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Quando l’innovazione perde di vista la realtà è ancora utile?

La domanda nasce da uno dei tanti servizi fra il serio e il faceto che “valutano” il nostro pericolo di essere sostituiti dall’intelligenza artificiale

    Qualche giorno fa ho inserito il mio profilo LinkedIn su Perfectly Roast. Per chi non lo sapesse, è un servizio (l’ennesimo, a dire il vero) basato su IA che analizza la tua storia professionale e ti “insulta” spiegandoti quanto sei vulnerabile nell’era dell’automazione.

    È divertente. È schietto. È molto Silicon Valley nell’accezione più neutra possibile del termine e ti massacra: del resto Roast è un modo di fare commedia basato su questo. Ed è innegabile che dietro all’umorismo ci sia molta verità.

    Ma mentre analizzava i miei dati, e mi restituiva un risultato poco confortante, ho pensato a tutte le persone che incontro ogni giorno, nelle aziende o durante i miei corsi di formazione. Persone che magari gestiscono aziende, mandano avanti uffici o reparti e risolvono problemi reali, ma che si bloccano davanti a una è maiuscola (È) perché sulla tastiera italiana non c’è un tasto dedicato o davanti alla possibilità di aprire due schede del browser. E qui ho realizzato che il divario tra il mondo che esiste in strumenti come Perfectly Roast (e chi gli da troppo credito, a dire il vero) e il mondo reale è un abisso di consapevolezza.

    L’innovazione è diventata astratta: verità scomoda o solo un altro giovedì mattina?

    Esiste un modo di concepire l’innovazione che è totalmente scollegato dalla quotidianità. Ci riempiamo la bocca di “AI Adoption”, di “Prompt Engineering” e di “Digital Transformation”, dimenticandoci che una fetta enorme della popolazione attiva ha ancora difficoltà con operazioni che noi “addetti ai lavori” diamo per scontate.

    Saper fare una chiocciola, trovare le lettere accentate o capire la differenza tra un file salvato sul desktop e uno nel cloud sono troppo spesso temi che noi addetti, con un po’ di supponenza, liquidiamo come banalità, e come colpevole chi non le conosce. La realtà è che, come nello sport, sono i fondamentali: se sono fragili, non puoi costruirci sopra una quotidianità fatta di algoritmi e servizi avanzati. E, esattamente come nello sport, se nessuno si è mai preso il disturbo di insegnarteli, probabilmente non hai modo di conoscerli, anche se giochi tutte le settimane magari anche con buoni risultati.

    La realtà dei dati: l’alfabetizzazione digitale nel 2026

    Ho pensato che fosse una sensazione mia, magari polarizzata dal fatto che spesso e volentieri insegno in corsi di base e per principianti. Ma i dati parlano chiaro, anche se spesso si preferisce ignorarli perché l’innovazione non si vende da sola e, come dimostra la corsa all’IA, viviamo in un mondo in cui l’upselling è un comandamento.

    Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) 2025/2026, il quadro della competenza digitale in Europa presenta ancora zone d’ombra preoccupanti:

    • Competenze di base: In Italia, nonostante i progressi del PNRR, quasi il 40% della popolazione tra i 16 e i 74 anni non possiede ancora competenze digitali di base. (Fonte: European Commission – DESI Dashboard)
    • La trappola della sicurezza: I dati Istat evidenziano che, sebbene l’uso dello smartphone sia capillare, la consapevolezza sulla sicurezza è minima: meno del 35% degli utenti sa come gestire correttamente la propria identità digitale o attivare l’autenticazione a due fattori (2FA). (Fonte: Istat – Cittadini e ICT)
    • L’impatto dell’IA: Il report OECD Employment Outlook 2025 conferma che l’IA non sostituirà chi sa usarla, ma creerà un divario incolmabile per chi non ha le basi dell’alfabetizzazione digitale, aumentando il rischio di esclusione per le fasce meno formate. (Fonte: OECD – AI and the Labour Market)

    Insomma, mentre noi che in qualche modo abbiamo il privilegio di vivere l’innovazione, le fila di chi rischia di essere tagliato fuori da tutto si ingrossano ogni giorno che passa.

    Non è una colpa, è una storia di vita

    Qui voglio essere più che chiaro: non conoscere queste cose non è una colpa. Non c’è spazio per il sarcasmo o per la condanna. La vita è complicata. C’è chi ha passato gli ultimi vent’anni a far crescere i figli, a gestire crisi aziendali, a studiare medicina o a imparare come si coltiva la terra. Non tutti hanno avuto l’opportunità, il tempo o la fortuna di stare otto ore al giorno davanti a un monitor a osservare l’evoluzione delle interfacce e a fare i memini con l’IA spacciandolo per studio del prompt engeneering.

    Il tono degli esperti di digitale non dovrebbe essere quello del professore che bacchetta, o dell’allievo all’ultimo anno che irride il primino, ma quello del compagno di viaggio. Come diceva il vecchio saggio in Hagakure: “La Via risiede nella giusta respirazione”. Nel digitale, la “respirazione” è la comprensione dei concetti base, senza ansia da prestazione.

