impossibile cliccare con il mouse macchina virtuale

Impossibile cliccare con il mouse nell’host VMware

Se stiamo gestendo un server VMware con vSphere ed è impossibile cliccare con il mouse, probabilmente è colpa di una impostazione di Windows.

Questo è uno di quei post che quelli bravi davvero chiamerebbero instant article: ho avuto questo problema, ho trovato la soluzione, penso che sia utile per molti, ne scrivo rapidamente. quindi sarà un po’ più breve dei miei soliti sermoni. Semplicemente, provando a gestire una macchina VMware attraverso vSphere, qualche giorno fa mi è successo che fosse impossibile cliccare con il mouse nell’host. Ecco la soluzione.

Impossibile cliccare con il mouse in vSphere: i sintomi

Il problema si manifesta in modo semplice ma frustrante: la macchina virtuale sembra funzionare (nel mio caso stavo cercando di installare una istanza di Lubuntu), ma i click del mouse non vengono recepiti o sono spostati anche di molto rispetto a dove vorremmo. Ecco un video che ho registrato che mostra il problema per come si manifestava a me.

Nel mio caso, usando la visualizzazione console di vSphere, la tastiera funzionava correttamente e la macchina rispondeva.

Insomma, l’unica cosa fuori posto era proprio il mouse.

Se il mouse non clicca in vSphere, è “colpa” di Windows

Se siamo esperti o appassionati di informatica di lungo corso, sappiamo che spesso la soluzione è semplice, ma in un contesto apparentemente scollegato da quello che stiamo usando. I

Questo è uno di quei casi. Perché il problema si risolve in un secondo, usando le impostazioni dello schermo di Windows. L’impossibilità di usare i controlli “grafici” come il mouse infatti è legato al ridimensionamento e layout dello schermo di Windows. Cioè la funzione che permette di ingrandire caratteri ed elementi grafici sullo schermo.

Ecco come risolvere:

Facciamo semplicemente click con il tasto destro in una zona libera del desktop del nostro computer e scegliamo la voce Impostazioni schermo.

impossibile cliccare con il mouse host VMvare

Nella finestra che si apre cerchiamo ridimensionamento e layout e impostiamolo al 100% anche se l’impostazione suggerita è diversa. Nel mio caso per esempio, in un portatile con schermo Full HD, la scelta consigliata è 125%, ma ho dovuto ignorarla.

impossibile cliccare con il mouse host vSphere

Una volta eliminato il ridimensionamento dello schermo, la macchina virtuale funzionerà alla perfezione, e finalmente potremo usare il mouse normalmente all’interno dell’host.

POSSIBILE cliccare con il mouse host VMvare

Qualche considerazione

Come abbiamo visto il risultato si ottiene in pochi secondi ed effettivamente, almeno nel mio caso, ha risolto tutto. Io stavo usando vSphere 5.5 su una macchina Windows 10, per installare la distro di linux Lubuntu. Su un server ESXi remoto.

E nel mio caso funziona tutto. Da quello che ho letto su qualche forum sembra LA soluzione, nel senso che è proprio un malfunzionamento dovuto all’incompatibilità fra il rendering video di Windows e la console di vSphere. Pare anche che versioni più recenti non mostrino lo stesso problema, ma non ho modo di verificarlo.

Spero di essere stato utile, buon lavoro a chi è arrivato fino qui!

Disattivare Adsense su una pagina

Disattivare AdSense su una pagina (senza diventare matti)

Capita sempre più di rado, ma ogni volta ci si sente un po’ pionieri. Parlo di quando si ha un problema per cui sembra non esistere risposta su Google. Questa volta mi è successo quando ho cercato come disattivare AdSense su una sola pagina di un sito WordPress.
O meglio, quando ho cercato un modo facile di farlo, che non mi richiedesse tre ore di studi approfonditi.

Disattivare gli annunci di Google su una singola pagina.

Possiamo stare a discutere fino a domattina sulla liceità o meno delle segnalazioni di non conformità di AdSense.
Rimane il fatto che quando se ne riceve una, il ban è dietro l’angolo. Tanto vale adeguarsi e disattivare Adsense sulla pagina segnalata.

Diciamolo, gli annunci automatici di AdSense sono una figata pazzesca. Se non altro perché ci permettono di commisurare lo sforzo ai ricavi. Leggi: se i ricavi sono prossimi allo zero, deve esserlo anche lo sbattimento richiesto
In WordPress è ancora più facile. Picchi il codice in header.php e te ne dimentichi.
Almeno, fino a quando non ti arriva una segnalazione di non conformità per una pagina.
Proprio quello che mi è successo qualche tempo fa.
E a cui, a quanto pare, non esiste soluzione. O meglio, stando a quanto ho trovato su Google, infatti, i modi esistono, ma sono tutti terribilmente complicati.

