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Infodemia: se tutto è importante, nulla lo è davvero

Ormai la nostra dieta informativa è composta da un buffet infinito dove tutto sembra “imperdibile”. Ma la verità è che se non sappiamo distinguere un segnale dal rumore, la saturazione ha preso il posto dell’informazione.

Quali sono le tre cose più importanti che sono successe nel tuo settore questa settimana?

Se non sai rispondere probabilmente è perché te ne vengono in mente venti e non sai scegliere: sei vittima di infodemia.

Non sentirti in colpa. È una condizione sistemica. Ci hanno venduto l’accesso illimitato alla conoscenza come la nuova età dell’oro, ma ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un “rumore bianco” costante che prosciuga la nostra capacità critica. Come in una versione distopica di Matrix, non stiamo scegliendo la pillola rossa; stiamo solo cercando di non affogare nel flusso di codice. Ma la verità è che stiamo morendo di sete in mezzo a un oceano di dati. Mi fa venire in mente un passaggio geniale di Buona Apocalisse a Tutti:

The theory was that if you ate enough MEALS™ you would a) get very fat, and b) die of malnutrition.

Pensiamo al rapporto che abbiamo sviluppato negli ultimi anni con le informazioni e vedremo che purtroppo non è molto lontano dalla realtà.

Cos’è davvero l’infodemia (e perché non è solo “troppa roba”)

Il termine infodemia non è un neologismo da conferenza o da post social (lo dimostra anche il fatto che non se ne parla molto, lo so, non è un argomento con cui si fanno i big like). È stato sdoganato ufficialmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che lo definisce come una sovrabbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili e indicazioni affidabili quando ne hanno bisogno.

Solo un problema di quantità? Magari! Il vero dramma è la dissoluzione della gerarchia informativa. Nel mondo pre-social, esistevano strumenti di mediazione, sia professionali sia indipendenti. l’editoria, per esempio svolgeva un lavoro spesso vissuto come poco nobile ma indispensabile: la cura dei contenuti, o content curation. C’era un direttore, c’erano i caporedattori, c’erano i redattori. Qualcuno decideva cosa andava in “prima” (perché cambiava il mondo) e cosa finiva in decima pagina (perché era un dettaglio per addetti ai lavori).

In altre parole, qualcuno decideva per noi cosa era più meritevole nella nostra attenzione. Cerco di essere molto chiaro, non è un concetto semplice né comodo: storicamente abbiamo scelto la disintermediazione, spesso per scarsa fiducia nei confronti di chi, testata, canale televisivo, o sito, operava questo tipo di cura, a favore di un modello in cui “ognuno va a cercarsi le informazioni che gli interessano”.

Solo che è finita malissimo, perché nell’equazione nessuno ha considerato o visto arrivare il mercimonio della nostra attenzione.

Oggi, quel filtro è stato sostituito da un algoritmo che non ha etica, ma solo obiettivi di business. Per un feed di LinkedIn o Facebook, una notizia sulla fusione nucleare e il post di un “guru” che spiega come svegliarsi alle 4 del mattino hanno lo stesso peso visuale, purché generino lo stesso tempo di permanenza sullo schermo. La qualità è stata sacrificata sull’altare dell’engagement.

Se vogliamo leggerla in modo un po’ più (Cyber)punk, abbiamo sostituito una forma di controllo con una peggiore, perché almeno prima il mercato era evidente e se non ci piaceva più un giornale / magazine / programma semplicemente smettevamo di comprarlo o di seguirlo.

Il paradosso della scelta e la morte dell’occhio critico

Oggi la situazione la conosciamo tutti, anche sulle piattaforme più professionali o orientate al business: tutti riportano notizie, ma nessuno le pesa o le cura. Al massimo emerge qualche post, secondo me ancora più cringe, del tipo “No, non è andata davvero così”. Siamo passati dall’era dei cronisti a quella dei ripetitori. Se una notizia appare su dieci bacheche diverse, tendiamo a considerarla vera o importante. È un bias cognitivo classico, ma potenziato dai bit. E oggi anche dall’IA che, come noto, ha un fortissimo potere di rumine nei confronti dei concetti più diffusi.

In psicologia si parla di sovraccarico cognitivo o Cognitive Overload. Secondo studi condotti da istituti come il Nielsen Norman Group, gli utenti web non “leggono”, ma “scansionano”. Si lo so: secondo le buone pratiche non bisognerebbe citare una ricerca del 1997. Ma se siamo qui a ragionarci, è perché evidentemente non ne abbiamo compreso le implicazioni. Quando scansioniamo, perdiamo la capacità di analisi profonda. Non ci chiediamo più: “Perché questa notizia è rilevante per me?”, ma ci limitiamo a registrarla come rumore di fondo.

I media più tradizionali, compresi i siti specializzati, con tutti loro suoi difetti e le loro linee editoriali talvolta parziali, offrivano però un contesto. Oggi il contesto è morto. Abbiamo frammenti di informazioni, come snippet, reel, video brevi o post, che galleggiano nel vuoto. Come scrivevo troppo tempo fa a proposito degli algoritmi, ci siamo abituati a contenuti irrilevanti che tradiscono la nostra attenzione. Se non c’è qualcuno che mette un occhio critico, la rete diventa una immensa echo chamber, una sala degli specchi dove vediamo solo ciò che l’algoritmo pensa ci piaccia.

La quantità non è competenza: il mito dell’onniscenza è insostenibile

Esiste una verità scomoda che molti professionisti del personal branding evitano: accumulare informazioni non significa acquisire competenze. Nelle mie lezioni sulla mentalità e la vita digitale insisto sempre su un punto: dobbiamo imparare i principi, non comandi o istruzioni. Per arginare l’infodemia, il principio cardine è la selezione. Essere esperti oggi non ha niente a che vedere con il conoscere tutte le novità. Al contrario, Significa avere il coraggio di ignorare il 95% del rumore per concentrarsi su quel 5% che sposta davvero l’ago della bilancia.

E qui nasce il problema: chi ci aiuta oggi a decidere, in un mondo in cui anche il più autorevole degli esperti deve buttare fuori secchiate di informazioni per non essere sommerso dallo slop?

La bulimia informativa produce quello che chiamo il last minute expert: uno che sa citare l’ultimo report di Gartner ma non sa applicare una logica di problem solving elementare. È la differenza che passa tra un ingegnere che conosce la fisica e uno che sa solo usare un software di simulazione senza avere mai sofferto davvero davanti all’equazione della catenaria.

Possiamo evitare che la nostra attenzione sia fatta a brandelli?

Se vogliamo salvarci dobbiamo tornare a essere dei curatori. Peraltro è un tema che mi è molto caro e sarebbe davvero bello che questo post originasse l’opportunità per iniziare a collaborare per una scelta più consapevole delle informazioni da conoscere (non si sa mai).

Per quanto mi riguarda, io ho scelto un approccio molto rigido.

  1. Scelgo le fonti: non seguo “tutti”. Seleziono tre o quattro fonti che abbiano dimostrato negli anni di avere occhio critico e consapevolezza. Pivilegio chi scrive (o informa) meno, ma meglio. La qualità richiede tempo; chi pubblica dieci post al giorno sta solo saltellando davanti ai miei occhi per avere la mia attenzione. E soprattutto, niente sensazionalisimo: al terzo “questa cosa cambierà il mercato per sempre”, sei fuori.
  2. Verifico le fonti: non mi fido di screenshot, video o versioni riportate. In fondo siamo già nell’era della post-verità e della verità artificiale. La consapevolezza digitale parte dal dubbio. Se ne ho cerco conferme su studi accademici, siti governativi o report ufficiali. Anche qui, se non ci sono riscontri o la fonte mi rende il lavoro troppo difficile perché riporta dati o fatti troppo oscuri, passo oltre.
  3. Applico la cura manuale: a fine giornata o a fine lettura mi chiedo sempre se quello che ho letto o visto mi ha lasciato qualcosa. Se non so rispondere, ho buttato via il mio tempo.

Rieducarci e “ricablare” il nostero cervello

La soluzione non è disconnettersi. Il digital detox sarebbe anche una buona idea, per chi non ha bisogno di lavorare. Ma non è applicabile nel mondo reale: sarebbe come dire a un marinaio di evitare l’oceano perché c’è troppa acqua. La soluzione è imparare a navigare con una bussola, non seguendo ogni onda.

Dobbiamo accettare che nessuna strategia informativa è eterna. Dobbiamo avere l’umiltà di ammettere che non possiamo sapere tutto. In un mondo che ci spinge a essere ovunque e a sapere tutto, la vera mossa d’avanguardia è la sottrazione.

Sopravvivere all’infodemia significa smettere di essere dei consumatori passivi di feed e tornare a essere degli analisti. Perché, alla fine della fiera, non importa quanti bit hai scaricato oggi, ma quanta consapevolezza sei riuscito a estrarre dal caos.

Ti senti ancora sopraffatto? Inizia da qui: cancella l’iscrizione a cinque newsletter che non leggi mai, oppure inizia a segnalare come “non mi interessa” alcune proposte sui feed dei social. È un piccolo passo, ma è un gesto di igiene mentale indispensabile.


Secondo il Mit solo il 5% dei progetti aziendali basati su GenAI produce valore

Secondo una ricerca riportata da Il Sole 24 ORE, il 95% dei progetti basati su Intelligenza artificiale generativa (GenAI) non crea valore nelle aziende.

Internet è un posto meraviglioso: la quintessenza dell’intramontabile citazione di Ronald Coase: “Se torturi i dati abbastanza, la natura confesserà sempre“. Un modo elegante per dire che ricerche e statistiche possono dire tutto e il contrario di tutto. Il parallelo con la Rete delle Reti è tutto qui: basta cercare abbastanza e troveremo dati, anche autorevoli, a supporto di qualsiasi tesi, come molti colleghi sanno bene.

Per ora rimaniamo sul fatto riportato (che non è più freschissimo, lo so, ma le mie riflessioni sono ondivaghe come il tempo che posso dedicare al blog): il 95% dei progetti basati su Intelligenza Artificiale generativa non produce valore. Che, alle orecchie di chi è su Internet da troppo tempo, suona come quella vecchia statistica di McKinsey secondo cui il 70% dei progetti di trasformazione fallisce (fun fact: la statistica è così famosa che la stessa azienda la cita in una sorta di “sequel”, quindici anni dopo): numeri che senza dubbio fanno sensazione e stanno benissimo nelle slide, ma che spesso nascondono verità più complesse.

