La tecnologia cresce a un ritmo sempre più rapido, ma non per tutti. Il Digital Divide è ancora fra di noi.
Siamo onesti: negli ultimi mesi non puoi partecipare a un aperitivo o aprire LinkedIn senza essere travolto da qualcuno che ti spiega come l’Intelligenza Artificiale risolverà ogni tuo problema. Viviamo in una narrazione collettiva che ci vede tutti innovatori, tutti sperimentatori, tutti impegnati a costruire il proprio agente, il proprio sistema IA casalingo, la propria startup autonoma. Per quanto abbia lavorato molto negli ultimi anni per non cedere alla FOMO, ammetto che trovare una stabilità è molto dura.
Ma ecco Cosa succede nella realtà? Ci sono altre ragioni che mi portano a pensare che questa sia la più antidemocratica delle rivoluzioni digitali che abbiamo vissuto finora, ma una in particolare secondo me è alla radice di tutto: mentre nei soliti circoli si discute della coscienza del silicio, là fuori c’è una marea silenziosa di persone ferma davanti allo schermo. Non perché non capiscano l’IA, ma perché sono rimaste chiuse fuori dal proprio PC da una domanda semplice di un browser o del sistema operativo.
Prima di proseguire, mi spiego: Avete notato come gli utenti inesperti siano completamente usciti da qualsiasi equazione? Qualche anno fa la facilità d’uso e di configurazione era spesso al centro della promozione di computer e dispositivi. Oggi non è più così.
Perché di facile non c’è proprio nulla: il primo accesso a un dispositivo, a un computer, ma anche a una applicazione di uso quotidiano come un browser è una fatica per gli utenti esperti, fra richieste, privacy, uso (quasi sempre predatorio) dei nostri dati e così via. Immaginiamo cosa sia per un principiante o per qualcuno che si avvicina per la prima volta.
La trappola del “Primo Incontro” (FTUE)
Nel gergo tecnico la chiamano FTUE (First-Time User Experience) o OOBE (Out-Of-Box Experience). Dovrebbe essere il tappeto rosso steso per l’utente, ma spesso si trasforma in un interrogatorio che fa sembrare i libri di Kafka una passeggiata di salute. Programmi e browser pongono domande presentate come non tecniche, ma che per un utente non esperto sono blocchi cognitivi insormontabili.
Pensiamo per esempio all’uso dei dati personali, alle comunicazioni di marketing, all’uso delle telemetrie per la profilazione e così via. Una noia per “noi” esperti, una fonte di ansia per chi è agli inizi.
La ricerca scientifica conferma che non è pigrizia: uno studio recente osserva che oltre il 95% degli utenti mantiene le impostazioni di default dopo l’installazione. Questo accade perché lo sforzo di valutare le opzioni è percepito come eccessivo rispetto alle proprie competenze. Se il sistema ti chiede di scegliere tra “dati diagnostici opzionali” e “configurazione di base”, a un principiante suona come un test. Che ha paura di fallire. Su questo ci sarebbe da aprire tutto un altro tema, sull’opportunità di permettere questo tipo di raccolta, ma ci porterebbe troppo lontano.
Per ora rimaniamo al punto principale: queste domande bloccano chiunque non sia un esperto, praticamente sulla porta del suo possibile futuro.
Perché le domande “semplici” sono indecidibili?
Ho scavato un po’ (grazie mille Perplexity, ne parlerò diffusamente in fututo) nella letteratura in merito a permessi, consensi, ed esperienze degli utenti al primo approccio. E ho trovato tre meccanismi che rendono queste domande “bloccanti”:
- Incertezza Radicata: Uno studio su 150 utenti ha dimostrato che le persone sono incerte sulla necessità di concedere circa metà dei permessi richiesti. Questa “nebbia decisionale” porta alla paralisi o, peggio, alla rinuncia.
- Sovrappeso Cognitivo (Choice Proliferation): Aumentare le opzioni e usare pulsanti di default evidenziati non aiuta l’utente, lo confonde. Molti partecipanti a test sui cookie banner si dicono “pentiti” delle scelte fatte perché hanno percepito il dialogo come ingannevole. In generale, il tema del design delle interfacce porta a problemi di comprensione e interpretazione.
