In primo piano: Avivo contro Purevideo

Le schede video non servono solo per il 3D. Ati e Nvidia offrono anche soluzioni per migliorare la resa di filmati e DVD. Scopriamole.

Pubblicato su Computer Magazine 118, ottobre 2006

I più recenti accorgimenti per migliorare la qualità dell’immagine si possono vedere solo utilizzando dispositivi di elevata qualità.

Ati Avivo

La tecnologia Avivo è stata introdotta con l’ultima generazione di schede video Ati basate sul nuovo chipset R520. Queste sono note anche come serie X1000 visto che il loro nome inizia sempre con questa dicitura.
Della serie X1000 esistono modelli per tutte le esigenze. Dalle più economiche X1300 adatte ai portatili alla potentissima X1950 in grado di soddisfare anche i più appassionati videogiocatori. Avivo è comunque una tecnologia relativamente giovane e per questo offre tutti gli accorgimenti necessari per utilizzare al meglio i prodotti presenti sul mercato. Oltre alla possibilità di collegare schermi ad alta definizione, risulta interessante la funzione di transcodifica che permette di trasformare i nostri video in qualsiasi formato, compresi quelli dei dispositivi portatili come iPod o Playstation Portable per averli sempre con noi. La relativa gioventù di questa tecnologia rende alcune funzioni perfezionabili, soprattutto per quello che riguarda il supporto dei driver.

Funzioni utili

Anche il mondo delle periferiche video è profondamente cambiato, anche per quello che riguarda l’applicazione con i PC. Se un tempo vedere un computer collegato a un proiettore o a una TV era abbastanza raro, oggi è praticamente all’ordine del giorno. Per questo motivo la tecnologia Avivo comprende gli accorgimenti necessari per ottenere il meglio da qualsiasi tipo di periferica video.
Un altro aspetto molto importante per Ati è la possibilità di collegare numerosi dispositivi al PC. Grazie alla compatibilità con Xilleon, un potente sistema di gestione di input e output che permette il collegamento di qualsiasi tipo di sorgente. In questo modo possiamo collegare al nostro computer videocamere, decoder, schermi ad alta risoluzione o qualunque altro dispositivo con la sicurezza di ottenere sempre il meglio.

In definitiva

La tecnologia Avivo ha raggiunto il mercato da poco con l’intenzione di rimanerci a lungo. Le funzioni offerte sono senza dubbio interessanti, anche se alcune non vengono ancora sfruttate in tutto il loro potenziale.

Pro
Molte funzioni
Transcodifica
Elevata qualità

Contro
Potenziale inespresso

VINCE

Nvidia Pure video

Nvidia ha sempre dimostrato di capire molto bene il mercato e le sue esigenze. L’introduzione della tecnologia Purevideo a partire dalle schede della serie 6000 lo dimostra. Ricordiamo infatti che questa serie è disponibile sul mercato da tempo e quindi anche le schede meno recenti dispongono già di questa serie di accorgimenti. Alcuni fra i modelli meno recenti, ad esempio quelli della serie 6100, la supportano solo in parte. Questa scelta da un lato è ottima per la salvaguardia dei nostri risparmi, ma d’altro canto genera un po’ di confusione durante l’acquisto. Possiamo comunque fare riferimento alla pagina www.nvidia.it/page/pure video_support.html per verificare le funzioni supportate dai vari modelli.
Per quello che riguarda la gestione delle diverse caratteristiche, le ultime versioni dei driver Forceware offrono tutti i controlli necessari per migliorare la resa dell’architettura Purevideo a seconda della potenza del computer e delle periferiche utilizzate.

Soprattutto qualità

La scelta di Nvidia nello sviluppo della sua tecnologia Purevideo sembra essere orientato soprattutto alla qualità delle immagini piuttosto che al numero di funzioni offerte. Tutte le caratteristiche presenti infatti sono pensate per migliorare la resa durante la riproduzione di filmati e DVD, oltre al collegamento di monitor e TV di alta qualità.
Proprio per questo motivo è previsto il supporto per i collegamenti HDMI, che alcuni produttori hanno iniziato a sfruttare. Le principali caratteristiche di Purevideo non sono un vantaggio solo quando si tratta di vedere filmati o DVD. Buona parte delle soluzioni per migliorare l’immagine vengono applicate anche durante gli altri utilizzi, ad esempio mentre stiamo giocando. In questo modo è possibile ottenere una migliore qualità dell’immagine con un minore lavoro da parte del processore grafico principale, con un migliore impiego della potenza di calcolo.

