Secondo il Mit solo il 5% dei progetti aziendali basati su GenAI produce valore

Secondo una ricerca riportata da Il Sole 24 ORE, il 95% dei progetti basati su Intelligenza artificiale generativa (GenAI) non crea valore nelle aziende.

Internet è un posto meraviglioso: la quintessenza dell’intramontabile citazione di Ronald Coase: “Se torturi i dati abbastanza, la natura confesserà sempre“. Un modo elegante per dire che ricerche e statistiche possono dire tutto e il contrario di tutto. Il parallelo con la Rete delle Reti è tutto qui: basta cercare abbastanza e troveremo dati, anche autorevoli, a supporto di qualsiasi tesi, come molti colleghi sanno bene.

Per ora rimaniamo sul fatto riportato (che non è più freschissimo, lo so, ma le mie riflessioni sono ondivaghe come il tempo che posso dedicare al blog): il 95% dei progetti basati su Intelligenza Artificiale generativa non produce valore. Che, alle orecchie di chi è su Internet da troppo tempo, suona come quella vecchia statistica di McKinsey secondo cui il 70% dei progetti di trasformazione fallisce (fun fact: la statistica è così famosa che la stessa azienda la cita in una sorta di “sequel”, quindici anni dopo): numeri che senza dubbio fanno sensazione e stanno benissimo nelle slide, ma che spesso nascondono verità più complesse.

The state of AI in Business 2025

Prima di partire con le mie osservazioni, risolvo subito un italico vizio che purtroppo affligge anche le realtà più autorevoli: la mancanza del link alla fonte. In questo caso la ricerca è stata prodotta da NANDA, un settore del MIT dedicato alla ricerca sugli Agenti AI. Questo è importante per capire il contesto: l’agentic AI infatti ha nella sua proposta di valore proprio quella di superare i limiti dell’IA generativa. Non ci stupisce il fatto che cerchino di dare grande risonanza a un report che li evidenzia. In ogni caso, l’accesso diretto ai paper richiede un’iscrizione, ma una copia è pubblicamente disponibile attraverso questa URL. Così, chi vuole ha un accesso diretto alla fonte per approfondire. Quello su cui però mi volevo concentrare sono gli highlight emersi, che fortunatamente non sono né parziali né imprecisi. Perché già così c’è molto su cui ragionare.

La differenza fra implementazione e adozione

Questo è uno degli aspetti più interessanti: sempre secondo i dati la differenza è tutta nella differenza fra adozione individuale e adozione da parte delle imprese. Per farla semplice (la trattazione rigorosa è nell’articolo), strumenti come ChatGPT e Copilot hanno superato l’80% di adozione, ma servono soprattutto per migliorare la produttività personale. I sistemi aziendali, invece, arrivano in produzione solo nel 5% dei casi.
Il che, dal mio punto di vista, aprirebbe già ad abbastanza ragionamenti per trascorrere un pomeriggio: in poche parole i dati aziendali esfiltrano verso sistemi di terze parti giornalmente, con buona pace della governance. Insomma, cambiano gli strumenti ma i fogli Excel condivisi con le password aziendali restano. E oggi vanno a nutrire gli LLM. Ma, dal mio punto di vista, c’è un ulteriore passaggio logico.

[considerazione] L’AI è un fenomeno terribilmente tautologico

Negli ambienti digitali se ne parla da molto, ma più passa il tempo più il sospetto che l’IA sia l’ennesima bolla si fa strada. Del resto, lo ha ammesso anche Sam Altman stesso qualche tempo fa. Nella mia limitatissima esperienza, ho l’impressione che l’Intelligenza Artificiale stia impattando soprattutto il mondo digitale stesso in una sorta di circolino simile a quello della moda in cui tutto il tumulto si ferma appena di fuori del perimetro. Sì, sempre secondo i dati riduce le spese per i servizi esterni, ma per il resto punto o poco accade. C’è una fotografia, ormai diventata un meme, che lo spiega benissimo.

Ovviamente è una iper semplificazione. Ma spiega alla perfezione un determinato tipo di sentimento. Certo, oggi è tutto data driven, i dati sono il petrolio del terzo millennio e lallallero. Ma l’adozione pervasiva dell’IA al di fuori di quanto è già fortemente digitalizzato non sembra esattamente dietro l’angolo, ecco. Almeno, non nella sua incarnazione generativa. Con l’eccezione, forse, delle applicazioni giocattolo, quelle di cui tutti pensiamo di avere bisogno una volta che ce le propongono: ricerche, assistenti allo shopping, assistenti vocali e cose così. Dove, per la verità, si tratta principalmente di update e non di upgrade.

