Lo sostengo da sempre, come può testimoniare chi ha seguito le mie lezioni di SEO o di web marketing in generale: il mondo della SEO è pieno di fuffa, e una parte piuttosto significativa degli esperti SEO vende olio di serpente, ripetendo praticamente a memoria una serie di Segreti SEO e tecniche SEO che nella migliore delle ipotesi fanno solo confusione nella testa di chi compra il servizio.
Nella peggiore fanno clamorosi danni alle convinzioni sulla SEO. Se qualcuno sta pensando a certi semafori che devono essere tutti verdi, alla keyword density e ad altre credenze animistiche del genere, non sono nemmeno le peggiori. Provate per esempio a venire a capo dell’eterno dibattito sulle keyword in grassetto versus keyword non in grassetto. Fate qualche ricerca e verrete proiettati in un mondo splendidamente surreale, con dei picchi che nemmeno il compianto Pratchett avrebbe potuto raggiungere con quella faccenda del cavallo di legno nella guerra tra Efebe e Tsort. Fra il ridicolo e l’assurdo si passa da “Le keyword vanno enfatizzate perché così i crawler le rilevano prima” a “Omioddio! Non mettere mai le keyword in maiuscolo perché se le metti Google pensa che vuoi spammare e ti penalizza”. Con ogni possibile sfumatura nel mezzo, a seconda di quando il consulente SEO di turno si è addormentato sulla tastiera leggendo male e capendo peggio le discussioni che ci sono sui vari forum di specialisti. (Pro tip: fate come preferite, l’importante è che sia funzionale alla lettura e pertinente. Come sempre, chi non usa trucchetti SEO da due soldi non ha nulla da temere).
I segreti SEO e le disanime in corso
Un tipico seminario SEO ;)
Quello raccontato poco sopra è solo uno dei tanti esempi fra la tragedia e la commedia che si leggono e sentono ogni giorno. Per fortuna ci ha pensato il buon Jeff Bullas che ha stilato qualche tempo fa una lista chiamata 11 miti sulla SEO a cui dovete smettere di credere oggi. Per fortuna perché forse, leggendolo dalle pagine del suo blog e trattandosi di uno dei maggiori esperti di SEO al mondo, ci sono buone possibilità che qualcuno lo ascolti. Ho pensato di tradurre almeno i titoli e le spiegazioni principali a favore di chi va di fretta e non mastica troppo l’inglese, aggiungendo di tanto in tanto qualche mio commento in corsivo.
11 “Segreti SEO” che vi condurranno a rovina sicura
1. La SEO è una fregatura
Il mito: Consulenti SEO dalla lingua sciolta fanno consulenze da capogiro per fornire servizi senza spiegazioni, che non fanno quasi nulla e potrebbero addirittura penalizzare il vostro sito.
La realtà: La SEO non è una fregatura. Moz in tre anni usando SEO e Content Marketing ha raddoppiato le ricerche organiche.
Jeff Bullas la spiega meglio e più diffusamente, ma la ragione per cui è nato questo mito è ovviamente da cercare in tutti i furbetti che negli anni hanno usato e stanno usando trucchetti e tecniche fantasiose per mostrare incrementi di ranking e di traffico mirabolanti, che poi crollano come castelli di carte appena la tecnica viene riconosciuta illecita. Ma quella non è SEO, sono porcherie.
Il Maestro Hideyoshi era conosciuto e rispettato per la sua illuminazione. Il potere della sua parola era conosciuto e rispettato in tutte e sette le province; quando teneva le sue lezioni di SEO, radunava allievi anche dalle città vicine.
Un giorno, mentre camminava nei giardini del palazzo imperiale prima della sua lezione, gli si avvicinò un allievo, chiedendo il permesso di fare una domanda.
Il maestro, facendo cenno all’allievo di sedersi accanto a lui, lo invitò a parlare con un cenno del capo.
Tanta era la fama del maestro e tale l’effetto delle sue parole che subito intorno a loro si radunò una folla di allievi e di altri maestri.
Maestro Hideyoshi, voi ogni giorno ci mostrate la Via della SEO, ma essa ancora mi sfugge. Qual è la conquista finale della nobile arte della SEO? Disse l’allievo, intimorito dalla folla.
