Fine festa catastrofismo

Cari editori, la festa del Covid non si ripeterà. Rassegnatevi e passiamo oltre.

Il riflesso condizionato del catastrofismo alimenta ancora le speranze di molte testate, anche famose. Ma non succederà di nuovo.

Parliamo di fatti ed eventi recentissimi. Pochi giorni fa è scattato il protocollo d’emergenza presso l’Ospedale Sacco di Milano per due presunti casi di Ebola rilevati su cooperanti rientrati dall’Uganda: i titoli sono volati alti, il panico da bacheca si è attivato immediatamente, per poi sgonfiarsi poche ore più tardi quando i test ufficiali del Ministero della Salute hanno confermato la totale negatività delle analisi, riconducendo il tutto a una comune gastroenterite (trovate la smentita ufficiale del caso su L’Unione Sarda). Sempre in questo mese, i fari mediatici si erano accesi su un focolaio di patologie respiratorie scoppiato a bordo di una nave da crociera, il famigerato Hantavirus, su cui subito la maggioranza delle testate, anche molto blasonate, si sono buttate a capofitto cercando di trasformarla nella nuova emergenza globale. Tutto questo ignorando allegramente il fatto più importante: gli infettivologi hanno subito chiarito che il rischio reale per la popolazione rimaneva eccezionalmente basso (come spiegato nel dettaglio medico da Humanitas).

Che cosa ci dicono questi episodi ravvicinati? Ci dicono che una parte consistente dell’editoria digitale italiana soffre di un riflesso condizionato tristemente evidente. Il trauma di fondo è la fine del biennio 2020-2021: un’epoca d’oro in cui i siti di informazione registravano numeri di traffico astronomici e lettori totalmente ipnotizzati da ogni singolo aggiornamento sanitario. Oggi quei numeri sono passati, ma la ricerca di un nuovo mammellone a cui attaccarsi continua. Ogni volta che su una nave salta fuori una malattia tropicale o un termometro sale in un reparto infettivi, nelle redazioni si attiva una tendenza disperata: tentare di replicare artificialmente il successo editoriale del COVID-19, gonfiando la narrazione oltre ogni limite oggettivo. Ma le persone si sono semplicemente annoiate.

I dati della disperazione: perché i publisher urlano?

Questa ostinazione a spingere ogni minima notizia medica in modo eccessivo è chiarissima per chi, sfortuna sua, conosce marketing, SEO, KPI e in generale il mondo metrica-dipendente delle attività di comunicazione digitale. Bisogna guardare, o immaginare di poter guardare, non ci vuole poi molta fantasia, ai bilanci e alle metriche dei grandi network editoriali. I siti di informazione stanno affrontando una crisi strutturale. I dati dimostrano che la reach organica è in picchiata ormai da anni (fra le numerose cose che dovrò fare prima o poi c’è senza dubbio un ragionamento su quanto sia stato intelligente e lungimirante affidare la gran parte del proprio core business a piattaforme e aggregatori esterni, ma come sempre mi dilungherei troppo).

Reach in picchiata, dicevamo, E quando l’algoritmo di una piattaforma taglia la visibilità delle pagine, la reazione immediata dei “professionisti”, purtroppo non solo di quelli dell’ultimo minuto, è purtroppo sempre la stessa: pubblicare di più e alzare i toni a completo discapito del vero dialogo e della qualità dei contenuti. Lascia stare, per carità, che ci siano pure studi e report che spiegano come la redditività non cresca in modo lineare con le pageview:, sia mai che gli rovini qualche certezza.

Questo comportamento è figlio di due problemi: la scarsa comprensione delle metriche e di una eredità pesante. Nelle settimane più critiche della prima ondata del 2020, l’Italia era ufficialmente la nazione con il tasso di crescita più elevato in Europa per la produzione e la fruizione di informazione online, come registrato nel report ufficiale dell’Osservatorio Speciale dell’AGCOM. Eravamo il paese europeo più saturo di notizie sanitarie. Quella saturazione temporanea ha creato un precedente che ha drogato le metriche interne degli editori.

Oggi che le piattaforme Big Tech riducono costantemente l’invio di traffico verso i siti esterni, come racconta il report globale del Reuters Institute Digital News Report, i publisher si trovano nel bel mezzo di una crisi d’astinenza da click. Questo calo sistematico li sta costringendo a trucchetti algoritmici estremi pur di strappare una visualizzazione basata sulla paura. Tutto questo, ignorando quello che dovrebbe essere chiaro a qualsiasi professionista: scorciatoie e sotterfugi sono destinati a funzionare sempre meno. Eppure sono convinto che ogni mattina c’è qualcuno che si alza, guarda la lista dei dieci articoli più visti di sempre sulla sua testata, ne vede quattro sul Covid, e martella la redazione perché trovino un’altra malattia. Cinico? Provate a chiedere in giro a chi ha lavorato in un certo tipo di ambiente che vive di numeri e classifiche.

La reazione del lettore: l’abitudine alla paura e la disaffezione

Il vero errore strategico di questa caccia al contagio risiede, oltre nel dimostrare di avere capito poco delle dinamiche online, nella totale incomprensione della psicologia del pubblico. Le persone hanno sviluppato veri e propri anticorpi cognitivi. I dati ufficiali sul nostro mercato lo spiegano meglio di ogni mia disseranzione non richiesta: secondo la seconda edizione dell’Osservatorio annuale sul sistema dell’informazione dell’AGCOM, assistiamo a una pesante “fuga” intenzionale dalle notizie, con un italiano su cinque (il 20% della popolazione) che dichiara esplicitamente di evitare di informarsi regolarmente. Tra i fattori determinanti di questo distacco, spiccano il sovraccarico informativo, l’eccessiva negatività e la ripetitività dei contenuti.

Siamo di fronte allo stesso identico meccanismo che vizia le piattaforme di recensioni sul web: quando le valutazioni vengono fornite dagli utenti solo per assoluti estremizzati (o il locale è il paradiso in terra o è la peggiore bettola della storia), il sistema perde credibilità e le persone tendono a passare oltre. Se ogni linea di febbre tropicale viene trattata come l’apocalisse imminente, il lettore medio non clicca di più; semplicemente scappa, cancella la notifica e impara a considerare del tutto irrilevante chi grida continuamente “al lupo”. Insomma, qualcuno pensa che barattare un cliente fidelizzato con venti persone che passano a dare un’occhiata sia una buona idea (e la cosa triste è che non è così solo nell’editoria, ma anche qui divagherei troppo).

Le metriche di vanità (ancora? nel 2026?)

Nel giornalismo, così come nel digital marketing, esiste un bug sistemico duro a morire: scambiare i grandi numeri per valore reale. Molti direttori editoriali e social media manager sono rimasti intrappolati in una caccia disperata al traffico orizzontale, che alimenta una sorta di dipendenza editoriale da numeri sempre in crescita. Nasce nei titoloni clickbait e si nutre della necessità nevrotica di gonfiare i fogli di calcolo dei report settimanali, mensili e trimestrali (perché, si sa, sono l’unica cosa che interessa agli investitori, come se questa logica non avesse già fatto abbastanza danni a settori come il gaming o il cinema).

Ma c’è una dura verità di settore che va accettata una volta per tutte: il numero puro di visualizzazioni, che sia ottenuto attraverso il panico o con qualsiasi altro sotterfugio (perché di quello si tratta) non è una metrica di valore reale. Esattamente come accumulare centomila fan distanti o disinteressati non significa assolutamente nulla per la crescita sana e la sostenibilità di un’azienda, così i click rubati con l’allarmismo non creano lettori fidelizzati, non generano abbonamenti e distruggono l’asset più importante di una testata: l’autorevolezza oggettiva. Alimentare la news fatigue e tradire il pubblico pur di salvare i report di traffico del mese è una scelta strategica suicida a lungo termine.

Come sopravvivere alla carestia del traffico

Quando il digitale complica l’accesso all’informazione e la corretta comprensione della realtà invece di semplificarla, significa inevitabilmente che si sta sbagliando qualcosa. Non possiamo pensare che la via d’uscita per l’editoria sia inventarsi la prossima pandemia: si dovrebbe cambiare radicalmente modello mentale.

Per sopravvivere al crollo della visibilità organica e alla disaffezione, la regola d’oro è smettere di ragionare in modo puramente dipendente dalle bacheche delle piattaforme terze e mettere finalmente al centro della strategia i propri owned media. Bisogna tornare a costruire relazioni stabili, newsletter curate, applicazioni proprietarie e spazi in cui il valore del contenuto sia indispensabile e non basato sulla leva emotiva della paura.

Cari editori, rassegnatevi: la festa del traffico facile del 2020 è finita e non ci sarà alcun sequel. Smettetela di annoiare le persone con la costante ricerca della malattia del giorno e tornate a fare l’unica cosa che vi terrà in vita: informare con onestà.

Cosa ne pensi?

Pensi anche tu che l’informazione digitale sia rimasta intrappolata nel loop del sensazionalismo? I dati AGCOM sulla fuga dalle notizie rispecchiano le tue abitudini di lettura attuali? Parliamone nei commenti.

FTUE

Se non superi il login, il futuro non esiste

La tecnologia cresce a un ritmo sempre più rapido, ma non per tutti. Il Digital Divide è ancora fra di noi.

Siamo onesti: negli ultimi mesi non puoi partecipare a un aperitivo o aprire LinkedIn senza essere travolto da qualcuno che ti spiega come l’Intelligenza Artificiale risolverà ogni tuo problema. Viviamo in una narrazione collettiva che ci vede tutti innovatori, tutti sperimentatori, tutti impegnati a costruire il proprio agente, il proprio sistema IA casalingo, la propria startup autonoma. Per quanto abbia lavorato molto negli ultimi anni per non cedere alla FOMO, ammetto che trovare una stabilità è molto dura.

