Simple Things First

Simple Things First, un approccio pragmatico alla consulenza digitale

Troppo spesso chi fa consulenza digitale dimentica di costruire dalle basi. In una recente lezione ho provato a dare una lettura diversa.

Il mondo delle consulenze è interessante sotto molti punti di vista. Uno degli aspetti che ho sempre preferito è l’opportunità di conoscere realtà diverse, esigenze diverse e nuove sfide. Se c’è una cosa che ho imparato in quasi vent’anni di consulenza strategica, digitale soprattutto, è che questo settore ha un difetto strutturale. Manca, da parte dei committenti, la percezione della consistenza del nostro lavoro.

Alzi la mano chi, da consulente digitale, non ha avuto spessissimo l’impressione che il suo lavoro venisse considerato, nella migliore delle ipotesi, un male necessario. Oppure direttamente qualcosa di inutile ma che deve essere fatto “perché lo fanno tutti”. Naturalmente qui parliamo delle aziende esterne al settore digitale e informatico quelle cioè in cui la consulenza digitale, al contrario, dovrebbe essere preziosa.

Consulenza strategica digitale? Sì, ma non dimentichiamoci le basi

Invece, troppo spesso, un consulente digitale si trova seduto a un tavolo in cui le prime parole che si sentono pronunciare sono “Abbiamo già provato, ma non ha funzionato“. Potrei, e potremmo, disquisire delle ragioni di questo fenomeno per giorni, ma non troveremmo una soluzione. Nei miei anni di esperienza, tuttavia, mi sono accorto che alcune ragioni sono in comune quasi a tutti. Ho cercato di sintetizzarle in modo più pragmatico possibile.

Questione di pratica

Spesso non viene spiegata la differenza fra una consulenza strategica e l’implementazione operativa della stessa. E per qualche curioso motivo tutto italiano, sembra che parlare del “chi fa cosa” sia una sorta di tabù. Quindi, il consulente digitale si siede al tavolo convinto che il suo lavoro finisca quando avrà delineato una strategia per il cliente. Il cliente dal canto suo non è interessato alla strategia, ma cerca qualcuno che si occupi degli aspetti pratici. E questo crea i primi fraintendimenti.

Troppe cose per scontate

Spesso i consulenti, in particolare quelli che provengono da un certo tipo di formazione o da alcune scuole di pensiero, puntano molto in alto. Si parla di CRM, di inbound marketing, di multicanalità, e tutto sembra bellissimo. Salvo poi scoprire troppo tardi che il cliente non ha gli account di posta elettronica configurati correttamente, oppure che il target del cliente fa uso marginale di strumenti tecnologici.

Insomma, si da per scontato un livello di partenza che spesso non corrisponde alla realtà.

La prima regola della consulenza strategica digitale è conoscere

Conoscere il cliente, conoscere alla perfezione l’ecosistema in cui si muove e la realtà aziendale. In un mondo perfetto, fare consulenza senza aver passato almeno qualche giorno nelle sedi del cliente dovrebbe essere vietato per legge.

Troppi infatti (ma questo è un problema condiviso con praticamente ogni settore ormai) offrono soluzioni preconfezionate, spesso basate su un’idea astratta della realtà che qualunque titolare d’azienda sa essere falsa. Peraltro, senza occuparsi o preoccuparsi dei reali problemi.

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Strumenti di amministrazione remota del server. Ovvero: cara Microsoft, perché ci odi?

Perché odi i sistemisti come categoria, intendo. La gestione degli Strumenti di amministrazione remota del server cambia con regole kafkiane.

Come sapete, scrivo poco e quasi sempre di altri argomenti, ma questa disavventura con gli Strumenti di amministrazione remota del server merita di essere raccontata. Non tanto per la “scoperta” in sé, quanto perché spiega alla perfezione un certo tipo di approccio. Del quale Microsoft sta cercando di liberarsi, ma che affligge ancora molte aziende. Parlo della furia iconoclasta, ovvero l’assoluta incapacità di conservare una procedura o una pratica in modo da agevolare gli addetti ai lavori.

Gli Strumenti di amministrazione remota del server sono una comodità

Questo è innegabile per chiunque amministri uno o più server in ambiente Active Directory: si installano su una macchina locale annessa al dominio e lo si controlla senza bisogno di accedere ogni volta al server in remoto. Da sempre, o per lo meno da Windows 7, devono essere scaricati a parte e funzionano solo con le versioni “pro” del sistema operativo. Fino a qui nulla di strano. A questa pagina si trovano i pacchetti e le istruzioni.

Qui si parte con le nevrosi

Confrontiamo la sezione Download con quella degli Strumenti di amministrazione remota del server per Windows 10

The Hell? Windows 7 ha due download: 32 e 64 bit. Facile e pulito. Windows 10 ha SEI PACCHETTI. Tre a 32 e tre a 64 bit. Che dipendono dal numero di versione di Windows 10, cioè dall’aggiornamento installato. Che va controllato nelle informazioni di sistema. Grazie Microsoft per avere introdotto un’altra possibile sorgente di errore. Ma a questo si può sopravvivere.

Ma, cara Microsoft perché cambi una procedura consolidata?

Facciamo un passo indietro. Sempre sulla pagina ufficiale del download degli Strumenti di amministrazione remota del server di Windows 7, possiamo trovare la procedura, tutto sommato semplice.

Per farla breve, consta di tre semplici passaggi:

  • Installare il pacchetto scaricato
  • aprire il Pannello di Controllo, scegliere Programmi e funzionalità -> attiva o disattiva componenti di Windows.
  • Scorrere fino a Strumenti di amministrazione remota del server e attivare quello che ci serve

Ora, Windows 7 ha nove anni. E, a memoria d’uomo, la procedura è sempre stata questa.

Fast forward a giugno 2018

Capita di dover installare gli Strumenti di amministrazione remota del server su Windows 10. Ci si confronta fra colleghi. Circolano le solite informazioni: “Scarica, installa, apri il pannello di controllo, attiva quello che ti serve, bella li”.

Il primo tentativo va a vuoto, non trovo gli strumenti fra i componenti di Windows. Controllo di avere scelto il pacchetto giusto. Provo a scaricarlo nuovamente.

Secondo tentativo. Come il primo. Va bene, il computer ha qualche grana. Provo su un altro. Stesso risultato.

Ne provo tre. Niente di niente. Sentendomi come Zoolander davanti al computer, scrivo una mail ai colleghi più esperti.

La risposta è la perifrasi educata di quello che abbiamo detto sopra “Scarica, installa, apri il pannello di controllo, attiva quello che ti serve, bella li“. Niente di niente.

Poi, per puro caso, uso Cortana per cercare informazioni. E mi si palesano gli Strumenti di Amministrazione Remota come gruppo di App installate. Eppure non le ho attivate. Incredulo, controllo e mando uno screenshot ai colleghi:

strumenti di amministrazione del server su WIndows 10

strumenti di amministrazione del server su WIndows 10

Bug? Malfunzionamento? Nemmeno per sogno. Microsoft, dopo quasi dieci anni, cambia la procedura. E ovviamente si premura di documentarlo. Dove?

Qui:

Le informazioni sulla nuova modalità di installazione sono a metà pagina. In un paragrafo che bisogna aprire cliccando.

Le informazioni sulla nuova modalità di installazione sono a metà pagina. In un paragrafo che bisogna aprire cliccando.

Ho conservato lo screenshot dell’intera pagina per dare un’idea delle proporzioni. Esatto. A metà di un paragrafo che deve essere aperto per potersi leggere. Quante sono le possibilità che un professionista che ha fatto la stessa cosa nello stesso modo per svariati anni ci vada a leggere prima di farla per l’ennesima volta?