The state of AI in Business 2025

Prima di partire con le mie osservazioni, risolvo subito un italico vizio che purtroppo affligge anche le realtà più autorevoli: la mancanza del link alla fonte. In questo caso la ricerca è stata prodotta da NANDA, un settore del MIT dedicato alla ricerca sugli Agenti AI. Questo è importante per capire il contesto: l’agentic AI infatti ha nella sua proposta di valore proprio quella di superare i limiti dell’IA generativa. Non ci stupisce il fatto che cerchino di dare grande risonanza a un report che li evidenzia. In ogni caso, l’accesso diretto ai paper richiede un’iscrizione, ma una copia è pubblicamente disponibile attraverso questa URL. Così, chi vuole ha un accesso diretto alla fonte per approfondire. Quello su cui però mi volevo concentrare sono gli highlight emersi, che fortunatamente non sono né parziali né imprecisi. Perché già così c’è molto su cui ragionare.

La differenza fra implementazione e adozione

Questo è uno degli aspetti più interessanti: sempre secondo i dati la differenza è tutta nella differenza fra adozione individuale e adozione da parte delle imprese. Per farla semplice (la trattazione rigorosa è nell’articolo), strumenti come ChatGPT e Copilot hanno superato l’80% di adozione, ma servono soprattutto per migliorare la produttività personale. I sistemi aziendali, invece, arrivano in produzione solo nel 5% dei casi.
Il che, dal mio punto di vista, aprirebbe già ad abbastanza ragionamenti per trascorrere un pomeriggio: in poche parole i dati aziendali esfiltrano verso sistemi di terze parti giornalmente, con buona pace della governance. Insomma, cambiano gli strumenti ma i fogli Excel condivisi con le password aziendali restano. E oggi vanno a nutrire gli LLM. Ma, dal mio punto di vista, c’è un ulteriore passaggio logico.

[considerazione] L’AI è un fenomeno terribilmente tautologico

Negli ambienti digitali se ne parla da molto, ma più passa il tempo più il sospetto che l’IA sia l’ennesima bolla si fa strada. Del resto, lo ha ammesso anche Sam Altman stesso qualche tempo fa. Nella mia limitatissima esperienza, ho l’impressione che l’Intelligenza Artificiale stia impattando soprattutto il mondo digitale stesso in una sorta di circolino simile a quello della moda in cui tutto il tumulto si ferma appena di fuori del perimetro. Sì, sempre secondo i dati riduce le spese per i servizi esterni, ma per il resto punto o poco accade. C’è una fotografia, ormai diventata un meme, che lo spiega benissimo.

Ovviamente è una iper semplificazione. Ma spiega alla perfezione un determinato tipo di sentimento. Certo, oggi è tutto data driven, i dati sono il petrolio del terzo millennio e lallallero. Ma l’adozione pervasiva dell’IA al di fuori di quanto è già fortemente digitalizzato non sembra esattamente dietro l’angolo, ecco. Almeno, non nella sua incarnazione generativa. Con l’eccezione, forse, delle applicazioni giocattolo, quelle di cui tutti pensiamo di avere bisogno una volta che ce le propongono: ricerche, assistenti allo shopping, assistenti vocali e cose così. Dove, per la verità, si tratta principalmente di update e non di upgrade.

Shadow AI Economy

Un fenomeno che emerge dall’articolo e dalla ricerca riguarda soprattutto il GenAI Divide, come lo definiscono gli stessi autori. Ancora una volta la tecnologia non democratizza l’innovazione, ma la rende un fattore divisivo. Insomma, c’è chi innova e adotta alla velocità della luce e chi, per ragioni anche strategiche e di opportunità, rimane fermo al palo. Anche qui, nulla di nuovo: non abbiamo ancora colmato il Digital Divide, nemmeno per quanto riguarda le aziende, ed ecco che compare un nuovo campo su cui giocare. (A pensare male, sembrerebbe fatto apposta per arginare fenomeni come la cloud resignation e il ritorno a soluzioni Open e on prem, ma sicuramente è colpa mia che invecchiando divento rompiscatole e propenso al complotto).

Ma cosa succede dove le aziende si muovono con ponderazione (o lentezza) e gli utenti invece scalpitano? Ecco a voi la Shadow AI! Prepariamoci a sentirne parlare. Esattamente come la Shadow IT e il BYOD non autorizzato: le persone non particolarmente propense a seguire le linee guida aziendali si arrangiano con soluzioni spesso raffazzonate, a volte efficaci, ma sempre non governate. Uno dei principali grattacapi di chi si occupa di gestire il cambiamento torna in una nuova forma: chi vuole correre correrà, con il permesso o meno dell’azienda.

[considerazione 2] Il mondo user guida il mercato e non è un bene

Il problema di fondo è che i big player sono impegnati in una corsa forsennata per raggiungere il primo milione di utenti nel minor tempo possibile (si, è una gara vera e propria. Non commento perché divagherei ancora di più). In questa bulimia di metriche, nessuno sembra preoccuparsi di cosa accade dopo, quando quei servizi devono scalare davvero all’interno di aziende, enti e strutture di una certa complessità in cui non sin può solo sventolare la carta di credito e sperare per il meglio.

Qui iniziano i danni. Prendiamo Pino, middle manager della Tragedia Srl.: Pino ha il suo account “plus” personale, lo paga di tasca sua e ci fa di tutto. Quando poi si scontra con l’alternativa aziendale — che per motivi di budget, sicurezza o pura burocrazia ha limiti diversi e castrati — Pino non ci sta. E così, piuttosto che usare uno strumento meno performante, sceglie la via della Shadow IT, che in questo caso mi dicono chiamarsi Shadow AI: usa il suo account privato per gestire dati aziendali, creando un buco nero nella governance e mandando allegramente a ramengo anni di formazione sulla cybersecurity, sulla cultura del dato e, banalmente, ignorando qualsiasi tipo di buonsenso.

[Considerazione 3] Geniali dilettanti in selvaggia parata

A peggiorare la situazione c’è il fiorire di figure professionali improvvisate. Moltissimi sedicenti esperti di IA oggi semplicemente non possono esserlo: i prodotti e i servizi sono ancora troppo acerbi per consentire una reale padronanza metodologica. Sarò troppo tranchant, ma dal mio punto di vista è impossibile, o quantomeno discutibile, avere certezze assolute in un mondo in cui anche i big player fanno passi falsi e ritirano prodotti e servizi con la stessa velocità con cui li creano (qualcuno ha detto “Sora”?).

Siamo davanti ai “last minute expert”: persone che fino a sei mesi fa si occupavano di tutt’altro (sarà l’età, ma sento nelle orecchie echi che ricordano vagamente parole come blockchain e metaverso) e che oggi, magari anche alla luce di qualche buon risultato di laboratorio, in sandbox o su piccola scala, spiegano alle aziende come rivoluzionare i processi. Ma saper scrivere un prompt non significa saper gestire un’infrastruttura, così come aver messo su una istanza di N8N non mi rende esperto di automazione o avere provato OpenClaw mi rende competente nell’IA agentica. Confondere l’entusiasmo per una funzione “giocattolo” con la competenza strutturale che serve nelle aziende è il modo più veloce per finire in quel 95% di progetti che non produce un centesimo di valore.

Sopravvivenza e pragmatismo

Il segreto della sopravvivenza digitale in realtà è semplice: tornare alle basi. Sostituire alla schiavitù da trend una adozione ragionata, che non è un “no” a prescindere, ma nemmeno abbracciare ogni novità in modo acritico. Se un software complica la vita invece di semplificarla, non è colpa dell’utente: è lo strumento a essere sbagliato, o chi lo ha implementato a non aver capito il problema. Smettiamola di comprare sogni e suggestioni, anche se incredibilmente affascinanti, e ricominciamo a investire in soluzioni funzionali e oggettivamente efficaci, meglio se supportate da casi studio reali. O, in alternativa, facciamo in modo che ci sia chiaro che stiamo facendo ricerca e sperimentazione. Perché, alla fine, il valore non lo crea l’algoritmo, lo crea chi sa ancora distinguere la realtà dalla narrazione.

La pandemia, la cultura del dato e la qualità dell’informazione

Un mio post sulla cultura del dato che ha generato una interessante discussione: lo riporto anche qui

Quello che sto facendo è inusuale e per certi versi è l’esatto contrario delle buone pratiche della comunicazione: sto riportando sul mio blog un testo che era nato prima su Facebook. Ma alcuni mi hanno fatto notare come fosse davvero rilevante sotto molti aspetti, per cui ho deciso di fare il proverbiale strappo alla regola.

Lo riporto nella sua formattazione integrale, senza aggiungere nulla. In fondo all’articolo i link al post originale e all’articolo che lo ha generato.

Post lungo, faticoso e di dubbia utilità (almeno vi ho avvisati 😉 )

Se c’è una cosa che dovrebbe essere chiara a chiunque sia giunto alla maggiore età è che la complessità della realtà non permette di tracciare linee di confine nette.

Anche nel caso di problemi nazionali come la pandemia. Questo articolo di ADN fa una cosa utile e intelligente, pertanto poco frequentata anche da giornali e agenzie che sulla carta dovrebbero essere autorevoli: mette a confronto le opinioni di una serie di esperti in merito alla pandemia e al lockdown. E lo scenario che ne esce, ovviamente, è complesso.

Perché anche fra gli esperti veri, quelli con lauree, specializzazioni e decenni di lavoro, ci sono opinioni contrastanti. Si lo so, a inizio anno mi ero ripromesso di parlare più di tecnologia e meno di fesserie inutili come la politica, infatti ora ci arrivo. Perché questo articolo permette diverse riflessioni.

Prima di tutto, la comunicazione: purtroppo non è ancora prassi, ma c’è da sperare che lo diventi a breve, il fatto di “blindare” chiunque abbia un incarico al fatto di non parlare se non in modo concordato. In questo anno le dichiarazioni dei vari membri del Cts, immunologi, professori vari hanno spesso fatto più danni che conforto. D’accordo la libera circolazione dell’informazione, ma questa si fa rendendo pubblici i dati sotto forma di open data, non invitando l’ennesimo professore affamato di visibilità a un talk show televisivo. La realtà non è riducibile a uno strillo fra un conduttore scemo e la pubblicità delle merendine. In questi casi la comunicazione dovrebbe essere contingentata e gestita da qualcuno di capace.