Come ho eliminato gli annunci su una singola pagina: quick and dirty

Ribadisco: ero alla ricerca di una soluzione rapida: esistono plugin estremamente evoluti per la gestione della pubblicità, ma non facevano al caso mio. Si trattava di un sito che usa solo AdSense, non ha progetti di espansione in quel senso e sopratutto che richiede il minimo possibile di manutenzione tecnica.
Quindi, come sempre, dove l’alta tecnologia fallisce, la bassa tecnologia trionfa
Dal momento che non ho trovato nulla che agisse sulla pubblicità, ho fatto un passo indietro. Se non posso lavorare al livello della gestione di AdSense, per disattivare gli annunci di Google su una pagina, devo lavorare a livello di codice
Detto, fatto: ricordate quando ho detto che basta inserire il codice nell’header?  il plugin Addfunc Header & Footer permette di personalizzare header e footer per ciascuna pagina e articolo. Quindi, ecco qui.

Disattivare AdSense su una determinata pagina lavorando sull’Header

A questo punto le cose diventano quasi banali:

  • Installiamo il plugin
  • Rimuoviamo il codice AdSense dall’header generico (o dal plugin che utilizziamo)
  • Impostiamolo nella sezione Site-Wide Head code del plugin, che si trova in impostazioni -> head & footer code
Disattivare Adsense per una pagina specifica header code

A questo punto siamo a metà dell’opera, nel senso che siamo tornati al punto di prima, con gli annunci che appaiono in tutte le pagine.

Per disattivare AdSense su un singolo elemento del nostro sito dobbiamo solo aprire in edit la pagina o il post che ci interessano. Scorrendo un po’ (dipende dai plugin che abbiamo installati) troveremo la voce Head & Footer code

Disattivare Adsense codice pagina

Ora, io che sono un vecchio cinghiale e mi fido poco dei campi lasciati vuoti ho inserito un commento HTML.
Il concetto comunque è semplice: quello che scriviamo nel campo sostituirà il codice Header generico inserito sopra, se abbiamo attivato la spunta Replace… 

Ciao-Ciao AdSense sulla pagina incriminata.

Brutto? Senza dubbio. Sporco? Probabile. Elegante? Nemmeno per idea. Ma problema risolto, in dieci minuti. (Che visto il rendimento degli Ad, è pure troppo).

Quanto costa la certificazione ECDL

Quanto costa la certificazione ECDL?

Quanto costa la certificazione ECDL in Italia, fra prezzi “ufficiali” (che non esistono) e consuetudini per chi offre certificazioni e corsi.

Rispondendo a una domanda arrivata su questo sito (ma senza mail per una risposta!) ho preso qualche informazione. Cercherò di raccontare quanto costa la certificazione ECDL in Italia, in base alle informazioni disponibili e naturalmente alla mia esperienza diretta.

Quanto costa la certificazione ECDL secondo il listino ufficiale?

Qui la risposta è facile: non esiste un listino ufficiale con i costi degli esami ECDL e della certificazione. L’istituto che gestisce la patente europea del computer non ha fini commerciali e per questo motivo non eroga direttamente corsi, non pubblica direttamente libri e così via.

In realtà, il prezzo della certificazione ECDL dipende dal test center e dal tipo di approccio che vogliamo dare. Infatti possiamo decidere di sostenere i soli esami, oppure di seguire un corso.

Quanto costa certificarsi ECDL se vogliamo sostenere solo gli esami?

Qui possiamo farci aiutare dal sito ufficiale italiano, che nella sezione Domande Generiche ha una risposta a questa domanda. Il prezzo medio da loro rilevato è di 90 euro per la skill card, cioè il “libretto” sul quale verranno registrati gli esami, e di 30 euro per esame. Per i 7 esami dell’ECDL Full Standard questo ci porta a un totale di 300 euro.

Tuttavia, basta farsi un rapido giro online per renderci conto che si tratta di un’indicazione di massima. Fra costi competitivi e convenzioni si arriva serenamente a 75 euro per la skill card 25 per ciascun esame. 250 euro in tutto.

Tuttavia non è ancora il momento di tirare fuori il portafoglio. Infatti il mio consiglio è quello di informarsi prima sui corsi disponibili. Molti di questi infatti offrono skill card e esami compresi nel prezzo. Il che ci porta al secondo punto.

Quanto costano i corsi ECDL?