Shadow AI Economy

Un fenomeno che emerge dall’articolo e dalla ricerca riguarda soprattutto il GenAI Divide, come lo definiscono gli stessi autori. Ancora una volta la tecnologia non democratizza l’innovazione, ma la rende un fattore divisivo. Insomma, c’è chi innova e adotta alla velocità della luce e chi, per ragioni anche strategiche e di opportunità, rimane fermo al palo. Anche qui, nulla di nuovo: non abbiamo ancora colmato il Digital Divide, nemmeno per quanto riguarda le aziende, ed ecco che compare un nuovo campo su cui giocare. (A pensare male, sembrerebbe fatto apposta per arginare fenomeni come la cloud resignation e il ritorno a soluzioni Open e on prem, ma sicuramente è colpa mia che invecchiando divento rompiscatole e propenso al complotto).

Ma cosa succede dove le aziende si muovono con ponderazione (o lentezza) e gli utenti invece scalpitano? Ecco a voi la Shadow AI! Prepariamoci a sentirne parlare. Esattamente come la Shadow IT e il BYOD non autorizzato: le persone non particolarmente propense a seguire le linee guida aziendali si arrangiano con soluzioni spesso raffazzonate, a volte efficaci, ma sempre non governate. Uno dei principali grattacapi di chi si occupa di gestire il cambiamento torna in una nuova forma: chi vuole correre correrà, con il permesso o meno dell’azienda.

[considerazione 2] Il mondo user guida il mercato e non è un bene

Il problema di fondo è che i big player sono impegnati in una corsa forsennata per raggiungere il primo milione di utenti nel minor tempo possibile (si, è una gara vera e propria. Non commento perché divagherei ancora di più). In questa bulimia di metriche, nessuno sembra preoccuparsi di cosa accade dopo, quando quei servizi devono scalare davvero all’interno di aziende, enti e strutture di una certa complessità in cui non sin può solo sventolare la carta di credito e sperare per il meglio.

Qui iniziano i danni. Prendiamo Pino, middle manager della Tragedia Srl.: Pino ha il suo account “plus” personale, lo paga di tasca sua e ci fa di tutto. Quando poi si scontra con l’alternativa aziendale — che per motivi di budget, sicurezza o pura burocrazia ha limiti diversi e castrati — Pino non ci sta. E così, piuttosto che usare uno strumento meno performante, sceglie la via della Shadow IT, che in questo caso mi dicono chiamarsi Shadow AI: usa il suo account privato per gestire dati aziendali, creando un buco nero nella governance e mandando allegramente a ramengo anni di formazione sulla cybersecurity, sulla cultura del dato e, banalmente, ignorando qualsiasi tipo di buonsenso.

[Considerazione 3] Geniali dilettanti in selvaggia parata

A peggiorare la situazione c’è il fiorire di figure professionali improvvisate. Moltissimi sedicenti esperti di IA oggi semplicemente non possono esserlo: i prodotti e i servizi sono ancora troppo acerbi per consentire una reale padronanza metodologica. Sarò troppo tranchant, ma dal mio punto di vista è impossibile, o quantomeno discutibile, avere certezze assolute in un mondo in cui anche i big player fanno passi falsi e ritirano prodotti e servizi con la stessa velocità con cui li creano (qualcuno ha detto “Sora”?).

Siamo davanti ai “last minute expert”: persone che fino a sei mesi fa si occupavano di tutt’altro (sarà l’età, ma sento nelle orecchie echi che ricordano vagamente parole come blockchain e metaverso) e che oggi, magari anche alla luce di qualche buon risultato di laboratorio, in sandbox o su piccola scala, spiegano alle aziende come rivoluzionare i processi. Ma saper scrivere un prompt non significa saper gestire un’infrastruttura, così come aver messo su una istanza di N8N non mi rende esperto di automazione o avere provato OpenClaw mi rende competente nell’IA agentica. Confondere l’entusiasmo per una funzione “giocattolo” con la competenza strutturale che serve nelle aziende è il modo più veloce per finire in quel 95% di progetti che non produce un centesimo di valore.