Ora, colpa nostra di sicuro. A ogni piede sospinto meniamo il torrone ai nostri utenti con il fatto che le cose vanno fatte con attenzione e le istruzioni vanno sempre lette.
Ma magari quel terzo abbondante di primo scroll che Microsoft ha prontamente pensato di usare per cercare di vendermi un Surface poteva essere usato diversamente. Che ne so, magari con un annuncio: “Brava gente, guardate che in Windows 10 la procedura è cambiata: controllate le istruzioni. Nel frattempo, vi interessa un Surface? Oggi vengono via a poco“.

Purtroppo, al di là dello scherzo, questo è un dramma estremamente diffuso nel mondo IT: la gestione delle informazioni è sempre complessa, frammentaria. Provate a cercare i driver di un computer di marca di più di cinque anni fa, per esempio. Oppure la iso di un disco di ripristino.

In questo caso poi, il fatto che prima dell’informazione venga il tentativo di vendermi qualcosa rende le cose ancora più fastidiose. Perché, cara Microsoft, se sto cercando di scaricare un tool come questo, sono già tuo cliente e mi hai venduto, direttamente o indirettamente, almeno due sistemi operativi. Per non parlare di tutti quelli che “dipendono” dal mio lavoro.
Farmi lavorare meglio significa guadagnare di più nel medio e lungo termine. Sei proprio sicura che fare cassa subito cercando di stantuffarmi un Surface invece di darmi le informazioni che mi servono sia una buona idea?

Quanto costa la certificazione ECDL

Quanto costa la certificazione ECDL?

Quanto costa la certificazione ECDL in Italia, fra prezzi “ufficiali” (che non esistono) e consuetudini per chi offre certificazioni e corsi.

Rispondendo a una domanda arrivata su questo sito (ma senza mail per una risposta!) ho preso qualche informazione. Cercherò di raccontare quanto costa la certificazione ECDL in Italia, in base alle informazioni disponibili e naturalmente alla mia esperienza diretta.

Quanto costa la certificazione ECDL secondo il listino ufficiale?

Qui la risposta è facile: non esiste un listino ufficiale con i costi degli esami ECDL e della certificazione. L’istituto che gestisce la patente europea del computer non ha fini commerciali e per questo motivo non eroga direttamente corsi, non pubblica direttamente libri e così via.

In realtà, il prezzo della certificazione ECDL dipende dal test center e dal tipo di approccio che vogliamo dare. Infatti possiamo decidere di sostenere i soli esami, oppure di seguire un corso.

Quanto costa certificarsi ECDL se vogliamo sostenere solo gli esami?

Qui possiamo farci aiutare dal sito ufficiale italiano, che nella sezione Domande Generiche ha una risposta a questa domanda. Il prezzo medio da loro rilevato è di 90 euro per la skill card, cioè il “libretto” sul quale verranno registrati gli esami, e di 30 euro per esame. Per i 7 esami dell’ECDL Full Standard questo ci porta a un totale di 300 euro.

Tuttavia, basta farsi un rapido giro online per renderci conto che si tratta di un’indicazione di massima. Fra costi competitivi e convenzioni si arriva serenamente a 75 euro per la skill card 25 per ciascun esame. 250 euro in tutto.

Tuttavia non è ancora il momento di tirare fuori il portafoglio. Infatti il mio consiglio è quello di informarsi prima sui corsi disponibili. Molti di questi infatti offrono skill card e esami compresi nel prezzo. Il che ci porta al secondo punto.

Quanto costano i corsi ECDL?

Dire che si trova di tutto sarebbe riduttivo. Chi è ancora in età da scuola superiore o università può iniziare informandosi presso il proprio istituto, che spesso offe corsi gratuiti o a prezzi convenzionati. Naturalmente esistono anche corsi privati, ma il mio consiglio è sempre quello di contattare gli enti formativi della propria zona.

Sfortunatamente infatti in Italia è poco nota, ma esiste una direttiva europea chiamata Formazione Continua individuale (FCI) che mette a disposizione per qualsiasi lavoratore un “voucher” per seguire corsi di aggiornamento, non solo strettamente professionale, piuttosto consistente. Si parla di qualche migliaio di euro. Il bello è che basta chiederlo attraverso un ente formativo.

Molti enti, proprio per questo, offrono corsi ECDL a costi che, con la convenzione, diventano estremamente competitivi. E spesso includono nel “pacchetto” anche le skill card per sostenere gli esami. A conti fatti, potremmo tranquillamente arrivare a pagare il corso meno dei soli esami se li comprassimo per conto nostro.

Quindi il mio consiglio è questo: prima di cercare un test center, cerchiamo un corso convenzionato. Potremmo ottenere la certificazione ECDL risparmiando un bel po’.

strumenti SEO gratuiti provati per l'Italia

Strumenti SEO gratuiti provati per l’Italia

Qualche tempo fa Ahrefs ha rilasciato una lista di strumenti SEO gratuiti. Mi sto cimentando a collaudarli per la lingua italiana.

Gli strumenti SEO gratuiti più famosi

Alcuni strumenti SEO sono così famosi che, tutti gli esperti SEO li considerano praticamente di pubblico dominio. Iniziamo proprio con questi, dal momento che non si sa mai abbastanza. Almeno un paio mi erano ingnoti. Vediamoli.

Answer the Public (answerthepublic.com)  – Si appoggia al sistema di completamento automatico di Google per restituire le domande effettuate dal pubblico. L’idea è buona, e in inglese funziona molto bene. In italiano se la cava, ma serve un grosso lavoro di affinazione. In particolare sulle parole chiave meno frequenti.
Per esempio, per “pizza” in italiano mi ha restituito come domande rilevanti “sono pazza di te” e “siamo pizza Miami springs“. Qualche risultato interessante c’è, ma dobbiamo necessariamente rivederli.

UberSuggest (ubersuggest.io) – Basta inserire una parola chiave, o una combinazione, e restituisce numerose keyword articolate basate su quella stessa parola chiave. I risultati possono essere esportati in un file CSV, senza registrazione. La Word Cloud è carina per vedere i pesi relativi delle combinazioni. Permette di scegliere sia la library di Google in italiano sia la lingua italiana, quindi funziona piuttosto bene.

Associati a questo l’articolo originale suggerisce keywordtool.io (che da l’impressione di basarsi sullo stesso database, e il Google Keyword Suggest Tool di SEOChat.com. Il primo funziona molto bene e ha anche una tab che suggerisce combinazioni di keyword informative (le buone vecchie “domande”) e permette di utilizzare la localizzazione italiana. Lo strumento di SEOChat.com non ha una funzione per usare il database italiano, quindi per noi non è particolarmente utile.

Soovle (soovle.com) – Analizza Google, Bing, Yahoo, Wikipedia, Amazon, YouTube, e Answers.com per creare combinazioni di parole chiave, informative e non. Si basa sulle funzioni di completamento automatico e sarebbe interessante, purtroppo non ha alcun supporto per l’italiano. Però che su Answers.com la questione “is white pizza pizza” sembra essere particolarmente dibattuta.

Hemingway Editor (hemingwayapp.com)- L’idea è interessante: lo strumento analizza il testo e fornisce suggerimenti sulla leggibilità, indicando frasi troppo lunghe parole deboli, avverbi e così via. Ma funziona solo per l’inglese, quindi se inseriamo un testo in italiano potremo sfruttare solo il misuratore della lunghezza delle frasi, che è comunque calibrato sui canoni linguistici inglesi.

Tuttavia, il vostro amichevole Kappa di quartiere ha fatto un paio di ricerche e ha scovato per voi due degnissimi sostituti per la lingua italiana: Il calcolo dell’indice di leggibilità di Linkomm, che restituisce una valutazione della leggibilità nelle principali scale (Flesch / Vacca, Flesch Kincaid e l’italianissimo Gulpease) e l’analizzatore di leggibilità di translated.net, che ha il grande vantaggio di evidenziare le parole “critiche” del nostro testo. Nessuno dei due offre suggerimenti in linea come fa Hemingway, ma sono comunque ottimi strumenti SEO gratuiti.