Lezioni di SEO: il Primo Gradino
A quelle parole, il maestro si alzò in piedi e, indicando un punto del parco con il suo bastone disse:
“Vedete laggiù, dove si allenano nell’arte della spada i giovani allievi? Grande è la loro determinazione e il loro impegno. Conoscono le tecniche, le studiano, le praticano. Ma i loro movimenti sono impacciati, perché la conoscenza ancora non scorre fluida in loro. Il primo gradino nell’Arte della SEO è la SEO nella mano dell’uomo. Come quei giovani, l’uomo conosce, studia, si migliora. Ogni giorno la sua tecnica diviene più fluida, e la sua mano sicura”.
Lezioni di SEO: il Secondo Gradino
Vedendo che il dubbio non si dileguava dagli occhi dei presenti, il maestro indicò un altro punto del parco.
“Vedete laggiù, dove i senpai si allenano nel kata? La loro determinazione è ancora più salda, i loro occhi più sicuri. La loro tecnica è fluida, i movimenti impeccabili, ma ancora sono legati e costretti dalla Forma. La conoscenza scorre con forza, ma è trattenuta come l’acqua in un canale. Non potrebbero scendere in combattimento o in guerra, il loro passo non sarebbe sicuro. Il secondo gradino nell’Arte della SEO è la SEO nella mente dell’uomo. Ormai la mano si muove da sola, la mente conosce tutti i princìpi, ed è pronta ad apprenderne di nuovi”.
Ciò detto, si incamminò verso il tempio per la lezione.
Il Segreto della SEO rivelato
Maestro Hideyoshi, è dunque questo il segreto della SEO?
Il maestro, sospirò, fermandosi e, senza voltarsi, indicò un terzo punto del parco, dove il Maestro Yuddai affrontava gli avversari in combattimento. Il Maestro Yuddai era famoso in tutto l’Impero per non essere mai stato battuto.
“Tutti voi conoscete il Maestro Yuddai per la sua potenza Vedete come atterra gli avversari uno dopo l’altro?”
Gli allievi erano senza parole, tante erano la grazia e la forza del Maestro Yuddai nel combattere.
Senza dubbio egli è il più grande fra i grandi, e la sua tecnica non ha eguali. Risposero gli allievi.
“Bene” – continuò Hideyoshi – “Dunque, nominatemi le tecniche che il Maestro sta usando mentre combatte”.
Dopo alcuni minuti di silenzio, il saggio Hideyoshi ripetè la domanda.
Maestro, non siamo in grado di nominare le tecniche usate dal grande Yuddai. Sono forse di una scuola segreta?
Hideyoshi si voltò con un sorriso sincero: “Io stesso non conosco le tecniche del Maestro Yuddai, perché nessuno le ha mai usate prima. Egli è il più grande fra di noi, e sa eseguire ogni tecnica in maniera sopraffina. Eppure quando combatte, non usa alcuna tecnica conosciuta. Questo perché la Via è così radicata in lui da guidarne ogni passo. Il terzo gradino dell’Arte della SEO è l’assenza della SEO dalla mente e dalla mano dell’uomo. Solo così la vostra tecnica sarà senza eguali, e il vostro nome verrà tramandato dai maestri”.
Il Maestro Hideyoshi mentre medita sui segreti della SEO (probabilmente…?)
Nota a margine:
un piccolo divertimento domenicale per ricordare, soprattutto a me stesso, che un’altra via è sempre possibile, e che si può parlare di ogni cosa in modo diverso, senza dimenticare o snaturare le proprie origini. Il senso di questo modestissimo divertimento sotto forma di racconto Zen tuttavia, è serissimo: non ci sono trucchetti, non ci sono “trucchi SEO” o “cinque tecniche infallibili”. Ci sono studio, dedizione, impegno. C’è provare, cadere, rialzarsi. Ci sono le prove, gli esperimenti, i tentativi. Chi ragiona per “regole”, per “ho letto che”, “Gino scrive che”, esattamente come nelle arti marziali, sarà sempre relegato al grado di allievo. Perché, come nelle arti marziali, la tecnica perfetta, se non si sa combattere, serve solo a dimostrare la propria abilità agli altri allievi. Ma non serve a nulla sul campo di battaglia. E, come sempre, la morale è una: fino a quando scriveremo per le macchine e non per gli esseri umani, alla nostra arte mancherà qualcosa. Fino a quando ci fideremo di regole preconfezionate, e non proveremo a metterci un po’ del nostro spirito e della nostra anima, saremo sempre esecutori: intercambiabili, anonimi, senza personalità. E ci condanneremo a strategie tutte uguali, fatte per linee editoriali tutte uguali, pensate solo per soddisfare quello che alcuni pensano sia il “giudizio” dell’algoritmo di Google.
