievi prediletti del Maestro Takuma. Lui insegna l’Arte della SEO in modo diverso, e noi pensiamo che abbia ragione. Per questo, riteniamo che tu non sia degno di insegnare in questa scuola.

I segreti della SEO antica

Il maestro Takuma era noto per essere stato uno degli eroi della SEO dell’epoca passata, e i suoi insegnamenti seguivano una rigida tradizione. In particolare, egli era convinto che i numeri fossero tutto e che l’importante fosse raggiungere il maggior numero di persone possibili.

Posizionarsi, ripeteva come un mantra, posizionarsi è l’unica cosa che conta! Bisogna vedere grandi numeri per vedere grandi risultati!

Molti allievi, in particolare quelli provenienti dalle famiglie più antiche delle sette Province, accorrevano da ogni parte per seguire le sue lezioni e apprendere quelli che all’epoca erano noti come i Sette Segreti della SEO.

La SEO moderna non conosce segreti

Il Maestro Hydeyoshi, dal canto suo, si rifaceva a fonti ancora più antiche, in particolare agli insegnamenti del Bushido, che insegnavano come doti irrinunciabili di un vero Samurai prontezza di spirito, flessibilità e capacità di cogliere i cambiamenti. Egli spesso apriva le sue lezioni con alcuni dei distici del Credo Zen dei Samurai, che lui riteneva particolarmente significativi:

Non ho progetti, cogliere l’opportunità è il mio progetto.

Non ho principi, l’adattabilità alle cose, ecco il mio principio.

Non ho tattica, il vuoto e il pieno sono la mia tattica.

Non ho talento, lo spirito pronto è il mio talento.

Inoltre, si rifaceva spesso ai principi della Spada, che insegnano che ogni colpo dovrebbe essere sferrato per essere letale, e al moderno principio del seiryoku-zen’yo, il miglior impiego delle energie.

Le due scuole della SEO a confronto

Secondo Hydeyoshi il principio secondo il quale era indispensabile parlare a tutti indistintamente era superato: molto meglio cogliere fra i molti i pochi con il giusto spirito. E proprio questo lo metteva spesso in contrasto con Takuma e gli altri maestri più tradizionalisti. E spesso gli allievi più scalmanati davano vita a episodi come quello.

Così voi venite nelle mie aule a mancare di rispetto a me e ai miei allievi. Sentiamo dunque cosa avete da dire. Disse Hydeyoshi con il suo solito tono pacato.

Tu insegni che i numeri non sono importanti, e che bisogna scegliere, e parlare con i pochi affini. Ma come puoi pensare di avere successo, se la moltitudine non sa chi sei?

 

Il Maestro non rispose ma, attraversando tutta l’aula e uscendo dalla porta si limitò a fare cenno a tutti di seguirlo.

I suoi allievi e quelli del Maestro Takuma lo seguirono. Dopo un lungo silenzioso cammino giunsero al grande mercato che si teneva in città quel giorno.

“Il Canto e il Silenzio”

Hideyoshi li condusse prima nei pressi della tenda di un monaco. Al centro della struttura, spoglia ed essenziale, il monaco sedeva in meditazione. In quel momento una anziana signora arrivò a chiedere consiglio. Il monaco infatti offriva cure e medicamenti, come recitava una modesta insegna.
Gli allievi del maestro Takuma rumoreggiavano: “Questo deve essere davvero un monaco da due soldi! Guardate come è vuota la sua tenda! E nessuno si accalca per le sue cure!”.

Hydeyoshi, senza parlare, li condusse poi nei pressi del banco di un imbonitore. Rosso in viso, scarmigliato, si muoveva da una parte all’altra della tenda, stipata di vasi e vasetti, decantando a gran voce le qualità del suo olio di serpente*, tanto che davanti a lui aveva sempre una piccola folla. L’uomo, quasi alterato, parlava in modo serrato, rapido, con un lieve affanno, in tono baritonale, ammiccando alla folla e raccontando i miracoli del suo unguento.