Ma ecco Cosa succede nella realtà? Ci sono altre ragioni che mi portano a pensare che questa sia la più antidemocratica delle rivoluzioni digitali che abbiamo vissuto finora, ma una in particolare secondo me è alla radice di tutto: mentre nei soliti circoli si discute della coscienza del silicio, là fuori c’è una marea silenziosa di persone ferma davanti allo schermo. Non perché non capiscano l’IA, ma perché sono rimaste chiuse fuori dal proprio PC da una domanda semplice di un browser o del sistema operativo.

Prima di proseguire, mi spiego: Avete notato come gli utenti inesperti siano completamente usciti da qualsiasi equazione? Qualche anno fa la facilità d’uso e di configurazione era spesso al centro della promozione di computer e dispositivi. Oggi non è più così.

Perché di facile non c’è proprio nulla: il primo accesso a un dispositivo, a un computer, ma anche a una applicazione di uso quotidiano come un browser è una fatica per gli utenti esperti, fra richieste, privacy, uso (quasi sempre predatorio) dei nostri dati e così via. Immaginiamo cosa sia per un principiante o per qualcuno che si avvicina per la prima volta.

La trappola del “Primo Incontro” (FTUE)

Nel gergo tecnico la chiamano FTUE (First-Time User Experience) o OOBE (Out-Of-Box Experience). Dovrebbe essere il tappeto rosso steso per l’utente, ma spesso si trasforma in un interrogatorio che fa sembrare i libri di Kafka una passeggiata di salute. Programmi e browser pongono domande presentate come non tecniche, ma che per un utente non esperto sono blocchi cognitivi insormontabili.

Pensiamo per esempio all’uso dei dati personali, alle comunicazioni di marketing, all’uso delle telemetrie per la profilazione e così via. Una noia per “noi” esperti, una fonte di ansia per chi è agli inizi.

La ricerca scientifica conferma che non è pigrizia: uno studio recente osserva che oltre il 95% degli utenti mantiene le impostazioni di default dopo l’installazione. Questo accade perché lo sforzo di valutare le opzioni è percepito come eccessivo rispetto alle proprie competenze. Se il sistema ti chiede di scegliere tra “dati diagnostici opzionali” e “configurazione di base”, a un principiante suona come un test. Che ha paura di fallire. Su questo ci sarebbe da aprire tutto un altro tema, sull’opportunità di permettere questo tipo di raccolta, ma ci porterebbe troppo lontano.

Per ora rimaniamo al punto principale: queste domande bloccano chiunque non sia un esperto, praticamente sulla porta del suo possibile futuro.

Perché le domande “semplici” sono indecidibili?

Ho scavato un po’ (grazie mille Perplexity, ne parlerò diffusamente in fututo) nella letteratura in merito a permessi, consensi, ed esperienze degli utenti al primo approccio. E ho trovato tre meccanismi che rendono queste domande “bloccanti”:

  1. Incertezza Radicata: Uno studio su 150 utenti ha dimostrato che le persone sono incerte sulla necessità di concedere circa metà dei permessi richiesti. Questa “nebbia decisionale” porta alla paralisi o, peggio, alla rinuncia.
  2. Sovrappeso Cognitivo (Choice Proliferation): Aumentare le opzioni e usare pulsanti di default evidenziati non aiuta l’utente, lo confonde. Molti partecipanti a test sui cookie banner si dicono “pentiti” delle scelte fatte perché hanno percepito il dialogo come ingannevole. In generale, il tema del design delle interfacce porta a problemi di comprensione e interpretazione.
  3. Asimmetria della privacy literacy: La privacy literacy modifica il modo in cui gli utenti percepiscono i rischi: chi possiede più conoscenze tende a essere più consapevole delle implicazioni, mentre chi ne ha meno fatica a interpretare termini tecnici e finalità di trattamento. In altre parole, se è prudente, si trova semplicemente chiuso fuori

La verità scomoda è che i vendor progettano sistemi che trattano l’utente come un esperto legale o un sistemista, nascondendo la complessità dietro una grafica fintamente semplice, spesso con dark pattern e scelte quasi obbligate. Un giochetto in cui è difficile capire se le cose sono fatte ignorando i bisogni di alcuni o per sfruttarli sapientemente a vantaggio della raccolta dati, ma in cui il risultato non cambia: l’utente si disorienta, perde fiducia e in molti casi abbandona ancora prima di avere avuto l’opportunità di provarci.

Il mito del default e i “Cyber Novices”

Dobbiamo smettere di pensare che l’esclusione digitale riguardi solo gli anziani. Esistono i “Cyber Novices”: persone che usano il web per acquisti e pagamenti ma che dipendono totalmente dalle configurazioni predefinite. Per queste persone, il default non è una scelta ottimizzata, è l’unica via di fuga.

E sarebbe sbagliato pensare che sia una questione di età. Lo sapevo per esperienza, ma ne ho trovato conferma in letteratura. Non è il solito cliché del nonno che non sa usare il mouse. I “cyber novices” sono persone che usano il web per vivere, ma che davanti a un dialogo di consenso cookie o a una richiesta di permessi provano incertezza e ansia. La privacy non è un obbligo legale, è una questione di rispetto. Se costringi un utente a cliccare “Sì” solo per far sparire una finestra che non capisce, hai fallito come progettista. Oppure sei bravissimo a fare gli interessi (predatori) dell’azienda che ti ha commissionato un design che forzi gli utenti verso le scelte che hai impostato come predefinite. Come si diceva un tempo, a pensare male si fa peccato…

Rimane il punto: non avete idea del numero di persone che incontro ad ogni corso di base che si blocca davanti, per esempio, alla prima configurazione di Edge o Chrome: quell’accedi o crea account, quell’ invia i dati facoltativi, sono fastidi per noi esperti, ma muri per chi inizia ed è, giustamente, intimorito.

La documentazione ufficiale di Windows 11, ad esempio, descrive una sequenza OOBE che include fino a 7 voci per la privacy, salvataggio su OneDrive e promozioni Microsoft 365. Se non sai cos’è il cloud, quella domanda su OneDrive non è una opportunità di salvataggio, è un ostacolo che ti impedisce di iniziare a lavorare. Un concetto da romanzo cyberpunk in piena regola: tecnologia avanzatissima servita con una User Experience che punisce chi non ne conosce il linguaggio e che la rende ancora più antidemocratica di una opzione a pagamento.

Un cambio di rotta indispensabile

Come ho accennato in apertura, sto maturando la convinzione che l’innovazione stia diventando antidemocratica. Oggi, per poterne fruire servono sia competenze, sia budget. Anche l’Open Source, infatti, è sempre più vincolato alla potenza di calcolo disponibile, che costa. Almeno dal punto di vista del primo ingresso, sarebbe carino che gli utenti fossero facilitati, invece di subire una sorta di gatekeeping.

La privacy non è un obbligo legale da “smaltire” con un banner fastidioso; è una questione di rispetto per l’autonomia dell’utente. Se il digitale complica la vita invece di semplificarla, la colpa è del design, non di chi lo usa. Soprattutto perché è in gioco il potenziale futuro di persone che cercano di avvicinarsi a nuove opportunità, spesso per necessità di studio o lavoro. E si meritano la strada spianata.

Per chi volesse approfondire i dati tecnici citati, ecco altri due riferimenti


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Infodemia: se tutto è importante, nulla lo è davvero

Ormai la nostra dieta informativa è composta da un buffet infinito dove tutto sembra “imperdibile”. Ma la verità è che se non sappiamo distinguere un segnale dal rumore, la saturazione ha preso il posto dell’informazione.

Quali sono le tre cose più importanti che sono successe nel tuo settore questa settimana?

Se non sai rispondere probabilmente è perché te ne vengono in mente venti e non sai scegliere: sei vittima di infodemia.

Non sentirti in colpa. È una condizione sistemica. Ci hanno venduto l’accesso illimitato alla conoscenza come la nuova età dell’oro, ma ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un “rumore bianco” costante che prosciuga la nostra capacità critica. Come in una versione distopica di Matrix, non stiamo scegliendo la pillola rossa; stiamo solo cercando di non affogare nel flusso di codice. Ma la verità è che stiamo morendo di sete in mezzo a un oceano di dati. Mi fa venire in mente un passaggio geniale di Buona Apocalisse a Tutti:

The theory was that if you ate enough MEALS™ you would a) get very fat, and b) die of malnutrition.

Pensiamo al rapporto che abbiamo sviluppato negli ultimi anni con le informazioni e vedremo che purtroppo non è molto lontano dalla realtà.

Cos’è davvero l’infodemia (e perché non è solo “troppa roba”)

Il termine infodemia non è un neologismo da conferenza o da post social (lo dimostra anche il fatto che non se ne parla molto, lo so, non è un argomento con cui si fanno i big like). È stato sdoganato ufficialmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che lo definisce come una sovrabbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili e indicazioni affidabili quando ne hanno bisogno.

Solo un problema di quantità? Magari! Il vero dramma è la dissoluzione della gerarchia informativa. Nel mondo pre-social, esistevano strumenti di mediazione, sia professionali sia indipendenti. l’editoria, per esempio svolgeva un lavoro spesso vissuto come poco nobile ma indispensabile: la cura dei contenuti, o content curation. C’era un direttore, c’erano i caporedattori, c’erano i redattori. Qualcuno decideva cosa andava in “prima” (perché cambiava il mondo) e cosa finiva in decima pagina (perché era un dettaglio per addetti ai lavori).