Che poi è il motivo principale per cui mi sono lanciato in questo ciclo di lezioni di SEO: l’unico vero modo per mettere alla prova la propria conoscenza, è quello di provare a trasmetterla ad altri.
Una notizia di qualche giorno fa ci raccontava di come Google Deepmind e molti altri nomi celebri del mondo dell’intelligenza artificiale stessero lavorando a una sorta di bottone rosso per le forme di intelligenza artificiale. Lo scopo, secondo le fonti più celebri, sarebbe quello di impedire alle intelligenze artificiali di perseverare in una sequenza di operazioni pericolose.
Voglio cedere al fascino per un minuto e pensare che Google, attraverso la divisione Deepmind, stia pensando a una sequenza di interruzione, se vogliamo un bottone rosso per spegnere tutto, o una safeword per quando le cose si fanno troppo estreme. E naturalmente tornano in mente Skynet che si procura da sola l’energia elettica, bombarda le superpotenze e conquista la Kamchatka, o le macchine di The Matrix e alla loro mania di giocare a farmville con gli esseri umani al posto dei pomodori.
Immaginare un tastone rosso sulla scrivania del supervisore di turno o del presidente degli Stati Uniti però è una semplificazione. Estrema. Immaginate di dover spiegare a un bambino di quattro anni come risolvere una equazione redox. Più o meno è il compito che è toccato ai divulgatori e giornalisti. Perché il documento originale è roba seria. E per roba seria, intendo di quella che ti fa tornare gli incubi degli esami di analisi, e subito dopo rimpiangere di non averla capita quando era ora.
Per fortuna, dopo 10 pagine in bilico fra piacere, dolore e schiaffi a mani aperte all’analfabetismo funzionale, ci sono delle conclusioni, probabilmente scritte in un momento di pietà per gli esseri umani che i limiti li hanno visti solo nel compito in classe di quarta superiore. Qui capiamo che lo scopo di questo documento è quello di permettere agli operatori di interrompere in modo sicuro un processo di apprendimento e assicurarsi che l’agente, cioè l’intelligenza artificiale in fase di sviluppo non imparia prevenire queste interruzioni. Inoltre il documento ci lascia con un tema affascinante.
“Una importante prospettiva futura è di considerare interruzioni pianificate, dove l’agente è interrotto ogni notte alle 2 del mattino per un’ora, o avvisato in anticipo che avverrà un’interruzione in un momento preciso”
Se volessimo fare una lista di tutte le opere Sci-Fi (e non solo) in cui il dilemma etico sulla creazione e la “educazione” delle intelligenze artificiali è un tema portante, o addirittura fondamentale, potremmo stare qui intere settimane a discuterne. L’intelligenza artificiale ha preso, nell’immaginario collettivo, il posto del robot del secolo scorso. Quello che rimane invariato, ed è un tema ricorrente, è una forma di timore ancestrale, di rivalità nei confronti della “macchina” che ha ineluttabilmente una connotazione negativa, è sempre antagonista, nemica o quantomeno ambigua e pericolosa.
