Secondo il Mit solo il 5% dei progetti aziendali basati su GenAI produce valore

Secondo una ricerca riportata da Il Sole 24 ORE, il 95% dei progetti basati su Intelligenza artificiale generativa (GenAI) non crea valore nelle aziende.

Internet è un posto meraviglioso: la quintessenza dell’intramontabile citazione di Ronald Coase: “Se torturi i dati abbastanza, la natura confesserà sempre“. Un modo elegante per dire che ricerche e statistiche possono dire tutto e il contrario di tutto. Il parallelo con la Rete delle Reti è tutto qui: basta cercare abbastanza e troveremo dati, anche autorevoli, a supporto di qualsiasi tesi, come molti colleghi sanno bene.

Per ora rimaniamo sul fatto riportato (che non è più freschissimo, lo so, ma le mie riflessioni sono ondivaghe come il tempo che posso dedicare al blog): il 95% dei progetti basati su Intelligenza Artificiale generativa non produce valore. Che, alle orecchie di chi è su Internet da troppo tempo, suona come quella vecchia statistica di McKinsey secondo cui il 70% dei progetti di trasformazione fallisce (fun fact: la statistica è così famosa che la stessa azienda la cita in una sorta di “sequel”, quindici anni dopo): numeri che senza dubbio fanno sensazione e stanno benissimo nelle slide, ma che spesso nascondono verità più complesse.

The state of AI in Business 2025

Prima di partire con le mie osservazioni, risolvo subito un italico vizio che purtroppo affligge anche le realtà più autorevoli: la mancanza del link alla fonte. In questo caso la ricerca è stata prodotta da NANDA, un settore del MIT dedicato alla ricerca sugli Agenti AI. Questo è importante per capire il contesto: l’agentic AI infatti ha nella sua proposta di valore proprio quella di superare i limiti dell’IA generativa. Non ci stupisce il fatto che cerchino di dare grande risonanza a un report che li evidenzia. In ogni caso, l’accesso diretto ai paper richiede un’iscrizione, ma una copia è pubblicamente disponibile attraverso questa URL. Così, chi vuole ha un accesso diretto alla fonte per approfondire. Quello su cui però mi volevo concentrare sono gli highlight emersi, che fortunatamente non sono né parziali né imprecisi. Perché già così c’è molto su cui ragionare.

La differenza fra implementazione e adozione

Questo è uno degli aspetti più interessanti: sempre secondo i dati la differenza è tutta nella differenza fra adozione individuale e adozione da parte delle imprese. Per farla semplice (la trattazione rigorosa è nell’articolo), strumenti come ChatGPT e Copilot hanno superato l’80% di adozione, ma servono soprattutto per migliorare la produttività personale. I sistemi aziendali, invece, arrivano in produzione solo nel 5% dei casi.
Il che, dal mio punto di vista, aprirebbe già ad abbastanza ragionamenti per trascorrere un pomeriggio: in poche parole i dati aziendali esfiltrano verso sistemi di terze parti giornalmente, con buona pace della governance. Insomma, cambiano gli strumenti ma i fogli Excel condivisi con le password aziendali restano. E oggi vanno a nutrire gli LLM. Ma, dal mio punto di vista, c’è un ulteriore passaggio logico.

[considerazione] L’AI è un fenomeno terribilmente tautologico

Negli ambienti digitali se ne parla da molto, ma più passa il tempo più il sospetto che l’IA sia l’ennesima bolla si fa strada. Del resto, lo ha ammesso anche Sam Altman stesso qualche tempo fa. Nella mia limitatissima esperienza, ho l’impressione che l’Intelligenza Artificiale stia impattando soprattutto il mondo digitale stesso in una sorta di circolino simile a quello della moda in cui tutto il tumulto si ferma appena di fuori del perimetro. Sì, sempre secondo i dati riduce le spese per i servizi esterni, ma per il resto punto o poco accade. C’è una fotografia, ormai diventata un meme, che lo spiega benissimo.

Ovviamente è una iper semplificazione. Ma spiega alla perfezione un determinato tipo di sentimento. Certo, oggi è tutto data driven, i dati sono il petrolio del terzo millennio e lallallero. Ma l’adozione pervasiva dell’IA al di fuori di quanto è già fortemente digitalizzato non sembra esattamente dietro l’angolo, ecco. Almeno, non nella sua incarnazione generativa. Con l’eccezione, forse, delle applicazioni giocattolo, quelle di cui tutti pensiamo di avere bisogno una volta che ce le propongono: ricerche, assistenti allo shopping, assistenti vocali e cose così. Dove, per la verità, si tratta principalmente di update e non di upgrade.