Strumenti SEO gratuiti - misuratore di leggibilità

La leggibilità della prima parte di questo testo misurata da Linkomm.

Strumenti per sviluppatori di Chrome – Lo strumento di debug interno a Chrome è perfetto per testare la velocità di risposta del sito, migliorare i tempi di rendering, gestire le chiamate e così via. Per chi si occupa di SEO tecnico è un toccasana, ed è fra gli strumenti nativi dei browser più completi.

Beam Us Up (beamusup.com/seo-analytics-cro-tools/) — Un software per fare SEO crawling, cioè analisi sul nostro sito in modo massivo su tutte le pagine o comunque su un numero consistente di pagine contemporanee. Buona alternativa gratuita a Screaming Frog o Website auditor. Come tutti gli strumenti preminentemente tecnici non ha scogli linguistici, quindi funziona perfettamente con la lingua italiana. E’ disponibile per Windows, Mac e Linux (è basato su Java.)

Google Keyword Planner / Trends / Webmaster Tools / Analytics / Sheets   Beh brava gente, la versione originale è molto più didascalica, ma io ve la dico così: se non conoscete a menadito questi strumenti di Google (e la nuova Search console, che finalmente è uscita dai primi anni 2000), recuperate al più presto. Sono le basi!

Strumenti per Webmaster di Bing (bing.com/toolbox/webmaster) – Il nome dice tutto: gli strumenti ufficiali di Bing, completamente analoghi (ma con un’interfaccia un po’ più chiara, a dire il vero) alla più celebre Search Console di Google. Ok, Bing in Italia ha meno del 4% del mercato (secondo Statcounter), ma al mondo le cose stanno un po’ diversamente, e sentire un’altra campana non fa mai male.

Yandex Metrica – Analytics gratuiti. Considerati (a torto!) un’alternativa per chi non vuole usare Google Analytics, hanno invece una serie di funzioni decisamente più interessanti e approfondite. Una su tutte, le heatmap che andavano di moda qualche anno fa ma che sono sempre utilissime. Il giorno, mai troppo vicino, in cui usciremo dai monopoli di fatto che infestano il nostro ambiente, questo prodotto avrà molto da dire. Anche in questo caso è uno strumento prettamente tecnico, e la lingua non è influente.

30 ottimi strumenti SEO gratuiti meno conosciuti

Il primo esempio dell’autore, parla della combinazione di due strumenti, ovvero l’estensione gInfinity, che permette di scorrere all’infinito i risultati di ricerca, e del bookmarlet di Chris Ainsworth, che permette di estrarre collegamenti e titoli (anchor) da una SERP. Usandoli insieme, possiamo collezionare decine di risultati in secondi, pronti per essere inseriti in un foglio di calcolo.

Ecco altri strumenti SEO gratuiti (disordinati come nell’orginale)

Mergewords (mergewords.com) è uno strumento interessante per chi ha diverse liste di keyword e le vuole combinare fra di loro. Se invece siete dei veri nerd, potete fare la stessa cosa programmando un foglio di calcolo per fare un prodotto cartesiano.
L’articolo originale parla anche di Keyword Mixer, che però nel frattempo è sparito.
Si tratta comunque di semplici strumenti combinatori, per cui funzionano senza problemi anche in italiano, anche se noi abbiamo qualche problema in più con le preposizioni

Keyword Shitter (keywordshitter.com) –  Questo è interessante: inserite una keyword, fate clic su start job e lui ne genera decine di long tail, probabilmente usando un suo database di ricerche inverse.
Sfortunatamente non ci sono opzioni per scegliere il motore o la lingua, per cui se volete usarlo per la lingua italiana va bene fino a quando si parte da parole italiane (per esempio scrivere). Se usate una parola internazionale (per esempio SEO), i risultati saranno principalmente in inglese.

LSIgraph.com – Strumento interessantissimo per identificare le keyword di indicizzazione semantica latente (Latent Semantic Indexing, LSI, dai cui prende il nome). Per intendersi, quelle che in modo meno accademico vengono chiamate intenzioni di ricerca. Sfortunatamente non funziona in alcun modo con la lingua italiana, al massimo per keyword moto comuni restituisce qualche risultato in inglese; inoltre ha un limite di 3 ricerche giornaliere.

TextOptimizer (textoptimizer.com) – fa qualcosa di simile a LSIgraph, ha anche qualche risultato per l’italiano (ma non aspettiamoci cose eccezionali), ma ha diverse restrizioni in più (bisogna registrarsi quasi subito).

Strumento di ricerca keyword di SERPs.com (https://serps.com/tools/keyword-research/)  –  Uno dei pochi strumenti gratuiti a restituire anche i volumi di ricerca, ma i risultati per la lingua italiana sono appena discreti.

Anche SEOBook ha uno strumento simile, ma i risultati per l’italiano non sono eccezionali e la registrazione è faticosa

Strumenti SEO gratuiti: una nota

Lo giuro, sono partito con le migliori intenzioni. Ma alla fine questo blog è soprattutto un posto dove fare esercizi e appuntare le informazioni più interessanti e divertirsi. Purtroppo negli ultimi mesi il tempo è stato tiranno. Per cui ho deciso, invece di lasciar frollare l’articolo in cantina e pubblicarlo l’anno prossimo, di iniziare a proporlo fino al servizio che ho testato, sperando che sia utile e apprezzato in ogni caso. I più curiosi possono vedere la lista completa degli strumenti (non testati per l’italiano, però) nell’articolo originale.

Lezioni di SEO - un esempio di cosa racconto a scuola

Lezioni di SEO – Snippet lunghi, Facebook e pragmatismo

Lezione di SEO all’interno del corso di Tecnico Grafico per il Multimedia e il Web Design presso EnAIP Biella del 18 gennaio 2018

Come ho già raccontato varie volte, spesso le lezioni di SEO devono abbracciare diversi argomenti. Del resto la professione di esperto SEO è multidisciplinare per sua stessa natura: oggi si scrive di computer quantistici, domani di articoli per ferramenta, dopodomani di cibi esotici: in fondo è il suo bello, non ci si annoia mai.

In questa lezione, oltre ad esserci cimentati con la stesura dei primi testi, abbiamo visto un paio di argomenti di attualità: un concetto fondamentale che ogni buon insegnante, SEO soprattutto, dovrebbe sempre far passare è che il nostro mondo è in continua evoluzione, spesso con ritmi nevrotici. Ecco perché abbiamo parlato sia dei nuovi cambi nell’algoritmo di Facebook, sia dei nuovi Snippet più lunghi all’interno delle SERP di Google.

Lezioni di SEO, ha senso parlare di Facebook?

In realtà fa parte di quelli che io chiamo “argomenti tangenti”: è vero che SEO e Facebook hanno pochi punti di contatto, o comunque la connessione non è così immediata, ma non è difficile prevedere come un crollo della reach organica sul social media possa persuadere alcune aziende a tentare nuove strade, fra cui potrebbe esserci quella di avviare un lavoro di revisone SEO del proprio sito. E poi, cari allievi che leggete, non mi stancherò mai di ripetere che questo è un mondo in cui bisogna sapere sempre tutto quello che accade!

Lezione di gennaio 2018, SEO convenzionale, non e un po’ di discorsi di massimi sistemi

Ecco il testo che ho riportato su Google Classroom, qui riportato con qualche aggiustamento estetico (Google Classroom non supporta le formattazioni dei documenti).


Lezione SEO del 18/01/2018 – Come cambia il mondo, spesso molto rapidamente.