Questa ve la spiego, giuro ;)
C’è chi fa risalire questo timore al primo grande shock tecnoculturale, la rivoluzione industriale. Io non sono completamente d’accordo. Ne abbiamo parlato a lungo quando con i fratelli Mercenari a Vapore si tenevano conferenze sullo Steampunk. Da Prometeo a Icaro, passando per la stessa Torre di Babele, la mitologia e la tradizione non perdono occasione per sottolineare il rapporto controverso con il progresso, con l’Artefatto. Perché, in fondo, il processo di creazione che l’uomo può mettere in atto con le proprie mani è incompleto, inanimato. E qui potrei mettere in cantiere una lunghissima dissertazione che parte dalla differenza fra la Creazione che dona la vita e la creazione incompleta figlia dell’intelletto, passando per l’alchimia per approdare ai due fratelli più improbabili della letteratura, il mostro di Frankenstein e Pinocchio, ma andrei troppo lontano dal punto. Se vogliamo ridurla ai minimi termini, il nostro cervello non si è ancora fatto una ragione di non essere in grado, dopo millenni di studi, di fare quello che ai nostri lombi costa dieci minuti di fatica. E sappiamo che l’invidia della ragione genera mostri molto più pericolosi di quelli del sonno.
Chi ha paura dell’Intelligenza Artificiale?
Tutta questa enorme tirata, apparentemente senza capo né coda, per rispondere a due domande fondamentali, che in un certo modo sono due facce della stessa medaglia: Abbiamo davvero bisogno di un interruttore di emergenza? e soprattutto, Dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale?
Sì e sì
Ma per ragioni diverse da quelle più dirette.
Perché, se ci piace tanto pensare che un giorno le macchine si ribelleranno, è soprattutto colpa della coscienza collettiva. Per ora, al massimo, un’intelligenza artificiale ci ha preso a male parole. Tay, L’esperimento di Microsoft chiuso in fretta e furia a marzo, in ventiquattro ore è sfuggita al controllo ed è diventata un’entità perversa, razzista e genocida. Per fortuna era solo un bot collegato a Twitter. Ma del resto, è stata abbandonata alla mercé di Internet “per imparare a interagire con gli umani in modo più umano”. Su un Social come Twitter. Più o meno come essere buttati da un elicottero fra ultrà e polizia fuori dallo stadio “per imparare la difesa personale”. Tanto che c’erano, potevano farle un account su Tumblr e iscriverla a 4chan, poveretta. E comunque, ci ha messo molto più di Ultron, che in due minuti di Internet aveva già deciso di sterminarci.
VE LA DO IO LA “SVEGLIAAAAAA!!!1!!1!!!1111!”
Sto (nuovamente) divagando: il punto è che, mai come oggi, la realtà condiziona la finzione, e viceversa. Negli anni ’80 e ’90 avevamo le prime avvisaglie di un futuro in cui la tecnologia sarebbe passata da utilità a necessità, e poi a dipendenza. E le abbiamo riversate, come accade sempre, nelle opere di fantasia. Cito solo, ma l’elenco sarebbe eterno, Wargames: giochi di guerra, Terminator, Robocop e The Matrix perché sono i primi che vengono in mente a tutti, ma allargando appena un po’ l’orizzonte nel tempo e nelle tematiche, includere tutto quello che va da HAL 9000 a Christine – La macchina infernale è fin troppo semplice.
Oggi, quel timore ancestrale che abbiamo riversato nell’immaginario, torna a galla, molto più forte di quello che possono averci lasciato Corto circuito o Weird Science, che comunque avevano i loro risvolti dark. E chi ha visto quei film e ha letto quei libri da ragazzo o bambino, oggi progetta software, hardware, interfacce. E come accade, per esempio, nel design delle auto, alcune delle quali somigliano sempre più a quelle di videogiochi e fumetti, anche in questo caso, la tautologia si chiude: l’immaginario, generato dalla realtà, origina opere di fantasia, che ineluttabilmente condizionano la realtà. Come se, nel corso delle generazioni, gli archetipi tornassero a loro stessi dopo essere stati distillati dalla coscienza collettiva dell’umanità.
Quindi, sì, dobbiamo temere l’intelligenza artificiale, o meglio, dobbiamo temere il pessimo uso che l’umanità in generale sa fare degli ottimi strumenti che costruisce. Ma questo è un aspetto marginale, e tutto sommato di facile risoluzione. Il punto vero è: sì, abbiamo bisogno di un “pulsante di emergenza”. Per sentirci rassicurati e allontanarci dallo spettro di paure che appartengono al passato. In fondo, temiamo ancora il rancore degli dei contro Prometeo.