Shadow AI Economy

Un fenomeno che emerge dall’articolo e dalla ricerca riguarda soprattutto il GenAI Divide, come lo definiscono gli stessi autori. Ancora una volta la tecnologia non democratizza l’innovazione, ma la rende un fattore divisivo. Insomma, c’è chi innova e adotta alla velocità della luce e chi, per ragioni anche strategiche e di opportunità, rimane fermo al palo. Anche qui, nulla di nuovo: non abbiamo ancora colmato il Digital Divide, nemmeno per quanto riguarda le aziende, ed ecco che compare un nuovo campo su cui giocare. (A pensare male, sembrerebbe fatto apposta per arginare fenomeni come la cloud resignation e il ritorno a soluzioni Open e on prem, ma sicuramente è colpa mia che invecchiando divento rompiscatole e propenso al complotto).

Ma cosa succede dove le aziende si muovono con ponderazione (o lentezza) e gli utenti invece scalpitano? Ecco a voi la Shadow AI! Prepariamoci a sentirne parlare. Esattamente come la Shadow IT e il BYOD non autorizzato: le persone non particolarmente propense a seguire le linee guida aziendali si arrangiano con soluzioni spesso raffazzonate, a volte efficaci, ma sempre non governate. Uno dei principali grattacapi di chi si occupa di gestire il cambiamento torna in una nuova forma: chi vuole correre correrà, con il permesso o meno dell’azienda.

[considerazione 2] Il mondo user guida il mercato e non è un bene

Il problema di fondo è che i big player sono impegnati in una corsa forsennata per raggiungere il primo milione di utenti nel minor tempo possibile (si, è una gara vera e propria. Non commento perché divagherei ancora di più). In questa bulimia di metriche, nessuno sembra preoccuparsi di cosa accade dopo, quando quei servizi devono scalare davvero all’interno di aziende, enti e strutture di una certa complessità in cui non sin può solo sventolare la carta di credito e sperare per il meglio.

Qui iniziano i danni. Prendiamo Pino, middle manager della Tragedia Srl.: Pino ha il suo account “plus” personale, lo paga di tasca sua e ci fa di tutto. Quando poi si scontra con l’alternativa aziendale — che per motivi di budget, sicurezza o pura burocrazia ha limiti diversi e castrati — Pino non ci sta. E così, piuttosto che usare uno strumento meno performante, sceglie la via della Shadow IT, che in questo caso mi dicono chiamarsi Shadow AI: usa il suo account privato per gestire dati aziendali, creando un buco nero nella governance e mandando allegramente a ramengo anni di formazione sulla cybersecurity, sulla cultura del dato e, banalmente, ignorando qualsiasi tipo di buonsenso.

[Considerazione 3] Geniali dilettanti in selvaggia parata

A peggiorare la situazione c’è il fiorire di figure professionali improvvisate. Moltissimi sedicenti esperti di IA oggi semplicemente non possono esserlo: i prodotti e i servizi sono ancora troppo acerbi per consentire una reale padronanza metodologica. Sarò troppo tranchant, ma dal mio punto di vista è impossibile, o quantomeno discutibile, avere certezze assolute in un mondo in cui anche i big player fanno passi falsi e ritirano prodotti e servizi con la stessa velocità con cui li creano (qualcuno ha detto “Sora”?).

Siamo davanti ai “last minute expert”: persone che fino a sei mesi fa si occupavano di tutt’altro (sarà l’età, ma sento nelle orecchie echi che ricordano vagamente parole come blockchain e metaverso) e che oggi, magari anche alla luce di qualche buon risultato di laboratorio, in sandbox o su piccola scala, spiegano alle aziende come rivoluzionare i processi. Ma saper scrivere un prompt non significa saper gestire un’infrastruttura, così come aver messo su una istanza di N8N non mi rende esperto di automazione o avere provato OpenClaw mi rende competente nell’IA agentica. Confondere l’entusiasmo per una funzione “giocattolo” con la competenza strutturale che serve nelle aziende è il modo più veloce per finire in quel 95% di progetti che non produce un centesimo di valore.

Sopravvivenza e pragmatismo

Il segreto della sopravvivenza digitale in realtà è semplice: tornare alle basi. Sostituire alla schiavitù da trend una adozione ragionata, che non è un “no” a prescindere, ma nemmeno abbracciare ogni novità in modo acritico. Se un software complica la vita invece di semplificarla, non è colpa dell’utente: è lo strumento a essere sbagliato, o chi lo ha implementato a non aver capito il problema. Smettiamola di comprare sogni e suggestioni, anche se incredibilmente affascinanti, e ricominciamo a investire in soluzioni funzionali e oggettivamente efficaci, meglio se supportate da casi studio reali. O, in alternativa, facciamo in modo che ci sia chiaro che stiamo facendo ricerca e sperimentazione. Perché, alla fine, il valore non lo crea l’algoritmo, lo crea chi sa ancora distinguere la realtà dalla narrazione.

cover ai etica roast

Quando l’innovazione perde di vista la realtà è ancora utile?