Un brevissimo riepilogo degli argomenti legati all’ecosistema della comunicazione digitale ma non strettamente all’ambito SEO.
Prima di tutto, Mark Zuckerberg ha annunciato un cambiamento nell’algoritmo di Facebook, che darà sempre maggiore visibilità ai post delle persone, in particolare i nostri amici e parenti, e sempre meno alle “pagine”, in particolare quelle aziendali.
Visto che il tentativo è quello di rendere Facebook un luogo più “piacevole“: tra le righe molti esperti leggono un tentativo di mettere un limite allo spam, alle fake news e in generale ai contenuti irrilevanti. Ecco spiegato anche un giro di vite annunciato sui contenuti pensati per fare clickbait, come “tagga i tuoi amici” o “condividi se…”.
Il dato oggettivo è che le aziende che desiderano conservare lo stesso livello di visibilità su Facebook dovranno, presumibilmente, aumentare i budget per la promozione.

Snippet più lunghi. Cambia tutto o non cambia nulla?

Altra novità, meno “epocale” ma sicuramente più rilevante con le attività SEO, riguarda un cambiamento nei risultati di ricerca (Le SERP, come vengono definite in gergo): Google infatti ha iniziato a restituire sempre più risultati con snippet più lunghi: la descrizione al di sotto dell’indirizzo insomma, non sarà più limitata ai circa 160 caratteri canonici che abbiamo utilizzato finora, ma potrebbe arrivare anche a 320, e contenere informazioni aggiuntive come link a sezioni interne.
In realtà non è un reale cambiamento, questo tipo di snippet esiste almeno dal 2009, ma diverse ricerche indipendenti confermano come ora siano più presenti rispetto al passato.

Dobbiamo cambiare il modo di pensare alle meta description?

Tipicamente, le buone pratiche SEO spiegano come lo sippet corrisponda al campo

<meta name=”description”

che inseriamo in ciascuna pagina. Il che è vero, ma spesso i risultati di ricerca con snippet lunghi fanno eccezione: in questo caso infatti Google predilige scandagliare la nostra pagina alla ricerca di informazioni che, in base all’algoritmo, possono essere più utili all’utente, in base alla ricerca che ha fatto.
Quindi, non solo lo snippet spesso non corrisponderà più alla meta description, ma potrebbe (e per la verità accade piuttosto spesso), cambiare per la stessa pagina in funzione delle keyword per cui è presente in SERP.

Il consiglio pratico è quello di seguire il suggerimento di Moz: verificare se nelle SERP in cui il nostro sito è posizionato sono presenti long snippet e in quel caso provare a modificare la meta description rispondendo alla nuova specifica; ma sapendo che probabilmente Google continuerà a estrarre il testo che ritiene più rilevante dal corpo della pagina.


Lezione di SEO sugli snippet, un’integrazione

Purtroppo il sistema di Google Classroom non permette di inserire immagini in pagina (andrebbero allegate, il che ne mina la leggibilità), quindi riporto qui una brevissima ricerca appena effettuata proprio in merito agli snippet lunghi. Ecco come si presentano le due pagine di questo sito meglio indicizzate, in base alla keyword per la quale vengono raggiunte.

Pagina 1, dispense ECDL gratis

Meta description dichiarata:
<meta name=”description” content=”Un articolo-segnalibro per trovare rapidamente le dispense ECDL gratuite per i corsi ECDL Full Standard e Base, aggiornato periodicamente.”/>

Risultati nella ricerca:

“moduli ECDL pdf”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“ECDL libro download”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“Dispense moduli ECDL”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

Pagina 2, Seo a Biella

Meta description dichiarata:
<meta name=”description” content=”Fare SEO a Biella, o in generale nella provincia italiana, e lavorare bene. Ecco un po’; della mia esperienza, come consulente e come insegnante SEO.”/>

Risultati nella ricerca:

“Posizionamento SEO Biella”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“Lezioni di SEO a Biella”

Risultati di ricerca ilkappa.com con snippet lungo

“SEO a Biella”

Come possiamo vedere, di sei SERP analizzate, solo una utilizza la meta description ed è anche l’unica con snippet “breve”. Se proviamo a pensare all’intenzione di ricerca è anche piuttosto comprensibile: si tratta di quella con l’intento più “generico”, quindi la meta description, presumibilmente, risponde alle esigenze dell’utente.

Come accennato, questo materiale è stato utilizzato all’interno di una lezione nel corso di Tecnico Grafico per il Multimedia e il Web Design presso EnAIP Piemonte, CSF di Biella. Riporto anche la stessa bibliografia:

Dichiarazione ufficiale di Mark Zuckerberg sul cambio negli algoritmi di Facebook;

Il mio articolo sul sito dell’agenzia di comunicazione Hydrogen sull’argomento

Esercizi ECDL

Dove trovare le dispense ECDL gratis

La Patente Europea del Computer, ECDL per gli amici, accompagna la vita di noi formatori e insegnanti da sedici anni, con fortune e destini alterni e spesso ci troviamo con il problema delle dispense ECDL per i corsi, non sempre facili da avere o compilare autonomamente.

Per gli amici da mobile o che hanno fretta, i download delle dispense sono più sotto!

Probabilmente dedicherò più avanti un post alla mia opinione su ECDL e Nuova ECDL. Rimane un fatto: al momento è l’unico strumento di certificazione informatica non dedicato a specialisti con un certo livello di riconoscibilità. In altre parole, se fate un mestiere non strettamente digitale o informatico, ma dovete comunque dimostrare di avere solide basi informatiche, ECDL oggi e l’unica opzione percorribile.

Aggiornamento!

Qualche giorno fa ho pubblicato un’articolo simile a questo che si intitola Esercizi ECDL per prepararsi all’esame e, guarda caso, parla delle risorse utili per prepararsi agli esami per il patentino ECDL.
Se pensate che vi possa essere utile, lo trovate qui. Buona lettura!

Per prepararsi agli esami ECDL, oltre ai corsi preparatori come quelli che tiene di tanto in tanto il sottoscritto, è preferibile utilizzare un manuale, oppure qualche dispensa appositamente preparata. Ecco un problema: alcune volte le dispense ECDL che si trovano online sono piuttosto sbrigative, mentre i libri in genere sono abbastanza costosi. Il sito ufficiale nuovaecedl.it non aiuta più di tanto, infatti la sua sezione Materiale didattico propone solo le dispense gratuite per la versione di ECDL basata su Open Source, mentre per quella basata su piattaforme Microsoft offre solo una serie di suggerimenti per l’acquisto di libri.

Per fortuna ci hanno pensato i gestori di Matematicamente.it, che mettono a disposizione una serie di dispense gratuite per tutti i moduli di ECDL. Per la verità, più che di semplici dispense si tratta di veri ebook completi. Ecco come scaricarli e prepararsi per gli esami senza spesa:

Il sistema della Nuova ECDL si basa su moduli, come la sua versione precedente, ma questi sono stati rivisti per adeguarsi al mondo digitale degli anni 2010. Ogni modulo prevede un esame, che deve essere sostenuto presso un test center abilitato.

Oggi le due certificazioni ECDL più comuni due.  Base, composta dai quattro moduli Computer Essentials, Online Essentials, Word Processing, e Spreadsheets (cioè fondamenti sull’uso del computer, fondamenti di Internet e Reti, Videoscrittura e Foglio di Calcolo). La certificazione più completa, ECDL Full Standard, prevede sette moduli, cioè i quattro della base più IT Security, Presentation, e Online Collaboration (Sicurezza informatica, Presentazioni e strumenti di Collaborazione Online).

Nota a margine: Tutte le dispense sono fruibili e scaricabili dal sito di Matematicamente.it, ma il loro sistema di gestione dei contenuti rende un po’ impervio raggiungerle. Ho pensato di creare questo piccolo “segnalibro” a favore sia dei miei allievi sia di chiunque le sta cercando. Non dimenticatevi di ringraziare gli autori dando un feedback positivo a quello che scaricate!