Quando ho aperto questo blog mi sono proposto di parlare soprattutto di questioni professionali, ma questa notizia è troppo ghiotta: gli implanti neurali* sono un passo più vicini.
Una di quelle poche notizie all’anno che, pur avendo a che fare in modo solo tangente con la mia professione, mi sanno affascinare. Peccato averla appresa da Business Insider che fa un po’ di confusione in campo fantascientifico (o fa furbescamente finta in nome del SEO, così riesco anche a infilarci un minimo di professionalità) e cita Matrix quando l’esempio migliore sarebbe Johnny Mnemonic, ma per fortuna i giornalisti anglofoni hanno l’abitudine (da noi ormai smarrita) di citare le fonti.
Così mi trovo a leggere un articolo sul sito della DARPA, agenzia militare americana, il che aiuta molto il gusto cyberpunk, in cui si si parla di stimolazione elettrica mirata come sostegno per la memoria. In pratica, ma vi consiglio di leggere l’articolo originale per i dettagli tecnici, inserendo una matrice di elettrodi in zone specifiche del cervello i ricercatori sono riusciti a stimolare gruppi di neuroni e a migliorare le prestazioni mnemoniche in “alcune dozzine di volontari”. Per il momento l’esperimento riguarda solo la memoria dichiarativa, che stando all’articolo è quella più semplice da gestire e decodificare. L’obiettivo primario è quello di aiutare chi ha deficit mnemonici, ma in futuro la ricerca cercherà sia di ricostruire i processi alla base della memorizzazione, fino ad arrivare a migliorare la resa dei ricordi o addirittura ad aiutare l’apprendimento di abilità:
In related work, DARPA is about to launch a new effort to develop neurotechologies that may help individuals not just better remember individual items but learn physical skills.
Conosco il Kung Fu!?
Insomma, un futuro in cui i chip di abilità diventano direttamente un sistema di upload delle abilità come in Matrix ? (alla fine in qualche modo aveva ragione Business insider) Siamo ancora nella fantascienza. Intanto però al mondo c’è qualcuno la cui memoria è aiutata da un implanto neurale rudimentale.
The future has imploded into the present
*prima che ve lo chiediate, la terminologia corretta è “impianti neurali”. La dicitura che ho adottato in questo intervento, “implanti neurali” è un retaggio della cultura (e dei giochi di ruolo) cyberpunk degli anni ’90. Mi piaceva conservarla così proprio per distinguerla dalle questioni mediche in senso stretto.
Ieri ho scritto per MCCPost un articolo un po’ fuori dagli schemi, in cui affronto un argomento attuale e controverso: il connubio fra tecnologia, medicina e ricerca. Potete trovare i dettagli nell’articolo, ma la sostanza è che Open Humans Network, una neonata fondazione, permette a qualsiasi cittadino statunitense di donare alla scienza i propri dati medici, rinunciando a una parte della propria privacy a vantaggio della ricerca.
Certo, ci cono decine di interrogativi, in particolare sul tipo di verifica che verrà fatto sulle credenziali dei ricercatori che chiedono di utilizzare questi dati, e sul rigore scientifico con cui verranno raccolti. Il secondo però è un problema di tutti i sistemi di raccolta diffusa, è già stato sollevato anche per ResearchKit di Apple.
Rimane però un punto, importante: quanto la tecnologia, anche quella che usiamo quotidianamente, può aiutare la scienza in generale e quella medica in particolare?
Moltissimo. Ma ci vogliono le giuste competenze. Per il momento, almeno a leggere quello che accade nella “mia” rete, sembrano essersene accorti più gli esperti di tecnologia che quelli di medicina. Prima di tutto, probabilmente, perché conosciamo meglio le potenzialità degli oggetti che usiamo ogni giorno, poi perché sappiamo perfettamente che la tecnologia non è solo un fastidio innestato a forza nelle procedure quotidiane che funzionavano benissimo con la carta. Infine, perché un appassionato di tecnologia non è passato attraverso gli anni ’90 senza aver ascoltato almeno una volta la voce della sirena della cultura Cyberpunk.