In altre parole, qualcuno decideva per noi cosa era più meritevole nella nostra attenzione. Cerco di essere molto chiaro, non è un concetto semplice né comodo: storicamente abbiamo scelto la disintermediazione, spesso per scarsa fiducia nei confronti di chi, testata, canale televisivo, o sito, operava questo tipo di cura, a favore di un modello in cui “ognuno va a cercarsi le informazioni che gli interessano”.

Solo che è finita malissimo, perché nell’equazione nessuno ha considerato o visto arrivare il mercimonio della nostra attenzione.

Oggi, quel filtro è stato sostituito da un algoritmo che non ha etica, ma solo obiettivi di business. Per un feed di LinkedIn o Facebook, una notizia sulla fusione nucleare e il post di un “guru” che spiega come svegliarsi alle 4 del mattino hanno lo stesso peso visuale, purché generino lo stesso tempo di permanenza sullo schermo. La qualità è stata sacrificata sull’altare dell’engagement.

Se vogliamo leggerla in modo un po’ più (Cyber)punk, abbiamo sostituito una forma di controllo con una peggiore, perché almeno prima il mercato era evidente e se non ci piaceva più un giornale / magazine / programma semplicemente smettevamo di comprarlo o di seguirlo.

Il paradosso della scelta e la morte dell’occhio critico

Oggi la situazione la conosciamo tutti, anche sulle piattaforme più professionali o orientate al business: tutti riportano notizie, ma nessuno le pesa o le cura. Al massimo emerge qualche post, secondo me ancora più cringe, del tipo “No, non è andata davvero così”. Siamo passati dall’era dei cronisti a quella dei ripetitori. Se una notizia appare su dieci bacheche diverse, tendiamo a considerarla vera o importante. È un bias cognitivo classico, ma potenziato dai bit. E oggi anche dall’IA che, come noto, ha un fortissimo potere di rumine nei confronti dei concetti più diffusi.

In psicologia si parla di sovraccarico cognitivo o Cognitive Overload. Secondo studi condotti da istituti come il Nielsen Norman Group, gli utenti web non “leggono”, ma “scansionano”. Si lo so: secondo le buone pratiche non bisognerebbe citare una ricerca del 1997. Ma se siamo qui a ragionarci, è perché evidentemente non ne abbiamo compreso le implicazioni. Quando scansioniamo, perdiamo la capacità di analisi profonda. Non ci chiediamo più: “Perché questa notizia è rilevante per me?”, ma ci limitiamo a registrarla come rumore di fondo.

I media più tradizionali, compresi i siti specializzati, con tutti loro suoi difetti e le loro linee editoriali talvolta parziali, offrivano però un contesto. Oggi il contesto è morto. Abbiamo frammenti di informazioni, come snippet, reel, video brevi o post, che galleggiano nel vuoto. Come scrivevo troppo tempo fa a proposito degli algoritmi, ci siamo abituati a contenuti irrilevanti che tradiscono la nostra attenzione. Se non c’è qualcuno che mette un occhio critico, la rete diventa una immensa echo chamber, una sala degli specchi dove vediamo solo ciò che l’algoritmo pensa ci piaccia.

La quantità non è competenza: il mito dell’onniscenza è insostenibile

Esiste una verità scomoda che molti professionisti del personal branding evitano: accumulare informazioni non significa acquisire competenze. Nelle mie lezioni sulla mentalità e la vita digitale insisto sempre su un punto: dobbiamo imparare i principi, non comandi o istruzioni. Per arginare l’infodemia, il principio cardine è la selezione. Essere esperti oggi non ha niente a che vedere con il conoscere tutte le novità. Al contrario, Significa avere il coraggio di ignorare il 95% del rumore per concentrarsi su quel 5% che sposta davvero l’ago della bilancia.

E qui nasce il problema: chi ci aiuta oggi a decidere, in un mondo in cui anche il più autorevole degli esperti deve buttare fuori secchiate di informazioni per non essere sommerso dallo slop?

La bulimia informativa produce quello che chiamo il last minute expert: uno che sa citare l’ultimo report di Gartner ma non sa applicare una logica di problem solving elementare. È la differenza che passa tra un ingegnere che conosce la fisica e uno che sa solo usare un software di simulazione senza avere mai sofferto davvero davanti all’equazione della catenaria.

Possiamo evitare che la nostra attenzione sia fatta a brandelli?

Se vogliamo salvarci dobbiamo tornare a essere dei curatori. Peraltro è un tema che mi è molto caro e sarebbe davvero bello che questo post originasse l’opportunità per iniziare a collaborare per una scelta più consapevole delle informazioni da conoscere (non si sa mai).

Per quanto mi riguarda, io ho scelto un approccio molto rigido.

  1. Scelgo le fonti: non seguo “tutti”. Seleziono tre o quattro fonti che abbiano dimostrato negli anni di avere occhio critico e consapevolezza. Pivilegio chi scrive (o informa) meno, ma meglio. La qualità richiede tempo; chi pubblica dieci post al giorno sta solo saltellando davanti ai miei occhi per avere la mia attenzione. E soprattutto, niente sensazionalisimo: al terzo “questa cosa cambierà il mercato per sempre”, sei fuori.
  2. Verifico le fonti: non mi fido di screenshot, video o versioni riportate. In fondo siamo già nell’era della post-verità e della verità artificiale. La consapevolezza digitale parte dal dubbio. Se ne ho cerco conferme su studi accademici, siti governativi o report ufficiali. Anche qui, se non ci sono riscontri o la fonte mi rende il lavoro troppo difficile perché riporta dati o fatti troppo oscuri, passo oltre.
  3. Applico la cura manuale: a fine giornata o a fine lettura mi chiedo sempre se quello che ho letto o visto mi ha lasciato qualcosa. Se non so rispondere, ho buttato via il mio tempo.

Rieducarci e “ricablare” il nostero cervello

La soluzione non è disconnettersi. Il digital detox sarebbe anche una buona idea, per chi non ha bisogno di lavorare. Ma non è applicabile nel mondo reale: sarebbe come dire a un marinaio di evitare l’oceano perché c’è troppa acqua. La soluzione è imparare a navigare con una bussola, non seguendo ogni onda.

Dobbiamo accettare che nessuna strategia informativa è eterna. Dobbiamo avere l’umiltà di ammettere che non possiamo sapere tutto. In un mondo che ci spinge a essere ovunque e a sapere tutto, la vera mossa d’avanguardia è la sottrazione.

Sopravvivere all’infodemia significa smettere di essere dei consumatori passivi di feed e tornare a essere degli analisti. Perché, alla fine della fiera, non importa quanti bit hai scaricato oggi, ma quanta consapevolezza sei riuscito a estrarre dal caos.

Ti senti ancora sopraffatto? Inizia da qui: cancella l’iscrizione a cinque newsletter che non leggi mai, oppure inizia a segnalare come “non mi interessa” alcune proposte sui feed dei social. È un piccolo passo, ma è un gesto di igiene mentale indispensabile.


Convertire CSV in Excel

Convertire i CSV in Excel è facilissimo

Se cerchiamo di capire come convertire i CSV in Excel, la buona notizia è che praticamente non dobbiamo fare nulla.

Il formato .CSV o comma separated values è uno dei formati di file più antichi. In pratica è un file di testo all’interno del quale, usando un carattere separatore, vengono archiviati dati in modo che da questi si possa ricostruire una tabella. A tutti gli effetti è un file di testo (possiamo aprirlo facilmente con blocco note, per esempio), ma per poter visualizzare correttamente i dati all’interno dobbiamo sapere come convertire i CSV in Excel, per una lettura più semplice e per lavorarli meglio.

Il formato CSV è un formato “storico”, in cui il semplice testo sopravvive un po’ per consuetudine, come avviene per esempio con i file di log, un po’ perché effettivamente, se ci interessano solo i dati “duri e puri” è uno dei modi più efficienti per esportarli e importarli, dal punto di vista della dimensione del file generato.

Se dobbiamo lavorare con i dati contenuti in questi file all’interno di Microsoft Excel ci dobbiamo preparare ad effettuare un qualche tipo di conversione.

Ci sono minimo due diversi metodi per convertire i CSV in Excel. Il primo è decisamente più pratico, ma riporto anche il secondo per completezza e per tutti i casi in cui con il metodo più pratico le cose non dovessero funzionare.

Convertire CSV in Excel con l’importazione automatica

Il metodo più semplice è senza dubbio l’importazione automatica attraverso le caratteristiche di compatibilità di Excel.

Per fare questo dovremo aprire il file .CSV direttamente con Excel, facendo clic su home dal menu multifunzione e facendo poi clic su apri. In alternativa, se abbiamo le associazioni di file predefinite di Office, possiamo anche fare semplicemente doppio click sul file in questione.

In questo modo il programma cercherà di interpretare la struttura del file in questione.

Come tutte le procedure automatiche a cui Office ci ha abituato, spesso funzionano bene ma in alcuni casi è necessario metterci mano.

In questo secondo caso purtroppo il primo metodo non ci offre granché a livello di opzioni, per cui dovremo, per usare un vecchio adagio, chiamare la cavalleria.

Una delle cose che mi piace di più raccontare ai miei allievi durante i corsi (quelli basati su ECDL, ma anche tutti gli altri) è proprio il fatto che esistono più soluzioni per lo stesso problema. E in generale, quelle più veloci sono meno flessibili e viceversa.

[Nota: se vi state chiedendo perché lascio pubblicati i dati in chiaro, è semplicemente perché sto utilizzando file di esempio liberamente disponibili sul Web, per esempio questo]

Metodo 2: usare l’importazione dati legacy di Excel

Per usare lo strumento di importazione più strutturato dobbiamo ripristinare una vecchia funzione di Excel.