Dire che si trova di tutto sarebbe riduttivo. Chi è ancora in età da scuola superiore o università può iniziare informandosi presso il proprio istituto, che spesso offe corsi gratuiti o a prezzi convenzionati. Naturalmente esistono anche corsi privati, ma il mio consiglio è sempre quello di contattare gli enti formativi della propria zona.

Sfortunatamente infatti in Italia è poco nota, ma esiste una direttiva europea chiamata Formazione Continua individuale (FCI) che mette a disposizione per qualsiasi lavoratore un “voucher” per seguire corsi di aggiornamento, non solo strettamente professionale, piuttosto consistente. Si parla di qualche migliaio di euro. Il bello è che basta chiederlo attraverso un ente formativo.

Molti enti, proprio per questo, offrono corsi ECDL a costi che, con la convenzione, diventano estremamente competitivi. E spesso includono nel “pacchetto” anche le skill card per sostenere gli esami. A conti fatti, potremmo tranquillamente arrivare a pagare il corso meno dei soli esami se li comprassimo per conto nostro.

Quindi il mio consiglio è questo: prima di cercare un test center, cerchiamo un corso convenzionato. Potremmo ottenere la certificazione ECDL risparmiando un bel po’.

La Stampa e Google

Google, La Stampa e l’importanza dei contenuti

Google sta siglando una partnership con otto provider di contenuti europei. Ne parliamo diffusamente su MCCPost, ma come sempre qui mi ritaglio lo spazio per qualche riflessione più personale.

Prima di tutto, un po’ di sano campanilismo: che l’editore online scelto per l’Italia sia La Stampa di Torino, è senza dubbio una fonte di gioia per un piemontese, e una lezione per tutti: si può fare innovazione, ed eccellere, anche nel nostro “antiquato” Piemonte. Che poi, a ben guardare, fra scoperte vecchie e nuove, proprio tanto antiquato non è (pensiamo a Olivetti, per esempio, o all’aver portato in Italia la rivoluzione industriale, giusto ricollegarmi anche al mio amore per lo Steampunk).

Poi, una seconda considerazione: Google ha Google News, il più potente aggregatore di notizie che la storia ricordi, eppure decide di collaborare con i fornitori di contenuti. Naturalmente ci sono molte motivazioni, di natura diversa, dietro a questa scelta, fra cui quella di risanare una frattura storica fra editori, fornitori di contenuti e Google, accusato di “rubare” utenti proprio a causa di News (anche se chiunque abbia anche solo una vaga idea di come funzioni Internet sa quanto questa speculazione sia infondata). Tuttavia Google, probabilmente anche per calmare le acque, ha messo in pieno un piano che prevede proprio la collaborazione con alcuni dei suoi “potenziali nemici”, probabilmente quelli più propensi alla tecnologia, che probabilmente hanno accettato di buon grado.

Infine, l’ultima osservazione, che si lega maggiormente alla creazione di contenuti, quindi al content marketing, che vorrebbe essere una delle colonne personali di questo blog. Per la verità due, ma una è poco più di un inciso.

Da un lato abbiamo editori tradizionali che, davanti a un prodotto innovativo come Google News, si stracciano le vesti e fanno i capricci, gridando al furto, con schiere di flagellanti al seguito, spesso professionisti dell’informazione rimasti fermi, professionalmente, al 1980. Dall’altro abbiamo editori tradizionali, come La Stampa (che per inciso, è in giro dal 18-maledetto-97, quindi non è propriamente una startup) che colgono le opportunità, innovano e da giornale cittadino diventano parter europei di Google. Mettendo le mani su una fetta dei 150 milioni di euro nel processo. Indovinate a quale delle due fazioni sarà ancora in giro nel 2097…

Infine, l’ultima delle mie opinioni su questa storia: i contenuti di qualità vincono sempre. Certo, il caso dei quotidiani non riguarda propriamente il content marketing, ma il concetto è invariato. Google News sarebbe nulla senza partner che producono contenuti editoriali di qualità, e questi partner a loro volta sarebbero nulla senza contenuti.

Spesso, durante le mie lezioni di web marketing e content marketing porto come esempio provocatorio quello che amo chiamare il caso 4chan (magari ne parlerò diffusamente, prima o poi), per spiegare come il content marketing, in questo caso esasperato nella declinazione di user generated content nel campo dei meme e del trash, possa essere sufficiente da solo per trainare il successo di un sito. Oggi la storia è un po’ diversa da quando è nato il celebre sito, ma un concetto rimane invariato: avere contenuti di qualità significa conquistare raggiungibilità anche nel tempo, credibilità, offrire un servizio importante. Se vogliamo estremizzare, avere contenuti di vera qualità significa poter fare a meno dei trucchetti del SEO, dei vezzi della grafica esasperata e in un impeto di tautologia, direi anche del content marketing stesso.