Secondo: i social. Ormai dovrebbe essere chiaro che un articolo come quello che sto incollando non circolerà mai sui social. Perché non è “viralizzabile”: non ha un titolo al limite del clickbait, non ci sfrucuglia la pancia.

La lezione qui è semplice: l’informazione vera e utile non si trova sui social, la cui genesi è il cazzeggio e il cui uso per altri scopi è contro natura. Il mio consiglio? Riscopriamo l’uso della Home Page, dei Preferiti e di strumenti fighissimi per l’aggregaziione di contenuti come Feedly o Inoreader. Io uso quest’ultimo e non potrei più vivere senza.

Sulla tecnologia, ecco la mia osservazione. Se vogliamo fare un’analisi un po’ più a freddo, il vero problema di questa pandemia è che la stiamo gestendo esattamente come tutte le pandemie precedenti, con provvedimenti “a sensazione”. Quello che è aberrante è che oggi avremmo tutti gli strumenti per farci aiutare dalla tecnologia. Come? Cito le prime cose che mi vengono in mente, lasciando perdere i miglioramenti pratici di quello che già esiste.

Open Data e la cultura del dato: ancora oggi in Italia manca completamente. Basta vedere la fatica che devono fare le diverse dashboard per allinearsi con le informazioni fornite UNA VOLTA AL GIORNO dalla protezione civile. Questo perché abbiamo ancora la concezione (sbagliatissima) che i dati debbano essere supervisionati prima di essere “inviati”, mentre la tendenza nei settori produttivi, dove il tempo è denaro e non ci si può permettere overhead, è quella di raccogliere i dati in forma diretta e farli “supervisionare” da sistemi di analisi statistica evoluti. Insomma, potremmo riversare i raw data in tempo reale ed elaborarli successivamente, dando però a tutti la possibilità di lavorarli in tempi molto più brevi. Questo ci porta al secondo punto.

Lentezza di elaborazione: in un mondo in cui riusciamo a prevedere il percorso dei tifoni è INCONCEPIBILE che l’elaborazione dei dati sulla pandemia abbia uno sfasamento temporale di 15 giorni. A cui se ne aggiungono altri per le decisioni. Questo ci condanna a chiudere sistematicamente il recinto dopo che i buoi sono scappati. Con l’aggravante che, anche se non sono un esperto, mi sembra che le decisioni siano presi su dataset corposi ma non complessi, e con modelli tutto sommato semplici. E non riesco a pensare che con le risorse di uno stato non si possa avere abbastanza potenza di calcolo per abbattere i tempi di risposta. Infatti penso che il problema non sia l’elaborazione, ma la lentezza con cui il sistema italiano fatto di responsabili, funzionari, supervisori e fogli di calcolo sbagliati dopo nove passaggi di controllo fornisce i dati. Ancora una volta, il problema è gestionale. Che senso ha che ogni regione, provincia, feudo elabori i dati autonomamente: facciamo in modo che vengano fornite direttamente le letture dai macchinari, e che sia un sistema centralizzato a restituire le elaborazioni, come avviene nell’industria e come un qualunque analista vero suggerirebbe di fare in contesto di big data. (che nel nostro caso in realtà non sono big data ma “a lot of small data”).

Modelli previsionali: magari sbaglio, ma è possibile che al mondo ci sia abbastanza potenza di calcolo per fare i deepfake di Trump che suona l’ukulele su una tavola da surf ma non esista un modello matematico su cui testare l’efficacia dei provvedimenti prima di dare aria alla bocca? Ora, ovviamente non è semplice e non è una cosa che uno può fare con Excel o con un’istanzina di Tensorflow sul PC di casa. Ma è anche vero che qualche risorsa in campo per questa pandemia la si è messa, ma ancora una volta, probabilmente, la scarsa cultura dei dati ci ha impedito di vederne il potenziale.

Di nuovo, si pone il problema del ribaltamento: abolendo i passaggi intermedi e inserendo direttamente le letture strumentali in una base dati centrale, si ottimizzerebbero le risorse per l’elaborazione, si avrebbe un’analisi più tempestiva, si potrebbero fornire dei veri Open Data e costerebbe anche meno, visto che i dati non passerebbero dalle mani di una lunghissima serie di burocrati che non solo allungano drammaticamente i tempi di elaborazione, ma sbagliano pure (La Lombardia è il caso più eclatante). E i denari risparmiati potrebbero essere rilocati per mettere in piedi un sistema di analisi e previsione credibile, che impedisca ai vari esperti di “collaudare” le soluzioni sulla pelle di una nazione, con gli effetti che abbiamo visto finora.

Finito. Ma vi avevo avvisati 🙂

Per chi vuole approfondire o partecipare alla discussione

https://www.adnkronos.com/lockdown-totale-in-italia-cosa-dicono-gli-esperti_4hhyvlzdBRJ9KBQMmsmJ6W?fbclid=IwAR3tO5JCqJpG-aSAeNLDBznWoUiMjPmFwKFkK-VzpMVp7opqycj0f1Ulq7c

Lezioni di SEO - un esempio di cosa racconto a scuola

SEO a Biella: si può lavorare bene in provincia?

La mia vita digitale e professionale è sempre stata improntata al dualismo: tecnologia e ruralità. E’ possibile fare il giornalista informatico, il divulgatore digitale l’insegnante e l’esperto SEO a Biella, nella piena provincia italiana? Sembrerebbe di si, ma bisogna imparare alcune regole di base della “sopravvivenza”.

Lezioni di SEO a Biella. Cosa ho fatto negli ultimi tre anni?

Ovviamente ho continuato a fornire i miei servizi di consulenza SEO, anche in forma privata, sia come seminari di formazione per permettere alle aziende di costruire autonomamente il loro posizionamento sui motori di ricerca, sia sotto forma di consulenza canonica.

Inoltre sono diventato SEO strategist per i fratelli di Hydrogen, creando strategie SEO dalla A alla Z diversi loro clienti.

Ma soprattutto, la parte che mi diverte di più sono le lezioni di SEO vere e proprie. Da quelle più creative e divertenti, come le lezioni di SEO alla maniera Zen (capitolo 1 e capitolo 2), fino ad arrivare all’insegnamento più canonico in aula (ecco per esempio il backlog di una delle numerose lezioni).

Di tanto in tanto, tempo permettendo, tento anche di scrivere qualche approfondimento sulla SEO. Il più divertente (e impegnativo) per ora è stato Strumenti SEO gratuiti provati per l’Italia. Che per la verità avrebbe bisogno di un aggiornamento.

Infine, nel 2020, ho deciso di sfruttare la contingenza dovuta alla pandemia come una opportunità: ho avuto la possibilità di estendere la mia collaborazione con Agenda Digitale Biella, tenendo alcuni seminari di SEO verticali, e ho lanciato alcuni progetti (per il momento ancora segreti) per verificare se le mie teorie su un certo approccio alla SEO più organico e meno irrigidito in regole e regolette hanno davvero successo, o se finora è solo stata fortuna.

In ogni caso, prima di proseguire con il tema “vero” di questo articolo, rimando al piccolo spazio pubbicità in fondo alla pagina. Se siete qui perché vi serve un consulente SEO a Biella (ma non solo!) facciamo quattro chiacchere.

Seo a Biella: era quello che cercavi?

Ok, a più di due anni dalla pubblicazione originale è ora di calare la maschera. Questo articolo era nato come scommessa, per dimostrare quanto facile fosse, all’epoca, costruirsi un posizionamento per una keyword poco presidiata.

Oggi, a distanza di qualche anno, abbiamo ottime testimonianze di esperti SEO a Biella (benarrivati a tutti ;) ). Che, finalmente, hanno deciso di investire un po’ di tempo a costruire la propria posizione utilizzando le strategie e le tecniche SEO che conoscono.

Visto che mi piace pensare che si tratti anche e soprattutto di una sfida positiva e divertente fra consulenti SEO concorrenti, provo a rilanciare, aggiornando questa pagina.

Professioni digitali in provincia? Why not?

Internet in particolare e il mondo digitale in generale è quel posto meraviglioso in cui, se racconti di fare il programmatore freelance viaggiando per il mondo zaino in spalla sei un caso da copertina, ma se dici, per esempio, di lavorare in un settore ugualmente specialistico come la SEO a Biella, ti guardano da marziano.

Perché per qualche strano motivo, l’idea del moderno hippy che gira il mondo imbracciando un portatile invece della chitarra ci fa dimenticare l’incubo di logistica che è un’idea del genere, a favore del che figata deve essere aggiornare una release da un bar a Miami mentre ti godi il tramonto e sorseggi un long island. Sorvoliamo sul fatto che alcol e codice non vanno d’accordo e anche sul fatto che se stai impazzendo con una versione mi sa che il tramonto non te lo godi. Sostituite “bar di Manhattan” con “paese della provincia di Biella” e provate a fare le stesse domande:

Ma come fai con la connessione?

I clienti come li raggiungi?

Come fai a rimanere in contatto con i colleghi?

Non è scomodo?

robert downey, jr alza gli occhi al cielo esasperato
Seeeehh, mi occupo di SEO e lavoro in provincia. E allora?

Di base è una questione di scelte: opportunità e competitività estreme contro una maggiore tranquillità e qualche grattacapo in più nello spiegare cosa fai e come lo vorresti fare. Ma ci sono comunque delle possibilità. Terminata questa lunga premessa, vorrei raccontare come si può vivere si innovazione (e di SEO) a Biella, con una nota a margine: si scrive Biella, ma si legge una qualsiasi città italiana di provincia. Cioè dove stanno la maggioranza delle persone e delle opportunità. Non è un mistero infatti che l’Italia sia una nazione fortemente ruralizzata, e basta guardare qualche dato  per rendersene conto: il “grosso” della popolazione in Italia vive ancora fuori dalle grandi città.