    Il valore aggiunto della formazione persona per persona

    Ecco perché credo fermamente che il lavoro di divulgazione e formazione individuale sia oggi più importante che mai. Potremmo automatizzare tutto, ma non potremo mai automatizzare il momento in cui una persona capisce finalmente come mettere in sicurezza la propria identità digitale e prova quella sensazione di potere e libertà.

    Questi sono alcuni dei motivi per cui ho scelto di insegnare: aiutare qualcuno ad appropriarsi della propria consapevolezza digitale significa, fra l’altro:

    1. Restituire tempo: Se impari le scorciatoie da tastiera (come l’uso dello Shift o del tasto Windows), smetti di lottare con il mouse e torni a casa prima, o puoi fare più lavoro con meno fatica.
    2. Ridurre l’ansia: Sapere cosa succede quando clicchi su un link sospetto ti rende un utente consapevole, non una vittima in attesa.
    3. Includere: Dare a tutti gli stessi strumenti per partecipare alla conversazione globale, che si tratti di LinkedIn o di una mail al comune.

    La mentalità digitale è un atto di pragmatismo

    Perfectly Roast e strumenti simili sono specchi interessanti, ma sono specchi deformanti. Ci mostrano un futuro accelerato, ma noi viviamo in un presente fatto di tastiere, password e procedure. (Oltre al fatto che, sinceramente, inizia a farmi molta tenerezza chi sente il bisogno di dimostrare a tutti i costi che è perennemente sulla cresta dell’onda).

    Il mio consiglio di sopravvivenza pratica? Se ti senti sopraffatto, torna alle basi. Non aver paura di chiedere come si fa la chiocciola o come faccio a capire dove ho salvato il documento. Ben lungi dall’essere un segno di debolezza, è l’inizio del tuo percorso di padronanza.

    Il digitale deve servire a noi, non il contrario. E la formazione è l’unico modo per assicurarci che il roast dell’innovazione non finisca per bruciare proprio le persone che dovrebbe aiutare.


    Qual è stata l’ultima volta che ti sei sentito “perso” davanti a un’operazione apparentemente semplice? Scrivimelo nei commenti. Non c’è giudizio, solo voglia di capire come rendere questo digitale un po’ più umano.

    Google mette l’interruttore a Skynet

    Una notizia di qualche giorno fa ci raccontava di come Google Deepmind e molti altri nomi celebri del mondo dell’intelligenza artificiale stessero lavorando a una sorta di bottone rosso per le forme di intelligenza artificiale. Lo scopo, secondo le fonti più celebri, sarebbe quello di impedire alle intelligenze artificiali di perseverare in una sequenza di operazioni pericolose.

    Voglio cedere al fascino per un minuto e pensare che Google, attraverso la divisione Deepmind, stia pensando a una sequenza di interruzione, se vogliamo un bottone rosso per spegnere tutto, o una safeword per quando le cose si fanno troppo estreme. E naturalmente tornano in mente Skynet che si procura da sola l’energia elettica, bombarda le superpotenze e conquista la Kamchatka, o le macchine di The Matrix e alla loro mania di giocare a farmville con gli esseri umani al posto dei pomodori.

    the-terminator

    Ci siamo capiti – via IndieWire

     

    Niente bottone rosso, scienza a palate

    Immaginare un tastone rosso sulla scrivania del supervisore di turno o del presidente degli Stati Uniti però è una semplificazione. Estrema. Immaginate di dover spiegare a un bambino di quattro anni come risolvere una equazione redox. Più o meno è il compito che è toccato ai divulgatori e giornalisti. Perché il documento originale è roba seria. E per roba seria, intendo di quella che ti fa tornare gli incubi degli esami di analisi, e subito dopo rimpiangere di non averla capita quando era ora.

    Interruptibility.pdf

    E non è nemmeno la più tosta – via Safely Interruptible Agents

    Per fortuna, dopo 10 pagine in bilico fra piacere, dolore e schiaffi a mani aperte all’analfabetismo funzionale,  ci sono delle conclusioni, probabilmente scritte in un momento di pietà per gli esseri umani che i limiti li hanno visti solo nel compito in classe di quarta superiore. Qui capiamo che lo scopo di questo documento è quello di permettere agli operatori di interrompere in modo sicuro un processo di apprendimento e assicurarsi che l’agente, cioè l’intelligenza artificiale in fase di sviluppo non impari a prevenire queste interruzioni. Inoltre il documento ci lascia con un tema affascinante.

    “Una importante prospettiva futura è di considerare interruzioni pianificate, dove l’agente è interrotto ogni notte alle 2 del mattino per un’ora, o avvisato in anticipo che avverrà un’interruzione in un momento preciso”

    Ora, ditemi che solo io ho pensato a questo:

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    Intelligenza artificiale – chi condiziona chi?