Sopravvivenza e pragmatismo

Il segreto della sopravvivenza digitale in realtà è semplice: tornare alle basi. Sostituire alla schiavitù da trend una adozione ragionata, che non è un “no” a prescindere, ma nemmeno abbracciare ogni novità in modo acritico. Se un software complica la vita invece di semplificarla, non è colpa dell’utente: è lo strumento a essere sbagliato, o chi lo ha implementato a non aver capito il problema. Smettiamola di comprare sogni e suggestioni, anche se incredibilmente affascinanti, e ricominciamo a investire in soluzioni funzionali e oggettivamente efficaci, meglio se supportate da casi studio reali. O, in alternativa, facciamo in modo che ci sia chiaro che stiamo facendo ricerca e sperimentazione. Perché, alla fine, il valore non lo crea l’algoritmo, lo crea chi sa ancora distinguere la realtà dalla narrazione.

silver imac near white ceramic kettle

A cosa serve un buon form di contatto sul nostro sito Web

I form di contatto sono uno degli strumenti basilari del marketing online, ma spesso sono sottovalutati. Ecco perché dovremmo prenderli in considerazione.

La tecnologia di oggi permette di condurre la comunicazione commerciale su internet quasi in tempo reale. I form di contatto sono un modo semplice, efficace e universalmente accettato per raccogliere i dati di chi è interessato a ricevere informazioni sulla nostra attività o il nostro sito, essere ricontattato e così via.

silver imac near white ceramic kettle
Photo by MockupEditor.com on Pexels.com

Cosa deve avere un form di contatto per funzionare?

Di base, le buone pratiche per creare buoni form sono le stesse di qualsiasi strumento finalizzato a ricevere le informazioni di chi vuole lasciarcele. Deve essere chiaro, semplice da compilare e il più possibile onesto con chi ci legge. Se vogliamo fare del buon marketing online vale la pena di spiegare ai nostri lettori, senza troppi giri di parole, se li contatteremo occasionalmente quando facciamo qualcosa di speciale o se abbiamo una newsletter che inviamo otto volte al giorno.

Inoltre, un buon modulo di contatto dovrebbe anche convincere dal punto di vista del design ed essere allineato con il nostro stile di comunicazione. Se ci serve per prendere spunto, ecco una pagina con alcuni interessanti esempi di form di contatto.

Perché dovremmo usare un form di contatto?

Ci sono diverse buone ragioni, che vanno dalla presentazione (sono molto più professionali di una mail) alla sicurezza (la stessa mail triste lasciata nella pagina è golosissima per chi spamma). Vediamo i principali:

I moduli online danno un tocco di professionalità

Come sempre, l’efficacia di uno strumento si misura anche dalla sua adozione. E noi tutti ci siamo così abituati ai moduli contatto su qualsiasi sito web “moderno” (per usare un termine antico ;) ) che uno senza ci sembra poco professionale e incompleto.

Ci difendono dallo spam (almeno in parte)

Diversi sistemi, per la verità un po’ antiquati, raccolgono gli indirizzi e-mail direttamente dai siti web. Lasciare una mail in chiaro o blandamente mascherata sul sito per essere ricontattati significa finire nelle “peggiori newsletter dei bassifondi” con tanti saluti alle norme sul consenso alle attività di marketing.

Un modulo è una prima difesa contro i bot che inondano la nostra casella di posta. Continueremo a ricevere tutti i messaggi di spam, ma con qualche piccolo accorgimenti li possiamo limitare.

Un buon modo per “ascoltare”

I moduli di contatto permettono agli utenti di raggiungerci in modo facile e veloce e ci permettono di includere anche chi non ha particolare familiarità con la posta elettronica o, sul lato opposto dello spettro, chi non si fida a contattare altri indirizzi direttamente. Con in form di contatto l’utente può decidere quali contatti lasciare, e come ricevere risposta. Si tratta solo di progettarli nel modo giusto.

Inoltre i moduli di contatto permettono di risparmiare tempo (ci vuole meno tempo a compilare un form che a mandare una mail) e sono anche abbastanza flessibili da poter essere usati per diversi scopi, dal semplice messaggio fino all’assistenza tecnica

Sono facilitanti nella raccolta dei contatti

Nel nostro mondo, i contatti sono un bene prezioso e, anche senza ricadere nel mercimonio di bassa lega, avere un buon numero di persone a cui inviare informazioni su quello che facciamo è un buon modo per moltiplicare le nostre opportunità. I moduli di contatto in questo ci possono aiutare, per i motivi già visti sopra.