Ma bando alle ciance, ecco cosa ho imparato, in un racconto semiserio:

SEO a Biella: cinque regole di sopravvivenza

Fare SEO a Biella richiede ingenti quantità di caffeina
Preparati cara, che quella sarà la prima di una lunga serie di tazze di caffeina

1. Il Milanese ne sa sempre più di te.

Non importa quanto credito hai, dove hai insegnato, dove hai lavorato. l’Agenzia di Milano o il Consulente di Milano (o di Torino, o di Roma, per esempio), sono e saranno sempre la tua nemesi. Un mio carissimo amico la chiamava la sindrome di Calimero. Perché nella provincia l’equazione grande città = maggiore compentenza è ancora viva e vegeta. Anche se la storia recente dice un’altra cosa. Quindi davanti all’ultimo fesso con macchinone d’ordinanza, vestiti fighetti o hipster e accento bauscia sarai sempre in difetto. Anche se insegni nella scuola che lui ha frequentato fino al mese scorso.

La soluzione di buon senso: mostra i tuoi risultati, le tue credenziali, le tue collaborazioni e mettili a confronto con i risultati che ha portato a casa l’EspertoDiMilano

Il cheap trick: procurati dei biglietti da visita “metropolitani” e ostenta cadenza lombarda o torinese.

Pro tip: Se l’EspertoDiMilano è così bravo e lavora con tutti i “big”, perché viene a cercare a Biella un incarico da qualche migliaio di euro? Non è che magari a Milano, dove sei davvero dentro Tana delle Tigri, se lo sono già spolpato vivo perché è un fuffaro?

2. Innovare non è difficile, se sai con chi farlo e come.

Sfatiamo una credenza popolare: gli imprenditori di provincia non sono “lenti” o “retrogradi”. Semplicemente, sono pragmatici. Questo significa una cosa molto semplice: se ti danno dei soldi, vogliono vedere dei risultati veri e misurabili. E vogliono capire quello che stai facendo. L’atteggiamento “lasciami fare la mia magia” ha funzionato in certi ambienti e per un periodo limitato ma mai qui (e oggi, onestamente, è ridicolo in generale). E per chi si dedica a pratiche complesse come la SEO, a Biella o nelle altre zone in cui si ragiona per criteri produttivi, potrebbe essere un problema.

La soluzione di buon senso: facile. Spiegati. Bene, a fondo. Condividi i risultati, spiega onestamente i limiti e i rischi. Da imprenditore a imprenditore.

Il cheap Trick: conrfontati con le altre forme di pubblicità. “Hai contato quanti clienti ti ha portato l’inserzione sul giornale locale?”.

3. Guarda fuori dall’orticello

Uno dei principali problemi di chi si occupa di Digitale, Marketing e altre amenità come la SEO a Biella e nelle piccole città è che spesso l’ambiente e la facilità (relativa) con cui si ottengono i risultati porta a smettere di apprendere o di studiare. Per intendersi, fra gli “esperti” di SEO a Biella e a Vercelli resistono convinzioni come “devi pubblicare tutti i giorni alla stessa ora”; “I CMS  come WordPress non ti permettono di fare buona SEO on page”; capiamoci, qui si parla ancora di keyword density, meta tag e Pagerank come se fossero attuali. La ragione è di una semplicità sconfortante: poca concorrenza, poco stimolo. Ma soprattutto, la falsa convinzione che i lavori fatti per le realtà locali siano di piccolo cabotaggio.

La soluzione di buon senso: non smettere mai di studiare (per esempio, partendo dalla mia lista essenziale di risorse SEO ;) )

Il cheap trick: basta frequentare un paio di gruppi o pagine di settore per capire a che velocità si muove il “mondo di fuori”.

Occuparsi di SEO a Biella richiede DAVVERO quantità ingenti di caffeina
Nessun caffè è stato maltrattato nella scrittura di questo articolo. Ma occupandosi di SEO nel biellese se ne bevono molti.

4. Un fornitore è per sempre, e si compete poco

La stagnazione di cui sopra, che copre un po’ tutti gli ambiti della vita professionale biellese, dalla SEO ad altre attività digitali, in realtà è molto legata a una sorta di inerzia che si ha nel DNA: i fornitori vengono spesso vissuti come il negozio sotto casa. Ci si litiga, si discute, ci si confronta, ma non si cambiano. Le motivazioni vanno dal sono brave persone al ci seguono benissimo su tutto il resto (che spesso include, per esempio, le fotocopiatrici). Insomma, se siete fornitori di una piccola azienda di Biella, potete permettervi una quantità quasi infinita di errori e superficialità, perché il cliente quasi sempre presenterà rimostranze, si arrabbierà, ma non vi darà mai davvero il benservito. E molti se ne approfittato: hanno il Kit del Guru della SEO (oggi) di Internet (ieri) e dei computer (l’altro ieri), una valigetta alla quale cambiano solo etichetta, ma è la stessa dagli anni ‘90. E con quello infinocchiano allegramente gli imprenditori di provincia da quando vendevano a decine di milioni di lire i siti fatti con Frontpage.

La soluzione di buon senso: spiegate al vostro potenziale cliente quello che potrebbe ottenere con lo stesso budget da un vero professionista.

Il cheap trick: offritevi come terzista di uno dei fornitori di cui sopra. Vista la loro abilità commerciale, pensate cosa potrebbero fare con un vero prodotto da vendere…

5. Pensa locale, agisci locale ma osserva globale

Partiamo da una onesta ammissione: “Pensa globale, agisci locale” è un concetto affascinante, ma per la maggior parte delle PMI è inapplicabile. Quindi, se lavorate per un’azienda locale che cerca un migliore posizionamento SEO in Biella e dintorni, nella maggior parte dei casi questa vorrà sviluppare la sua presenza sul territorio. Il fatto di poter vendere a Bali o in Australia è in molti casi una chimera con cui i sedicenti esperti di web marketing hanno fatto la ruota per anni e in alcuni casi continuano a farla. Volete fare un favore alle aziende che cercano un posizionamento SEO interessante in una zona come Biella e il biellese (o come, abbiamo detto, tutte quelle simili)? Abbandonate le velleità internazionali e ricominciate dalla base: l’azienda è localizzata nel modo corretto? E’ presente Su Google Maps e sugli altri database? Abbiamo rivendicato correttamente tutte le proprietà? Possiamo discutere all’infinito in merito a se e quanto queste attività siano realmente SEO o appartengano ad altri insiemi, ma sono i fondamentali che mancano in una quantità stupefacente di casi.

La soluzione di buon senso: vedi sopra. Non dare nulla per scontato, e soprattutto non temere di essere “piccolo” o “umile”. Spesso darai un servizio migliore con le cose semplici di quello che daresti scimmiottando la campagna di HBO del 2015.

Il cheap trick: mi dispiace, in questo caso non c’è.

Mi occupo di SEO, lavoro a Biella, me ne vanto

Ok, ammetto di avere barato, almeno in parte. Perché Biella, da questo punto di vista, non è propriamente una “realtà come tutte le altre”. Ci sono svariate eccellenze in molti ambiti del Web, alcune estremamente famose, altre emergenti, altre ancora decisamente verticali. Con alcune ci ho lavorato, con altre lavoro tutt’ora, con altre le nostre “galassie” di conoscenze si sono appena sfiorate. L’aspetto curioso è come tutto questo tumulto di attività online di eccellenza avvenga in modo quasi invisibile rispetto alle attività tradizionali. Su tutti i livelli della catena alimentare del marketing online, da webdesign alla SEO, Biella è quel posto meraviglioso in cui un ecommerce di successo mondiale esiste nello stesso stabile di un bar che non ha nemmeno rivendicato la sua posizione su Google Maps e Tripadvisor. Come se gli esperti di SEO e altre discipline rimanessero inascoltata Cassandra appena escono dal loro ufficio. E in molti casi purtroppo è così, per ragioni che vanno dalla miopia imprenditoriale delle parti all’assenza di un linguaggio comune con cui intendersi e capirsi.

Un approccio strutturato alla SEO locale e alle pratiche SEO in generale

Ecco perché il mio approccio per la local SEO a Biella e nelle piccole città riparte ancora di più dalla mia filosofia: #writeforhumans: scrivi, progetta, ragiona per gli esseri umani, per le persone. E in questo caso, pensa anche il tuo lavoro in funzione delle persone: ascoltale, senti le loro esigenze. Fai davvero quello che è meglio per loro. Non importa se è “noioso”, “banale”, “scontato” e tu invece sogni di diventare il re della viralità o cerchi il guadagno facile. Il protagonista non sei tu. Il personaggio principale di un videogame geniale che ho scoperto con “solo” otto anni di ritardo a un certo punto dice pressapoco “il lavoro di un roadie è quello di far essere fighi gli altri”. Vale anche per chi si occupa di marketing o SEO, a Biella o in qualunque altro posto, in provincia in particolare.
Non dimentichiamocelo.

Aggiornamento: SEO, Biella ha bisogno di te!

In modo abbastanza inaspettato ( ;) ), questa pagina poche ore dopo la pubblicazione, che peraltro era pianificata dalla sera prima, senza particolare attenzione, è “volata” in terza posizione naturale in SERP per la parola chiave “Seo a Biella“. Intanto grazie a chi mi ha avvisato e poi, in attesa di avere dati consistenti, ne approfitto (ovviamente!) per un piccolo spazio pubblicità:

Se un articolo che ho realizzato “a tempo perso”, pubblicato su un blog che nemmeno è ottimizzato al 100% dal punto di vista tecnico finisce in terza posizione nel giro di poche ore, scalzando “avversari” di tutto rispetto, e con risorse ragguardevoli, immaginate cosa si potrebbe fare per la vostra azienda con un piano d’attacco ben strutturato!

Peraltro, nel quarto trimestre 2020 ci saranno importanti novità, che potrebbero cambiare in modo dirompente la scena SEO di Biella, e non solo. Rimanete aggiornati per le novità!

Ciò detto, se avete voglia di fare quattro chiacchere sono sicuro che i miei partner e io vi sapremo dare una mano con estremo piacere per tutti.

console war cover

Cosa ci sta insegnando l’ultima console war (che non c’entra con i videogiochi)

La console war fra PlayStation 5 e Xbox Series X|S ci sta insegnando almeno due cose che non hanno strettamente a che vedere con il mondo dei videogiochi. Eccole qui.

Le console war sono vecchie quanto i videogiochi stessi, o quasi (non è che l’Atari 2600 avesse tutti questi concorrenti all’inizio, ma già con gli otto bit le cose erano cambiate). E ormai fanno parte del Folklore del mondo dei videogame. La più recente, quella fra PlayStation 5 e l’accoppiata Xbox Series X / Xbox Series S non è nella sostanza molto diversa dalle precedenti.