Dalla barra multifunzione facciamo clic su File, Opzioni (l’ultima voce in fondo alla colonna di sinistra) e poi selezioniamo la voce dati.
Qui, sotto la categoria mostra le impostazioni guidate di dati legacy, mettiamo il segno di spunta su da testo (legacy) e poi facciamo clic su ok.

A questo punto dalla barra multifunzione facciamo clic su dati e poi su recupera dati.
Qui facciamo clic su procedure guidate legacy e poi su da testo (legacy).
Selezioniamo il file .CSV da importare usando esplora risorse per aprire una finestra dedicata.

Qui dobbiamo scegliere tra delimitato o larghezza fissa in base a come sono separati i campi. Se esistono delle etichette che non vogliamo importare possiamo usare la voce inizia ad importare alla riga [X] per scegliere da dove far partire l’importazione.
Ricordiamoci di usare la finestra di anteprima per capire come verranno poi trasposti i dati.

A questo punto, nella seconda finestra, dalla voce delimitatori facciamo clic su virgola (o sull’altro carattere usato come delimitatore) e poi facciamo clic su avanti.

Scegliamo infine come formattare i dati, se come testuali, numerici, date o altro; possiamo selezionare manualmente le colonne dall’anteprima.

A questo punto avremo davanti a noi l’ultima finestra per l’importazione dei dati.
Da qui dovremo scegliere in quale punto del foglio di calcolo si vogliono inserire i dati e avremo terminato il procedimento.

Come è fatto un file .CSV?

In un file .CSV tutte le voci in questione sono divise da virgole (comma separated values in italiano vuol dire proprio valori separati da una virgola). Per la verità la convenzione prevede l’uso di caratteri diversi a seconda, anche in base al sistema operativo di origine. Ma il concetto rimane invariato.
Per questo motivo questi file sono molto popolari: appendere informazioni a un file di testo è un’operazione molto semplice dal punto di vista informatico, quindi è possibile da implementare anche, per esempio, su macchinari o strumentazione in cui la potenza di calcolo è davvero risicata-

Testo diagonale in word cover

Come tradurre un documento in Word

In Office 365 possiamo tradurre un documento in Word facilmente e velocemente, senza uscire dal programma.

Avere una traduzione accettabile di un documento oggi non è particolarmente complicato: esistono decine di servizi di traduzione, sia via Internet sia come applicazioni. Quello che forse non sappiamo è che possiamo tradurre un documento in Word, senza uscire dal programma, a condizione di avere una versione di Office 365.

Di solito, quando vogliamo tradurre qualcosa, dobbiamo copiare il testo, trovare un servizio di traduzione o un programma, incollarlo, copiare il risultato e incollarlo nuovamente in word. Una serie di passaggi infinita, che ci fa perdere molto tempo produttivo. Ma in Word di Office 365 possiamo fare tutto dall’interno del programma, letteralmente in due passaggi. Ecco come fare.

Come tradurre un documento in Word per intero

Questa è la parte più facile: apriamo la scheda revisione. Qui scegliamo lingua e infine traduci.

Tradurre un documento in Word

Poi spostiamoci nella sezione Documento del traduttore (translator) e scegliamo la lingua di partenza e di arrivo. Word scriverà un nuovo file con la versione tradotta del documento.

Come tradurre solo una parte di un documento

Se invece vogliamo tradurre solo una parte di testo, selezioniamola, poi apriamo di nuovo la scheda revisione. Qui scegliamo nuovamente lingua e traduci.

Usiamo l’opzione Traduci selezione invece di Traduci documento.

Nella barra laterale, Word ci presenterà il testo selezionato e quello tradotto. La lingua di partenza è rilevata automaticamente ma la possiamo cambiare, così come possiamo cambiare quella di arrivo.

La finestra di traduzione è editabile, quindi possiamo elaborare il testo direttamente qui. Oltre alle modifiche libere, il sistema ci dà una serie di suggerimenti per le alternative.

Facendo click su Inserisci, il testo sarà inserito nel documento. Attenzione: il testo tradotto sostituirà la selezione originale.

Come funziona la traduzione interna a Word

Il sistema di traduzione usa Bing Microsoft Translator. Nel caso delle lingue più diffuse, come inglese e francese, il risultato è accettabile, anche se come sempre non è all’altezza di una traduzione umana professionale.
Attenzione perché il sistema, anche dall’interno di Word, richiede che il computer sia connesso a Internet.

Ebbene si, finalmente è successo

Dopo circa un lustro lontano dalle riviste, sono tornato a scrivere anche sulla carta! La versione completa di questo articolo, con qualche consiglio, trucco e approfondimento in più è disponibile sul numero 202 di Il Mio Computer Idea.

Bloccare righe excel

Come bloccare righe e colonne in Excel

Bloccare righe e colonne in Excel è un ottimo sistema per rendere più leggibili i fogli, conservando sempre visibili le intestazioni.

Prima o poi le tabelle di Excel diventano illeggibili, soprattutto se contengono abbastanza righe e colonne da uscire dalla porzione visibile. Il modo più pratico per rendere una tabella di questo tipo più leggibile è senza dubbio quello di bloccare le righe o le colonne di intestazione, in modo che le altre celle continuino a scorrere ma la prima, o le prime, rimangano fisse e ci permettano di avere i riferimenti sempre sott’occhio.

Bloccare elementi in Excel: righe, colonne o entrambi

La funzione di blocco di righe e colonne si trova nel menu Visualizza. Apriamo lo cerghiamo la sezione blocca riquadri. La funzione più ovvia è blocca riga superiore, per bloccare la riga di intestazione.

La seconda funzione utile è blocca prima colonna che fa la stessa cosa della riga, ma in verticale. Naturalmente possiamo anche attivarle entrambe, per i fogli che hanno legende sia in verticale sia in orizzontale.

L’opzioni blocca riquadri permette di bloccare zone personalizzate. Tutte le righe sopra e le colonne a destra di quella selezionata verranno bloccate.

Infine sblocca riquadri, sempre nello stesso menu, rimuove tutti i blocchi.

Bloccare righe excel

Bloccare righe in Excel: da funzione nascosta a pulsante

Ricordiamoci che Moltissime funzioni di Excel compreso il blocco di righe e colonne, esistono praticamente da sempre. La vera novità è che nelle ultime versioni questa opzione, invece di essere affogata in un menù, è subito visibile. Nell’ultima versione di Excel dobbiamo solo aprire il menu Visualizza per trovare una sezione dedicata proprio a questa funzione, chiamata Blocca Riquadri.

Trattandosi di una opzione di visualizzazione, non modifica in alcun modo il contenuto delle celle, e ci permette comunque di effettuare tutte le operazioni “ordinarie” senza problemi.

Un piccolo trucco: anche se nella maggior parte dei casi questa funzione viene utilizzata per rendere più visibili le intestazioni, possiamo usarla anche per tenere sotto controllo i totali o le medie di un documento. Basterà inserirli, per esempio, nella seconda riga anziché in fondo. Dovremo solo abituarci a leggere il foglio di calcolo in modo leggermente diverso.

Ebbene si, finalmente è successo

Dopo circa un lustro lontano dalle riviste, sono tornato a scrivere anche sulla carta! La versione completa di questo articolo, con qualche consiglio, trucco e approfondimento in più è disponibile sul numero 202 di Il Mio Computer Idea.

console war cover

Cosa ci sta insegnando l’ultima console war (che non c’entra con i videogiochi)

La console war fra PlayStation 5 e Xbox Series X|S ci sta insegnando almeno due cose che non hanno strettamente a che vedere con il mondo dei videogiochi. Eccole qui.

Le console war sono vecchie quanto i videogiochi stessi, o quasi (non è che l’Atari 2600 avesse tutti questi concorrenti all’inizio, ma già con gli otto bit le cose erano cambiate). E ormai fanno parte del Folklore del mondo dei videogame. La più recente, quella fra PlayStation 5 e l’accoppiata Xbox Series X / Xbox Series S non è nella sostanza molto diversa dalle precedenti.

Si parla sempre di grafica, di processore, di prestazioni, ma soprattutto di titoli ed esclusive. Ma questa è la parte più noiosa, di cui francamente non ho molta voglia di parlare: ho dato, con il mondo dei videogame, svariati anni fa, anche professionalmente. E come si suol dire è stato bello finché è durato. Tutta via la console war del 2020 porta con sé due lezioni molto interessanti. Una delle due ha a che vedere con la SEO e la vedremo per seconda. L’altra riguarda il mercato più in generale.

La Console War 2020 ci insegna che a volte i veri vincitori non salgono sul podio

Fra appassionati ci si sta scapicollando per capire chi sarà il vincitore, in termini di vendite, quote di mercato, hype. Ma diamo un’occhiata a questi grafici:

Immagini realizzate da newatlas.com/games/playstation-5-ps5-digital-edition-vs-xbox-series-x-s-specs-comparison/
Immagini realizzate da newatlas.com/games/playstation-5-ps5-digital-edition-vs-xbox-series-x-s-specs-comparison/

Nessuno nota nulla?

Esatto AMD realizza tutti i processori e tutte le CPU di tutte le console di prossima generazione.

Quindi, possiamo dire che AMD è la vincitrice assoluta: per l’azienda, che si vendano più Xbox o più PlayStation è assolutamente indifferente. Qualcuno diceva che durante la corsa all’oro, si arricchisce davvero chi vende setacci e picconi. Calza a pennello anche a questa console war.

E cosa ci insegna la console war 2020 sulla SEO?

Ovviamente, il lancio delle sue console, PlayStation 5 in particolare, ha suscitato molto interesse. Il che ha condotto a una rincorsa alla novità.
Tutto perfettamente normale fino a quando si rimane all’interno dell’ecosistema dei siti di videogiochi e tecnologia.