In definitiva

Purevideo offre un ottimo supporto per migliorare la qualità dell’immagine con qualsiasi sorgente. Non sono disponibili molte funzioni aggiuntive, probabilmente per una scelta da parte dello sviluppatore.

Pro
Ottimo impiego della potenza
Supporto HDMI

Contro
Poche funzioni aggiuntive

PERDE

Il confronto

1° Round: La potenza

Avivo è una tecnologia pensata per le schede video di ultima generazione. Sfrutta al massimo i processori grafici dedicati, soprattutto con i codec più recenti, come il potentissimo H.264, lasciando il processore libero per altre applicazioni.

Vista la compatibilità anche con schede non recentissime, Purevideo deve fare i conti con i possibili limiti di calcolo. Per questo motivo alcune operazioni, ad esempio le decodifiche più complesse, gravano maggiormente sulla CPU.

2° Round: La qualità

Come capita quasi sempre, le tecnologie più recenti sono migliori. In questo caso Avivo si avvantaggia di una maggiore qualità in quasi tutti i campi, dalla definizione del colore alla riduzione dei disturbi.

Anche se le prestazioni in termini di qualità sono più basse rispetto al concorrente, la tecnologia Purevideo offre comunque un buon livello di riproduzione video. Le differenze si possono vedere solo con i sistemi più costosi.

3° Round: Il software

Anche se Ati ha fatto degli enormi passi avanti negli ultimi anni, i driver di supporto per le schede video continuano a essere il vero punto debole. Addirittura le prime versioni per Avivo non erano in grado di sfruttarne tutte le potenzialità.

Un prodotto è composto da hardware e software. Grazie a questa filosofia Nvidia riesce a sfruttare al meglio i propri prodotti e garantire una maggiore stabilità del sistema anche con applicazioni particolarmente esigenti.

4° Round: Le funzioni

L’idea alla base di Avivo è quella di creare un ambiente adatto a qualsiasi applicazione video. Interviene anche durante l’acquisizione e la condivisione dei filmati, ad esempio per trasferirli su dispositivi di terze parti.

La tecnologia Purevideo è nata per migliorare l’esperienza durante la riproduzione dei filmati in particolare e l’uso del computer in generale. Tutte le funzioni disponibili sono pensate per aumentare la qualità video.

5° Round: La diffusione

Dal momento che è disponibile solo sulle schede video di ultima generazione, la tecnologia Avivo può essere utilizzata solo da chi ha acquistato un computer da poco o ha effettuato aggiornamenti di recente.

Le schede video della “serie 6” di Nvidia sono disponibili sul mercato dal 2004. Per questo motivo sono molte le persone che possono sfruttare i benefici di Purevideo che derivano da semplici aggiornamenti dei driver.

Ecco il vincitore

Nel complesso del confronto, la tecnologia Avivo di Ati risulta superiore. Dobbiamo però renderci conto che molte delle caratteristiche che decretano questa vittoria sono dedicate ai più esigenti e si possono vedere solo con sistemi di altissima qualità. Nvidia si difende bene soprattutto grazie ai suoi driver, tradizionalmente più stabili e funzionali.

Pubblicato su Computer Magazine 118, ottobre 2006

algoritmi di raccomandazione

Come gli algoritmi di raccomandazione “governano” il mondo.

I sistemi di raccomandazione, o algoritmi di raccomandazione, sono onnipresenti in qualsiasi sito o servizio mediamente evoluto. Con conseguenze dirompenti, e non sempre positive, sulla nostra vita.

Alzi la mano chi non è mai incappato in un suggerimento su un sito di shopping, su un trending topic o su un post ampiamente condiviso e si è chiesto perché vedo questa roba?

La risposta è semplice: algoritmi di raccomandazione. I sistemi di raccomandazione sono ampiamente usati, dai servizi maggiori ma anche quelli minori (anche questo sito ne ha uno a fondo pagina che suggerisce altri articoli potenzialmente interessanti).