Questo si che deve essere un grande medico! Che folla, che voce!”. Gli allievi del maestro Takuma erano deliziati.

Rimasero al mercato tutto il giorno. Quando i commercianti iniziavano a ritirarsi, il Maestro divise gli allievi in due gruppi, e li mandò a parlare con il monaco e l’imbonitore.

Tornarono poco dopo. Il maestro diede prima la parola agli allievi del Maestro Takuma.

“L’imbonitore ci ha detto che è stata un’ottima giornata! Non c’è una persona del mercato che non si sia fermata dinanzi ai suoi padiglioni!”

Risultati immagini per japanese snake oil

Una dimostrazione che include un venditore esagitato, una spada e un prodotto di dubbia qualità: cosa può andare storto? (fonte foto: https://www.youtube.com/watch?v=UlESvt4AsR8)

I suoi allievi, recatisi dal monaco, raccontarono:

Per monaco è stata una giornata tranquilla. Ha meditato, contemplato e curato le persone”.

Tecniche SEO: i numeri che parlano più dei numeri

Hideyoshi sorrise, saggio e benevolo:

Quanti unguenti ha venduto l’imbonitore?

“più trenta!” risposero quasi in coro gli allievi di Takuma

Quante persone ha curato il monaco?

“Dieci”, risposero i suoi allievi.

E quanto costa un vaso di olio di serpente?

Cento Mon!”

Quante donazioni ha ricevuto il monaco?

Duemilasettecentoventicinque Mon”.

Vedendo il dubbio che si faceva strada negli occhi degli allievi, prese posto sulle pietre di un giardino poco distante.

Secondo quanto mi dite, sono duecentosettantacinque i Mon che separano l’imbonitore dal monaco. Dunque la mia domanda è questa: secondo voi quanto tempo, fatica, denaro e sforzo richiede il suo lavoro? Guardate quell’uomo ora: dorme sulla sua sedia senza nemmeno aver avuto la forza di chiudere la sua tenda. Il monaco, proprio ora, ha iniziato a fare i suoi esercizi, e la sua tenda è già pronta per domani.

Dunque, il monaco ha parlato con poche persone e tutte, o quasi, hanno scelto le sue cure e gli hanno donato ciò di cui aveva bisogno. Questo è lo spirito del seiryoku-zen’yo, il miglior impiego delle energie.

Il mercante ha dovuto prosciugare ogni sua forza per tenere in piedi la sua rappresentazione per tutto il giorno, e sono certo che il denaro guadagnato in più non sarà nemmeno sufficiente per comprare altro unguento, spostare le sue merci e farle sorvegliare. Questo non è un buon impiego delle energie. Nessuna tecnica SEO, nessun trucco potrà mai restituirvi l’energia che avete sprecato per un vantaggio marginale, che se ne andrà in sforzo, fatica, tempo e risorse. Meglio dunque impiegare fin da subito le energie nel modo migliore, dialogando con le persone che hanno realmente bisogno di voi, senza bisogno di far sentire la vostra voce a chiunque indistintamente. Con le antiche tecniche ottenete il solo risultato di assordare chi non ha bisogno di voi e non avere voce per chi vi sta cercando.

Gli allievi rimasero qualche istante in silenzio. Anche i più audaci non poterono fare altro che guardare il Maestro Hideyoshi con fare di sfida, prima di inchinarsi e allontanarsi.

Lezioni di SEO alla maniera Zen – oltre il racconto

Anche questa volta, dietro a un piccolo divertimento, si nasconde uno degli argomenti che più riscaldano le discussioni sulla SEO (anche se per la verità accade praticamente la stessa cosa in ogni settore del marketing). La “vecchia scuola” vuole che si inseguano le keyword a ogni costo, si parli di un argomento perché “tira” e così via. Il che, nella maggior parte dei casi, genera mostri, soprattutto quando la connessione è evidentemente forzata. Insomma, si costruisce il piano di comunicazione sulla base del traffico delle keyword e del sentiment.