La domanda nasce da uno dei tanti servizi fra il serio e il faceto che “valutano” il nostro pericolo di essere sostituiti dall’intelligenza artificiale

    Qualche giorno fa ho inserito il mio profilo LinkedIn su Perfectly Roast. Per chi non lo sapesse, è un servizio (l’ennesimo, a dire il vero) basato su IA che analizza la tua storia professionale e ti “insulta” spiegandoti quanto sei vulnerabile nell’era dell’automazione.

    È divertente. È schietto. È molto Silicon Valley nell’accezione più neutra possibile del termine e ti massacra: del resto Roast è un modo di fare commedia basato su questo. Ed è innegabile che dietro all’umorismo ci sia molta verità.

    Ma mentre analizzava i miei dati, e mi restituiva un risultato poco confortante, ho pensato a tutte le persone che incontro ogni giorno, nelle aziende o durante i miei corsi di formazione. Persone che magari gestiscono aziende, mandano avanti uffici o reparti e risolvono problemi reali, ma che si bloccano davanti a una è maiuscola (È) perché sulla tastiera italiana non c’è un tasto dedicato o davanti alla possibilità di aprire due schede del browser. E qui ho realizzato che il divario tra il mondo che esiste in strumenti come Perfectly Roast (e chi gli da troppo credito, a dire il vero) e il mondo reale è un abisso di consapevolezza.

    L’innovazione è diventata astratta: verità scomoda o solo un altro giovedì mattina?

    Esiste un modo di concepire l’innovazione che è totalmente scollegato dalla quotidianità. Ci riempiamo la bocca di “AI Adoption”, di “Prompt Engineering” e di “Digital Transformation”, dimenticandoci che una fetta enorme della popolazione attiva ha ancora difficoltà con operazioni che noi “addetti ai lavori” diamo per scontate.

    Saper fare una chiocciola, trovare le lettere accentate o capire la differenza tra un file salvato sul desktop e uno nel cloud sono troppo spesso temi che noi addetti, con un po’ di supponenza, liquidiamo come banalità, e come colpevole chi non le conosce. La realtà è che, come nello sport, sono i fondamentali: se sono fragili, non puoi costruirci sopra una quotidianità fatta di algoritmi e servizi avanzati. E, esattamente come nello sport, se nessuno si è mai preso il disturbo di insegnarteli, probabilmente non hai modo di conoscerli, anche se giochi tutte le settimane magari anche con buoni risultati.

    La realtà dei dati: l’alfabetizzazione digitale nel 2026

    Ho pensato che fosse una sensazione mia, magari polarizzata dal fatto che spesso e volentieri insegno in corsi di base e per principianti. Ma i dati parlano chiaro, anche se spesso si preferisce ignorarli perché l’innovazione non si vende da sola e, come dimostra la corsa all’IA, viviamo in un mondo in cui l’upselling è un comandamento.

    Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) 2025/2026, il quadro della competenza digitale in Europa presenta ancora zone d’ombra preoccupanti:

    • Competenze di base: In Italia, nonostante i progressi del PNRR, quasi il 40% della popolazione tra i 16 e i 74 anni non possiede ancora competenze digitali di base. (Fonte: European Commission – DESI Dashboard)
    • La trappola della sicurezza: I dati Istat evidenziano che, sebbene l’uso dello smartphone sia capillare, la consapevolezza sulla sicurezza è minima: meno del 35% degli utenti sa come gestire correttamente la propria identità digitale o attivare l’autenticazione a due fattori (2FA). (Fonte: Istat – Cittadini e ICT)
    • L’impatto dell’IA: Il report OECD Employment Outlook 2025 conferma che l’IA non sostituirà chi sa usarla, ma creerà un divario incolmabile per chi non ha le basi dell’alfabetizzazione digitale, aumentando il rischio di esclusione per le fasce meno formate. (Fonte: OECD – AI and the Labour Market)

    Insomma, mentre noi che in qualche modo abbiamo il privilegio di vivere l’innovazione, le fila di chi rischia di essere tagliato fuori da tutto si ingrossano ogni giorno che passa.

    Non è una colpa, è una storia di vita

    Qui voglio essere più che chiaro: non conoscere queste cose non è una colpa. Non c’è spazio per il sarcasmo o per la condanna. La vita è complicata. C’è chi ha passato gli ultimi vent’anni a far crescere i figli, a gestire crisi aziendali, a studiare medicina o a imparare come si coltiva la terra. Non tutti hanno avuto l’opportunità, il tempo o la fortuna di stare otto ore al giorno davanti a un monitor a osservare l’evoluzione delle interfacce e a fare i memini con l’IA spacciandolo per studio del prompt engeneering.