Ma guardate questi due:

E si tratta solo di due casi su molti: siti verticali di altri settori che, per ragioni insondabili a chiunque faccia questo mestiere con buon senso, decidono di rastrellare qualsiasi keyword che si crede possa portare traffico.

I risultati? Ecco qui:

Il risultato è ovvio a chiunque conosca davvero la SEO. Come sappiamo, il posizionamento dipende da moltissimi fattori. Fra cui anche l’autorevolezza del dominio nello specifico settore.

Mentre alcuni sono convinti che “basti scrivere su cose che interessano per fare traffico”. Il che può anche capitare, per brevi periodi di tempo. Ma il piccolo risultato ottenuto svanisce come neve al sole appena l’algoritmo di Google effettua un controllo più approfondito.

Se aggiungiamo che spesso questi articoli vengono relegati in categorie non visibili dalla navigazione, per non intaccare l’immagine del sito, abbiamo il quadro dell’ennesima tecnica obsoleta per ottenere traffico.

Perché parlare di tutto non funziona?

Per la verità funziona, se gestiamo un sito informativo generalista. Ma se siamo specializzati, non ha alcun senso. Lasciamo per un attimo da parte gli aspetti tecnici, e proviamo a immedesimarci nell’utente.

Crediamo davvero che un utente possa pensare
Hei, guarda quanto parla bene di meccanica quantistica questo sito sul collezionismo di collari per cani! Sicuramente sono altrettanto bravi a parlare di collari per cani! Aspetta che visito quaranta pagine”

Invece di
Cosa diavolo ci fa un articolo sulla meccanica quantistica in questo sito sul collezionismo di collari per cani? Si sono sbagliati o mi prendono in giro?”

Dal punto di vista più tecnico invece sappiamo che l’algoritmo di Google parte da una valutazione paritaria, in prima istanza, per poi affinarla con parametri come la pertinenza con gli argomenti abitualmente trattari e l’autorevolezza in quel campo.

Quello che trae in inganno chi analizza i risultati superficialmente è che in effetti è possibile che ci sia un periodo di interregno in cui la pagina si posiziona, temporaneamente, anche per un settore non coperto abitualmente. E magari generi traffico per qualche giorno.

Questo conduce a un circolo vizioso aberrante: a un certo punto l’articolo perde le posizioni e smette di fare traffico. Ma l’ultima volta che abbiamo parlato di un argomento che tira abbiamo fatto traffico, giusto? Quindi facciamo più contenuti su argomenti che tirano, non importa quali.
Centinaia di migliaia di parole macinate per essere visibili per pochi giorni.

Quando, con una linea editoriale precisa e una identità definita si possono ottenere risultati che durano nel tempo.

Questo blog, dalla sua posizione infinitesimale nel Web, conserva intatte le sue posizioni da anni. E ne conquista di nuove. Lentamente, ma con un contenuto al mese quando va bene.

La stessa cosa, su scala più grande, accade su diversi siti con cui collaboro.

Si ottengono risultati migliori con pochi contenuti ragionati che non con migliaia di contenuti privi di pianificazione e direzione.

Insomma, la console war 2020 contiene un insegnamento anche per la SEO ci sono ancora moltissime persone che la fanno nel modo sbagliato.

Bonus per addetti ai lavori: ha senso tentare di posizionarsi per le keyword branded, in particolare quelle forti?

Secondo me assolutamente no. Tanto, nel 99,9% dei casi il primo risultato della SERP ormai è la pagina ufficiale del prodotto. Che è esattamente quello che l’utente cerca con la keyword secca.

Ma parliamone qui sotto, se vi fa piacere.

[immagine di copertina: Fabian Albert on Unsplash (elaborata) ]

tecniche SEO Obsolete

12 tecniche SEO obsolete, e come evitarle

La SEO è una disciplina in costante evoluzione. Vediamo 12 tecniche SEO obsolete che dovremmo evitare nel 2020.

Chiunque faccia questo mestiere da un po’ di tempo e con un approccio sistematico sa che la SEO è, fin dalle sue origini, una disciplina piuttosto confusa. Sia per la sua natura empirica, sia per la volontà di una certa categoria di esperti di costruire una sorta di aura intorno a una serie di concetti che, per la verità, sono piuttosto semplici.

Questo origina il fiorire di svariate tecniche SEO, che spesso non sono altro che la riduzione a regole di qualche moda del momento. Qualche tempo fa, un interessante articolo di Link Assistant ne ha riportate dodici. Come sempre, mi sono prodigato per tradurlo e localizzarlo, anche per semplificarlo e renderlo meno legato ai prodotti dell’azienda (alcuni dei quali sono notevoli, peraltro).

Ecco quindi una lista ragionata e rivista delle dodici tecniche SEO che dobbiamo evitare nel 2020 (alcune delle quali, onestamente, dovrebbero già essere evitate come la peste già da molti anni).

Le tecniche SEO obsolete da evitare

Le pagine ottimizzate per una sola keyword

Back in the days, l’algoritmo di Google non era eccezionale e come sappiamo produceva SERP diverse anche per ricerche molto simili. E ovviamente tuttisi buttarono a fare pagine ultraspecifiche per soddisfare ogni singola intenzione di ricerca. L’esempio dell’articolo originale lo spiega benissimo: chi produceva portatili per l’ufficio, avrebbe dovuto creare singole pagine per le keyword portatili per l’ufficio, portatili professionali, computer portatili per lavoro e così via.

Perché non funziona?

Principalmente, perché ha smesso di funzionare nel 2013, con l’aggiornamento chiamato Hummingbird. Da allora, il sistema identifica e posiziona le pagine anche per i sinonimi e le intenzioni di ricerca simili. L’italiano in quanto lingua “minore” ha ancora (pochissimo) margine per SERP differenziate, ma la tendenza è quella di uniformare e restituire i risultati in funzione dell’intenzione, non delle keyword per sé.

Cosa fare invece?

Per evitare questa tecnica SEO obsoleta, lavoriamo sull’argomento, non irrigidiamoci sulle keyword, che peraltro “valgono” sempre meno come entità a sé stante. Usiamo sinonimi e variazioni, che renderanno anche la lettura migliore per l’utente, che dovrebbe essere sempre il nostro obiettivo reale.

La densità delle keyword, la decana delle tecniche SEO obsolete

Altro concetto che risale agli albori della SEO. Un tempo si credeva che per far capire all’algoritmo che una pagina parla di un determinato argomento, fosse necessario ripetere la keyword principale diverse volte. Insomma quello che il (non troppo) buon (ma sicuramente) vecchio Yoast ancora adesso ci propone. Anche se per la verità i requisiti per ottenere il famigerato semaforo verde si sono ridimensionati. Secondo l’articolo, nel corso degli anni i sedicenti esperti SEO sono arrivati a sostenere che il cinque per cento del testo dovesse essere una ricorrenza esatta della parola chiave. Non ho nemmeno la forza di commentare. Non andrebbe nemmeno inserita fra le tecniche SEO obsolete perché la verità e che non ha mai avuto senso.

Perché non funziona?

Le keyword nel loro complesso hanno ancora una loro rilevanza, ma per dirci di piantarla con la densità delle keyword e l’uso ossessivo in generale si era scomodato addirittura Matt Cutts. Nel 2011.
Se non bastasse, ricordiamoci che il keyword stuffing è universalmente riconosciuto come spam, e può essere tanto controproducente. Oltre a essere il nemico numero uno della qualità del testo.

Cosa fare invece?

Prima di tutto, e collegandoci alla prima delle tecniche SEO obsolete, evitare di concentrarci su una sola keyword o più in generale su un numero limitato di keyword. Esistono ottimi strumenti in grado di fornirci uno scheletro di traccia da seguire con un numero accettabile di parole chiave. Ma soprattutto, è questo è un consiglio strettamente personale, investire più sulla qualità del testo e delle informazioni che non a giocare con le liste di keyword.

Insomma, se abbiamo un quarto d’ora da spendere, spendiamolo per approfondire l’argomento piuttosto che a fare strategia sulle keyword da utilizzare. Anche perché (ma potrebbe essere l’argomento di un prossimo post) la competenza in un settore trascina nel testo una quantità impressionante di keyword secondarie e di coda lunga, spesso in modo migliore rispetto agli strumenti analitici.

La lunghezza del testo

Altro cavallo di battaglia dei consulenti SEO preistorici: ingabbiare i testi fra una lunghezza massima e minima. Personalmente mi ha sempre fatto ribrezzo il solo pensiero di vendere testi come il prosciutto al banco (Signora, sono 485 parole, che faccio, lascio? Come dice, ne voleva 450 giuste?). Ma al di là di questo, chiunque non abbia iniziato a scrivere l’altro ieri sa che la lunghezza perfetta cambia in funzione dell’argomento che si tratta.

A scanso di equivoci: lavorare su lunghezze predeterminate non è sbagliato per sé: sulle riviste cartacee per esempio si fa da sempre. Ma in quel caso si sceglie l’argomento in funzione dello spazio. Purtroppo nella SEO la tendenza diffusa è quella di comprimere o stirare l’argomento per incastrarlo in uno spazio predeterminato. Una differenza tutt’altro che sottile. Ma sto divagando.

Tornando a noi, la lunghezza del testo è sicuramente importante, ma lo è per i lettori. Tutte le ricerche infatti dimostrano come i testi lunghi siano mediamente preferiti dagli utenti, vengano più condivisi e (secondo l’articolo originale) attraggano più backlink. Pronti via, capendo male e distillando peggio la differenza fra SEO ed engagement, ecco che i consulenti SEO (nostrani in particolare) avevano confezionato la solita regoletta sulla lunghezza consigliata. Che negli anni ha fluttuato per assestarsi intorno alle 1.500 parole. E che naturalmente non funziona. O meglio, non si può considerare una regola universalmente valida.