Spesso, durante i miei corsi e le mie lezioni di SEO, definisco questo modo di agire “costruire il piano editoriale con BuzzSumo”, a indicare chi, invece della propria rotta, preferisce lasciarsi trascinare dalla corrente. I difetti principali che vedo in questo sistema sono almeno tre:

  • Siamo e saremo sempre schiavi delle mode e delle contingenze (oltre che degli strumenti);
  • Non avremo nulla che ci differenzia da chi ha accesso ai medesimi strumenti e usa la stessa tecnica;
  • Ma soprattutto, non abbiamo alcuna garanzia di rivolgerci al nostro pubblico.

Una scuola che si sta facendo sempre più strada, anche in questo caso mutuata dal marketing, in particolare da quello non convenzionale, è quella di parlare esclusivamente al proprio pubblico, o quantomeno alle persone che, in qualche modo, hanno affinità con noi.

In altre parole, abbiamo davvero bisogno di una pagina posizionata per una parola chiave “forte” con un contenuto che spesso è al limite dello scam? Se pensiamo di si, chiediamoci cosa ce ne facciamo di quindicimila visitatori al giorno se poi il tempo di permanenza è di dieci secondi e il bounce rate è al 96%. Abbiamo sprecato tempo ed energie per coinvolgere 600 persone, forse. Se avessimo parlato alla nostra nicchia, con ogni probabilità avremmo ottenuto lo stesso posizionamento con una frazione dello sforzo, con il vantaggio di avere un pubblico molto più fedele, che probabilmente tornerà a prescindere dai motori di ricerca (il fine ultimo, per chi non vende, deve essere il bookmark!).
Oltretutto, ci addentriamo decisamente nelle finezze, avere meno utenti significa usare meno risorse del server, meno banda, meno memoria e in generale avere meno “grane” tecniche.

Illustrazione di un maestro Zen

L’impassibile Maestro Hideyoshi sempre intento a meditare sui segreti della SEO (…?)

Pochi ma buoni? Non proprio ma…

Ovviamente il vantaggio è più percepibile per i siti commerciali: chiunque vorrebbe avere il 100% degli utenti che acquistano!
Ma anche per chi guadagna sulla pubblicità o comunque ha un modello di business basato sui contenuti, per controintuitivo che possa sembrare, è preferibile avere un numero minore di utenti di qualità invece di servire decine di migliaia di pagine per sessioni da 1,10 pagine di media. Perché?

Semplice: se una persona naviga a lungo sul nostro sito, significa che ha trovato quello che sta cercando. Di conseguenza, se siamo stati bravi anche con l’advertising, significa che probabilmente anche i nostri annunci (o le iniziative di affiliazione, o quello che vogliamo) sarà ugualmente pertinente. Quindi, più interessante.

Quindi, ecco che ritorna attuale il il miglior impiego delle energie: più saremo accorti, più i nostri sforzi saranno efficaci.

#writeforhumans

Immagine di apertura dell’utente ncoll36 di Deviantart, rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribution-Noncommercial-No Derivative Works 3.0.

 

Il barone di Munchausen e i segreti SEO

11 Segreti SEO da usare assolutamente, se vuoi perdere tempo

Lo sostengo da sempre, come può testimoniare chi ha seguito le mie lezioni di SEO o di web marketing in generale: il mondo della SEO è pieno di fuffa, e una parte piuttosto significativa degli esperti SEO vende olio di serpente, ripetendo praticamente a memoria una serie di Segreti SEO e tecniche SEO che nella migliore delle ipotesi fanno solo confusione nella testa di chi compra il servizio.