Le dispense ECDL Open Source su ECDL.it

Di recente, per documentarmi sulle esercitazioni ECDL, ho navigato molto anche il sito ecdl.it Anche in questo ho trovato svariate dispense gratuite, in questo caso che si riferiscono alle certificazioni ECDL Open Source e comprendono le tre principali: Base, Standard e Full Standard. Ecco i collegamenti.

Importante! Con le nuove impostazioni di Chrome e degli altri browser, facendo clic sul collegamento potreste arrivare su una pagina che vi indica il collegamento non è sicuro. Si tratta di un problema con i certificati HTTPS, per cui ho pensato di riportare il link HTTP in fondo a ogni voce. Purtroppo non li posso collegare, altrimenti anche la mia pagina verrebbe giudicata “non sicura”. Per arrivare alla dispensa, in attesa che ECDL.it aggiorni il suo certificato di sicurezza, dovrete copiare il collegamento e incollarlo nella barra degli indirizzi.

Anche in questo caso ho scelto di fornire una serie di link più fruibili alle risorse liberamente disponibili sulla pagina corrispondente del sito ecdl.it, per una ragione molto semplice: questi collegamenti sono circa a metà pagina, in mezzo a una serie di manuali in vendita. Approfitto anche per ringraziare, a nome di tutti gli studenti ECDL che passano di qui, il prof. Fabio Frittoli, che non conosco personalmente ma che ho letto come autore in tutte le dispense ECDL Open Source del sito ufficiale.

Quali dispense mi servono per la certificazione ECDL Base? e per la Full Standard?

Come si legge anche sul sito di Aicanet, le certificazione Nuova ECDL base è composta dai 4 moduli principali, mentre per la Full Standard se ne aggiungono altri tre. Ho preparato una piccola tabella riassuntiva:

Titolo moduloDispensa WindowsDispensa OpenECDL BaseECDL Full Standard
Computer EssentialsModulo 1Modulo 1xx
Online EssentialsModulo 2Modulo 2xx
Word ProcessingModulo 3Modulo 3xx
SpreadsheetsModulo 4Modulo 4xx
IT SecurityModulo 5Modulo 5x
PresentationModulo 6Modulo 6x
Online CollaborationModulo 7Modulo 7x
bitcoin rederizzati

Bitcoin: opportunità, mania, o qualcosa di diverso?

Tutti parlano di bitcoin: al di la delle speculazioni, è un argomento affascinante. (warning: cyberpunk inside!)

Ok, ammettiamolo: per chiunque non sia atterrato ieri da marte, criptovalute in generale e bitcoin in particolare ci sono letteralmente scoppiati in faccia. Ora, se io fossi furbo, preparerei un bell’articolo in cui racconto come si guadagna con i bitcoin, come si usano, come funzionano i wallet per le criptovalute e così via. Ma non qui. Prima di tutto perché l’ho già fatto altrove, parlando di dove pagare in bitcoin in Italia, e poi perchè, brava gente, prima di tutto non sono mai stato furbo, e infine questo è il mio blog e non si parla di cyberpunk da troppo.

Il legame fra bitcoin e cyberpunk è più profondo di quanto sia evidente

Ok, eliminiamo subito la parte facile: si, le criptovalute nascono, esistono (e terminano la loro esistenza) interamente in bit, e questo, per chi ha iniziato a parlare di Cyberpunk con il film whitewhashed di Ghost in the Shell o con il remake di Blade Runner, potrebbe essere sufficiente. Ma non per chi, ridendo e scherzando, nel ‘96 era già entrato e uscito dallo sprawl più volte. Intendiamoci, tutto contribuisce alla causa, per cui ben venga anche chi si avvicina alla cultura cyberpunk grazie al binomio inverosimilmente superficiale “Cyberpunk = tecnologia”, sperando che poi abbia modo di approfondire.
Quello che penso, tuttavia, è che il legame sia molto più profondo, e decisamente più stretto di così. Per spiegarlo, però, dobbiamo tornare alle basi.

Cosa contraddistingue la cultura Cyberpunk?

Molti associano la cultura Cyberpunk al binomio hight tech, low life, il che è, per sommi capi, corretto, e riassunto nella definizione stessa: Cyber- (high tech) e -punk (low life). Ma prima di annoiare tutti compreso me stesso, elaboro. Le verità è che la filosofia cyberpunk contiene molto di più. Prima di tutto, come tutte le culture -punk nate fra gli anni ‘70 e ‘80, è una celebrazione dell’individualità, rappresenta la lotta del singolo contro un mondo che lo vuole standardizzato, uniformato, inquadrato. Underdog contro corporazioni, low tech, hacker, e così via, per capirsi.

L’importante è che il singolo, o il gruppo di rivoluzionari, grazie al proprio talento, alla rabbia, e alla volontà di combattere uno status quo che lo vuole soffocare, ottiene il proprio riscatto.

La tecnologia diventa uno strumento di libertà, di rivoluzione. Abbatte torri dorate, avvia una rivoluzione dove non ci sono ghigliottine o giustizie di piazza, ma dati rubati, potere sottratto e benessere ridistribuito. Ti permette di studiare a prescindere dai tuoi mezzi economici, ti da un lavoro, ti mette un tetto sulla testa, ti fa trovare Chomba come te. In alcuni casi, fino a mettere su un gruppo di nerd che, con computer, cervello e competenze tecniche, mette in scacco una nazione, o il mondo intero.

Cyberpunk di ieri

Cyberpunk di ieri – via arasaka.tumblr.com

Il futuro è imploso nel presente.

Troppo lontano dai bitcoin? Tutto il contrario. Questa storia è molto vicina ai bitcoin. Perché, quel gruppo di nerd, invece di trovarsi in un seminterrato a consumare troppa caffeina, nel mondo reale mina bitcoin, progetta blockchain, crea intelligenze artificiali che fanno trading sulla valuta meglio degli esseri umani e, soprattutto, ha reinventato il denaro attraverso le criptovalute.

Bitcoin, dai bassifondi ai grattacieli. E ritorno?

Pensiamoci: uno strumento come bitcoin, nato come moneta indipendente e scollegata dalle diverse sovranità nazionali ed economiche, considerata per molto tempo una sorta di moneta “clandestina” accessibile solo a chi avesse abbastanza conoscenza e competenze, oggi fa il suo ingresso dalla porta principale nel mondo della finanza. I corporativi in giacca e cravatta possono fare finta di nulla, ma brava gente, ricordiamoci che Silk Road ha chiuso poco più di tre anni fa, e gli stessi giornali generalisti che oggi, non comprendendo il fenomeno come loro solito, parlano a sproposito di bitcoin come una sorta di moneta miracolosa che si moltiplica da sola, tre anni fa ne parlavano come di uno strumento inventato e usato da delinquenti.

Oggi, l’economia tradizionale rincorre i bitcoin e le criptovalute, senza capirle fino in fondo, rimuginando sul fatto che non è stata in grado di arrivare in tempo e fare cassa, e in estrema sintesi, comprando la valuta da quel gruppo di nerd che si è fatto furbo e ha sostituito i portatili con gli adesivi e le felpe con il cappuccio con gli ASICs e i cluster per minare, i servizi di wallett e così via. Più riscatto di così si muore.

Ma non è finita. Perché, in fondo, l’anima delle criptovalute risiede nelle blockchain. E le radici delle blockchain sono profondamente affondate nella parte più -punk della tecnologia, dalla progettazione all’implementazione, fino alla potenza di calcolo.

bitcoin mining farm

Cyberpunk di oggi – una bitcoin mining farm – via csef.ru

I punk hanno venduto alla finanza, alle corporazioni, un collare che queste ultime non vedono l’ora di mettersi. E, ovviamente, prima o poi qualcuno inizierà a strattonarlo.
Pensate le risate se, dopo avere incassato, un gruppo abbastanza consistente dei miner più potenti dovesse decidere di ritirare i propri nodi dalle reti delle diverse blockchain.