Se poi vogliamo essere particolarmente persuasivi, possiamo inserire il modulo all’interno di una landing page vera e propria (se non sappiamo come fare qui troviamo un generatore di landing page e moduli di contatto) che ci permette di aumentare ancora le possibilità che le persone decidano di contattarci.

I moduli di contatto sono un buon aiuto

Uno dei temi di cui mi sto occupando molto negli ultimi periodi è l’ottimizzazione, anche delle risorse ma soprattutto del tempo. In questo contesto i moduli di contatto sono il proverbiale win-win, visto che danno la possibilità alle persone di contattarci più facilmente e a noi di gestire i contatti in modo più rapido ed efficiente.

La Stampa e Google

Google, La Stampa e l’importanza dei contenuti

Google sta siglando una partnership con otto provider di contenuti europei. Ne parliamo diffusamente su MCCPost, ma come sempre qui mi ritaglio lo spazio per qualche riflessione più personale.

Prima di tutto, un po’ di sano campanilismo: che l’editore online scelto per l’Italia sia La Stampa di Torino, è senza dubbio una fonte di gioia per un piemontese, e una lezione per tutti: si può fare innovazione, ed eccellere, anche nel nostro “antiquato” Piemonte. Che poi, a ben guardare, fra scoperte vecchie e nuove, proprio tanto antiquato non è (pensiamo a Olivetti, per esempio, o all’aver portato in Italia la rivoluzione industriale, giusto ricollegarmi anche al mio amore per lo Steampunk).

Poi, una seconda considerazione: Google ha Google News, il più potente aggregatore di notizie che la storia ricordi, eppure decide di collaborare con i fornitori di contenuti. Naturalmente ci sono molte motivazioni, di natura diversa, dietro a questa scelta, fra cui quella di risanare una frattura storica fra editori, fornitori di contenuti e Google, accusato di “rubare” utenti proprio a causa di News (anche se chiunque abbia anche solo una vaga idea di come funzioni Internet sa quanto questa speculazione sia infondata). Tuttavia Google, probabilmente anche per calmare le acque, ha messo in pieno un piano che prevede proprio la collaborazione con alcuni dei suoi “potenziali nemici”, probabilmente quelli più propensi alla tecnologia, che probabilmente hanno accettato di buon grado.

Infine, l’ultima osservazione, che si lega maggiormente alla creazione di contenuti, quindi al content marketing, che vorrebbe essere una delle colonne personali di questo blog. Per la verità due, ma una è poco più di un inciso.

Da un lato abbiamo editori tradizionali che, davanti a un prodotto innovativo come Google News, si stracciano le vesti e fanno i capricci, gridando al furto, con schiere di flagellanti al seguito, spesso professionisti dell’informazione rimasti fermi, professionalmente, al 1980. Dall’altro abbiamo editori tradizionali, come La Stampa (che per inciso, è in giro dal 18-maledetto-97, quindi non è propriamente una startup) che colgono le opportunità, innovano e da giornale cittadino diventano parter europei di Google. Mettendo le mani su una fetta dei 150 milioni di euro nel processo. Indovinate a quale delle due fazioni sarà ancora in giro nel 2097…

Infine, l’ultima delle mie opinioni su questa storia: i contenuti di qualità vincono sempre. Certo, il caso dei quotidiani non riguarda propriamente il content marketing, ma il concetto è invariato. Google News sarebbe nulla senza partner che producono contenuti editoriali di qualità, e questi partner a loro volta sarebbero nulla senza contenuti.

Spesso, durante le mie lezioni di web marketing e content marketing porto come esempio provocatorio quello che amo chiamare il caso 4chan (magari ne parlerò diffusamente, prima o poi), per spiegare come il content marketing, in questo caso esasperato nella declinazione di user generated content nel campo dei meme e del trash, possa essere sufficiente da solo per trainare il successo di un sito. Oggi la storia è un po’ diversa da quando è nato il celebre sito, ma un concetto rimane invariato: avere contenuti di qualità significa conquistare raggiungibilità anche nel tempo, credibilità, offrire un servizio importante. Se vogliamo estremizzare, avere contenuti di vera qualità significa poter fare a meno dei trucchetti del SEO, dei vezzi della grafica esasperata e in un impeto di tautologia, direi anche del content marketing stesso.