Nella peggiore fanno clamorosi danni alle convinzioni sulla SEO. Se qualcuno sta pensando a certi semafori che devono essere tutti verdi, alla keyword density e ad altre credenze animistiche del genere, non sono nemmeno le peggiori.
Provate per esempio a venire a capo dell’eterno dibattito sulle keyword in grassetto versus keyword non in grassetto. Fate qualche ricerca e verrete proiettati in un mondo splendidamente surreale, con dei picchi che nemmeno il compianto Pratchett avrebbe potuto raggiungere con quella faccenda del cavallo di legno nella guerra tra Efebe e Tsort. Fra il ridicolo e l’assurdo si passa da “Le keyword vanno enfatizzate perché così i crawler le rilevano prima” a “Omioddio! Non mettere mai le keyword in maiuscolo perché se le metti Google pensa che vuoi spammare e ti penalizza”. Con ogni possibile sfumatura nel mezzo, a seconda di quando il consulente SEO di turno si è addormentato sulla tastiera leggendo male e capendo peggio le discussioni che ci sono sui vari forum di specialisti. (Pro tip: fate come preferite, l’importante è che sia funzionale alla lettura e pertinente. Come sempre, chi non usa trucchetti SEO da due soldi non ha nulla da temere).

I segreti SEO e le disanime in corso

Il Mangiafuoco di Pinocchio ha segreti SEO mai sentiti prima!

Un tipico seminario SEO ;)

Quello raccontato poco sopra è solo uno dei tanti esempi fra la tragedia e la commedia che si leggono e sentono ogni giorno. Per fortuna ci ha pensato il buon Jeff Bullas che ha stilato qualche tempo fa una lista chiamata 11 miti sulla SEO a cui dovete smettere di credere oggi. Per fortuna perché forse, leggendolo dalle pagine del suo blog e trattandosi di uno dei maggiori esperti di SEO al mondo, ci sono buone possibilità che qualcuno lo ascolti. Ho pensato di tradurre almeno i titoli e le spiegazioni principali a favore di chi va di fretta e non mastica troppo l’inglese, aggiungendo di tanto in tanto qualche mio commento in corsivo.

11 “Segreti SEO” che vi condurranno a rovina sicura

1. La SEO è una fregatura

Il mito: Consulenti SEO dalla lingua sciolta fanno consulenze da capogiro per fornire servizi senza spiegazioni, che non fanno quasi nulla e potrebbero addirittura penalizzare il vostro sito.

La realtà: La SEO non è una fregatura. Moz in tre anni usando SEO e Content Marketing ha raddoppiato le ricerche organiche.

Jeff Bullas la spiega meglio e più diffusamente, ma la ragione per cui è nato questo mito è ovviamente da cercare in tutti i furbetti che negli anni hanno usato e stanno usando trucchetti e tecniche fantasiose per mostrare incrementi di ranking e di traffico mirabolanti, che poi crollano come castelli di carte appena la tecnica viene riconosciuta illecita. Ma quella non è SEO, sono porcherie.

Read More

Lezioni di SEO alla Maniera ZEN

Lezioni di SEO alla maniera Zen

Il Maestro e l’arte della SEO

Il Maestro Hideyoshi era conosciuto e rispettato per la sua illuminazione. Il potere della sua parola era conosciuto e rispettato in tutte e sette le province; quando teneva le sue lezioni di SEO, radunava allievi anche dalle città vicine.

Un giorno, mentre camminava nei giardini del palazzo imperiale prima della sua lezione, gli si avvicinò un allievo, chiedendo il permesso di fare una domanda.

Il maestro, facendo cenno all’allievo di sedersi accanto a lui, lo invitò a parlare con un cenno del capo.

Tanta era la fama del maestro e tale l’effetto delle sue parole che subito intorno a loro si radunò una folla di allievi e di altri maestri.

Maestro Hideyoshi, voi ogni giorno ci mostrate la Via della SEO, ma essa ancora mi sfugge. Qual è la conquista finale della nobile arte della SEO? Disse l’allievo, intimorito dalla folla.

Lezioni di SEO: il Primo Gradino

A quelle parole, il maestro si alzò in piedi e, indicando un punto del parco con il suo bastone disse:

“Vedete laggiù, dove si allenano nell’arte della spada i giovani allievi? Grande è la loro determinazione e il loro impegno. Conoscono le tecniche, le studiano, le praticano. Ma i loro movimenti sono impacciati, perché la conoscenza ancora non scorre fluida in loro. Il primo gradino nell’Arte della SEO è la SEO nella mano dell’uomo. Come quei giovani, l’uomo conosce, studia, si migliora. Ogni giorno la sua tecnica diviene più fluida, e la sua mano sicura”.