Si parla sempre di grafica, di processore, di prestazioni, ma soprattutto di titoli ed esclusive. Ma questa è la parte più noiosa, di cui francamente non ho molta voglia di parlare: ho dato, con il mondo dei videogame, svariati anni fa, anche professionalmente. E come si suol dire è stato bello finché è durato. Tutta via la console war del 2020 porta con sé due lezioni molto interessanti. Una delle due ha a che vedere con la SEO e la vedremo per seconda. L’altra riguarda il mercato più in generale.

La Console War 2020 ci insegna che a volte i veri vincitori non salgono sul podio

Fra appassionati ci si sta scapicollando per capire chi sarà il vincitore, in termini di vendite, quote di mercato, hype. Ma diamo un’occhiata a questi grafici:

Immagini realizzate da newatlas.com/games/playstation-5-ps5-digital-edition-vs-xbox-series-x-s-specs-comparison/
Immagini realizzate da newatlas.com/games/playstation-5-ps5-digital-edition-vs-xbox-series-x-s-specs-comparison/

Nessuno nota nulla?

Esatto AMD realizza tutti i processori e tutte le CPU di tutte le console di prossima generazione.

Quindi, possiamo dire che AMD è la vincitrice assoluta: per l’azienda, che si vendano più Xbox o più PlayStation è assolutamente indifferente. Qualcuno diceva che durante la corsa all’oro, si arricchisce davvero chi vende setacci e picconi. Calza a pennello anche a questa console war.

E cosa ci insegna la console war 2020 sulla SEO?

Ovviamente, il lancio delle sue console, PlayStation 5 in particolare, ha suscitato molto interesse. Il che ha condotto a una rincorsa alla novità.
Tutto perfettamente normale fino a quando si rimane all’interno dell’ecosistema dei siti di videogiochi e tecnologia.

Ma guardate questi due:

E si tratta solo di due casi su molti: siti verticali di altri settori che, per ragioni insondabili a chiunque faccia questo mestiere con buon senso, decidono di rastrellare qualsiasi keyword che si crede possa portare traffico.

I risultati? Ecco qui:

Il risultato è ovvio a chiunque conosca davvero la SEO. Come sappiamo, il posizionamento dipende da moltissimi fattori. Fra cui anche l’autorevolezza del dominio nello specifico settore.

Mentre alcuni sono convinti che “basti scrivere su cose che interessano per fare traffico”. Il che può anche capitare, per brevi periodi di tempo. Ma il piccolo risultato ottenuto svanisce come neve al sole appena l’algoritmo di Google effettua un controllo più approfondito.

Se aggiungiamo che spesso questi articoli vengono relegati in categorie non visibili dalla navigazione, per non intaccare l’immagine del sito, abbiamo il quadro dell’ennesima tecnica obsoleta per ottenere traffico.

Perché parlare di tutto non funziona?

Per la verità funziona, se gestiamo un sito informativo generalista. Ma se siamo specializzati, non ha alcun senso. Lasciamo per un attimo da parte gli aspetti tecnici, e proviamo a immedesimarci nell’utente.

Crediamo davvero che un utente possa pensare
Hei, guarda quanto parla bene di meccanica quantistica questo sito sul collezionismo di collari per cani! Sicuramente sono altrettanto bravi a parlare di collari per cani! Aspetta che visito quaranta pagine”

Invece di
Cosa diavolo ci fa un articolo sulla meccanica quantistica in questo sito sul collezionismo di collari per cani? Si sono sbagliati o mi prendono in giro?”

Dal punto di vista più tecnico invece sappiamo che l’algoritmo di Google parte da una valutazione paritaria, in prima istanza, per poi affinarla con parametri come la pertinenza con gli argomenti abitualmente trattari e l’autorevolezza in quel campo.

Quello che trae in inganno chi analizza i risultati superficialmente è che in effetti è possibile che ci sia un periodo di interregno in cui la pagina si posiziona, temporaneamente, anche per un settore non coperto abitualmente. E magari generi traffico per qualche giorno.

Questo conduce a un circolo vizioso aberrante: a un certo punto l’articolo perde le posizioni e smette di fare traffico. Ma l’ultima volta che abbiamo parlato di un argomento che tira abbiamo fatto traffico, giusto? Quindi facciamo più contenuti su argomenti che tirano, non importa quali.
Centinaia di migliaia di parole macinate per essere visibili per pochi giorni.

Quando, con una linea editoriale precisa e una identità definita si possono ottenere risultati che durano nel tempo.

Questo blog, dalla sua posizione infinitesimale nel Web, conserva intatte le sue posizioni da anni. E ne conquista di nuove. Lentamente, ma con un contenuto al mese quando va bene.

La stessa cosa, su scala più grande, accade su diversi siti con cui collaboro.

Si ottengono risultati migliori con pochi contenuti ragionati che non con migliaia di contenuti privi di pianificazione e direzione.

Insomma, la console war 2020 contiene un insegnamento anche per la SEO ci sono ancora moltissime persone che la fanno nel modo sbagliato.

Bonus per addetti ai lavori: ha senso tentare di posizionarsi per le keyword branded, in particolare quelle forti?

Secondo me assolutamente no. Tanto, nel 99,9% dei casi il primo risultato della SERP ormai è la pagina ufficiale del prodotto. Che è esattamente quello che l’utente cerca con la keyword secca.

Ma parliamone qui sotto, se vi fa piacere.

[immagine di copertina: Fabian Albert on Unsplash (elaborata) ]

Dispositivo di protezione individuale tastiera

Il miglior dispositivo di protezione individuale per Informatici

Anche noi informatici dobbiamo mettere in pratica nuove norme di sicurezza. Ma nessuno ha pensato al miglior dispositivo di protezione individuale per noi

Come i miei venticinque lettori sanno, in questo blog amo alternare argomenti diversi. A volte massimi sistemi, a volte soluzioni pratiche, a volte stretta attualità, a volte argomenti senza tempo. Oggi voglio semplicemente raccontarvi una soluzione pratica a un problema complesso. E raccontarvi quello che secondo me è il miglior dispositivo di protezione individuale per informatici.

Come fanno gli informatici da assistenza, come il sottoscritto per quasi metà della sua vita, a difendersi in modo efficace dai rischi di contagio? Ecco la mia soluzione:

Dispositivo di protezione individuale tastiera
Dispositivo di protezione individuale: porta la tua tastiera!

Il miglior dispositivo di protezione individuale per informatici? Una tastiera wireless

Il problema è noto a chiunque faccia assistenza on site: noi informatici smanacciamo un sacco di postazioni. E sappiamo che proprio il contatto fra mani e oggetti è uno dei principali rischi di contagio.

Guanti e mascherine sono obbligatori, almeno in questa fase, ma come l’OMS non si stanca di ripetere, i guanti non sono efficaci, a meno che non li cambiamo dopo ogni singolo contatto. Lavarsi le mani è la soluzione migliore, ma cosa succede quando i tempi sono stretti?

Inoltre, sappiamo che anche la tastiera del più rupofobico dei colleghi è un ricettacolo di sporcizia e batteri.

Naturalmente non possiamo evitare le disposizioni di legge. Ma niente ci impedisce di aggiungere ulteriori livelli di sicurezza, se non aggiungono margini di rischio e non incidono sull’efficacia dei nostri interventi.

La mia soluzione

Come probabilmente saprete, sono un amante delle soluzioni semplici. Che spesso, soprattutto nell’emergenza, si rivelano le migliori. In questo caso, la soluzione è semplice in modo sconfortante. Avevo in casa la signorina della foto (marca Logitech, comprata quando avevo la mania dei Media Center per il salotto, ma qualsiasi altra simile va bene). Una banale tastiera Wireless con touchpad, che si collega con un dongle USB.

Perché funziona?

Molto semplicemente: non è un modello recentissimo e funziona senza driver praticamente su ogni PC costruito negli ultimi 15 anni. E’ compatta e pratica, in un solo oggetto mi da mouse e tastiera. Non è troppo piccola, il layout è simile a quello di un portatile, ed entra in una borsa.

Me la porto dietro, la collego a una porta frontale del PC che devo utilizzare e non tocco nient’altro. Per maggiore sicurezza, la si sanifica dopo ogni sessione. Ma con un po’ di attenzione, nel 95% dei casi è l’unica cosa che dobbiamo toccare per fare qualsiasi tipo di intervento.

Nel mio caso, quando ho finito stacco il dongle, lo ripongo e di fatto ho risolto l’intervento entrando in contatto solo con materiale di mia proprietà, che viaggia con me e soprattutto viene sanificato direttamente dal sottoscritto.

I dispositivi di input personali potrebbero diventare una soluzione scalabile?

Francamente, non so se l’uso di tastiera e mouse personali potrebbe essere una soluzione applicabile in scala (non sono né un manager né un esperto di regolamenti sulle risorse umane). Ma di sicuro andrebbe quantomeno preso in considerazione per le postazioni condivise su turni, giusto per citare un caso.

Mi dicono che, per esempio, nei call center gli operatori spesso usano già una cuffia personale, che collegano all’arrivo. Non è poi così diverso. E anche a livello di costi, si tratta di poche decine di euro a set, soprattutto per i grandi acquisti.

Dal mio punto di vista è una soluzione che andrebbe almeno valutata. Io, nel frattempo, mi sono attrezzato. E consiglio ai colleghi informatici di fare altrettanto.

Remote Working errori e soluzioni

Cinque soluzioni pratiche ai più comuni problemi legati al remote working

Moltissime aziende si sono attrezzate per il Remote Working (non troppo smart), ma spesso i problemi tecnici e organizzativi lo minano. Ecco alcune soluzioni pratiche.

Lo ammetto. Quando ho pubblicato il primo post sullo smart working non mi aspettavo un decimo del successo che ha avuto. Che ovviamente ha portato anche a diverse critiche. Quella più ricorrente è di avere fatto molta teoria e poca pratica, in soldoni. Ma visto che non mi dispiacciono affatto le sfide, in particolare quelle professionali, questa volta proverò a fornire soluzioni pratiche a problemi reali legati al Remote Working.

Primo problema: l’organizzazione dei materiali di lavoro

Parliamoci chiaro: le realtà in cui tutti i file e i documenti sono perfettamente organizzati sono davvero poche. E se nella normale vita da ufficio basta dare una voce al collega per sapere se si è tenuto sul desktop l’ultima versione del lavoro, farlo mentre si lavora da remoto non è altrettanto semplice né agevole.