I motori di raccomandazione sono ovunque

Una premessa: questa riflessione, come accade spesso, non è farina del mio sacco, ma è ampiamente riportata da questo interessante articolo di Wired USA, che spiega, in modo semplice e chiaro, il funzionamento, e soprattutto i limiti, degli algoritmi di raccomandazione. Consiglio a chiunque mastichi l’inglese di leggere l’originale, ma ne riporto qui un sunto dei concetti fondamentali. Per comodità, la “narrazione” dell’articolo originale ha uno sfondo diverso. Il resto sono mie considerazioni

rete algoritmi raccomandazione

Il primo problema degli algoritmi di raccomandazione è che tendono all’autoreferenzialità

Tutto parte dall’autore che nota un libro quantomeno peculiare indicato fra quelli “caldi” suggeriti da Amazon. Le vendite si sono impennate quando il libro è finito nel carosello dei suggeriti, il che ha portato una crescita dell’interesse e così via. 

Beh, questo è abbastanza semplice da capire: quando un prodotto o un tema diventano trending, vengono mostrate a più persone. Il che ne aumenta le possibilità di essere visualizzato. Il che aumenta le discussioni in merito. Visualizzazioni, discussioni e feedback sono i tre pilastri degli algoritmi di raccomandazione di questo tipo. Questa è una debolezza notevole, perché una volta entrati, si crea un circolo di crescita praticamente esponenziale. E lo sforzo marginale per rimanerci , specie se si tratta di prodotti, è relativamente basso.

Everywhere you look, recommendation engines offer striking examples of how values and judgments become embedded in algorithms and how algorithms can be gamed by strategic actors.

“Ovunque guardi, i motori di raccomandazione offrono esempi lampanti di come valori e giudizi vengono inclusi negli algorimti e come gli algorimi possono essere manipolati dagli attori strategici”

Il secondo problema dei motori di raccomandazione è che sono imprecisi

rete algoritmi cyberspazio

Uno dei sistemi di raccomandazione più diffusi è basarsi su quello che le persone “come noi” hanno letto, guardato o acquistato. Ma cosa significa esattamente “come noi”? Si tratta di una questione di età, genere, razza? Gente con gli stessi interessi? Che ci somiglia fisicamente? O piuttosto si tratta delle nostre “fattezze digitali” basate sui dati granulari che i diversi sistemi raccolgono su di noi e poi dati in pasto a un sistema di machine learning?

Insomma, le persone come noi, sono semplicemente persone con una impronta digitale simile alla nostra. Il che spesso si riduce a quelle accettabilmente simili, che è un modo carino per dire che i sistemi prendono su i dati più simili che hanno. Non serve avere un dottorato di ricerca in statistica per capire che in mancanza d’altro, useranno dati con pochissime cose in comune.

Il terzo (e più grave) problema è che gli algoritmi di raccomandazione favoriscono gli stereotipi

Deep down, behind every “people like you” recommendation is a computational method for distilling stereotypes through data.

“Scavando a fondo, dietro ogni algoritmo del tipo “le persone come te”, c’è un metodo computazionale per distillare stereotipi attraverso i dati.

Ricordiamo un concetto fondamentale: gli algoritmi non sono nostri amici, sono macchine pensate per massimizzare il ricavo. E per ragioni meramente statistiche, tenderanno sempre a proporci quello che “il mercato” sembra volere. Quello che cambia è la dimensione della nicchia che viene presa come riferimento, a seconda di quanti dati abbiamo già regalato al sistema di profilazione.

Il passaggio successivo è meramente logico: “statisticamente probabile” e “stereotipo” sono simili in maniera preoccupante, quantomeno nelle logiche di mercato.

La prova, possiamo averla tutti i giorni, e ne ho già parlato quando suggerivo di ingannare gli algoritmi quando prepariamo un computer per “anziani” o per utenti poco esperti. Basta avviare un processo di selezione per fare in modo di ricevere quasi solo suggerimenti provenienti dalla nicchia di riferimento. Oppure (peggio ancora) un mix delle nicchie di riferimento calcolate e di temi “caldi” scelti sulla base di parametri estremamente volatili.

codice algoritmi raccomandazione

Infine, gli algoritmi di raccomandazione privilegiano il sensazionalismo

“…most trending-type recommendation algorithms employ a logic that filters out common terms as background noise and highlights those that have acceleration and velocity on their side.”