Perché non funziona?

Lo dico con parole mie. Banalmente, perchè è stupido anche solo pensare di poter far rientrare ogni argomento in 1500 parole.

Perché se devo spiegare di che colore era il cavallo di Napoleone, dopo aver scritto BIANCO dovrò menare le tolle al lettore per altre 1.499 parole. O peggio, come fanno alcuni siti anche molto famosi, menerò le tolle al lettore per 1.499 parole prima di scrivere “bianco”. La dimostrazione che questo modo di scrivere è morto e sepolto la abbiamo da un famoso sito di tutorial, il cui andamento nell’ultimo anno è questo:

Lo stesso ovviamente vale al contrario. Se devo spiegare a un lettore cosa sia una modulazione 64 PSK da zero, 1.500 parole mi bastano appena per la premessa.

Cosa fare invece?

Dimentichiamoci una volta per tutte le lunghezze predeterminate, archiviamole fra le tecniche SEO obsolete e passiamo oltre. Scriviamo fino a quando l’argomento non è concluso. Se lo facciamo per terzi, chiariamo molto bene questo aspetto in fase contrattuale, spiegando al cliente che stabilire aprioristicamente una lunghezza è un pessimo servizio.

E soprattutto, mettiamoci in condizione di poter scrivere bene e senza dover centellinare le parole per stare nel budget o stiracchiare un argomento per raggiungere l’obiettivo di battute.

I backlink dal web 2.0 (social e compagnia bella)

Quando il nostro era un mondo semplice, ottenere più link era sempre una buona cosa. Anche se venivano da social e forum. Questo ovviamente ha generato i soliti mostri di spam selvaggio, che, come al solito, ha portato Google a correre ai ripari.

Perché non funziona?

In questo caso è peggio. Se cercate nel dizionario sotto la voce inutile e dannoso ci sono i backlink provenienti dai contenuti generati dall’utente. Nel 2005 Google ha chiarito che le pagine e i siti con molti backlink di questo tipo vengono penalizzate. Se vi siete mai chiesti da dove abbia origine l’abominio del nofollow, ora lo sapete: dovete dire grazie a chi ha spammato come un animale.

Cosa fare invece?

Facciamo prima di tutto un distinguo: non tutti i link sono inutili per la SEO, e allo stesso modo non possiamo archiviare ogni attività basata sui segnali social fra le tecniche SEO obsolete. Ma certamente quelli provenienti da forum o pagine note per essere popolati di spammer sono negativi. D’altro canto, questo non significa che non siano utili ad altri obiettivi. Per esempio, diverse persone oggi cercano contenuti direttamente all’interno di piattaforme come Instagram o YouTube. Esserci con i dovuti accorgimenti (che vorrebbe dire anche una SEO dedicata) significa ottenere traffico anche da quelle fonti. Ma deve essere chiaro che punto o poco ha a che vedere con la SERP di Google.

Inoltre, i link di buona qualità continuano a funzionare. Sempre che non siano ottenuti con tecniche poco raccomandabili.

I Network di Blog privati

Altra tecnica molto in voga qualche anno fa, l’idea di creare un nostro network di siti per generare link verso il sito principale. Ovviamente, controllando tutto, abbiamo molta semplicità a generare collegamenti. Per diverso tempo è stato in effetti un modo piuttosto rapido per sollevare il ranking del nostro sito principale.

Perché non funziona?

Per dirla con un eufemismo, la tecnica non è apprezzata dall’algoritmo di Google. Secondo alcuni è considerata una tecnica al limite del black hat SEO. Ci sono alcuni network che funzionano, ma per aggirare i controlli è necessario produrre contenuti di qualità, utilizzare IP diversi e diversificare il profilo backlink. Un lavoraccio, che è praticamente come gestire davvero ogni sito come se fosse una pubblicazione reale.

Cosa fare invece?

L’articolo originale suggerisce di usare uno strumento dell’azienda con verificare il profilo backlink dei competitor, e verifcare se sia possibile procurarsi link analoghi, evitando i nofollow e quelli di bassa qualità.

L’alternativa, ovviamente, è quello di mantenere un network reale di siti da usare a supporto delle nostre attività. E, visto il costo attuale dei backlink, potrebbe non essere un’idea così campata per aria.

Guest blogging (aka Guest Posting)

Far ospitare un intervento “sponsorizzato” su un altro sito non è una cattiva idea di per sé, ma come sempre l’abuso ha generato mostri di post uguali, ripetitivi, al limite dello spam. Anche questo tipo di attività, insomma, è stato spremuto al limite, e ora fa parte delle tecniche SEO obsolete, fondamentalmente per esaurimento.

Perché non funziona?

Anche questa volta, è stato proprio Matt Cutt a disincentivare l’uso dei guest post, nel 2014. Ma soprattutto, Google oggi valuta la qualità di ogni singola pagina. Quindi, un pessimo post su un ottimo sito, ci darà risultati pessimi. In alcuni casi, addirittura penalizzanti.

Cosa fare invece?

Per la verità, la tecnica funziona ancora. Ma deve essere messa in pratica con un livello qualitativo molto elevato. Quindi, il profilo del sito che ci ospita deve essere molto alto, e la qualità del post che chiediamo di ospitare deve offrire un reale valore aggiunto per i suoi lettori.

Anchor Text corrispondenti alle keyword esatte

Altra tecnica SEO obsoleta che fa parte dell’arsenale della maggior parte degli esperti SEO: quando si richiede un backlink, lo si richiede per una keyword esatta. La mia opinione è sempre stata che se non viene fatto più che bene genera testi illeggibili, quindi è da evitare per la prima e la seconda regola d’oro (il contenuto è il re; il contesto è la regina). Finalmente ho le prove, grazie a questo articolo che sto traducendo: non solo è inutile, ma rischia di essere considerata una pratica manipolativa. Possiamo leggere i ragguagli sulla Guida di Google.

Perché non funziona?

Semplicemente, l’algoritmo di Google non è più così banale. I link vengono valutati usando il testo che li circonda e spesso anche un contesto semantico ancora più allargato, per stabilirne il reale valore. Al contrario, i link sovraottimizzati vengono visti come non naturali e quindi parte di uno schema. E come pratica scorretta, portano quasi sicuramente a una penalità.

Cosa fare invece?

Ancora una volta, la scelta migliore è quella che implica meno sotterfugi. Possiamo ricorrere a keyword branded (per esempio Massimiliano Monti), a link nudi (per esempio www.filippomiotto.net) oppure a collegamenti lunghi (per esempio un altro ottimo consulente SEO con cui lavoro e che si occupa anche di Web Marketing in generale).

L’ottimizzazione E-A-T

Dopo l’aggiornamento di agosto 2018, che ha influenzato soprattutto i siti che trattavano temi medici e vicini alla salute, si è creata la convinzione che il fattori sintetizzati nell’acronimo E-A-T (Expertise, Authority e Trustworthiness) fossero fondamentali. Come sempre questa convinzione ha portato a un florilegio di regolette: di certi argomenti possono scrivere solo autori con una certa reputazione, bisogna ottimizzare le pagine about, quelle dei termini e condizioni, bisogna aggiornare i post vecchi, le menzioni social sono importanti, e così via.

Remote Working errori e soluzioni

Perché non funziona?

In questo caso, nessuna delle attività sopra citate è dannosa, ma non esistono prove definitive della loro efficacia. Se abbiamo tempo e opportunità le possiamo seguire, a favore degli utenti, ma in molti casi diventano un enorme spreco di risorse.

Cosa fare invece?

In questo caso Link Assitant suggerisce di usare il proprio strumento per effettuare un’ottimizzazione tecnica invece di rendere perfetti testi e contenuti che sono già di qualità. Mi permetto di suggerire una soluzione mediata: ok alla revisione e ottimizzazione, anche di testi e contenuti, ma concentriamoci su quelli di qualità più bassa. E usiamo il resto del tempo per i fix tecnici e per lavorare sulla velocità del sito, per esempio.

AMP, ovvero come le tecniche SEO obsolete a volte sono semplicemente sbagliate

Chiunque lavori con la Rete dovrebbe conoscere AMP, il framework fortemente voluto da Google per erogare pagine molto velocemente su dispositivi mobili. Anche in questo caso è successo quello che succede sempre: qualcuno ha rilevato un aumento di traffico usando AMP, e immediatamente la comunità ha vampirizzato AMP dandolo per indispensabile.
In realtà, non è affatto così.

Perché non funziona?

Prima di tutto, come riporta l’articolo originale, AMP non è un fattore di ranking:

https://twitter.com/JohnMu/status/1101071243917361152

Secondariamente, i risultati di AMP dipendono dal tipo di sito. Perfetto per siti di news e media, per via delle sezioni di SERP specifiche che Google ha creato (Carousel e così via). Ma per tutti gli altri tipi di siti non ci sono evidenze di vantaggi.

Cosa fare invece?

Questa è facile: invece di adottare un framework apposito per ottenere velocità maggiori, lavoriamo sulla velocità del sito in generale. I risultati saranno più solidi.

Content Spinning

Casomai ci fosse bisogno di specificarlo, produrre decine di pagine con piccolissime variazioni non ha alcun senso. Ne aveva più di dieci anni fa, quando l’algoritmo di Google era molto meno raffinato e privilegiava la quantità sulla qualità. Spesso era associata alla creazione di backlink dai social, che abbiamo visto prima.

Perché non funziona?

Oggi le pagine di bassa qualità possono avere due destini. Nella migliore delle ipotesi vengono ignorate. Altrimenti, se l’algoritmo identifica uno schema vengono penalizzate. Altro caso di tecnica SEO inutile e dannosa.

Cosa fare invece?