    Il tono degli esperti di digitale non dovrebbe essere quello del professore che bacchetta, o dell’allievo all’ultimo anno che irride il primino, ma quello del compagno di viaggio. Come diceva il vecchio saggio in Hagakure: “La Via risiede nella giusta respirazione”. Nel digitale, la “respirazione” è la comprensione dei concetti base, senza ansia da prestazione.

    Il valore aggiunto della formazione persona per persona

    Ecco perché credo fermamente che il lavoro di divulgazione e formazione individuale sia oggi più importante che mai. Potremmo automatizzare tutto, ma non potremo mai automatizzare il momento in cui una persona capisce finalmente come mettere in sicurezza la propria identità digitale e prova quella sensazione di potere e libertà.

    Questi sono alcuni dei motivi per cui ho scelto di insegnare: aiutare qualcuno ad appropriarsi della propria consapevolezza digitale significa, fra l’altro:

    1. Restituire tempo: Se impari le scorciatoie da tastiera (come l’uso dello Shift o del tasto Windows), smetti di lottare con il mouse e torni a casa prima, o puoi fare più lavoro con meno fatica.
    2. Ridurre l’ansia: Sapere cosa succede quando clicchi su un link sospetto ti rende un utente consapevole, non una vittima in attesa.
    3. Includere: Dare a tutti gli stessi strumenti per partecipare alla conversazione globale, che si tratti di LinkedIn o di una mail al comune.

    La mentalità digitale è un atto di pragmatismo

    Perfectly Roast e strumenti simili sono specchi interessanti, ma sono specchi deformanti. Ci mostrano un futuro accelerato, ma noi viviamo in un presente fatto di tastiere, password e procedure. (Oltre al fatto che, sinceramente, inizia a farmi molta tenerezza chi sente il bisogno di dimostrare a tutti i costi che è perennemente sulla cresta dell’onda).

    Il mio consiglio di sopravvivenza pratica? Se ti senti sopraffatto, torna alle basi. Non aver paura di chiedere come si fa la chiocciola o come faccio a capire dove ho salvato il documento. Ben lungi dall’essere un segno di debolezza, è l’inizio del tuo percorso di padronanza.

    Il digitale deve servire a noi, non il contrario. E la formazione è l’unico modo per assicurarci che il roast dell’innovazione non finisca per bruciare proprio le persone che dovrebbe aiutare.


    Qual è stata l’ultima volta che ti sei sentito “perso” davanti a un’operazione apparentemente semplice? Scrivimelo nei commenti. Non c’è giudizio, solo voglia di capire come rendere questo digitale un po’ più umano.

    Dispense ECDL Gratis

    Come prepararsi all’esame ECDL Update 6.0

    L’esame ECDL Update 6.0 è un buon modo per riqualificare le competenze per chi ha una certificazione ECDL datata.

    Una recente domanda di una lettrice mi ha dato l’opportunità di aggiornarmi su questa interessante modalità. L’idea alla base è molto semplice: l’esame ECDL Update 6.0 è un esame di aggiornamento che permette, con una sola sessione, di convalidare la nostra certificazione ECDL ottenuta con i Syllabus precedenti, in particolare 3.0 e 4.0.

    Per qualche motivo il sito AICA non parla della possibilità di effettuare l’Update dalla versione 5.0, probabilmente perché questa è in corso di validità.

    Cosa studiare per prepararsi all’esame ECDL Update 6.0

    Come sempre, le informazioni migliori sono quelle che ci vengono fornite dal sito AICA, in particolare in questa pagina che parla proprio di questo particolare esame.

    Qui scopriamo che si tratta di un solo esame che copre i contenuti aggiornati al Syllabus 6.0. Nell’esame sono compresi tutti i moduli principali, cioè:

    • Computer Essentials (con contenuti dei precedenti moduli Core: Concetti di informatica generale e Uso del computer e gestione dei file)
    • Online Essentials (con contenuti dei precedenti moduli Core: Uso del computer e gestione dei file e Reti informatiche – Internet e Posta Elettronica)
    • Word Processing
    • Spreadsheets
    • Database
    • Presentation

    Un aspetto curioso tuttavia è che visti i pochi cambiamenti fra il syllabus 5.0 e il 6.0, nemmeno le fonti ufficiali hanno aggiornato le dispense disponibili gratuitamente. Quindi sulla carta, non ci resterebbe che procurarci un manuale.

    Qualche aiuto dal sito ufficiale

    La nuova impostazione di AICA ci offre qualche supporto per prepararci a questo esame, che comunque è un discreto malloppo da 75 minuti.
    Infatti, sempre nella pagina ufficiale, troviamo una meravigliose sezione chiamata come prepararsi all’esame, che in questo caso contiene un sample test, cioè una piccola esercitazione che ci permette di avere un esempio delle domande che ci aspetteranno in sede di certificazione.