So long and thanks for all the fish.

Altro che lunedì nero del 1987.

E buon divertimento a chi, quella mattina, avrà un consiglio d’amministrazione da affrontare.

Noi, o meglio quelli di noi che sono stati abbastanza furbi qualche anno fa, saranno su una spiaggia a godersi i soldi di qualche economista frescone.

Esercizi ECDL

A cosa serve la certificazione ECDL

Una domanda con una risposta molto semplice e molto complessa al tempo stesso: a cosa serve l’ECDL?

La domanda in sé ha una risposta quasi scontata: serve a certificare le competenze di base o avanzate, in un settore informatico piuttosto specifico che, in assenza di una definizione migliore, possiamo definire l’informatica per l’ufficio. Chi è in possesso di un patentino, o certificazione, ECDL conseguito con la giusta serietà e una preparazione adeguata dovrebbe sapersi destreggiare, magari con qualche imbarazzo iniziale, fra tutte le necessita che oggi può avere chi usa il computer all’interno del suo lavoro e non è un tecnico.
A scanso di equivoci: se qualcuno degli amici che legge abitualmente queste pagine si è trovato nella condizione di ricevere richieste come Installa tu il nuovo router visto che hai il patentino, o recupera tu i dati persi per colpa dell’ultimo virus, stia pure sereno: il problema non è suo, ma di chi gli sta facendo le richieste sbagliate: chiedere interventi del genere a chi ha una Patente europea per l’uso del Computer, equivale a chiedere a chi ha la patente di guida di smontare il motore dell’auto.
Prima di divagare, veniamo al punto: la patente ECDL serve ad aumentare le nostre possibilità di essere assunti, in concreto. Per i dettagli specifici rimando alla pagina dedicata presente sul sito ufficiale italiano di ECDL, che non a caso si chiama proprio Spendibilità di ECDL.

Quindi la certificazione ECDL serve davvero?

Si, e in diversi settori:

Per l’ingresso nelle graduatorie docenti di 2° e 3° fascia, le certificazioni ECDL specialised garantiscono 1,5 punti, come descritto nel D.M. 374 del primo giugno 2017.

Per il personale ATA, il DM 640 del 30 agosto 2017 prevede, per l’aggiornamento delle graduatorie di istituto, un punteggio di valore anche per le certificazioni informatiche, secondo questa tabella:

punteggi graduatorie ECDL

la Nuova ECDL è praticamente identica a livello di punteggio:

punteggi graduatorie Nuova ECDL

Nella Pubblica amministrazione, a partire dalla legge Bassanini del 1998, è necessario dimostrare di conoscere l’uso del computer e almeno una lingua straniera. ECDL è un prerequisito in numerosi bandi e concorsi pubblici.

In campo privato, anche se qui i contorni si fanno molto più sfumati, ECDL è l’unica certificazione ad avere il riconoscimento Accredia pertanto, se dobbiamo passare da un colloquio per un’agenzia di lavoro, essere in possesso della patente ECDL è il solo modo ufficiale e riconosciuto per attestare le nostre competenze digitali in modo certo e univoco, e spesso viene usato come criterio di selezione per tutte le figure in cui viene richiesta la competenza nell’uso del computer.

Infine, nella scuola, ECDL è riconosciuta come credito formativo, sia negli istituti superiori, sia in numerosi corsi di laurea (ovviamente non in quelli del settore informatico!).

Tutte queste informazioni, che provengono dalla pagina di AICA possono insospettire i più diffidenti, in fondo è un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono. Eppure, anche facendo qualche ricerca indipendente, noteremo che le cose stanno così.

La certificazione ECDL serve a trovare lavoro?

Abbastanza, soprattutto negli impieghi della pubblica amministrazione e dei settori ad essa vicini. Guardate cosa succede se cerchiamo semplicemente “ECDL” fra le notizie in Google:

ECDL nel mondo del Lavoro

Due concorsi pubblici, solo nell’ultimo mese, hanno la certificazione ECDL come requisito d’accesso. Non male, vero?

Insomma, come ogni tipo di riconoscimento, anche ECDL deve essere valutata nel suo contesto: ci sarà molto utile, sia a livello di opportunità sia a livello di competenze, per tutti gli impieghi in cui dobbiamo saper utilizzare il computer come strumento professionale. Naturalmente lo sarà molto meno per gli impieghi del settore informatico o dell’innovazione, in cui si da per scontato che le competenze digitali siano un requisito di partenza.
Ma se vogliamo avviare una carriera nella scuola, nel pubblico impiego o in altri settori dei servizi, è meglio se pensiamo seriamente di conseguire (o rispolverare) la nostra certificazione ECDL.

Attivare la compressione Gzip su Aruba

Attivare la compressione Gzip su Aruba

Per ottenere buoni risultati nei test di velocità come GTmetrix o Google pagespeed, ci viene suggerito di attivare la compressione Gzip. Ecco la mia esperienza e i miei suggerimenti.

Anche se di solito mi occupo soprattutto di SEO editoriale e strategia SEO, a volte capita di lavorare anche sulla parte tecnica: tornare alle origini, fra l’altro, mi fa sentire ancora webmaster, come quando questa professione aveva un senso. In ogni caso, visto che la piramide rovesciata incombe, ecco subito i miei consigli per un buon uso della compressione Gzip, poi tornerò sulle mie considerazioni dopo.

Compressione Gzip su Aruba: non usate quel codice!

Attivare_compressione_codice_sbagliato.jpg

Attenzione: questo codice per la compressione Gzip ha buone possibilità di schiantarvi il sito.

Partiamo da cosa NON fare assolutamente. Io sono incappato in questo codice (lo incollo sotto forma di immagine per chi va di fretta), da numerosissime fonti. Un caso più che palese di errore nei motori di ricerca, o meglio di inaffidabilità.

Questo codice si trova su moltissimi siti, ed è stato resiliente anche al mio fact checking, che di solito è piuttosto rigido; immagino che fosse un codice che è stato vero per un po’, magari con una vecchia versione di Apache o degli altri web server. Oppure, come accade sempre più spesso, qualcuno lo ha pubblicato, si è posizionato bene ed è partito l’assalto dei cloni, ovviamente senza che nessuno si sia preso il disturbo di verificare se fosse ancora valido. Ma se lo usate oggi compromette in modo piuttosto serio il file .htaccess, quello che bisogna modificare per attivare la compressione. In parole più semplici, il codice sopra, che è quello che si trova più facilmente cercando come si attiva la compressione Gzip su Aruba, vi manda in bomba il sito.

Attivare la compressione su Aruba: i passi giusti

Prima di tutto, un’avvertenza, che vale per tutti gli hosting: maneggiare il file .htaccess è un’operazione critica, che potenzialmente può bloccare tutti gli accessi al vostro sito. Quindi è consigliabile farsi aiutare da qualcuno che mastichi gli aspetti tecnici, che sia qualcuno che si occupa di ottimizzazione SEO come il sottoscritto, uno sviluppatore, un sistemista o in ogni caso qualcuno che abbia familiarità con concetti come FTP ed editor. In teoria, si tratta di qualcosa di semplice, ma è meglio salvare una copia di backup del file .htaccess prima di procedere. Scaricandolo direttamente dalla cartella FTP del nostro sito avremo anche la certezza di avere tutti i file e gli accessi necessari in caso di disaster recovery.

Poi, si può lavorare sul file. I codici che ho utilizzato per Aruba sono quelli trovati in questo post su HostingTalk.it. Ho avuto modo di sperimentare solo quelli del “classico” webserver Apache, ma visto che hanno funzionato non ho ragioni per pensare che gli altri consigli che troverete non siano altrettanto validi.