Lezioni di SEO: il Secondo Gradino

Vedendo che il dubbio non si dileguava dagli occhi dei presenti, il maestro indicò un altro punto del parco.

“Vedete laggiù, dove i senpai si allenano nel kata? La loro determinazione è ancora più salda, i loro occhi più sicuri. La loro tecnica è fluida, i movimenti impeccabili, ma ancora sono legati e costretti dalla Forma. La conoscenza scorre con forza, ma è trattenuta come l’acqua in un canale. Non potrebbero scendere in combattimento o in guerra, il loro passo non sarebbe sicuro. Il secondo gradino nell’Arte della SEO è la SEO nella mente dell’uomo. Ormai la mano si muove da sola, la mente conosce tutti i princìpi, ed è pronta ad apprenderne di nuovi”.

Ciò detto, si incamminò verso il tempio per la lezione.

Il Segreto della SEO rivelato

Maestro Hideyoshi, è dunque questo il segreto della SEO?

Il maestro, sospirò, fermandosi e, senza voltarsi, indicò un terzo punto del parco, dove il Maestro Yuddai affrontava gli avversari in combattimento. Il Maestro Yuddai era famoso in tutto l’Impero per non essere mai stato battuto.

“Tutti voi conoscete il Maestro Yuddai per la sua potenza Vedete come atterra gli avversari uno dopo l’altro?”

Gli allievi erano senza parole, tante erano la grazia e la forza del Maestro Yuddai nel combattere.

Senza dubbio egli è il più grande fra i grandi, e la sua tecnica non ha eguali. Risposero gli allievi.

“Bene” – continuò Hideyoshi – “Dunque, nominatemi le tecniche che il Maestro sta usando mentre combatte”.

Dopo alcuni minuti di silenzio, il saggio Hideyoshi ripetè la domanda.

Maestro, non siamo in grado di nominare le tecniche usate dal grande Yuddai. Sono forse di una scuola segreta?

Hideyoshi si voltò con un sorriso sincero: “Io stesso non conosco le tecniche del Maestro Yuddai, perché nessuno le ha mai usate prima. Egli è il più grande fra di noi, e sa eseguire ogni tecnica in maniera sopraffina. Eppure quando combatte, non usa alcuna tecnica conosciuta. Questo perché la Via è così radicata in lui da guidarne ogni passo. Il terzo gradino dell’Arte della SEO è l’assenza della SEO dalla mente e dalla mano dell’uomo. Solo così la vostra tecnica sarà senza eguali, e il vostro nome verrà tramandato dai maestri”.

Illustrazione di un maestro Zen
Il Maestro Hideyoshi mentre medita sui segreti della SEO (probabilmente…?)

Nota a margine:

un piccolo divertimento domenicale per ricordare, soprattutto a me stesso, che un’altra via è sempre possibile, e che si può parlare di ogni cosa in modo diverso, senza dimenticare o snaturare le proprie origini. Il senso di questo modestissimo divertimento sotto forma di racconto Zen tuttavia, è serissimo: non ci sono trucchetti, non ci sono “trucchi SEO” o “cinque tecniche infallibili”. Ci sono studio, dedizione, impegno. C’è provare, cadere, rialzarsi. Ci sono le prove, gli esperimenti, i tentativi. Chi ragiona per “regole”, per “ho letto che”, “Gino scrive che”, esattamente come nelle arti marziali, sarà sempre relegato al grado di allievo. Perché, come nelle arti marziali, la tecnica perfetta, se non si sa combattere, serve solo a dimostrare la propria abilità agli altri allievi. Ma non serve a nulla sul campo di battaglia.
E, come sempre, la morale è una: fino a quando scriveremo per le macchine e non per gli esseri umani, alla nostra arte mancherà qualcosa. Fino a quando ci fideremo di regole preconfezionate, e non proveremo a metterci un po’ del nostro spirito e della nostra anima, saremo sempre esecutori: intercambiabili, anonimi, senza personalità. E ci condanneremo a strategie tutte uguali, fatte per linee editoriali tutte uguali, pensate solo per soddisfare quello che alcuni pensano sia il “giudizio” dell’algoritmo di Google.