Se dobbiamo creare contenuti, la scelta migliore è aggiornare (in modo intelligente) i vecchi post e articoli, magari facendoci aiutare da uno strumento di analisi. L’idea di riscriverli modificandoli leggermente è delirante. Richiede più sforzo e porta meno risultati. Usiamo quello che già funziona e attualizziamo i contenuti, aggiungiamo approfondimenti e così via.

I domini con parole chiave esatte

I domini con corrispondenza esatta di parole chiave, o quelli con molte parole chiave, una volta erano considerati un segnale molto forte di rilevanza per la ricerca. Per un brevissimo periodo era così facile ottenere posizioni con dominio adatto alla ricerca, che il contenuto passava in secondo piano. Anche in questo caso, appena la scorciatoia è diventata palese, i domini con corrispondenza esatta sono entrati nella lista dei segnali ignorati.

Perché non funziona?

Perché lo ha detto Matt Cutts. Nel 2012. Eppure qualcuno è ancora convinto che funzioni.

Cosa fare invece?

In questo caso non è penalizzante, ma inutile. Inoltre ci costringe a nomi lunghi, complicati da scrivere e a rinunciare al nostro marchio. Insomma, sacrifichiamo molto per non avere nulla.

Il meta tag keyword

Roba da museo dei motori di ricerca. Eppure, sono ancora molto richieste da molti clienti, e proposte da alcuni consulenti SEO. Come dovremmo sapere, si tratta di un tag HTML specifico per elencare le keyword di una pagina. Si tratta probabilmente del primo caso della storia della SEO di abuso, che ha costretto Google a correre ai ripari.

Perché non funziona?

Undici anni fa Google ha fatto un annuncio ufficiale in cui diceva al mondo intero che non usa il tag Meta Keyword per classificare le pagine. Più di così… Eccolo qui, per la cronaca.

Ancora una volta, usarlo non penalizza (sempre che le keyword non siano dissociate dal reale contenuto), ma è una perdita di tempo. Alcuni CMS le inseriscono in automatico, sulla base per esempio delle tag, e se sono coerenti non c’è nulla di male (ma sulle tag di WordPress, per esempio, andrebbe aperta una enorme parentesi).

Cosa fare invece?

Guarda caso, l’unico modo per “pilotare” Google è quello di produrre contenuti di qualità, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello semantico, e di soddisfare le intenzioni di ricerca. Facendo un uso moderato e intelligente, per esempio, degli strumenti che ci suggeriscono le keyword.

Un pensiero finale

In questo mi discosto un po’ dall’articolo originale. Perché, scorrendo questa lista, emerge n tema dominante e principale. cioè che nella SEO le scorciatoie non funzionano mai o, se lo fanno, è per un periodo estremamente limitato. Gli esperti SEO continuano ostinatamente a cercare sistemi per evitare di produrre buoni contenuti, ma è sempre più evidente che produrre contenuti di qualità è l’unica tecnica SEO che non diventerà mai obsoleta.

abbandonare gli algoritmi

Possiamo abbandonare gli algoritmi e riprendere il controllo?

Probabilmente no, o almeno non nell’immediato. Ma ci sono alcune cose che possiamo fare per abbandonare gli algoritmi.

Tutti noi abbiamo un problema con gli algoritmi. Anche chi non lo sa. Ne ho già parlato diverse volte, ma il principale problema di lasciare che le macchine decidano per noi è che gli algoritmi riescono a malapena a lavorare per interpolazione, a volte per estrapolazione. Figuriamoci se sono in grado di “capirci” e proporci davvero quello che ci potrebbe interessare.

Se poi aggiungiamo all’equazione che gli algoritmi non sono affatto nostri amici, ma sono semplicemente lì per venderci qualcosa, il quadro è completo.

Se qualcuno si sta chiedendo perché si ha l’impressione che io abbia astio per gli algoritmi, la risposta è semplice: perché è esattamente così. Per la precisione, sono contrario a questo tipo di algoritmi, per la ragione che ho già espresso più volte. Se il fine ultimo di un algoritmo è la “conversione”, come oggi, questo nel suggerirci qualcosa farà sempre la scelta più sicura. Che fatalmente, significa puntare verso il basso. Che fatalmente, significa lo sfacelo che vediamo tutti sui social media.

L’idea di abbandonare gli algoritmi ha trovato uno sponsor illustre

Nientemeno che Tim Cook di Apple. L’azienda di recente sembra aver deciso di schierarsi in prima linea nei confronti della privacy degli utenti, ma lo speech a cui mi riferisco è leggermente precedente. Se ne parla in questo articolo su Lifehacker, da cui ho preso spunto per questo post.

Il succo del discorso fatto da Tim Cook è riassunto nella parte riportata:

Acluni algoritmi ci attirano verso le cose che già sappiamo, crediamo o ci piacciono, e respingono tutto il resto. Lo allontanano da noi

Insomma secondo Cook, il problema degli algoritmi non è tanto che ci suggeriscono sempre le stesse cose. Ma soprattutto che ci allontanano da tutto il resto. Ciascuno di noi ha a disposizione un tempo sempre più limitato per leggere, guardare documentarsi. E gli algoritmi di raccomandazione lo ingolfano di contenuti e concetti identici a quelli che ci sono piaciuti o interessati in passato. Impedendoci di fatto di allargare i nostri orizzonti. E, anzi, restringendoli sempre di più.

Abbandonare gli algoritmi è una scelta per la nostra salute

Ma è possibile in qualche modo rompere la spirale e abbandonare gli algoritmi? Sicuramente si. Ma come per il cibo spazzatura o la vita sedentaria, ci vuole qualche sforzo, disciplina e soprattutto consapevolezza. Non per niente alcuni negli Stati Uniti e nei paesi anglofoni hanno iniziato a parlare di information diet, cioè la dieta delle informazioni. Il che implica uscire dalla bulimia, abbandonare gli algoritmi e ricominciare a cercare e ottenere informazioni, ma anche musica, video, trasmissioni e così via in modo sempre più consapevole.

Abbandonare gli algoritmi per uscire dalla “Echo Chamber”

La prima cosa da fare, se vogliamo riconquistare la libertà di informarci, è quella di cercare di cambiare il comportamento delle piattaforme che usiamo.

In alcuni casi, per esempio Twitter, possiamo decidere di rinunciare a una selezione algoritmica a favore di un feed rigidamente cronologico su altre piattaforme, per esempio Facebook, questo non è possibile.

Il consiglio principale comunque e è quello di evitare i social media come fonte di informazioni. I social media sono una grande invenzione, ma proprio per la loro inclinazione a riproporci quello che ci interessa, non sono quasi mai in grado di fornire un flusso di notizie affidabile. Oppure, per dirla in modo più semplice, non è logico usare la stessa piattaforma che usiamo per condividere foto di gattini e immagini divertenti come fonte di notizie rilevanti.

La migliore interpretazione della Echo Chamber, realizzata e pubblicata da Zesty Things

Twitter ha rappresentato per anni una eccezione, ma l’introduzione di algoritmi di filtraggio nel flusso lascia dubbi sulla sua neutralità. In ogni caso, possiamo iniziare la nostra dieta usando piattaforme meno prone alla viralizzazione. Per esempio Reddit, che ci permette di scegliere in modo trasparente quale tipo di visualizzazione sfruttare, e quali argomenti seguire, oppure aggregatori come InoReader o Feedly, che si limitano raccogliere le notizie senza applicare filtri a monte, ad eccezione di quelli che impostiamo noi.

Abbandonare gli algoritmi o educarli?

Parliamoci chiaro: rinunciare ai social media spesso non è una opzione percorribile. Ma questo non significa essere obbligati a usarli anche come fonte di notizie.
Il consiglio qui è di sfruttare l’accondiscendenza degli algoritmi a nostro vantaggio. Se iniziamo a ignorare le notizie, un po’ per volta scompariranno. Se vogliamo accelerare il processo, usiamo gli strumenti che ci permettono di esprimere le nostre preferenze. Nascondiamo i contenuti che non gradiamo e soprattutto togliamo sistematicamente il “like” alle pagine che condividono informazioni che non gradiamo.

E se vogliamo contribuire attivamente a costruire un ambiente più sano anche per la information diet degli altri, evitiamo di condividere bufale, fake news e informazioni irrilevanti e soprattutto segnaliamo senza remore ogni tipo di contenuto inappropriato, dall’incitazione all’odio alla pseudoscienza passando per le fake news.

In questo modo il “nostro” algoritmo sarà costretto a proporci cose nuove, nel tentativo di profilare nuovamente i nostri interessi, e nel contempo avremo contribuito ad arginare la proliferazione dei contenuti tossici.

Ma non è tutto.

La strada per abbandonare gli algoritmi passa anche dal nostro telefono

In una parola, le notifiche sono il male, perché ci forzano subdolamente a sottostare ai ritmi imposti dai sistemi e dalle App. Esattamente il contrario di quello che è giusto che accada.

Sono le macchine e gli algoritmi a dover sottostare ai nostri tempi, e non viceversa.

Teniamolo a mente: per un uso consapevole, qualsiasi cosa che ci spinga nella direzione opposta, anche inconsciamente, è sbagliata.

Per disintossicarci disattiviamo qualsiasi tipo di notifica che non sia strettamente indispensabile. E se proprio qualche App non ce lo consente, sostituiamola o eliminiamola dalle nostre abitudini. Garantisco per esperienza personale che non perderemo nulla anzi, riconquisteremo tempo e lucidità per seguire le questioni davvero rilevanti.