Google crede nei contenuti. Se dobbiamo credere a Google Trends, anche il resto del mondo inizia a crederci.

Pensateci la prossima volta che dovete pianificare una strategia.

Logo di Bing

Bing cambia la partita del content marketing

Mentre tutto il mondo (me compreso) si preoccupava dei nuovi algoritmi di Google, negli USA altre notizie cambiano il mondo del content marketing. Secondo i dati divulgati settimana scorsa da ComScore e riportati da BGR via Search Engine Land infatti, Bing, il motore di ricerca di Microsoft, ha raggiunto la ragguardevole quota di mercato del 20%. In altre parole, un quinto delle ricerche negli Stati Uniti è fatta con il motore di ricerca Made in Microsoft, che di sicuro ha tratto giovamento dalla recente partnership con Yahoo!.

Volendo fare un po’ di sano onanismo statistico, secondo i dati riportati Google ha circa il 64% del mercato, Bing il 20 e Yahoo!, che usa gli strumenti di Bing, quasi il 13%. Questo significa che Bing controlla circa la metà delle ricerche rispetto a Google, e quasi un terzo del totale. Questo almeno stando ai dati di ComScore. Secondo altre fonti, per esempio un articolo di Forbes di gennaio, la cosa non è così significativa, perché è dovuta anche in parte al cambio di motore di ricerca predefinito nel browser Firefox in seguito a nuovi accordi. C’è da dire che l’articolo non è così recente, e anche dopo questa data i numeri di Bing hanno continuato a crescere. L’altro dato che i “conservatori” contestano è che si riferisce solo alle ricerche desktop, mentre sappiamo che questi numeri cambiano se includiamo il mercato mobile.

Il punto è: come queste notizie, o opinioni, possono influenzare il content marketing?

La risposta è semplice: negare che oggi nella creazione di contenuti di qualità rientrino anche i parametri del SEO significherebbe nascondere la testa sotto la sabbia. Passiamo nel campo delle opinioni: la mia convinzione, semplificando fino ai minimi termini, è che le discipline SEO siano poco più di un trick. In fondo si tratta di un reverse engeneering, basato su dati anche piuttosto aleatori, il cui scopo ultimo è interagire meglio con un meccanismo il cui funzionamento è ignoto. Il che significa più o meno cercare di capire come funziona un computer percuotendolo con un femore.

Gli zeloti del SEO lavorano sul nuovo algoritmo di Google

Si, lo so. La realtà è più complessa e qualche base analitica c’è. Ma il mondo delle scienze esatte, come la meccanica o la fisica tradizionale, è un’altra cosa. Allora il punto è questo: se cambia il mercato, anche le regole del SEO, e quindi in parte quelle del content marketing, devono cambiare. Perché già ottimizzare i soli testi per un singolo motore di ricerca è impervio, e ottimizzare tutti i contenuti per più motori è molto, molto più complesso. Certo, i dati sono riferiti solo agli Stati Uniti, solo alle ricerche desktop, e così via. Ma la storia ci insegna che sottovalutare questi segnali non è mai una buona scelta. E, fatte le dovute proporzioni, già oggi ignorare il peso di Bing nella progettazione e gestione dei contenuti significa giocarsi una discreta fetta di mercato.

La soluzione? Prima di tutto, la mia opinione: basare tutto sul solo SEO è, con buona pace degli zeloti di cui sopra, una scelta miope. La transizione verso un content marketing più strutturato è già iniziata. Oggi essere bravi a combinare le parole nell’ordine che piace a Google non basta più.

Bisogna pensare anche a Bing e Yahoo!.

Allora, perché non semplificare le cose e tornare a pensare agli esseri umani? La creazione di contenuti di qualità attraverso un content marketing intelligente è una delle possibili risposte.

E, peraltro, funziona perfettamente da sempre.

 

 

Content Marketing – il caso Playboy

Un interessante articolo su Clickz.com parla del nuovo approccio della testata online al content marketing, per sfruttare al meglio la forza del loro brand.