    Sfortunatamente le domande sono sempre le stesse (si tratta di un file da scaricare sul nostro computer), ma è comunque un buon aiuto.
    il mio consiglio è molto semplice: proviamo a studiare con le dispense disponibili per la versione precedente, poi proviamo a superare l’esame di prova. Se va tutto bene, abbiamo risolto nel modo più semplice. Altrimenti avremo sempre tempo di procurarci un manuale prima di prenotare l’esame.

    impossibile cliccare con il mouse macchina virtuale

    Impossibile cliccare con il mouse nell’host VMware

    Se stiamo gestendo un server VMware con vSphere ed è impossibile cliccare con il mouse, probabilmente è colpa di una impostazione di Windows.

    Questo è uno di quei post che quelli bravi davvero chiamerebbero instant article: ho avuto questo problema, ho trovato la soluzione, penso che sia utile per molti, ne scrivo rapidamente. quindi sarà un po’ più breve dei miei soliti sermoni. Semplicemente, provando a gestire una macchina VMware attraverso vSphere, qualche giorno fa mi è successo che fosse impossibile cliccare con il mouse nell’host. Ecco la soluzione.

    Impossibile cliccare con il mouse in vSphere: i sintomi

    Il problema si manifesta in modo semplice ma frustrante: la macchina virtuale sembra funzionare (nel mio caso stavo cercando di installare una istanza di Lubuntu), ma i click del mouse non vengono recepiti o sono spostati anche di molto rispetto a dove vorremmo. Ecco un video che ho registrato che mostra il problema per come si manifestava a me.

    Nel mio caso, usando la visualizzazione console di vSphere, la tastiera funzionava correttamente e la macchina rispondeva.

    Insomma, l’unica cosa fuori posto era proprio il mouse.

    Se il mouse non clicca in vSphere, è “colpa” di Windows

    Se siamo esperti o appassionati di informatica di lungo corso, sappiamo che spesso la soluzione è semplice, ma in un contesto apparentemente scollegato da quello che stiamo usando. I

    Questo è uno di quei casi. Perché il problema si risolve in un secondo, usando le impostazioni dello schermo di Windows. L’impossibilità di usare i controlli “grafici” come il mouse infatti è legato al ridimensionamento e layout dello schermo di Windows. Cioè la funzione che permette di ingrandire caratteri ed elementi grafici sullo schermo.

    Ecco come risolvere:

    Facciamo semplicemente click con il tasto destro in una zona libera del desktop del nostro computer e scegliamo la voce Impostazioni schermo.

    impossibile cliccare con il mouse host VMvare

    Nella finestra che si apre cerchiamo ridimensionamento e layout e impostiamolo al 100% anche se l’impostazione suggerita è diversa. Nel mio caso per esempio, in un portatile con schermo Full HD, la scelta consigliata è 125%, ma ho dovuto ignorarla.

    impossibile cliccare con il mouse host vSphere

    Una volta eliminato il ridimensionamento dello schermo, la macchina virtuale funzionerà alla perfezione, e finalmente potremo usare il mouse normalmente all’interno dell’host.

    POSSIBILE cliccare con il mouse host VMvare

    Qualche considerazione

    Come abbiamo visto il risultato si ottiene in pochi secondi ed effettivamente, almeno nel mio caso, ha risolto tutto. Io stavo usando vSphere 5.5 su una macchina Windows 10, per installare la distro di linux Lubuntu. Su un server ESXi remoto.

    E nel mio caso funziona tutto. Da quello che ho letto su qualche forum sembra LA soluzione, nel senso che è proprio un malfunzionamento dovuto all’incompatibilità fra il rendering video di Windows e la console di vSphere. Pare anche che versioni più recenti non mostrino lo stesso problema, ma non ho modo di verificarlo.

    Spero di essere stato utile, buon lavoro a chi è arrivato fino qui!

    Disattivare Adsense su una pagina

    Disattivare AdSense su una pagina (senza diventare matti)

    Capita sempre più di rado, ma ogni volta ci si sente un po’ pionieri. Parlo di quando si ha un problema per cui sembra non esistere risposta su Google. Questa volta mi è successo quando ho cercato come disattivare AdSense su una sola pagina di un sito WordPress.
    O meglio, quando ho cercato un modo facile di farlo, che non mi richiedesse tre ore di studi approfonditi.

    Disattivare gli annunci di Google su una singola pagina.

    Possiamo stare a discutere fino a domattina sulla liceità o meno delle segnalazioni di non conformità di AdSense.
    Rimane il fatto che quando se ne riceve una, il ban è dietro l’angolo. Tanto vale adeguarsi e disattivare Adsense sulla pagina segnalata.