Che poi è il motivo principale per cui mi sono lanciato in questo ciclo di lezioni di SEO: l’unico vero modo per mettere alla prova la propria conoscenza, è quello di provare a trasmetterla ad altri.

Come sempre, #writeforhumans.

Immagine di apertura dell’utente ncoll36 di Deviantart, rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribution-Noncommercial-No Derivative Works 3.0.

Lezioni di SEO

Lezioni di SEO: le più importanti sono sulla tua pelle

Qualche giorno fa, come mi sembra sia abbastanza noto dai risultati ottenuti, ho fatto un piccolo esperimento, creando una pagina che parlava di come si lavora con la SEO a Biella e in provincia in generale.

Quel post, ovviamente, era sia un modo divertente per dire alcune cose, sia un esperimento per vedere quanto fosse facile o difficile scalare la SERP su una parola chiave piuttosto presidiata ma molto verticale; si è trasformata in una delle lezioni di SEO più importanti della mia vita recente.

SEO, Biella. Esperimento riuscito. A metà.

Bene, le cose sono andate in modo imprevedibile. Appena il buon vecchio Google ha recepito il post, questo è volato in terza posizione. Onestamente, mi aspettavo qualcosa visti i volumi in gioco e la struttura della SERP di Google (sulla cui analisi ho imparato più in un’ora di corso del buon Alberto Puliafito che nella totalità delle robe che i vari guru spacciano in giro). Ma direttamente in terza posizione, subito dopo due pagine di chi ci ha investito tempo e risorse, è una specie di wet dream per chi lavora (o si diverte, come il sottoscritto) con la SEO.

posizionamento SERP ilkappa.com

E questa è la metà buona.

Quella cattiva è che il giorno dopo la pagina è stata calcioruotata fuori dalla SERP di Google. Non retrocessa, proprio sparita. Anche cercando nel solo sito, la pagina non era visibile.

Cosa succede quando una pagina sparisce improvvisamente dalla SERP

Il primo istinto, per un consulente SEO, è comprare abbastanza medicinali contro l’ansia da sedare un intero gruppo di whatsapp di mamme informate. Poi però bisogna iniziare con le cose serie.

Check list minima in caso di pagine sparite dalla SERP

  • la pagina è ancora raggiungibile?
  • la pagina è ancora in sitemap?
  • la pagina è raggiungibile attraverso la serp di altri motori, per esempio Bing?
  • la pagina è sparita per una sola parola chiave, per le sue derivate o per qualsiasi cosa?

Nel mio caso specifico, tutto ok fino a Bing. Poi, zero. Anche scandagliando tutte le pagine che Google vedeva del mio sito. Cosa era successo? Mistero. E panico.

Una pagina del mio sito è sparita dalla SERP. Cosa può essere successo?

Gran bella domanda, per rispondere alla quale devo prima chiudere la vicenda: la pagina è tornata in SERP dopo qualche giorno. (mentre sto scrivendo è al quinto posto per “SEO a Biella” e nona per “SEO Biella”, un risultato comunque interessante).

Dopo un po’ di studio e qualche analisi, mi sono convinto che per quello che è accaduto esistono tre possibilità, che elenco dalla più incredibile a quella che secondo me è più realistica:

  1. La mia pagina è stata rimossa dalla SERP in seguito a una segnalazione.
    • Ipotesi: Google mette a disposizione uno strumento apposito per segnalare pagine con contenuti non conformi e non di qualità, e anche se non è così raggiungibile, un bravo esperto SEO sa perfettamente dove si trova.
    • Tesi: Tuttavia mi sembra fantascienza che qualcuno si sia preso una tale briga per eliminare un “concorrente” o perché indispettito dal mio operato. Diciamo che questa ipotesi è servita più che altro a massaggiare il mio ego.
  2. La mia pagina è stata rimossa dalla SERP perché sovraottimizzata
    • Ipotesi: Fra gli esperti di SEO e coloro che vorrebbero diventarlo come il sottoscritto, è cosa più che nota che a Google non piacciono i giochetti. Sarebbe più corretto dire che nel 2017 lo sanno anche i sassi che scrivere per forzare il posizionamento di parole chiave e fare altre cose strane ci trascina verso il baratro. E la pagina che ho realizzato era, per molti aspetti, un esperimento per vedere quale fosse il limite fra una forzatura “sana” delle parole chiave e un coacervo di trucchetti, anche se di quelli veniali.
    • Tesi: L’algoritmo di Google tuttavia è piuttosto “sveglio” e di solito le pagine “stuffate” escono dalla SERP soprattutto se vengono modificate e gonfiate intollerabilmente dopo esservi entrate. Altrimenti, solitamente, vengono relegate fin da subito ai risultati più remoti. Vero è anche che con i volumi in gioco è possibile che il tempo macchina dedicato alla scansione sia stato in prima istanza talmente poco da permettere solo un controllo di superficie (ma, in tutta onestà, non so quanto il crawler sia un algoritmo time-critical).
  3. La mia pagina è stata rimossa dalla SERP perché ho generato “artificialmente” un volume anomalo.
    • Ipotesi: Nessuno sa bene cosa succede sotto il cofano di Google (ricordiamoci che la SEO è per una buona parte fatta di ipotesi e reverse engeneering casereccio), ma una cosa è certa: i nodi vengono al pettine e le anomalie non passano inosservate. Ovviamente, dopo aver posizionato la pagina, ho passato qualche giorno a mostrarla a colleghi e amici esperti, un po’ perché mi sembrava una lezione di SEO empirica interessante, un po’ perché come tutti i giornalisti, ho un ego famelico. Questo ha senza dubbio generato un volume di ricerche anomalo, su parole chiave e derivate a volumi così bassi.
    • Tesi: suona un campanello, la pagina viene “sospesa”. Nel frattempo il sistema verifica se la pagina in sé ha problemi o forzature, oppure se le visite sono state pilotate in qualche modo non lecito. Dopo qualche giorno, verificato che non ci sono state particolari stranezze, probabilmente la pagina viene nuovamente indicizzata. Per mia fortuna, la forzatura è stata dettata soprattutto dall’ingenuità: non avendo tenuto in considerazione i volumi, non pensavo che la ventina di visite “agevolate” dai miei contatti potessero suonare come qualcosa di illecito. Tuttavia mi sembra l’ipotesi più credibile perché la pagina è tornata al suo posto.

Cosa ho imparato dalla mia pagina sparita dalla SERP e poi riammessa?

Diverse cose, ma soprattutto ho avuto alcune conferme.
La prima è che, come già i più esperti sostengono da tempo, Google non “penalizza”: ti rimuove e basta. Può essere un cartellino giallo o rosso, ma per intanto la tua pagina viene “accomodata” non solo fuori dalle SERP, ma proprio fuori dall’indice. Insomma, le ammonizioni non esistono: se la mia pagina perde posizioni, è perché le informazioni non sono più così utili o perché altri stanno facendo un lavoro migliore del mio. Se istigo Google a passare con la mannaia, sparisco. Ma non vengo “retrocesso” o “indietreggiato” artificialmente.

Secondariamente, che i giochetti non pagano mai, anzi. Tutto quello che suona poco meno che naturale, fa scattare i sistemi di allarme. E se ha “tirato le orecchie” a me per una cosa ultra verticale e ultra locale come quella di cui racconto, figuriamoci cosa può capitare dove ci sono i volumi veri e la competizione è spietata.