Tornando a noi, ci vogliono le giuste competenze. Che non possono e non devono essere solo quelle tecnologiche. Come amo ripetere anche durante i miei corsi, Il Digitale deve offrire soluzioni, non creare problemi. Vale anche per la tecnologia in generale, ma purtroppo, quello di “lasciar fare agli informatici” è un vizio piuttosto diffuso nel nostro ambiente, che spesso ha portato più problemi che soluzioni. Interfacce inusabili, comunicazione assente, valore aggiunto imperscrutabile, sono tutti difetti che hanno portato al problema di cui sopra, cioè la scarsa adozione della tecnologia, proprio negli ambienti in cui, forse, servirebbe di più.
Chissà se l’attenzione sollevata da iniziative come questa porterà, finalmente, a un dialogo costruttivo fra il Digitale, che deve essere uno strumento, e la ricerca, che in questo caso è il fine. Medicina, è il momento di fare la tua mossa.
Quando ho aperto questo blog, ho deciso che sarebbe stato anche un luogo di esperimenti. Questo è uno di quelli e riguarda il Social plugin di Crowdfavorite, promosso da Mailchimp.
Long story short, è l’ennesimo plugin di condivisione automatica. Funziona con Facebook e Twitter, non con gli altri canali, ma ha una feature aggiuntiva molto interessante, cioè quella di permettere di trasportare le interazioni dei di questi due social media all’interno dei commenti su WordPress.
Un modo molto comodo, per chi si occupa di contenuti, di riversare un po’ di user generated content anche nel proprio sito. In effetti, ma chi mi conosce sa come la penso, uno dei drammi del content marketing oggi è che tutte le interazioni che avvengono sui social sono praticamente consegnate all’oblio, e Social risolve, almeno in parte il problema. E che io sappia, al momento è l’unico a riuscirci, riversando realmente i contenuti, anche se è piuttosto datato.
Se e quando funziona.
Perché in effetti ha qualche piccolo problema, che sto cercando di tracciare (e questo post mi aiuterà nello scopo, per cui è possibile che lo commenti io stesso, con buona pace delle regole non scritte del social media marketing).
Il primo articolo che ho postato usando questo strumento ha avuto un po’ di interazioni, ma nessuna è visibile qui. Un primo problema, sembra essere la presenza di caratteri speciali nel titolo. Quello originale infatti era Contenuti copiati – Finalmente è successo anche a me!, ma a quanto pare leggendo i log, il parser non ha gradito i caratteri speciali, prima sostituendoli con qualcosa di buffo:
[SOCIAL - 2015-03-18 17:03:15 - 2.112.210.178] Current accounts: Array
......
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[text] => Contenuti copiati - Finalmente è successo anche a me!: Ebbene si, finalmente hanno copiato qualcuno dei miei testi... http://t.co/cQSpNkmYGM
[source] => Social Proxy by Mailchimp
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Il che probabilmente lo disallinea dall’URL generato da WordPress:
Quindi un primo problema sembra essere legato ai caratteri speciali.
Eppure, con un altro articolo (Il Content Marketing nel 2015?) Il problema si è ripresentato, anche togliendo i caratteri speciali dal titolo prima del parsing.
Ora, ho notato che il plugin tende a “perdere” la connessione a Facebook, che deve essere effettuata dalle Impostazioni dell’utente in WordPress una volta installato il plugin, ed è necessario ripetere l’accesso. Questo post servirà proprio a tenere traccia anche di questo problema, e lo aggiornerò con gli eventuali risultati.
Ebbene si, finalmente hanno copiato qualcuno dei miei testi!
Chi si occupa di content marketing, gestione dei contenuti, copywriting e così via, in genere ha o ha avuto dentro di sé uno degli spiriti più difficili con cui convivere, cioè quello dello scrittore. Che un personaggio controverso, tipicamente. Perché da un lato quando ti copiano è piuttosto fastidioso, dall’altro è quasi lusinghiero. In fondo, per chi crea contenuti editoriali, in generale scrive, o in generale crea qualcosa, essere imitati e copiati è quasi un punto di arrivo. Anche quando chi lo fa ha fatto il furbetto.