Google crede nei contenuti. Se dobbiamo credere a Google Trends, anche il resto del mondo inizia a crederci.

Pensateci la prossima volta che dovete pianificare una strategia.

Open Humans Network

Umani Open Source per la ricerca – MCCPost

Ieri ho scritto per MCCPost un articolo un po’ fuori dagli schemi, in cui affronto un argomento attuale e controverso: il connubio fra tecnologia, medicina e ricerca. Potete trovare i dettagli nell’articolo, ma la sostanza è che Open Humans Network, una neonata fondazione, permette a qualsiasi cittadino statunitense di donare alla scienza i propri dati medici, rinunciando a una parte della propria privacy a vantaggio della ricerca.

Certo, ci cono decine di interrogativi, in particolare sul tipo di verifica che verrà fatto sulle credenziali dei ricercatori che chiedono di utilizzare questi dati, e sul rigore scientifico con cui verranno raccolti. Il secondo però è un problema di tutti i sistemi di raccolta diffusa, è già stato sollevato anche per ResearchKit di Apple.

Rimane però un punto, importante: quanto la tecnologia, anche quella che usiamo quotidianamente, può aiutare la scienza in generale e quella medica in particolare?

Moltissimo. Ma ci vogliono le giuste competenze. Per il momento, almeno a leggere quello che accade nella “mia” rete, sembrano essersene accorti più gli esperti di tecnologia che quelli di medicina. Prima di tutto, probabilmente, perché conosciamo meglio le potenzialità degli oggetti che usiamo ogni giorno, poi perché sappiamo perfettamente che la tecnologia non è solo un fastidio innestato a forza nelle procedure quotidiane che funzionavano benissimo con la carta. Infine, perché un appassionato di tecnologia non è passato attraverso gli anni ’90 senza aver ascoltato almeno una volta la voce della sirena della cultura Cyberpunk.

Tornando a noi, ci vogliono le giuste competenze. Che non possono e non devono essere solo quelle tecnologiche. Come amo ripetere anche durante i miei corsi, Il Digitale deve offrire soluzioni, non creare problemi. Vale anche per la tecnologia in generale, ma purtroppo, quello di “lasciar fare agli informatici” è un vizio piuttosto diffuso nel nostro ambiente, che spesso ha portato più problemi che soluzioni. Interfacce inusabili, comunicazione assente, valore aggiunto imperscrutabile, sono tutti difetti che hanno portato al problema di cui sopra, cioè la scarsa adozione della tecnologia, proprio negli ambienti in cui, forse, servirebbe di più.

Chissà se l’attenzione sollevata da iniziative come questa porterà, finalmente, a un dialogo costruttivo fra il Digitale, che deve essere uno strumento, e la ricerca, che in questo caso è il fine. Medicina, è il momento di fare la tua mossa.

illustrazione di schermo con lucchetto

Recuperare le Password dimenticate – MCCPost

Per MCCPost.com oggi ho scritto una guida sul recupero delle password dimenticate attraverso il salvataggio automatico dei browser. Un’operazione immediata per gli esperti, che però può salvare tempo e sforzi a chi è agli inizi della sua vita digitale.

Fra i tipi di contenuti che creo, le guide o tutorial sono fra i miei preferiti, per diversi motivi.

Prima di tutto, perché sono una delle forme più dirette di divulgazione: hai un problema, trovi la soluzione. Facile, rapido. Poi perché circostanziare un problema e fornire le istruzioni per risolverlo da zero in tre minuti è un’ottimo esercizio per chi fa divulgazione per lavoro. Spesso gli spunti per le guide arrivano proprio dalle domande dei miei allievi, e, viceversa, quello che mi viene commissionato come tutorial diventa un’ottimo spunto per le lezioni, quando la rigidità di programmi come ECDL lo permette.

Infine, l’aspetto strategico non è da sottovalutare. Le guide sono una forma di content marketing potentissima: rispondono a necessità reali e dimostrano meglio di molte altre la competenza nel campo che vogliamo coprire. Inoltre, visto che molti problemi si manifestano ciclicamente, hanno una vita lunghissima (ne parlerò in un prossimo articolo) molto maggiore per esempio dell’attualità o dei contenuti creati sull’onda delle mode. Per questo motivo, quando è fattibile, consiglio a chi mi affida la gestione del proprio content marketing di includerli nel progetto. E spesso funziona!

Ultima postilla: visto che per me sono un’ottimo spunto di conversazione, se avete qualche problema da risolvere, scrivetemi ! Se è tecnicamente possibile, vi risponderò sotto forma di tutorial, qui o altrove ;)