    Diciamolo, gli annunci automatici di AdSense sono una figata pazzesca. Se non altro perché ci permettono di commisurare lo sforzo ai ricavi. Leggi: se i ricavi sono prossimi allo zero, deve esserlo anche lo sbattimento richiesto
    In WordPress è ancora più facile. Picchi il codice in header.php e te ne dimentichi.
    Almeno, fino a quando non ti arriva una segnalazione di non conformità per una pagina.
    Proprio quello che mi è successo qualche tempo fa.
    E a cui, a quanto pare, non esiste soluzione. O meglio, stando a quanto ho trovato su Google, infatti, i modi esistono, ma sono tutti terribilmente complicati.

    Come ho eliminato gli annunci su una singola pagina: quick and dirty

    Ribadisco: ero alla ricerca di una soluzione rapida: esistono plugin estremamente evoluti per la gestione della pubblicità, ma non facevano al caso mio. Si trattava di un sito che usa solo AdSense, non ha progetti di espansione in quel senso e sopratutto che richiede il minimo possibile di manutenzione tecnica.
    Quindi, come sempre, dove l’alta tecnologia fallisce, la bassa tecnologia trionfa
    Dal momento che non ho trovato nulla che agisse sulla pubblicità, ho fatto un passo indietro. Se non posso lavorare al livello della gestione di AdSense, per disattivare gli annunci di Google su una pagina, devo lavorare a livello di codice
    Detto, fatto: ricordate quando ho detto che basta inserire il codice nell’header?  il plugin Addfunc Header & Footer permette di personalizzare header e footer per ciascuna pagina e articolo. Quindi, ecco qui.

    Disattivare AdSense su una determinata pagina lavorando sull’Header

    A questo punto le cose diventano quasi banali:

    • Installiamo il plugin
    • Rimuoviamo il codice AdSense dall’header generico (o dal plugin che utilizziamo)
    • Impostiamolo nella sezione Site-Wide Head code del plugin, che si trova in impostazioni -> head & footer code
    Disattivare Adsense per una pagina specifica header code

    A questo punto siamo a metà dell’opera, nel senso che siamo tornati al punto di prima, con gli annunci che appaiono in tutte le pagine.

    Per disattivare AdSense su un singolo elemento del nostro sito dobbiamo solo aprire in edit la pagina o il post che ci interessano. Scorrendo un po’ (dipende dai plugin che abbiamo installati) troveremo la voce Head & Footer code

    Disattivare Adsense codice pagina

    Ora, io che sono un vecchio cinghiale e mi fido poco dei campi lasciati vuoti ho inserito un commento HTML.
    Il concetto comunque è semplice: quello che scriviamo nel campo sostituirà il codice Header generico inserito sopra, se abbiamo attivato la spunta Replace… 

    Ciao-Ciao AdSense sulla pagina incriminata.

    Brutto? Senza dubbio. Sporco? Probabile. Elegante? Nemmeno per idea. Ma problema risolto, in dieci minuti. (Che visto il rendimento degli Ad, è pure troppo).

    Quanto costa la certificazione ECDL

    Quanto costa la certificazione ECDL?

    Quanto costa la certificazione ECDL in Italia, fra prezzi “ufficiali” (che non esistono) e consuetudini per chi offre certificazioni e corsi.

    Rispondendo a una domanda arrivata su questo sito (ma senza mail per una risposta!) ho preso qualche informazione. Cercherò di raccontare quanto costa la certificazione ECDL in Italia, in base alle informazioni disponibili e naturalmente alla mia esperienza diretta.

    Quanto costa la certificazione ECDL secondo il listino ufficiale?

    Qui la risposta è facile: non esiste un listino ufficiale con i costi degli esami ECDL e della certificazione. L’istituto che gestisce la patente europea del computer non ha fini commerciali e per questo motivo non eroga direttamente corsi, non pubblica direttamente libri e così via.

    In realtà, il prezzo della certificazione ECDL dipende dal test center e dal tipo di approccio che vogliamo dare. Infatti possiamo decidere di sostenere i soli esami, oppure di seguire un corso.

    Quanto costa certificarsi ECDL se vogliamo sostenere solo gli esami?

    Qui possiamo farci aiutare dal sito ufficiale italiano, che nella sezione Domande Generiche ha una risposta a questa domanda. Il prezzo medio da loro rilevato è di 90 euro per la skill card, cioè il “libretto” sul quale verranno registrati gli esami, e di 30 euro per esame. Per i 7 esami dell’ECDL Full Standard questo ci porta a un totale di 300 euro.

    Tuttavia, basta farsi un rapido giro online per renderci conto che si tratta di un’indicazione di massima. Fra costi competitivi e convenzioni si arriva serenamente a 75 euro per la skill card 25 per ciascun esame. 250 euro in tutto.

    Tuttavia non è ancora il momento di tirare fuori il portafoglio. Infatti il mio consiglio è quello di informarsi prima sui corsi disponibili. Molti di questi infatti offrono skill card e esami compresi nel prezzo. Il che ci porta al secondo punto.