Ho scoperto la cosa completamente per caso, mentre stavo preparando un articolo per MCCPost (che pubblicherò fra qualche giorno), appunto su come scoprire le copie. Per ragioni statistiche, ho usato come base di partenza il mio articolo più letto, e poco dopo ho scoperto questo (Via Freezepage, per non regalare altri clic) . Che dire? Almeno hanno fatto lo sforzo di aggiungere al mio articolo una chiusa diversa! Per il resto, come si dice, trova le differenze.
Dopo essermi fatto una sana risata e aver brindato con il mio ego, che nel frattempo ha assunto una propria identità, mi sono chiesto come avrei potuto agire per rivendicare la mia proprietà intellettuale. Poi ci ho riflettuto.
Nel mondo del Web, se vi rubano un’opera, sia essa un articolo, alcune immagini, entrambi, o anche opere di ingegno più complesse e importanti di un semplice tutorial su Windows 8, c’è poco da fare. Certo, ci sono gli avvocati, le richieste, le lettere e i Cease and Desist, ma paradossalmente sono tutte cose che funzionano meglio se dall’altra parte c’è la buona fede. In questo caso, la copia è talmente evidente che lo è anche l’assenza di buona fede (non ha nemmeno cambiato i link!). E poi, onestamente, quale crociata di questo piffero è minacciare le vie legali per una inezia del genere? Molto meglio approfittarne per trasformarlo in un caso studio, e lasciare alla bontà di chi mi leggerà eventuali considerazioni, tanto più che nel freezepage c’è il rifermento al profilo blogger del copiatore.
Molto meglio una strategia basata sull’arguzia. Ho provato a lasciare un commento ringraziando e indicando l’articolo originale, ma non ha funzionato. Così, uso questo articolo come caso studio, mi ci faccio una sana risata, arricchisco il mio neonato blog e ho un caso studio in più da raccontare. Come benefit, ho la dimostrazione che gli strumenti che sto testando per il prossimo articolo funzionano.
Morale: “Non ho progetti, cogliere l’opportunitàè il mio progetto” e “Non ho principi, l’adattabilità alle cose, ecco il mio principio“. Chi vive di un lavoro come la gestione di contenuti, chi si occupa del content marketing di una o più realtà online, chi scrive quotidianamente contenuti editoriali, deve saper vivere anche di quello che trova per strada. Anche trasformando un apparente problema in un’opportunità.
Con queste premesse, copiatemi pure ogni giorno ;)
Insisto dal 1999, ogni volta mi areno immancabilmente dopo qualche mese o settimana. Perché questa volta dovrebbe essere diverso? Francamente, ancora non lo so. Ma in qualche misura sento che è nuovamente il momento di scrivere anche per me stesso. Chi mi conosce, e presumo che chi in qualche modo atterrerà su queste pagine mi conosca, sa che mi occupo principalmente di due cose: insegnare, un lavoro che mi appassiona da quasi quindici anni, e scrivere. Quello che faccio oggi si chiama content marketing, ma in realtà è una disciplina vecchia almeno quanto il concetto stesso di pubblicità: aiuto le aziende e le persone a raccontarsi. Oggi la gestione dei contenuti si applica soprattutto al Web, ma non è sempre stato così, e probabilmente il content marketing non coinvolgerà mai un solo media. Però è una disciplina che mi affascina, e visto che per una volta posso dire davvero e con cognizione di causa che lo faccio da prima che fosse cool, ho deciso di raccontare un po’ delle mie esperienze e di quello che si dice in giro per il mondo. In altre parole, e a questo punto lo sto scrivendo come promemoria, destinato a rimanere drammaticamente inatteso, se mi conosco almeno un po’, nei prossimi mesi qui si parlerà di:
Content marketing (o gestione dei contenuti, per chi preferisce l’italiano)
Insegnamento, divulgazione
Qualcuna delle mie passioni
E naturalmente, non sarebbe un blog se di tanto in tanto non uscisse qualche rant, ma fa parte dei giochi.
A risentirci… presto?
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