Perché ho scelto proprio Playboy e il sito playboy.com per parlarne oggi è piuttosto semplice. Prima di tutto perché ci racconta di come anche i marchi più forti e famosi debbano trattare molto seriamente alcuni temi, fra cui appunto la gestione dei contenuti. Poi, naturalmente, perché Playboy fa parte dell’immaginario collettivo. Basta dire: Conigliette. Il video, naturalmente, è in fondo all’articolo (altrimenti vi fermate tutti qui, ci siamo capiti…).
Ma chiunque sia stato adolescente in un qualsiasi momento dal dopoguerra a oggi sa che Playboy significa molto di più: vita notturna, feste, muscle car, e così via. Insomma, tutto quello che si trova in un qualunque college movie americano, solo, più grande, più esagerato e vietato ai minori.
Ferma tutto.
Perché il colpo di genio è proprio qui: il nuovo sito di playboy, lanciato nel 2014, è safe for work: tutti i contenuti sono stati rivisti in un ottica PG-13, cioè visibili dai 13 anni in su secondo le leggi americane. Quindi, niente più nudità, almeno sul sito.
Risultato: +258 per-maledetto-cento di incremento sul traffico, di cui il 70% da mobile.
Come? Naturalmente lavorando moltissimo sul content marketing, rielaborando i contenuti nel sito in un’ottica ammiccante ma meno esplicita, e unendo la forza del marchio Playboy e la tradizione che rappresenta ai nuovi temi caldi: videogiochi, cibo, gadget e così via, ma non solo.
Portando la forza del suo marchio in nuovi settori, con collaborazioni importanti e, ovviamente, una valanga di materiale, soprattutto immagini e video. L’articolo originale parla di una collaborazione con Stoli Vodka, ma quella che colpisce è con Red Bull: ecco finalmente il video (e le conigliette):
[youtube https://www.youtube.com/watch?t=52&v=7KPU7DWRe1Y]
Bevande energetiche, sport estremi, ragazze in bikini. Vediamo quanti accessi guadagno con questi tag ;)
Insomma, anche le aziende con l’immagine più “spensierata”, quando prendono il content marketing, inteso anche come strategia di gestione della comunicazione, in modo sistematico, con un metodo e un piano, ottengono risultati incredibili.
Ricordiamoci sempre di cosa insegna l’Hagakure:
Tra le massime scolpite sul muro del signore di Naosihge c’era questa:
le questioni di maggiore gravità vanno trattate con leggerezza.
Il maestro Ittei commentò:
le questioni di minore gravità vanno trattate seriamente.
 
Come dimostra anche questa slide, dall’articolo orginale:

Dalla slide della presentazione della nuova strategia

Misurare il successo secondo Playboy

E che di fatto  è una delle affermazioni più oneste che abbia visto rappresentate da un esperto di content marketing.
Insomma, è arrivato il momento di prendere questa disciplina sul serio: il Content Marketing non è solo scrivere contenuti o creare ottimi testi copy. E’ a tutti gli effetti una strategia, che, se necessario, può far cambiare radicalmente la politica di pubblicazione di un impero come Playboy. E vincere. Ricordiamoci:
+258 per-maledetto-cento.
Alla prossima.
 
2015 Content Marketing Tactics and Technology Study screenshot

Il Content Marketing nel 2015?

Il Content Marketing, nel campo del web marketing, è la “big thing” del 2015, un po’ come lo è stato lo Storytelling lo scorso anno. Mode e costumi a parte, la sostanza, il punto zero di questo tipo di marketing, è in realtà molto semplice. Alle persone piace leggere contenuti di qualità, che siano interessanti e coinvolgenti e possibilmente non scopiazzati da Wikipedia o da altrove.

Banale? Forse. Ma se leggete lo studio di Curata riportato ieri da Ninja Marketing vedrete come in realtà il Content Marketing si sta consolidando sempre più come una disciplina importante e irrinunciabile. Come accade spesso con questo tipo di ricerche, molti dati confermano quello che è il “sentire” degli specialisti del settore, per esempio il fatto che nel 2015 tre quarti delle compagnie aumenteranno l’investimento nel content marketing, e poco più del 70% producono più contenuti dello scorso anno.

Una nuova corsa all’oro per chi si occupa di marketing e sta cercando un nuovo modo per promuovere i propri clienti? Con calma: il campione utilizzato per la ricerca è costituito per il 52.2% da aziende con ricavi al di sotto dei 10 milioni di dollari, per il 27.3% fra i 10 e i 100 milioni di dollari, per il 9% fra 100 milioni e 1 miliardo e per l’11,5% al di sopra di 1 miliardo di dollari. Con un campione di questo tipo, non stupisce che il 49% delle aziende abbia un responsabile esecutivo per il content marketing. Credibilmente, ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che le statistiche proposte siano applicabili al mainstream.