La soluzione è semplice nel principio e durissima nell’applicazione. Da parte della dirigenza, o della direzione del progetto, deve essere stabilito e comunicato chiaramente dove e come devono essere condivisi tutti i documenti e i file di lavorazione. E, ovviamente “nel Drive / Dropbox / Server Aziendale” non è una risposta intelligente. Anzi, non è proprio una risposta. Devono essere stabilite a priori percorsi e cartelle per tutti i salvataggi che devono essere condivisi con tutto il gruppo di lavoro, assicurandoci che siano stati recepiti.

Ovviamente, le condivisioni via posta elettronica o chat non vanno nemmeno prese in considerazione, se non per le emergenze assolute e in modo temporaneo.

Secondo problema: la connettività non è uguale per tutti

Questo problema riguarda soprattutto chi ha collaboratori in zone periferiche, ma nei prossimi giorni, vista la pressione a cui Internet è soggetta, potrebbe riguardare tutti: nella maggior parte dei casi la connessione di casa di ciascuno non è nemmeno paragonabile alla linea business ridondata che c’è in ufficio (e qualora lo fosse, sistemare lo smart working dell’azienda è letteralmente l’ultimo dei problemi digitali).

Dare per assunto che tutti i membri del team possano passare le giornate in videoconferenza mentre scaricano dal cloud 2 GB di file dimostra solo una cosa: non conosciamo l’infrastruttura italiana. E lo stesso vale per soluzioni più 1.0 come le VPN o il desktop remoto: il fatto che siano predisposti e l’azienda sia in grado di supportarlo per tutti, non dà automaticamente a tutti banda e hardware sufficienti per usarli in modo produttivo.

La soluzione: fatti salvi alcuni casi di reale necessità, la banda viene usata senza alcun metodo. Ridurre la qualità delle videoconferenze (o concordarsi per disattivare il video quando non è strettamente necessario) potrebbe essere un buon inizio. Ma anche verificare il reale ingombro dei file e quali sono davvero necessari aiuta, e molto. Anche scegliere il formato giusto può essere di aiuto. Voler passare per forza le immagini in un formato da 50 MB ciascuna al collega che si occupa dei social significa semplicemente far perdere tempo a tutti. Così come portarsi appresso tutte le versioni di un progetto degli ultimi sei mesi. E sono solo due esempi fra i tanti.

Terzo problema: la multicanalità non è “smart”, è un disastro

Remote Working soluzioni

Altro pessimo vizio mutuato dalla normale vita di ufficio: le informazioni vengono passate con il famoso modello che ha a che vedere con canidi e parti anatomiche. Per cui, per avere tutte le informazioni, bisogna raccoglierne una parte via mail, una su Skype, una sui documenti condivisi e magari anche una su WhatsApp. Sempre che alcune informazioni fondamentali non siano state dette a voce o al telefono a un solo membro del team.

Un incubo kafkiano in cui sono certo che molti si identificano, e che con il lavoro da remoto viene maggiormente acuito.

La soluzione: come prima cosa, l’utopia massima sarebbe avere un solo canale condiviso, e al massimo usare gli altri come supporto. Ma le informazioni fondamentali devono sempre circolare sul canale scelto, o esservi riportate. Anche perché spesso l’uso disorganizzato degli strumenti deriva da pigrizia, mentale e operativa, di alcuni elementi che usano letteralmente quello che sono più comodi a usare in qualsiasi momento.

Un’ultima cosa: trincerarsi dietro la presunta istantaneità di alcune soluzioni rispetto ad altre è immotivato e antiquato. Ogni strumento di comunicazione si può avere su qualsiasi piattaforma e anche se un messaggio WhatsApp arrivasse qualche istante prima di una mail, la disorganizzazione che ne consegue manda in fumo i venti millisecondi risparmiati di svariati ordini di grandezza. E questo ci porta al punto successivo.

Quarto problema: gli strumenti di produttività funzionano: a due condizioni

Uno dei punti più controversi del mio passato intervento è quello in cui, secondo alcuni, criticavo gli strumenti di produttività come Teams, Slack, Trello, Asana e così via. Ho già chiarito ma ribadisco: gli strumenti sono ottimi mentre l’uso che ne viene fatto è quasi sempre pessimo.

La spiegazione è semplice: quando si sceglie un metodo, bisogna rispettarlo al 100%. Quindi, se abbiamo i problemi indicati al punto 4, inserire nella filiera uno strumento di produttività non farà altro che aggiungere un posto in cui dover cercare i pezzi del puzzle. Ecco perché, la prima condizione da rispettare è che tutti si attengano al piano.

La seconda condizione è anche una parziale giustificazione di quanto sopra: gli strumenti di produttività devono, per definizione, renderci più produttivi. Se la compilazione di un task richiede il triplo del tempo che ci vuole a eseguirlo, nessuno, a ragione, userà lo strumento.

La soluzione: regole severe ma intelligenti. Se un task da dieci minuti ne richiede dodici di scartoffie digitali, è perfettamente legittimo che le persone tendano a schivarle. Quindi, la prima soluzione è utilizzare sistemi di circolazione delle informazioni ragionevoli, riducendo la burocrazia interna al minimo indispensabile. Ma allo stesso tempo pretendere rigore su quel minimo.

Se abbiamo membri del team particolarmente resistenti, possiamo approcciare il problema in modo morbido (“questa volta carico io il file, ma ricordati”) per andare via via a irrigidirci (“non posso proseguire il lavoro fino a quando non mi segni i task come chiusi”). Questo naturalmente dando per assodato che la visione sia condivisa anche dalla proprietà o dirigenza e che supporti l’iniziativa. In caso contrario soluzioni alla Abbasov sono da considerare legittima difesa.

Quinto problema: pur lavorando di più, si produce di meno (e si, quasi sempre è colpa delle riunioni)

Parliamoci chiaro: la ragione fondante di un buon 50% delle riunioni che dobbiamo affrontare è l’inefficienza: nella comunicazione, nei processi decisionali o in quelli produttivi.

E con il remote working il problema si è acuito, perché moltissimi meeting, o anche solo chiamate o conference call vengono fatte “perché bisogna”. Chiariamoci: in alcuni casi sono davvero indispensabili. Ma il briefing mattutino o quello dopo pranzo nella maggior parte dei casi sono inutili, se non si lavora in settori legati all’emergenza, non siamo delle forze speciali o in un (brutto) film di spionaggio internazionale.

Inoltre, le videoconferenze durante il remote working tendono a protrarsi molto più a lungo del normale, per tutta una serie di ragioni che vanno dagli aspetti tecnici alla carenza di disciplina.

La soluzione: oltre a quella ovvia di ridurre al minimo le videoconferenze, invitare solo chi è davvero indispensabile è già un ottimo punto di partenza. Inoltre stabilire prima un programma per punti e affrontarne solo un numero sostenibile è un altro ottimo modo per rendere le call più agili e organizzate. L’utopia massima (grazie a Silvia per avermelo segnalato) sarebbe quella di condividere una scaletta, anche dei singoli interventi, e di pianificare fin da subito l’orario delle conclusioni

Un consiglio: un buon metodo per smorzare gli entusiasmi verso il feticcio delle call è quello di chiedere a chi le indice un programma o un argomento. In fondo arrivare preparati è un nostro diritto / dovere. Il fatto che in questo modo sia molto più difficile indire conference call senza una vera ragione è solo un vantaggio collaterale.

Un discorso analogo vale per la burocrazia interna che in molti casi, invece di essersi alleggerita con lo “smart” working, è diventata ancora più rigida e invasiva, andando a sottrarre tempo e risorse preziose alla produzione.

La soluzione: il 99% della burocrazia è immotivata, soprattutto di quella interna. E quasi sempre nasce da prese di posizione e difesa di qualche vantaggio territoriale. Sfortunatamente è anche una delle dinamiche più complesse da disinnescare. Il cambio di paradigma potrebbe essere funzionale al cambiamento, ma richiede da parte nostra uno sforzo di applicazione costante. “Avete notato che da quando usiamo Google Drive invece dei faldoni non serve più fare una copia dei documenti per ogni reparto?” “Questo mese abbiamo chiuso tutte le attività e abbiamo azzerato i costi di stampa”. Ci siamo capiti.

Remote Working errori e soluzioni

Perché Remote Working e non Smart Working?

Come tutte le persone che si guadagnano da vivere, o per lo meno ci provano, con le parole, ho sviluppato negli anni una discreta avversione per le parole usate a sproposito. E il fatto di lavorare da casa, non significa automaticamente che si sta lavorando in modo più intelligente, anzi. Ma magari questo sarà oggetto di un prossimo post. Sto iniziando a prenderci gusto.

Smart working

Cinque cose sgradevoli che stiamo imparando sul digitale e lo smart working

Lo smart working più o meno forzato ci sta mostrando da un lato tutti i benefici del digitale, e dall’altro la nostra inadeguatezza. Prendiamola come una lezione per il futuro.

Alcuni vedono nell’emergenza di questi giorni un’opportunità di riscatto per lo smart working. Ma sotto la superficie del “lavorare da casa” il nostro sistema sta rivelando anche numerose debolezze.

Ho pensato di approfittare di questo momento poco piacevole per riportare alcune considerazioni altrettanto poco piacevoli. Eccone alcune.

La maggior parte delle resistenze sul digitale erano prese di posizione

Numerose aziende che hanno innestato in fretta e furia processi digitali, lo sostenevano impossibile fino a tre settimane fa. Numerose persone che avevano bisogno di stampare anche le mail in ufficio, lavorano serenamente da casa, senza nemmeno la stampante perché ovviamente, quando le risorse sono le tue percepisci il reale costo delle cose.
Persone che sul posto di lavoro non riuscivano a salvare un documento in una cartella senza l’aiuto di un collega, si collegano serenamente in videoconferenza e usano Web App e strumenti in cloud.

Aziende che non accettavano processi dematerializzati, hanno improvvisamente scoperto che si può firmare un PDF senza per forza stamparlo e scansionarlo nuovamente.

Cosa possiamo imparare? Ancora una volta, che “abbiamo sempre fatto così” è il peggiore nemico di ciascuno di noi.

Chi ha smesso di imparare, è una zavorra per tutto il sistema

Immaginate lo scenario: tutto il team è concorde per lavorare i dati su un foglio di calcolo condiviso in cloud, mentre un collega / superiore / proprietario, si ostina a voler ricevere una versione via mail, costringendo tutto il flusso di lavoro a rallentamenti e inefficienze.