- Asimmetria della privacy literacy: La privacy literacy modifica il modo in cui gli utenti percepiscono i rischi: chi possiede più conoscenze tende a essere più consapevole delle implicazioni, mentre chi ne ha meno fatica a interpretare termini tecnici e finalità di trattamento. In altre parole, se è prudente, si trova semplicemente chiuso fuori
La verità scomoda è che i vendor progettano sistemi che trattano l’utente come un esperto legale o un sistemista, nascondendo la complessità dietro una grafica fintamente semplice, spesso con dark pattern e scelte quasi obbligate. Un giochetto in cui è difficile capire se le cose sono fatte ignorando i bisogni di alcuni o per sfruttarli sapientemente a vantaggio della raccolta dati, ma in cui il risultato non cambia: l’utente si disorienta, perde fiducia e in molti casi abbandona ancora prima di avere avuto l’opportunità di provarci.
Il mito del default e i “Cyber Novices”
Dobbiamo smettere di pensare che l’esclusione digitale riguardi solo gli anziani. Esistono i “Cyber Novices”: persone che usano il web per acquisti e pagamenti ma che dipendono totalmente dalle configurazioni predefinite. Per queste persone, il default non è una scelta ottimizzata, è l’unica via di fuga.
E sarebbe sbagliato pensare che sia una questione di età. Lo sapevo per esperienza, ma ne ho trovato conferma in letteratura. Non è il solito cliché del nonno che non sa usare il mouse. I “cyber novices” sono persone che usano il web per vivere, ma che davanti a un dialogo di consenso cookie o a una richiesta di permessi provano incertezza e ansia. La privacy non è un obbligo legale, è una questione di rispetto. Se costringi un utente a cliccare “Sì” solo per far sparire una finestra che non capisce, hai fallito come progettista. Oppure sei bravissimo a fare gli interessi (predatori) dell’azienda che ti ha commissionato un design che forzi gli utenti verso le scelte che hai impostato come predefinite. Come si diceva un tempo, a pensare male si fa peccato…
Rimane il punto: non avete idea del numero di persone che incontro ad ogni corso di base che si blocca davanti, per esempio, alla prima configurazione di Edge o Chrome: quell’accedi o crea account, quell’ invia i dati facoltativi, sono fastidi per noi esperti, ma muri per chi inizia ed è, giustamente, intimorito.
La documentazione ufficiale di Windows 11, ad esempio, descrive una sequenza OOBE che include fino a 7 voci per la privacy, salvataggio su OneDrive e promozioni Microsoft 365. Se non sai cos’è il cloud, quella domanda su OneDrive non è una opportunità di salvataggio, è un ostacolo che ti impedisce di iniziare a lavorare. Un concetto da romanzo cyberpunk in piena regola: tecnologia avanzatissima servita con una User Experience che punisce chi non ne conosce il linguaggio e che la rende ancora più antidemocratica di una opzione a pagamento.
Un cambio di rotta indispensabile
Come ho accennato in apertura, sto maturando la convinzione che l’innovazione stia diventando antidemocratica. Oggi, per poterne fruire servono sia competenze, sia budget. Anche l’Open Source, infatti, è sempre più vincolato alla potenza di calcolo disponibile, che costa. Almeno dal punto di vista del primo ingresso, sarebbe carino che gli utenti fossero facilitati, invece di subire una sorta di gatekeeping.
La privacy non è un obbligo legale da “smaltire” con un banner fastidioso; è una questione di rispetto per l’autonomia dell’utente. Se il digitale complica la vita invece di semplificarla, la colpa è del design, non di chi lo usa. Soprattutto perché è in gioco il potenziale futuro di persone che cercano di avvicinarsi a nuove opportunità, spesso per necessità di studio o lavoro. E si meritano la strada spianata.
Per chi volesse approfondire i dati tecnici citati, ecco altri due riferimenti
- ScienceDirect: Studio sui Cyber Novices e configurazioni dei Browser
- PETS Symposium: A User Study of Consent Dialogs after GDPR






