“…molti algoritmi di raccomandazione basati sui trend usano una logica che filtra i termini comuni come rumore di fondo e mettono in evidenza quelli che hanno accelerazione e velocità dalla loro parte”

Il problema è che questo seppellisce di fatto qualsiasi tipo di conversazione che abbia un grande volume costante nel tempo. Per esempio nel caso della cronaca i problemi costanti come la salute, il welfare, l’impiego, pur essendo oggetto di moltissime conversazioni, lasciano ampio spazio agli eventi più rari, che ottengono una copertura sproporzionata.

Ironicamente, osserva l’autore, questo è un problema in comune con la carta stampata. Come a dire che di tutto quello che i nuovi media potevano ereditare da quelli tradizionali, hanno preso il peggio.

La parte peggiore è che questo tipo di algoritmi di raccomandazione è estremamente debole e manipolabile.

Il problema di usare l’accelerazione mediatica come valore è che è fin troppo semplice manipolare l’algorimo. Un hashtag o una notizia condivisi dal giusto numero di persone in un tempo sufficientemente rapido, diventeranno virali con molta facilità. Alcuni attivisti di diverse aree hanno già imparato a mettere in pratica questa strategia, preparando interventi con lo stesso hashtag (nell’ambito di Twitter) e postandoli in modo coordinato.

Ma se funziona per Twitter, perché non dovrebbe funzionare anche in altri ambiti? Se per esempio cinquemila fan di un autore (o diecimila attivisti di qualche schieramento) si coordinano per effettuare lo stesso acquisto su Amazon nello stesso momento, quale può essere l’accelerazione conferita al prodotto acquistato?

Una domanda più che lecita perché, se davvero bastasse qualche migliaio di transazioni, “finanziare” un acquisto coordinato potrebbe essere un investimento strategico più efficace di quelli tradizionali.

La soluzione? Rendere gli algoritmi di raccomandazione più trasparenti. O eliminarli del tutto.

Grandi problemi ed enormi limiti, che tuttavia hanno soluzioni piuttosto semplici. Le aziende sono molto gelose del funzionamento dei loro algoritmi. Il sospetto che tale riservatezza nasconda il timore che possa crollare il castello di carte è più che lecito. Se ci fosse più trasparenza nell’indicazione di quello che è “trending” o “consigliato”, sarebbe più semplice per chi vede le proposte decidere cosa fare.

Così come sarebbe quantomeno doveroso, nelle piattaforme in cui sono possibili le sponsorizzazioni, che il sistema mostrasse in chiaro che percentuale della copertura del contenuto è stata a pagamento. Una specie di “certificato di nascita” che di permetta di capire se stiamo vedendo un determinato contenuto per la sesta volta perché è davvero interessante oppure perché qualcuno lo sta sponsorizzando di continuo.

L’alternativa più radicale, ma anche più semplice, sarebbe quella di eliminare gli algoritmi di raccomandazione. Ormai è chiaro che il loro funzionamento lascia molto a desiderare, e spesso non piacciono agli utenti, come dimostra il recente passo indietro di Twitter verso il semplice sistema cronologico.

Il tutto avrebbe almeno due vantaggi: il primo verso l’utente. Ammettiamolo, vedere sempre le stesse cose sapendo che una piattaforma contiene una varietà quasi infinita di contenuti è frustrante. Il secondo vantaggio sarebbe economico: invece di spendere risorse ad inseguire un sistema di raccomandazione scadente ma sempre più complesso e oneroso in termini di calcolo, si potrebbero abbattere i costi, aumentando i margini ed evitando di dovere elaborare sistemi di raccomandazione sempre più stingenti che consumano più risorse senza un reale incremento dell’efficacia. Oggi infatti le aziende investono sulla speranza che un giorno gli algoritmi inizino a funzionare sul serio.

Cosa che però sembra ogni giorno più improbabile, alla luce dei continui problemi di privacy, uso antietico dei dati e fughe di informazioni che quotidianamente minano i servizi che fanno maggiore uso degli algoritmi di raccomandazione.