    Quanto costano i corsi ECDL?

    Dire che si trova di tutto sarebbe riduttivo. Chi è ancora in età da scuola superiore o università può iniziare informandosi presso il proprio istituto, che spesso offe corsi gratuiti o a prezzi convenzionati. Naturalmente esistono anche corsi privati, ma il mio consiglio è sempre quello di contattare gli enti formativi della propria zona.

    Sfortunatamente infatti in Italia è poco nota, ma esiste una direttiva europea chiamata Formazione Continua individuale (FCI) che mette a disposizione per qualsiasi lavoratore un “voucher” per seguire corsi di aggiornamento, non solo strettamente professionale, piuttosto consistente. Si parla di qualche migliaio di euro. Il bello è che basta chiederlo attraverso un ente formativo.

    Molti enti, proprio per questo, offrono corsi ECDL a costi che, con la convenzione, diventano estremamente competitivi. E spesso includono nel “pacchetto” anche le skill card per sostenere gli esami. A conti fatti, potremmo tranquillamente arrivare a pagare il corso meno dei soli esami se li comprassimo per conto nostro.

    Quindi il mio consiglio è questo: prima di cercare un test center, cerchiamo un corso convenzionato. Potremmo ottenere la certificazione ECDL risparmiando un bel po’.

    La Stampa e Google

    Google, La Stampa e l’importanza dei contenuti

    Google sta siglando una partnership con otto provider di contenuti europei. Ne parliamo diffusamente su MCCPost, ma come sempre qui mi ritaglio lo spazio per qualche riflessione più personale.

    Prima di tutto, un po’ di sano campanilismo: che l’editore online scelto per l’Italia sia La Stampa di Torino, è senza dubbio una fonte di gioia per un piemontese, e una lezione per tutti: si può fare innovazione, ed eccellere, anche nel nostro “antiquato” Piemonte. Che poi, a ben guardare, fra scoperte vecchie e nuove, proprio tanto antiquato non è (pensiamo a Olivetti, per esempio, o all’aver portato in Italia la rivoluzione industriale, giusto ricollegarmi anche al mio amore per lo Steampunk).

    Poi, una seconda considerazione: Google ha Google News, il più potente aggregatore di notizie che la storia ricordi, eppure decide di collaborare con i fornitori di contenuti. Naturalmente ci sono molte motivazioni, di natura diversa, dietro a questa scelta, fra cui quella di risanare una frattura storica fra editori, fornitori di contenuti e Google, accusato di “rubare” utenti proprio a causa di News (anche se chiunque abbia anche solo una vaga idea di come funzioni Internet sa quanto questa speculazione sia infondata). Tuttavia Google, probabilmente anche per calmare le acque, ha messo in pieno un piano che prevede proprio la collaborazione con alcuni dei suoi “potenziali nemici”, probabilmente quelli più propensi alla tecnologia, che probabilmente hanno accettato di buon grado.

    Infine, l’ultima osservazione, che si lega maggiormente alla creazione di contenuti, quindi al content marketing, che vorrebbe essere una delle colonne personali di questo blog. Per la verità due, ma una è poco più di un inciso.

    Da un lato abbiamo editori tradizionali che, davanti a un prodotto innovativo come Google News, si stracciano le vesti e fanno i capricci, gridando al furto, con schiere di flagellanti al seguito, spesso professionisti dell’informazione rimasti fermi, professionalmente, al 1980. Dall’altro abbiamo editori tradizionali, come La Stampa (che per inciso, è in giro dal 18-maledetto-97, quindi non è propriamente una startup) che colgono le opportunità, innovano e da giornale cittadino diventano parter europei di Google. Mettendo le mani su una fetta dei 150 milioni di euro nel processo. Indovinate a quale delle due fazioni sarà ancora in giro nel 2097…

    Infine, l’ultima delle mie opinioni su questa storia: i contenuti di qualità vincono sempre. Certo, il caso dei quotidiani non riguarda propriamente il content marketing, ma il concetto è invariato. Google News sarebbe nulla senza partner che producono contenuti editoriali di qualità, e questi partner a loro volta sarebbero nulla senza contenuti.

    Spesso, durante le mie lezioni di web marketing e content marketing porto come esempio provocatorio quello che amo chiamare il caso 4chan (magari ne parlerò diffusamente, prima o poi), per spiegare come il content marketing, in questo caso esasperato nella declinazione di user generated content nel campo dei meme e del trash, possa essere sufficiente da solo per trainare il successo di un sito. Oggi la storia è un po’ diversa da quando è nato il celebre sito, ma un concetto rimane invariato: avere contenuti di qualità significa conquistare raggiungibilità anche nel tempo, credibilità, offrire un servizio importante. Se vogliamo estremizzare, avere contenuti di vera qualità significa poter fare a meno dei trucchetti del SEO, dei vezzi della grafica esasperata e in un impeto di tautologia, direi anche del content marketing stesso.