Peggio ancora quando la giustificazione è “non ho tempo di capire come funziona”. Ignorando il fatto che così facendo, per non investire un po’ del proprio tempo, ne fa perdere cinque volte tanto a tutti i membri del team. Sé stesso compreso, ovviamente.

Si tratta di uno di molti esempi, ma ciascuno di noi ha sperimentato almeno una circostanze in cui l’incapacità di abbracciare un processo nuovo, e più efficiente ha condotto a perdite ingenti.

Cosa possiamo imparare? Purtroppo, solo a essere più propositivi, e al contempo autoritari, nel favorire le innovazioni migliorative. Ricordiamoci che lavorare più duro è inutile, quando si può lavorare in modo più intelligente.

Quasi tutti fanno Dumb Remote Working invece di Smart Working

Perfetto, si lavora da casa. Ma le riunioni vengono indette come in ufficio, con poco preavviso, senza preparazione e soprattutto senza alcun tipo di scaletta, con criteri deliranti come ciascuno parla per dieci minuti. Che già con cinque partecipanti diventa una maratona come la celebre corazzata di un celeberrimo film.

Ci si è attrezzati con una suite in cloud, ma si organizzano gli appuntamenti via chat o via mail invece che con i giusti strumenti di calendario. I file poi, vengono condivisi con la modalità che sembra più sensata in quel momento: mail, Teams, Slack, Skype, Cloud. Insomma, si prende tutto il peggio delle meccaniche dell’ufficio fisico e le si riporta pari pari nel digitale.

Oppure ancora, si deve fare una call ogni mattina, alle 8.30. Per dimostrare che si è tutti presenti. E perdere tutti un’ora di tempo produttivo.

Cosa possiamo imparare? Che il Digitale potrebbe essere un’opportunità anche per rendere più efficienti i processi. Non sprechiamola.

Il mondo del lavoro è pieno di sovrastrutture inutili

Qualcuno se ne è sicuramente accorto: fatti salvi alcuni casi irrecuperabili, da quando “siamo tutti in smart working” molte dinamiche sono cambiate. Abbiamo scoperto che dietro ogni professionista si nasconde una madre, un padre, un proprietario di cani, un amante dei fumetti. Tutto dal breve scorcio che le webcam ci offrono delle postazioni, spesso improvvisate, dei colleghi o dei contatti.

Smart working 2

Abbiamo scoperto che le decisioni si possono prendere con due telefonate da cinque minuti invece che con tre riunioni da un’ora. Abbiamo scoperto che le richieste che in azienda richiedono tre documenti stampati e un colloquio si possono fare via mail.
Abbiamo scoperto che limitando le interazioni all’essenziale, possiamo svolgere più lavoro in meno tempo.

Cosa possiamo imparare? Applichiamo le stesse dinamiche alla normale vita aziendale quanto tutto sarà finito: semplifichiamo i processi, riduciamo i colli di bottiglia.

Solo l’emergenza ci smuove dalla pigrizia

Una nota personale: in questi giorni sto vedendo aziende, contatti, clienti fare cose memorabili, dall’imparare in due giorni l’uso di un nuovo software, all’adottare agilmente una nuova infrastruttura, fino all’utilizzo di strumenti mai usati prima.

Tutte cose mirabolanti, ma che adottate ora hanno la sola funzione di tamponare un’emergenza. Le stesse attività, in periodi ordinari, sarebbero state un vantaggio strategico e competitivo notevole. Penso per esempio al tentativo di far adottare Classroom in uno dei miei corsi, finito malissimo. L’uscita dalla comfort zone, che sia quella personale o aziendale, sembra essere un tabù resistente a qualsiasi cosa.

Per smuoverci, e convincerci a fare meglio di prima, c’è voluta una pandemia.

Cosa possiamo imparare? Che oltre a essere aperti alle novità, costruire le opportunità per adottarle è fondamentale. Non puoi sapere quando ne avrai bisogno.

Lo smart working di questi giorni ci sta insegnando molto, nel modo più severo

Ma in fondo, è una buona notizia. Perché sono le difficoltà, e le sfide, a fortificarci, anche professionalmente. E quella che ci si presenterà dopo questo periodo (non ora) sarà una delle più grandi sfide che il digitale abbia mai affrontato. E noi avremo la fortuna di essere in prima linea.

abbandonare gli algoritmi

Possiamo abbandonare gli algoritmi e riprendere il controllo?

Probabilmente no, o almeno non nell’immediato. Ma ci sono alcune cose che possiamo fare per abbandonare gli algoritmi.

Tutti noi abbiamo un problema con gli algoritmi. Anche chi non lo sa. Ne ho già parlato diverse volte, ma il principale problema di lasciare che le macchine decidano per noi è che gli algoritmi riescono a malapena a lavorare per interpolazione, a volte per estrapolazione. Figuriamoci se sono in grado di “capirci” e proporci davvero quello che ci potrebbe interessare.

Se poi aggiungiamo all’equazione che gli algoritmi non sono affatto nostri amici, ma sono semplicemente lì per venderci qualcosa, il quadro è completo.

Se qualcuno si sta chiedendo perché si ha l’impressione che io abbia astio per gli algoritmi, la risposta è semplice: perché è esattamente così. Per la precisione, sono contrario a questo tipo di algoritmi, per la ragione che ho già espresso più volte. Se il fine ultimo di un algoritmo è la “conversione”, come oggi, questo nel suggerirci qualcosa farà sempre la scelta più sicura. Che fatalmente, significa puntare verso il basso. Che fatalmente, significa lo sfacelo che vediamo tutti sui social media.

L’idea di abbandonare gli algoritmi ha trovato uno sponsor illustre

Nientemeno che Tim Cook di Apple. L’azienda di recente sembra aver deciso di schierarsi in prima linea nei confronti della privacy degli utenti, ma lo speech a cui mi riferisco è leggermente precedente. Se ne parla in questo articolo su Lifehacker, da cui ho preso spunto per questo post.

Il succo del discorso fatto da Tim Cook è riassunto nella parte riportata:

Acluni algoritmi ci attirano verso le cose che già sappiamo, crediamo o ci piacciono, e respingono tutto il resto. Lo allontanano da noi

Insomma secondo Cook, il problema degli algoritmi non è tanto che ci suggeriscono sempre le stesse cose. Ma soprattutto che ci allontanano da tutto il resto. Ciascuno di noi ha a disposizione un tempo sempre più limitato per leggere, guardare documentarsi. E gli algoritmi di raccomandazione lo ingolfano di contenuti e concetti identici a quelli che ci sono piaciuti o interessati in passato. Impedendoci di fatto di allargare i nostri orizzonti. E, anzi, restringendoli sempre di più.

Abbandonare gli algoritmi è una scelta per la nostra salute

Ma è possibile in qualche modo rompere la spirale e abbandonare gli algoritmi? Sicuramente si. Ma come per il cibo spazzatura o la vita sedentaria, ci vuole qualche sforzo, disciplina e soprattutto consapevolezza. Non per niente alcuni negli Stati Uniti e nei paesi anglofoni hanno iniziato a parlare di information diet, cioè la dieta delle informazioni. Il che implica uscire dalla bulimia, abbandonare gli algoritmi e ricominciare a cercare e ottenere informazioni, ma anche musica, video, trasmissioni e così via in modo sempre più consapevole.

Abbandonare gli algoritmi per uscire dalla “Echo Chamber”

La prima cosa da fare, se vogliamo riconquistare la libertà di informarci, è quella di cercare di cambiare il comportamento delle piattaforme che usiamo.

In alcuni casi, per esempio Twitter, possiamo decidere di rinunciare a una selezione algoritmica a favore di un feed rigidamente cronologico su altre piattaforme, per esempio Facebook, questo non è possibile.

Il consiglio principale comunque e è quello di evitare i social media come fonte di informazioni. I social media sono una grande invenzione, ma proprio per la loro inclinazione a riproporci quello che ci interessa, non sono quasi mai in grado di fornire un flusso di notizie affidabile. Oppure, per dirla in modo più semplice, non è logico usare la stessa piattaforma che usiamo per condividere foto di gattini e immagini divertenti come fonte di notizie rilevanti.

La migliore interpretazione della Echo Chamber, realizzata e pubblicata da Zesty Things

Twitter ha rappresentato per anni una eccezione, ma l’introduzione di algoritmi di filtraggio nel flusso lascia dubbi sulla sua neutralità. In ogni caso, possiamo iniziare la nostra dieta usando piattaforme meno prone alla viralizzazione. Per esempio Reddit, che ci permette di scegliere in modo trasparente quale tipo di visualizzazione sfruttare, e quali argomenti seguire, oppure aggregatori come InoReader o Feedly, che si limitano raccogliere le notizie senza applicare filtri a monte, ad eccezione di quelli che impostiamo noi.

Abbandonare gli algoritmi o educarli?

Parliamoci chiaro: rinunciare ai social media spesso non è una opzione percorribile. Ma questo non significa essere obbligati a usarli anche come fonte di notizie.
Il consiglio qui è di sfruttare l’accondiscendenza degli algoritmi a nostro vantaggio. Se iniziamo a ignorare le notizie, un po’ per volta scompariranno. Se vogliamo accelerare il processo, usiamo gli strumenti che ci permettono di esprimere le nostre preferenze. Nascondiamo i contenuti che non gradiamo e soprattutto togliamo sistematicamente il “like” alle pagine che condividono informazioni che non gradiamo.

E se vogliamo contribuire attivamente a costruire un ambiente più sano anche per la information diet degli altri, evitiamo di condividere bufale, fake news e informazioni irrilevanti e soprattutto segnaliamo senza remore ogni tipo di contenuto inappropriato, dall’incitazione all’odio alla pseudoscienza passando per le fake news.

In questo modo il “nostro” algoritmo sarà costretto a proporci cose nuove, nel tentativo di profilare nuovamente i nostri interessi, e nel contempo avremo contribuito ad arginare la proliferazione dei contenuti tossici.

Ma non è tutto.

La strada per abbandonare gli algoritmi passa anche dal nostro telefono

In una parola, le notifiche sono il male, perché ci forzano subdolamente a sottostare ai ritmi imposti dai sistemi e dalle App. Esattamente il contrario di quello che è giusto che accada.