Comunque, alcuni dei consigli che lo studio fornisce, sono molto interessanti, ne cito due fra tutti (ma se vi interessa l’argomento, scaricate gratuitamente una copia dell’ebook, basta compilare il form nella pagina linkata poco sopra).

La prima, per quanto possa sembrare scontato, è che un buon content marketing, è basato su contenuti di qualità (o curati, come in Curated content nel testo).

La seconda, la riporto testualmente: Build your Owned Media, yet tap into Earned & Paid Media, cioè, a senso: Costruisci il tuo media di proprietà, attingendo dalle coperture e dalle campagne a pagamento. Mi suona molto come una certa Back to home strategy

Niente di nuovo sotto il sole, insomma, solo qualche conferma: il content marketing è in evoluzione, nella percezione delle (grandi?) aziende. Ma le regole per farlo bene producendo contenuti di qualità sono le solite: saper ascoltare, essere attenti, conoscere la realtà, saper scrivere.

Semplice, no?

Magic the Gathering - Clone

Contenuti copiati – Finalmente è successo anche a me!

Ebbene si, finalmente hanno copiato qualcuno dei miei testi!

Chi si occupa di content marketing, gestione dei contenuti, copywriting e così via, in genere ha o ha avuto dentro di sé uno degli spiriti più difficili con cui convivere, cioè quello dello scrittore. Che un personaggio controverso, tipicamente. Perché da un lato quando ti copiano è piuttosto fastidioso, dall’altro è quasi lusinghiero. In fondo, per chi crea contenuti editoriali, in generale scrive, o in generale crea qualcosa, essere imitati e copiati è quasi un punto di arrivo. Anche quando chi lo fa ha fatto il furbetto.

Ho scoperto la cosa completamente per caso, mentre stavo preparando un articolo per MCCPost (che pubblicherò fra qualche giorno), appunto su come scoprire le copie. Per ragioni statistiche, ho usato come base di partenza il mio articolo più letto, e poco dopo ho scoperto questo (Via Freezepage, per non regalare altri clic) . Che dire? Almeno hanno fatto lo sforzo di aggiungere al mio articolo una chiusa diversa! Per il resto, come si dice, trova le differenze.

Dopo essermi fatto una sana risata e aver brindato con il mio ego, che nel frattempo ha assunto una propria identità, mi sono chiesto come avrei potuto agire per rivendicare la mia proprietà intellettuale. Poi ci ho riflettuto.

Nel mondo del Web, se vi rubano un’opera, sia essa un articolo, alcune immagini, entrambi, o anche opere di ingegno più complesse e importanti di un semplice tutorial su Windows 8, c’è poco da fare. Certo, ci sono gli avvocati, le richieste, le lettere e i Cease and Desist, ma paradossalmente sono tutte cose che funzionano meglio se dall’altra parte c’è la buona fede. In questo caso, la copia è talmente evidente che lo è anche l’assenza di buona fede (non ha nemmeno cambiato i link!). E poi, onestamente, quale crociata di questo piffero è minacciare le vie legali per una inezia del genere? Molto meglio approfittarne per trasformarlo in un caso studio, e lasciare alla bontà di chi mi leggerà eventuali considerazioni, tanto più che nel freezepage c’è il rifermento al profilo blogger del copiatore.

Molto meglio una strategia basata sull’arguzia. Ho provato a lasciare un commento ringraziando e indicando l’articolo originale, ma non ha funzionato. Così, uso questo articolo come caso studio, mi ci faccio una sana risata, arricchisco il mio neonato blog e ho un caso studio in più da raccontare. Come benefit, ho la dimostrazione che gli strumenti che sto testando per il prossimo articolo funzionano.

Morale: “Non ho progetti, cogliere l’opportunità è il mio progetto” e “Non ho principi, l’adattabilità alle cose, ecco il mio principio“. Chi vive di un lavoro come la gestione di contenuti, chi si occupa del content marketing di una o più realtà online, chi scrive quotidianamente contenuti editoriali, deve saper vivere anche di quello che trova per strada. Anche trasformando un apparente problema in un’opportunità.

Con queste premesse, copiatemi pure ogni giorno ;)