    Google crede nei contenuti. Se dobbiamo credere a Google Trends, anche il resto del mondo inizia a crederci.

    Pensateci la prossima volta che dovete pianificare una strategia.

    Open Humans Network

    Umani Open Source per la ricerca – MCCPost

    Ieri ho scritto per MCCPost un articolo un po’ fuori dagli schemi, in cui affronto un argomento attuale e controverso: il connubio fra tecnologia, medicina e ricerca. Potete trovare i dettagli nell’articolo, ma la sostanza è che Open Humans Network, una neonata fondazione, permette a qualsiasi cittadino statunitense di donare alla scienza i propri dati medici, rinunciando a una parte della propria privacy a vantaggio della ricerca.

    Certo, ci cono decine di interrogativi, in particolare sul tipo di verifica che verrà fatto sulle credenziali dei ricercatori che chiedono di utilizzare questi dati, e sul rigore scientifico con cui verranno raccolti. Il secondo però è un problema di tutti i sistemi di raccolta diffusa, è già stato sollevato anche per ResearchKit di Apple.

    Rimane però un punto, importante: quanto la tecnologia, anche quella che usiamo quotidianamente, può aiutare la scienza in generale e quella medica in particolare?

    Moltissimo. Ma ci vogliono le giuste competenze. Per il momento, almeno a leggere quello che accade nella “mia” rete, sembrano essersene accorti più gli esperti di tecnologia che quelli di medicina. Prima di tutto, probabilmente, perché conosciamo meglio le potenzialità degli oggetti che usiamo ogni giorno, poi perché sappiamo perfettamente che la tecnologia non è solo un fastidio innestato a forza nelle procedure quotidiane che funzionavano benissimo con la carta. Infine, perché un appassionato di tecnologia non è passato attraverso gli anni ’90 senza aver ascoltato almeno una volta la voce della sirena della cultura Cyberpunk.

    Tornando a noi, ci vogliono le giuste competenze. Che non possono e non devono essere solo quelle tecnologiche. Come amo ripetere anche durante i miei corsi, Il Digitale deve offrire soluzioni, non creare problemi. Vale anche per la tecnologia in generale, ma purtroppo, quello di “lasciar fare agli informatici” è un vizio piuttosto diffuso nel nostro ambiente, che spesso ha portato più problemi che soluzioni. Interfacce inusabili, comunicazione assente, valore aggiunto imperscrutabile, sono tutti difetti che hanno portato al problema di cui sopra, cioè la scarsa adozione della tecnologia, proprio negli ambienti in cui, forse, servirebbe di più.

    Chissà se l’attenzione sollevata da iniziative come questa porterà, finalmente, a un dialogo costruttivo fra il Digitale, che deve essere uno strumento, e la ricerca, che in questo caso è il fine. Medicina, è il momento di fare la tua mossa.

    illustrazione di schermo con lucchetto

    Recuperare le Password dimenticate – MCCPost

    Per MCCPost.com oggi ho scritto una guida sul recupero delle password dimenticate attraverso il salvataggio automatico dei browser. Un’operazione immediata per gli esperti, che però può salvare tempo e sforzi a chi è agli inizi della sua vita digitale.

    Fra i tipi di contenuti che creo, le guide o tutorial sono fra i miei preferiti, per diversi motivi.

    Prima di tutto, perché sono una delle forme più dirette di divulgazione: hai un problema, trovi la soluzione. Facile, rapido. Poi perché circostanziare un problema e fornire le istruzioni per risolverlo da zero in tre minuti è un’ottimo esercizio per chi fa divulgazione per lavoro. Spesso gli spunti per le guide arrivano proprio dalle domande dei miei allievi, e, viceversa, quello che mi viene commissionato come tutorial diventa un’ottimo spunto per le lezioni, quando la rigidità di programmi come ECDL lo permette.

    Infine, l’aspetto strategico non è da sottovalutare. Le guide sono una forma di content marketing potentissima: rispondono a necessità reali e dimostrano meglio di molte altre la competenza nel campo che vogliamo coprire. Inoltre, visto che molti problemi si manifestano ciclicamente, hanno una vita lunghissima (ne parlerò in un prossimo articolo) molto maggiore per esempio dell’attualità o dei contenuti creati sull’onda delle mode. Per questo motivo, quando è fattibile, consiglio a chi mi affida la gestione del proprio content marketing di includerli nel progetto. E spesso funziona!

    Ultima postilla: visto che per me sono un’ottimo spunto di conversazione, se avete qualche problema da risolvere, scrivetemi ! Se è tecnicamente possibile, vi risponderò sotto forma di tutorial, qui o altrove ;)