Per tornare padroni del nostro tempo (e del nostro cervello) l’approccio consapevole è fondamentale

C’è una regola tanto empirica quanto filosofica che dobbiamo tenere presente nella nostra lotta contro gli algoritmi: per quanto sia comoda e affascinante l’idea di avere macchine che lavorano per noi, qualsiasi sistema automatico che non abbiamo programmato di persona, in realtà non lavora per noi, ma per chi ne è il proprietario. E sappiamo che lo scopo finale in casi come questi è venderci qualcosa, o comunque forzarci a consumare.

Quindi, è per definizione inaffidabile. A meno che non riusciamo a escogitare un sistema per sfruttare gli algoritmi a nostro vantaggio. In qualsiasi altro caso, facciamo molto meglio a farne a meno. E usare la nostra testa.

Mac Pro 2006 in bootcamp con WIndows XP

Recensioni: Mac Pro, La Grande Mela

Quando serve la potenza, il PC “tradizionale” può non essere sufficiente. Apple ci presenta la sua soluzione basata sui potenti processori Xeon

Pubblicato su Computer Magazine 118, ottobre 2006

Una nota, prima di iniziare: trovo molto divertente l’idea di rispolverare questo vecchio articolo proprio nel giorno di lancio del nuovo Mac Pro, se non altro per capire come, in “soli” 13 anni, le cose cambiano :)

Le soluzioni inaspettate spesso sono le migliori. Apple ha una lunga tradizione in merito all’innovazione, soprattutto per la sua capacità di “osare” dove gli altri hanno bisogno di lunghe riflessioni. La nuova versione di Mac Pro è l’ennesima dimostrazione di questa filosofia. La cosa più interessante è sicuramente la dotazione in termini di processore: ben due Intel Xeon 5160 dual core a 3.000 MHz ciascuno. Una caratteristica che ci fa capire fin da subito la vocazione di questo potentissimo PC

Ben equipaggiato

Ormai la qualità delle finiture dei computer Mac è talmente famosa che quasi non fa più notizia. In ogni caso trovarsi davanti a un computer così ben rifinito è già una gioia per gli occhi. Anche il sistema di apertura del case denota una cura per i particolari sempre più rara da trovare. Una volta messi gli occhi all’interno notiamo come anche i criteri di costruzione siano diversi dal PC come siamo abituati a vederlo.
Il sistema di montaggio ci permette di effettuare operazioni come l’espansione della memoria comodamente senza bisogno di armeggiare fra cavi e periferiche, utilizzando un comodo sistema di bloccaggio che non richiede cacciaviti. Al di la delle considerazioni sull’aspetto e le soluzioni costruttive, anche la dotazione è di quelle nate per offrire una potenza spaventosa. Oltre ai già citati due processori Xeon, troviamo due Gigabyte di memoria DDR2 a 667 MHZ e un disco fisso Serial ATA da 250 GB. Come sempre quando ordiniamo il nostro computer usando il negozio online di Apple, www.apple.it, possiamo configurare il nostro computer e portarlo alla “spaventosa” quota di 16 GB di RAM e 500 GB in ciascuno dei quattro alloggiamenti disponibili.

Uso completo

Un’aspetto importantissimo dei computer Apple è senza dubbio il sistema operativo. OS X 10.4 “Tiger” è perfetto per spremere ogni stilla di potenza da un computer come Mac Pro. Soprattutto grazie al supporto nativo per le applicazioni a 64 bit, che nei processori della famiglia Xeon trovano il campo più favorevole possibile.
La dotazione in termini di collegamenti e accessori ci permette di sfruttare senza timore qualsiasi periferica o dispositivo. Cinque porte USB 2.0 e due FireWire 400 sono più che sufficienti, considerando che possiamo sistemare all’interno in fase di montaggio tutto quello che ci serve. Sono presenti anche due porte FireWire 800 ottime per i dischi fissi più veloci e per le videocamere più potenti, anche se in generale la loro diffusione è ancora limitata.
Anche il comparto video non teme confronti. La configurazione provata da Computer Magazine disponeva di una scheda video Radeon X1900 di Ati equipaggiata con 512 MB di RAM. Grazie alla doppia uscita DVI è perfetta per collegare due monitor. In questo caso Apple continua a non deluderci. I nuovi Apple Cinema HD Display sono eccezionali sia in termini di design sia in termini di qualità dell’immagine. Se non temiamo la spesa possiamo procurarcene due e godere di un’area di lavoro complessiva di 3.840 x 1200 pixel.

Potenza da spavento

Per confrontare la potenza di Mac Pro con quella dei tradizionali PC basati sul sistema operativo Windows Computer Magazine ha sfruttato la versione più recente di Boot Camp, il software che permette di installare il sistema operativo di Microsoft sui Mac. (Windows XP! del resto era il 2006… NdKappa).

Mac Pro 2006 in bootcamp con WIndows XP
In una immagine d’archivio ;) un Mac Pro del 2006 in bootcamp con WIndows XP

I risultati in campo 3D sono di tutto rispetto. Con un punteggio di 379 si avvicina molto al record, ottenuto con un computer dotato di due schede video di ultima generazione. Anche se la vocazione di Mac Pro è senza dubbio quella dei più impegnativi programmi di grafica e montaggio video, i videogiochi 3D di ultima generazione ci regaleranno senza dubbio grandi soddisfazioni.
Il punteggio in ambiente Office è pari a un “modesto” 221, ma merita alcune considerazioni. Prima di tutto Windows XP non sfrutta le operazioni a 64 bit, vero punto di forza dei processori Xeon, poi il sistema Boot Camp è ancora in beta e molti dei driver forniti possono ancora essere migliorati. Già così si tratta comunque di un punteggio che ci permette di usare qualsiasi applicazione. Anche se usare Windows come sistema operativo principale su un computer di questo tipo non è sicuramente la scelta migliore che possiamo fare. Unico neo di Mac Pro è il prezzo, decisamente impegnativo anche considerando l’estrema potenza e la qualità delle finiture.

Massimiliano Monti

In definitiva

Potenza impressionante, qualità delle finiture ottima e soluzioni tecnologiche coraggiose sono le solide basi su cui si appoggia Mac Pro. Dedicato a chi non teme un nuovo sistema operativo e ha bisogno di prestazioni di livello elevatissimo

Pro
Tecnologia innovativa
Ottime finiture
Potente

Contro
Costo elevato

Voto 92

VISTO DA VICINO

I processori
Due potentissimi Xeon 5160 dual core a 3.000 MHz si trovano perfettamente a loro agio con il sistema operativo OS X 10.4 Tiger che ne sfrutta appieno la capacità di calcolo a 64 bit.

Il Monitor
La qualità dei monitor Apple è sempre stata invidiabile e raggiunge livelli ancora più alti con i nuovi Apple Cinema HD Display. Quello provato da Computer Magazie è la versione da 23 pollici capace di una risoluzione di 1.920 x 1.200 punti.

La memoria
Anche se la dotazione del modello provato da Computer Magazine è pari a 2 GB, Mac Pro è in gradi di accettarne fino a 16. Il sistema operativo a 64 bit permette di superare il limite teorico di 4 GB imposto dai registri a 32 bit.

Il sistema operativo
OS X 10.4 Tiger riesce a sfruttare appieno la potenza di calcolo di Mac Pro. Nei test effettuati si è “mangiato” più di 400 MB di immagini elaborandoli contemporaneamente in un batter d’occhio.

Potente e ignoto

I processori Xeon di Intel fanno parte di quella categoria di oggetti dei quali spesso si parla ma il discorso non viene quasi mai approfondito. I primi modelli di Pentium Xeon risalgono al 1998. Da sempre si tratta di processori derivati dai più comuni Pentim ma dotati di una maggiore quantità di memoria cache, una maggiore affidabilità e il supporto per l’architettura a processori multipli. Oggi si tratta di CPU che si collocano nella fascia intermedia fra i nuovissimi Core 2 dedicati ai desktop e i potentissimi Itanium dedicati ai grandi server aziendali. In particolare gli Xeon della famiglia 5000 dispongono di 4 MB di cache di secondo livello e di un FrontSide Bus a 1.000 o 1.333 MHz.

Guardiamo dentro a Mac Pro

Sulla parte posteriore di Mac Pro si trova una comoda leva per sganciare il sistema di bloccaggio. Tiriamola con un po’ di forza. Ricordiamoci di spegnere il computer e scollegare la corrente prima.

Rimuoviamo la paratia laterale spostandola leggermente e poi scostandola verso l’alto. Prepariamoci perché all’interno vedremo una soluzione costruttiva molto diversa da quella a cui siamo abituati.

Per aggiungere o rimuovere la memoria non dobbiamo fare altro che sbloccare la scheda di alloggiamento e farla scorrere lungo le slitte per muovere i moduli senza fatica. Una soluzione analoga la troviamo anche per i dischi fissi.

Collegamenti per tutti
Anche la disposizione delle porte USB e Firewire denota l’attenzione per le finiture tipica dei prodotti Apple. Notiamo la doppia scheda di rete e i collegamenti audio del tipo s/pdif perfetti per i migliori diffusori.

Scheda tecnica

Processore
2 x Intel Xeon 5160 dual core a 3.000 MHZ FSB 1.333
Memoria
2 GB DDR2 667 MHz
Scheda madre
Con chipset Intel
Disco fisso
250 Gigabyte Serial ATA
Scheda video
Ati Radeon 1900 XT con 512 MB DDR3 2x DVI
Monitor
Apple Cinema HD Display 23 pollici 1.920 x 1.200
Accessori
5x USB 2.0, 2x rete Gigabit, Scheda di rete Wireless, Bluetooth, 2 x Firewire 800, 2 x Firewire 400, masterizzatore SuperDrive DVD-DL 6x, DVD+-R/RW 16x/6x, CD-R/RW 24x
Programmi
OS X 10.4 Tiger, iLife’06
Garanzia
2 anni

Pubblicato su Computer Magazine 118, ottobre 2006