    Se volessimo fare una lista di tutte le opere Sci-Fi (e non solo) in cui il dilemma etico sulla creazione e la “educazione” delle intelligenze artificiali è un tema portante, o addirittura fondamentale, potremmo stare qui intere settimane a discuterne. L’intelligenza artificiale ha preso, nell’immaginario collettivo, il posto del robot del secolo scorso. Quello che rimane invariato, ed è un tema ricorrente, è una forma di timore ancestrale, di rivalità nei confronti della “macchina” che ha ineluttabilmente una connotazione negativa, è sempre antagonista, nemica o quantomeno ambigua e pericolosa.

    Pinocchenstein

    Questa ve la spiego, giuro ;)

    C’è chi fa risalire questo timore al primo grande shock tecnoculturale, la rivoluzione industriale. Io non sono completamente d’accordo. Ne abbiamo parlato a lungo quando con i fratelli Mercenari a Vapore  si tenevano conferenze sullo Steampunk. Da Prometeo a Icaro, passando per la stessa Torre di Babele, la mitologia e la tradizione non perdono occasione per sottolineare il rapporto controverso con il progresso, con l’Artefatto. Perché, in fondo, il processo di creazione che l’uomo può mettere in atto con le proprie mani è incompleto, inanimato. E qui potrei mettere in cantiere una lunghissima dissertazione che parte dalla differenza fra la Creazione che dona la vita e la creazione incompleta figlia dell’intelletto, passando per l’alchimia per approdare ai due fratelli più improbabili della letteratura, il mostro di Frankenstein e Pinocchio, ma andrei troppo lontano dal punto. Se vogliamo ridurla ai minimi termini, il nostro cervello non si è ancora fatto una ragione di non essere in grado, dopo millenni di studi, di fare quello che ai nostri lombi costa dieci minuti di fatica. E sappiamo che l’invidia della ragione genera mostri molto più pericolosi di quelli del sonno.

    Chi ha paura dell’Intelligenza Artificiale?

    Tutta questa enorme tirata, apparentemente senza capo né coda, per rispondere a due domande fondamentali, che in un certo modo sono due facce della stessa medaglia: Abbiamo davvero bisogno di un interruttore di emergenza? e soprattutto, Dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale?

    Sì e sì

    Ma per ragioni diverse da quelle più dirette.

    Perché, se ci piace tanto pensare che un giorno le macchine si ribelleranno, è soprattutto colpa della coscienza collettiva. Per ora, al massimo, un’intelligenza artificiale ci ha preso a male parole. Tay, L’esperimento di Microsoft chiuso in fretta e furia a marzo, in ventiquattro ore è sfuggita al controllo ed è diventata un’entità perversa, razzista e genocida. Per fortuna era solo un bot collegato a Twitter. Ma del resto, è stata abbandonata alla mercé di Internet “per imparare a interagire con gli umani in modo più umano”. Su un Social come Twitter. Più o meno come essere buttati da un elicottero fra ultrà e polizia fuori dallo stadio “per imparare la difesa personale”. Tanto che c’erano, potevano farle un account su Tumblr e iscriverla a 4chan, poveretta. E comunque, ci ha messo molto più di Ultron, che in due minuti di Internet aveva già deciso di sterminarci.

    SVEEEEGLIAAA!!!1!!!1 STOCAZZO pareva brutto

    VE LA DO IO LA “SVEGLIAAAAAA!!!1!!1!!!1111!”

    Sto (nuovamente) divagando: il punto è che, mai come oggi, la realtà condiziona la finzione, e viceversa. Negli anni ’80 e ’90 avevamo le prime avvisaglie di un futuro in cui la tecnologia sarebbe passata da utilità a necessità, e poi a dipendenza. E le abbiamo riversate, come accade sempre, nelle opere di fantasia. Cito solo, ma l’elenco sarebbe eterno, Wargames: giochi di guerraTerminatorRobocopThe Matrix perché sono i primi che vengono in mente a tutti, ma allargando appena un po’ l’orizzonte nel tempo e nelle tematiche, includere tutto quello che va da HAL 9000 a Christine – La macchina infernale è fin troppo semplice.

    Oggi, quel timore ancestrale che abbiamo riversato nell’immaginario, torna a galla, molto più forte di quello che possono averci lasciato Corto circuito o Weird Science, che comunque avevano i loro risvolti dark. E chi ha visto quei film e ha letto quei libri da ragazzo o bambino, oggi progetta software, hardware, interfacce. E come accade, per esempio, nel design delle auto, alcune delle quali somigliano sempre più a quelle di videogiochi e fumetti, anche in questo caso, la tautologia si chiude: l’immaginario, generato dalla realtà, origina opere di fantasia, che ineluttabilmente condizionano la realtà. Come se, nel corso delle generazioni, gli archetipi tornassero a loro stessi dopo essere stati distillati dalla coscienza collettiva dell’umanità.

    Quindi, sì, dobbiamo temere l’intelligenza artificiale, o meglio, dobbiamo temere il pessimo uso che l’umanità in generale sa fare degli ottimi strumenti che costruisce. Ma questo è un aspetto marginale, e tutto sommato di facile risoluzione.
    Il punto vero è: sì, abbiamo bisogno di un “pulsante di emergenza”. Per sentirci rassicurati e allontanarci dallo spettro di paure che appartengono al passato. In fondo, temiamo ancora il rancore degli dei contro Prometeo.