Nella pratica l’operazione è semplice: si tratta di aggiungere alcune righe di codice al file. Le prime da provare ad aggiungere sono le seguenti:

<IfModule pagespeed_module>
ModPagespeed on
</IfModule>

Queste tre righe sono sufficienti ad attivare il modulo mod_Pagespeed sviluppato da Google. Il mio consiglio è di salvare il file così modificato, caricarlo e testare su GTmetrix e Google Pagespeed se i risultati sono migliorati. Se tutto funziona, possiamo provare ad aggiungere queste altre righe e ripetere il test.

AddOutputFilterByType DEFLATE text/html
AddOutputFilterByType DEFLATE text/xml
AddOutputFilterByType DEFLATE text/css
AddOutputFilterByType DEFLATE application/xml
AddOutputFilterByType DEFLATE application/xhtml+xml
AddOutputFilterByType DEFLATE application/rss+xml
AddOutputFilterByType DEFLATE application/javascript
AddOutputFilterByType DEFLATE application/x-javascript

Queste sfruttano un altro motore di compressione, mod_deflate, il che in teoria le renderebbe ridondanti rispetto alle prime. Nel dubbio, ho notato che inserire entrambi i set non sembra avere controindicazioni, ma ammetto di non conoscere così a fondo il pianeta dei webserver da sapere se siamo nel campo dello sciamanesimo oppure no. (per la verità, se qualcuno potesse darmi una risposta definitiva e dirimente, sarebbe molto gentile ;) ).

Attivare la compressione Gzip serve?

Per dirla in gergo rigorosamente tecnico, f**k yes. Sul sito Aruba sul quale l’ho collaudata (fulci.it, di proprietà di un amico) e che non ha nessun altro tipo di ottimizzazione rigorosa, abbiamo avuto un incremento di un 20 – 25 punti su Pagespeed Insights e di una trentina di punti su GTmetrix.

Il sito che state leggendo si trova su Dreamhost e al momento usa un codice un po’ diverso,

<ifmodule mod_deflate.c>
AddOutputFilterByType DEFLATE text/text text/html text/plain text/xml text/css application/x-javascript application/javascript text/javascript
</ifmodule>

Ma su GTmetrix si comporta così:

I risultati su Pagespeed sono un po’ meno lusinghieri (57 / 71) ma hey! Un blog, mantenuto a “insulti, calci e nastro isolante” su un hosting condiviso: non mi posso lamentare.

Insomma, vale assolutamente la pena di attivare la compressione, ma bisogna fare i passi giusti con sicurezza e soprattutto avere pronto il piano B: un file .htaccess sicuramente funzionante da usare come backup, gli accessi FTP a posto e un editor di testo. Soprattutto se come me usate WordPress e se come me cedete alle lusinghe dei plugin.

Su WordPress editing facile del file .htaccess

Il popolare sistema di gestione dei contenuti ci permette di fare tutto in modo semplice. A volte, come in questo caso, anche troppo facile. Già il semplice plugin Yoast SEO ha una sezione Strumenti che ci permette, usando la voce modifica file, di gestire e modificare il nostro file .htaccess. Mister Yoast la fa apparire una cosa estremamente semplice (e in effetti dal punto di vista pratico lo è), ma si dimentica di dirci che se sbagliamo una virgola rompiamo (malissimo) il nostro sito. Dove “rompiamo malissimo” è da leggere come “nessuno può vedere il sito e non accedo più a nulla nemmeno piangendo sangue e masticando cocci di vetro” fino a quando non carico via FTP un file .htaccess funzionante o quantomeno elimino, sempre via FTP, quello che ho sfasciato perché pensavo avesse lo stesso impatto tecnico di una meta description.

Anche altri plugin più specifici hanno lo stesso problema: possiamo facilmente trovarne una secchiata facendo una ricerca nella directory dei plugin, ma la sostanza non cambia. Una piccola dimenticanza o un carattere sbagliato possono darci problemi.

Per concludere, il mio consiglio è di attivare senza dubbio la compressione Gzip, ma di farlo solo se siamo assolutamente sicuri di saperci mettere le mani anche in caso di problemi. In alternativa facciamolo fare a un tecnico o comunque a un esperto. Saranno comunque soldi spesi bene.

Lezioni di SEO alla Maniera ZEN

Lezioni di SEO alla maniera Zen II | Il valore dei numeri

Cosa sono i numeri?

Il Maestro Hideyoshi stava tenendo una delle sue lezioni di SEO, quando si rese conto di un forte brusio in fondo alla sala. Gli allievi più lontani si erano accorti che in fondo alla sala si erano raccolti alcuni senpai del Maestro Takuma che argomentavano le parole di Hideyoshi a voce alta.

Chi siete voi che interrompete la mia lezione con i vostri schiamazzi?

Siamo gli allievi prediletti del Maestro Takuma. Lui insegna l’Arte della SEO in modo diverso, e noi pensiamo che abbia ragione. Per questo, riteniamo che tu non sia degno di insegnare in questa scuola.

I segreti della SEO antica

Il maestro Takuma era noto per essere stato uno degli eroi della SEO dell’epoca passata, e i suoi insegnamenti seguivano una rigida tradizione. In particolare, egli era convinto che i numeri fossero tutto e che l’importante fosse raggiungere il maggior numero di persone possibili.

Posizionarsi, ripeteva come un mantra, posizionarsi è l’unica cosa che conta! Bisogna vedere grandi numeri per vedere grandi risultati!

Molti allievi, in particolare quelli provenienti dalle famiglie più antiche delle sette Province, accorrevano da ogni parte per seguire le sue lezioni e apprendere quelli che all’epoca erano noti come i Sette Segreti della SEO.

La SEO moderna non conosce segreti

Il Maestro Hydeyoshi, dal canto suo, si rifaceva a fonti ancora più antiche, in particolare agli insegnamenti del Bushido, che insegnavano come doti irrinunciabili di un vero Samurai prontezza di spirito, flessibilità e capacità di cogliere i cambiamenti. Egli spesso apriva le sue lezioni con alcuni dei distici del Credo Zen dei Samurai, che lui riteneva particolarmente significativi:

Non ho progetti, cogliere l’opportunità è il mio progetto.

Non ho principi, l’adattabilità alle cose, ecco il mio principio.

Non ho tattica, il vuoto e il pieno sono la mia tattica.

Non ho talento, lo spirito pronto è il mio talento.

Inoltre, si rifaceva spesso ai principi della Spada, che insegnano che ogni colpo dovrebbe essere sferrato per essere letale, e al moderno principio del seiryoku-zen’yo, il miglior impiego delle energie.

Le due scuole della SEO a confronto

Secondo Hydeyoshi il principio secondo il quale era indispensabile parlare a tutti indistintamente era superato: molto meglio cogliere fra i molti i pochi con il giusto spirito. E proprio questo lo metteva spesso in contrasto con Takuma e gli altri maestri più tradizionalisti. E spesso gli allievi più scalmanati davano vita a episodi come quello.

Così voi venite nelle mie aule a mancare di rispetto a me e ai miei allievi. Sentiamo dunque cosa avete da dire. Disse Hydeyoshi con il suo solito tono pacato.

Tu insegni che i numeri non sono importanti, e che bisogna scegliere, e parlare con i pochi affini. Ma come puoi pensare di avere successo, se la moltitudine non sa chi sei?

 

Il Maestro non rispose ma, attraversando tutta l’aula e uscendo dalla porta si limitò a fare cenno a tutti di seguirlo.

I suoi allievi e quelli del Maestro Takuma lo seguirono. Dopo un lungo silenzioso cammino giunsero al grande mercato che si teneva in città quel giorno.