Terzo, che però la qualità paga sempre e che #writeforhumans è davvero la strada. L’unico motivo per cui la mia pagina si è “salvata” è perché, al di là di qualche piccola furberia, è stata pensata davvero con l’intenzione di dire qualcosa, di raccontare un’esperienza, di essere utile. Ma soprattutto, di essere frutto di una esperienza diretta e unica.
Quindi, ancora una volta: l’unico vero “trucco SEO” di cui abbiamo veramente bisogno è quello più difficile da accettare: scrivere bene e dare informazioni rilevanti è il primo punto in cima alla lista.
Dopo, spesso molto più in basso, viene tutto il resto.

lezioni di SEO risorse

Le mie lezioni di SEO: prima di tutto, un po’ di risorse

Una selezione delle risorse che consiglio ai miei allievi quando tengo lezioni di SEO e di web marketing in generale.

Che io nasca come insegnante ECDL non è un mistero, ma nel corso degli anni ho avuto la fortuna di poter insegnare le materie più disparate, dal marketing online per radio e web radio, alla comunicazione digitale per aziende, passando per il social media marketing fino ad arrivare al web marketing, che come spiego spesso non è altro che un termine ombrello per racchiudere una infinità di discipline diverse. Negli ultimi anni, sia per necessità, sia per un “richiamo della Foresta” difficile da spiegare, mi sono avvicinato sempre più alla disciplina SEO, che naturalmente cerco di trasmettere ai miei allievi ogni volta che ne ho l’occasione. Il motivo per cui la SEO mi affascina sarà oggetto di un post, prima o poi, per ora dico solo che la trovo così vicina all’enigmistica da avere un fascino tutto suo.

Per la verità, le mie lezioni di SEO sono un po’ fuori dai parametri

Prima di tutto perché abitualmente mi occupo solo della parte di creazione dei contenuti: la mia filosofia è di lasciare a ognuno fare il lavoro che sa fare meglio, e nella parte tecnica, quella di ottimizzazione on-page, ci sono persone ordini di grandezza avanti a me. All’interno dei gruppi di lavoro che frequento e/o ai quali insegno, utilizzo due definizioni, che probabilmente faranno alzare più di un sopracciglio ai puristi: SEO editoriale è diventato il termine ombrello per tutto quello che riguarda i contenuti, mentre SEO tecnica riguarda tutti gli aspetti di ottimizzazione, dal codice al server passando per il design. Non sarà il massimo, ma aiuta a capirsi rapidamente e rende abbastanza bene l’idea delle due macro-categorie di maggiore influenza. Ma sto divagando.

Secondo alcuni, la SEO Editoriale è principalmente una questione analitica. Purtroppo, con un DNA da giornalista pubblicista, non posso fare a meno di pensare che l’apporto umano sia decisivo. Ne parlerò più diffusamente, ora semplifico per estremi.
Se devo fidarmi della mia esperienza diretta, come questo blog e diversi contenuti che ho “seminato” in Rete, c’è un aspetto ineffabile che sancisce il successo di un contenuto, che sia un articolo o un video: la mano di chi scrive.

Lezioni SEO o lezioni di giornalismo? Un po’ e un po’…

Ci sono i contenuti formalmente perfetti da ogni punto di vista SEO, e poi ci sono i contenuti che si leggono, guardano, gustano volentieri. E questi sono gli unici che funzionano davvero. Spesso anche sfuggendo alle regole formali. Gli esperti hanno provato a canonizzare questi aspetti chiamandoli in mille modi, da sentimentcustomer satisfaction passando per zeitgeist.

Lezioni di SEO gatti

Lezioni di SEO cheap #1: inserisci immagini per catturare l’attenzione.
Lezione di SEO cheap #2: usa il sentiment.
La rete pensa che i gatti siano carini, mettendo insieme questi due suggerimenti farò sicuramente qualcosa di buono vero? O forse no?
Eppure, secondo le statistiche…

 

Io semplifico moltissimo, limitandomi al campo della parola scritta, dicendo durante le mie lezioni SEO (SEO per modo di dire!) che i contenuti destinati al successo sono quelli che si leggono volentieri o, come amo riassumere in un hashtag, #writeforhumans.
La sfiga è che bisogna saper scrivere bene, e non è una cosa che ci possono insegnare le statistiche, le metriche o le analisi.

Read More