Sono le macchine e gli algoritmi a dover sottostare ai nostri tempi, e non viceversa.

Teniamolo a mente: per un uso consapevole, qualsiasi cosa che ci spinga nella direzione opposta, anche inconsciamente, è sbagliata.

Per disintossicarci disattiviamo qualsiasi tipo di notifica che non sia strettamente indispensabile. E se proprio qualche App non ce lo consente, sostituiamola o eliminiamola dalle nostre abitudini. Garantisco per esperienza personale che non perderemo nulla anzi, riconquisteremo tempo e lucidità per seguire le questioni davvero rilevanti.

Per tornare padroni del nostro tempo (e del nostro cervello) l’approccio consapevole è fondamentale

C’è una regola tanto empirica quanto filosofica che dobbiamo tenere presente nella nostra lotta contro gli algoritmi: per quanto sia comoda e affascinante l’idea di avere macchine che lavorano per noi, qualsiasi sistema automatico che non abbiamo programmato di persona, in realtà non lavora per noi, ma per chi ne è il proprietario. E sappiamo che lo scopo finale in casi come questi è venderci qualcosa, o comunque forzarci a consumare.

Quindi, è per definizione inaffidabile. A meno che non riusciamo a escogitare un sistema per sfruttare gli algoritmi a nostro vantaggio. In qualsiasi altro caso, facciamo molto meglio a farne a meno. E usare la nostra testa.

algoritmi di raccomandazione

Come gli algoritmi di raccomandazione “governano” il mondo.

I sistemi di raccomandazione, o algoritmi di raccomandazione, sono onnipresenti in qualsiasi sito o servizio mediamente evoluto. Con conseguenze dirompenti, e non sempre positive, sulla nostra vita.

Alzi la mano chi non è mai incappato in un suggerimento su un sito di shopping, su un trending topic o su un post ampiamente condiviso e si è chiesto perché vedo questa roba?

La risposta è semplice: algoritmi di raccomandazione. I sistemi di raccomandazione sono ampiamente usati, dai servizi maggiori ma anche quelli minori (anche questo sito ne ha uno a fondo pagina che suggerisce altri articoli potenzialmente interessanti).

I motori di raccomandazione sono ovunque

Una premessa: questa riflessione, come accade spesso, non è farina del mio sacco, ma è ampiamente riportata da questo interessante articolo di Wired USA, che spiega, in modo semplice e chiaro, il funzionamento, e soprattutto i limiti, degli algoritmi di raccomandazione. Consiglio a chiunque mastichi l’inglese di leggere l’originale, ma ne riporto qui un sunto dei concetti fondamentali. Per comodità, la “narrazione” dell’articolo originale ha uno sfondo diverso. Il resto sono mie considerazioni

rete algoritmi raccomandazione

Il primo problema degli algoritmi di raccomandazione è che tendono all’autoreferenzialità

Tutto parte dall’autore che nota un libro quantomeno peculiare indicato fra quelli “caldi” suggeriti da Amazon. Le vendite si sono impennate quando il libro è finito nel carosello dei suggeriti, il che ha portato una crescita dell’interesse e così via. 

Beh, questo è abbastanza semplice da capire: quando un prodotto o un tema diventano trending, vengono mostrate a più persone. Il che ne aumenta le possibilità di essere visualizzato. Il che aumenta le discussioni in merito. Visualizzazioni, discussioni e feedback sono i tre pilastri degli algoritmi di raccomandazione di questo tipo. Questa è una debolezza notevole, perché una volta entrati, si crea un circolo di crescita praticamente esponenziale. E lo sforzo marginale per rimanerci , specie se si tratta di prodotti, è relativamente basso.

Everywhere you look, recommendation engines offer striking examples of how values and judgments become embedded in algorithms and how algorithms can be gamed by strategic actors.

“Ovunque guardi, i motori di raccomandazione offrono esempi lampanti di come valori e giudizi vengono inclusi negli algorimti e come gli algorimi possono essere manipolati dagli attori strategici”

Il secondo problema dei motori di raccomandazione è che sono imprecisi

rete algoritmi cyberspazio

Uno dei sistemi di raccomandazione più diffusi è basarsi su quello che le persone “come noi” hanno letto, guardato o acquistato. Ma cosa significa esattamente “come noi”? Si tratta di una questione di età, genere, razza? Gente con gli stessi interessi? Che ci somiglia fisicamente? O piuttosto si tratta delle nostre “fattezze digitali” basate sui dati granulari che i diversi sistemi raccolgono su di noi e poi dati in pasto a un sistema di machine learning?

Insomma, le persone come noi, sono semplicemente persone con una impronta digitale simile alla nostra. Il che spesso si riduce a quelle accettabilmente simili, che è un modo carino per dire che i sistemi prendono su i dati più simili che hanno. Non serve avere un dottorato di ricerca in statistica per capire che in mancanza d’altro, useranno dati con pochissime cose in comune.

Il terzo (e più grave) problema è che gli algoritmi di raccomandazione favoriscono gli stereotipi

Deep down, behind every “people like you” recommendation is a computational method for distilling stereotypes through data.

“Scavando a fondo, dietro ogni algoritmo del tipo “le persone come te”, c’è un metodo computazionale per distillare stereotipi attraverso i dati.

Ricordiamo un concetto fondamentale: gli algoritmi non sono nostri amici, sono macchine pensate per massimizzare il ricavo. E per ragioni meramente statistiche, tenderanno sempre a proporci quello che “il mercato” sembra volere. Quello che cambia è la dimensione della nicchia che viene presa come riferimento, a seconda di quanti dati abbiamo già regalato al sistema di profilazione.

Il passaggio successivo è meramente logico: “statisticamente probabile” e “stereotipo” sono simili in maniera preoccupante, quantomeno nelle logiche di mercato.

La prova, possiamo averla tutti i giorni, e ne ho già parlato quando suggerivo di ingannare gli algoritmi quando prepariamo un computer per “anziani” o per utenti poco esperti. Basta avviare un processo di selezione per fare in modo di ricevere quasi solo suggerimenti provenienti dalla nicchia di riferimento. Oppure (peggio ancora) un mix delle nicchie di riferimento calcolate e di temi “caldi” scelti sulla base di parametri estremamente volatili.

codice algoritmi raccomandazione

Infine, gli algoritmi di raccomandazione privilegiano il sensazionalismo

“…most trending-type recommendation algorithms employ a logic that filters out common terms as background noise and highlights those that have acceleration and velocity on their side.”

“…molti algoritmi di raccomandazione basati sui trend usano una logica che filtra i termini comuni come rumore di fondo e mettono in evidenza quelli che hanno accelerazione e velocità dalla loro parte”

Il problema è che questo seppellisce di fatto qualsiasi tipo di conversazione che abbia un grande volume costante nel tempo. Per esempio nel caso della cronaca i problemi costanti come la salute, il welfare, l’impiego, pur essendo oggetto di moltissime conversazioni, lasciano ampio spazio agli eventi più rari, che ottengono una copertura sproporzionata.

Ironicamente, osserva l’autore, questo è un problema in comune con la carta stampata. Come a dire che di tutto quello che i nuovi media potevano ereditare da quelli tradizionali, hanno preso il peggio.

La parte peggiore è che questo tipo di algoritmi di raccomandazione è estremamente debole e manipolabile.

Il problema di usare l’accelerazione mediatica come valore è che è fin troppo semplice manipolare l’algorimo. Un hashtag o una notizia condivisi dal giusto numero di persone in un tempo sufficientemente rapido, diventeranno virali con molta facilità. Alcuni attivisti di diverse aree hanno già imparato a mettere in pratica questa strategia, preparando interventi con lo stesso hashtag (nell’ambito di Twitter) e postandoli in modo coordinato.

Ma se funziona per Twitter, perché non dovrebbe funzionare anche in altri ambiti? Se per esempio cinquemila fan di un autore (o diecimila attivisti di qualche schieramento) si coordinano per effettuare lo stesso acquisto su Amazon nello stesso momento, quale può essere l’accelerazione conferita al prodotto acquistato?

Una domanda più che lecita perché, se davvero bastasse qualche migliaio di transazioni, “finanziare” un acquisto coordinato potrebbe essere un investimento strategico più efficace di quelli tradizionali.

La soluzione? Rendere gli algoritmi di raccomandazione più trasparenti. O eliminarli del tutto.

Grandi problemi ed enormi limiti, che tuttavia hanno soluzioni piuttosto semplici. Le aziende sono molto gelose del funzionamento dei loro algoritmi. Il sospetto che tale riservatezza nasconda il timore che possa crollare il castello di carte è più che lecito. Se ci fosse più trasparenza nell’indicazione di quello che è “trending” o “consigliato”, sarebbe più semplice per chi vede le proposte decidere cosa fare.

Così come sarebbe quantomeno doveroso, nelle piattaforme in cui sono possibili le sponsorizzazioni, che il sistema mostrasse in chiaro che percentuale della copertura del contenuto è stata a pagamento. Una specie di “certificato di nascita” che di permetta di capire se stiamo vedendo un determinato contenuto per la sesta volta perché è davvero interessante oppure perché qualcuno lo sta sponsorizzando di continuo.

L’alternativa più radicale, ma anche più semplice, sarebbe quella di eliminare gli algoritmi di raccomandazione. Ormai è chiaro che il loro funzionamento lascia molto a desiderare, e spesso non piacciono agli utenti, come dimostra il recente passo indietro di Twitter verso il semplice sistema cronologico.

Il tutto avrebbe almeno due vantaggi: il primo verso l’utente. Ammettiamolo, vedere sempre le stesse cose sapendo che una piattaforma contiene una varietà quasi infinita di contenuti è frustrante. Il secondo vantaggio sarebbe economico: invece di spendere risorse ad inseguire un sistema di raccomandazione scadente ma sempre più complesso e oneroso in termini di calcolo, si potrebbero abbattere i costi, aumentando i margini ed evitando di dovere elaborare sistemi di raccomandazione sempre più stingenti che consumano più risorse senza un reale incremento dell’efficacia. Oggi infatti le aziende investono sulla speranza che un giorno gli algoritmi inizino a funzionare sul serio.

Cosa che però sembra ogni giorno più improbabile, alla luce dei continui problemi di privacy, uso antietico dei dati e fughe di informazioni che quotidianamente minano i servizi che fanno maggiore uso degli algoritmi di raccomandazione.