“Il Canto e il Silenzio”

Hideyoshi li condusse prima nei pressi della tenda di un monaco. Al centro della struttura, spoglia ed essenziale, il monaco sedeva in meditazione. In quel momento una anziana signora arrivò a chiedere consiglio. Il monaco infatti offriva cure e medicamenti, come recitava una modesta insegna.
Gli allievi del maestro Takuma rumoreggiavano: “Questo deve essere davvero un monaco da due soldi! Guardate come è vuota la sua tenda! E nessuno si accalca per le sue cure!”.

Hydeyoshi, senza parlare, li condusse poi nei pressi del banco di un imbonitore. Rosso in viso, scarmigliato, si muoveva da una parte all’altra della tenda, stipata di vasi e vasetti, decantando a gran voce le qualità del suo olio di serpente*, tanto che davanti a lui aveva sempre una piccola folla. L’uomo, quasi alterato, parlava in modo serrato, rapido, con un lieve affanno, in tono baritonale, ammiccando alla folla e raccontando i miracoli del suo unguento.

Questo si che deve essere un grande medico! Che folla, che voce!”. Gli allievi del maestro Takuma erano deliziati.

Rimasero al mercato tutto il giorno. Quando i commercianti iniziavano a ritirarsi, il Maestro divise gli allievi in due gruppi, e li mandò a parlare con il monaco e l’imbonitore.

Tornarono poco dopo. Il maestro diede prima la parola agli allievi del Maestro Takuma.

“L’imbonitore ci ha detto che è stata un’ottima giornata! Non c’è una persona del mercato che non si sia fermata dinanzi ai suoi padiglioni!”

Risultati immagini per japanese snake oil

Una dimostrazione che include un venditore esagitato, una spada e un prodotto di dubbia qualità: cosa può andare storto? (fonte foto: https://www.youtube.com/watch?v=UlESvt4AsR8)

I suoi allievi, recatisi dal monaco, raccontarono:

Per monaco è stata una giornata tranquilla. Ha meditato, contemplato e curato le persone”.

Tecniche SEO: i numeri che parlano più dei numeri

Hideyoshi sorrise, saggio e benevolo:

Quanti unguenti ha venduto l’imbonitore?

“più trenta!” risposero quasi in coro gli allievi di Takuma

Quante persone ha curato il monaco?

“Dieci”, risposero i suoi allievi.

E quanto costa un vaso di olio di serpente?

Cento Mon!”

Quante donazioni ha ricevuto il monaco?

Duemilasettecentoventicinque Mon”.

Vedendo il dubbio che si faceva strada negli occhi degli allievi, prese posto sulle pietre di un giardino poco distante.

Secondo quanto mi dite, sono duecentosettantacinque i Mon che separano l’imbonitore dal monaco. Dunque la mia domanda è questa: secondo voi quanto tempo, fatica, denaro e sforzo richiede il suo lavoro? Guardate quell’uomo ora: dorme sulla sua sedia senza nemmeno aver avuto la forza di chiudere la sua tenda. Il monaco, proprio ora, ha iniziato a fare i suoi esercizi, e la sua tenda è già pronta per domani.

Dunque, il monaco ha parlato con poche persone e tutte, o quasi, hanno scelto le sue cure e gli hanno donato ciò di cui aveva bisogno. Questo è lo spirito del seiryoku-zen’yo, il miglior impiego delle energie.

Il mercante ha dovuto prosciugare ogni sua forza per tenere in piedi la sua rappresentazione per tutto il giorno, e sono certo che il denaro guadagnato in più non sarà nemmeno sufficiente per comprare altro unguento, spostare le sue merci e farle sorvegliare. Questo non è un buon impiego delle energie. Nessuna tecnica SEO, nessun trucco potrà mai restituirvi l’energia che avete sprecato per un vantaggio marginale, che se ne andrà in sforzo, fatica, tempo e risorse. Meglio dunque impiegare fin da subito le energie nel modo migliore, dialogando con le persone che hanno realmente bisogno di voi, senza bisogno di far sentire la vostra voce a chiunque indistintamente. Con le antiche tecniche ottenete il solo risultato di assordare chi non ha bisogno di voi e non avere voce per chi vi sta cercando.

Gli allievi rimasero qualche istante in silenzio. Anche i più audaci non poterono fare altro che guardare il Maestro Hideyoshi con fare di sfida, prima di inchinarsi e allontanarsi.

Lezioni di SEO alla maniera Zen – oltre il racconto

Anche questa volta, dietro a un piccolo divertimento, si nasconde uno degli argomenti che più riscaldano le discussioni sulla SEO (anche se per la verità accade praticamente la stessa cosa in ogni settore del marketing). La “vecchia scuola” vuole che si inseguano le keyword a ogni costo, si parli di un argomento perché “tira” e così via. Il che, nella maggior parte dei casi, genera mostri, soprattutto quando la connessione è evidentemente forzata. Insomma, si costruisce il piano di comunicazione sulla base del traffico delle keyword e del sentiment.

Spesso, durante i miei corsi e le mie lezioni di SEO, definisco questo modo di agire “costruire il piano editoriale con BuzzSumo”, a indicare chi, invece della propria rotta, preferisce lasciarsi trascinare dalla corrente. I difetti principali che vedo in questo sistema sono almeno tre:

  • Siamo e saremo sempre schiavi delle mode e delle contingenze (oltre che degli strumenti);
  • Non avremo nulla che ci differenzia da chi ha accesso ai medesimi strumenti e usa la stessa tecnica;
  • Ma soprattutto, non abbiamo alcuna garanzia di rivolgerci al nostro pubblico.

Una scuola che si sta facendo sempre più strada, anche in questo caso mutuata dal marketing, in particolare da quello non convenzionale, è quella di parlare esclusivamente al proprio pubblico, o quantomeno alle persone che, in qualche modo, hanno affinità con noi.

In altre parole, abbiamo davvero bisogno di una pagina posizionata per una parola chiave “forte” con un contenuto che spesso è al limite dello scam? Se pensiamo di si, chiediamoci cosa ce ne facciamo di quindicimila visitatori al giorno se poi il tempo di permanenza è di dieci secondi e il bounce rate è al 96%. Abbiamo sprecato tempo ed energie per coinvolgere 600 persone, forse. Se avessimo parlato alla nostra nicchia, con ogni probabilità avremmo ottenuto lo stesso posizionamento con una frazione dello sforzo, con il vantaggio di avere un pubblico molto più fedele, che probabilmente tornerà a prescindere dai motori di ricerca (il fine ultimo, per chi non vende, deve essere il bookmark!).
Oltretutto, ci addentriamo decisamente nelle finezze, avere meno utenti significa usare meno risorse del server, meno banda, meno memoria e in generale avere meno “grane” tecniche.

Illustrazione di un maestro Zen

L’impassibile Maestro Hideyoshi sempre intento a meditare sui segreti della SEO (…?)

Pochi ma buoni? Non proprio ma…

Ovviamente il vantaggio è più percepibile per i siti commerciali: chiunque vorrebbe avere il 100% degli utenti che acquistano!
Ma anche per chi guadagna sulla pubblicità o comunque ha un modello di business basato sui contenuti, per controintuitivo che possa sembrare, è preferibile avere un numero minore di utenti di qualità invece di servire decine di migliaia di pagine per sessioni da 1,10 pagine di media. Perché?

Semplice: se una persona naviga a lungo sul nostro sito, significa che ha trovato quello che sta cercando. Di conseguenza, se siamo stati bravi anche con l’advertising, significa che probabilmente anche i nostri annunci (o le iniziative di affiliazione, o quello che vogliamo) sarà ugualmente pertinente. Quindi, più interessante.

Quindi, ecco che ritorna attuale il il miglior impiego delle energie: più saremo accorti, più i nostri sforzi saranno efficaci.

#writeforhumans

Immagine di apertura dell’utente ncoll36 di Deviantart, rilasciata sotto licenza Creative Commons Attribution-Noncommercial-No Derivative Works 3.0.